Topic “lavoro”

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Cronache dalla crisi

L'appello di delegati e delegate Cgil contro l'intesa su contratti e rappresentanza firmata il 28 giugno. Appuntamento al direttivo della Cgil, martedì 5 luglio

Siamo delegati/e Rsu, lavoratori/ici, precari/e che in questi anni si sono mobilitati contro il tentativo di padroni-governo-cisl-uil di cancellare il contratto nazionale, la democrazia nei luoghi di lavoro e trasformare il sindacato in soggetto complice. Negli ultimi mesi anno abbiamo lottato contro il modello Marchionne, consapevoli che a Pomigliano e Mirafiori si giocava una partita generale per i lavoratori e le lavoratrici, per sostenere le rivendicazioni dei precari e di tutti i lavoratori a cui si vogliono far pagare i costi di questa crisi.

Abbiamo fatto tutto ciò sostenendo la necessità di una pratica sindacale democratica e conflittuale con al centro i diritti e i bisogni dei lavoratori, non quelli dell’impresa.

L’ipotesi di accordo sottoscritta anche dalla Cgil accetta di fatto il modello Marchionne e regala a Cisl-Uil una vittoria senza precedenti vanificando le battaglie di questi mesi dentro e fuori la Cgil che hanno coinvolto milioni di persone.

Non potremo più votare gli accordi che ci riguardano, non si potrà più lottare contro un accordo separato truffa perché obbligati a rispettarlo, la rappresentanza non sarà in mano ai lavoratori, subiremo le deroghe ai CCNL spostando la centralità sui contratti aziendali, i salari saranno sempre più vincolati ai parametri di produttività decisa unilateralmente dalle aziende.

Una vergogna! Per questo siamo incazzati!!!
Non possiamo permettere di farci cancellare con un tratto di penna le lotte di questi anni.
Ribelliamoci tutti e tutte contro l'accordo della resa!!

Portiamo la nostra rabbia, la voglia di partecipazione e cambiamento
Martedì 5 luglio in Corso Italia 25 alle ore 10 sotto la sede della Cgil dove si svolgerà il direttivo nazionale.

Chiediamo:

* Il ritiro della firma della Cgil
* La proclamazione di uno sciopero generale contro i tagli e la manovra lacrime e sangue del governo
* La costruzione di una piattaforma generale del mondo del lavoro contro quella di padroni, governo e BCE

Inviate le vostre adesioni (con indicazione di azienda, città, incarico sindacale) a: scioperogenerale@gmail.com
Firmatari
Pasquale Loiacono, rsu Fiom Cgil Fiat Mirafiori; Osvaldo Celano, rsu (espulso CGIL) Marcegaglia Milano; Massimo Cappellini, rsu Fiom Piaggio Pontedera; Angela Recce, rsu Fiom Piaggio Pontedera; Antonella Bellagamba, rsu Fiom Piaggio Pontedera; Claudio Bardi, rsu Fiom Piaggio Pontedera; Andrea Parra, rsu Fiom Piaggio Pontedera; Alessio Pardelli, rsu Fiom Piaggio Pontedera; Massimiliano Malventi, rsu Fiom Piaggio Pontedera; Rossella Porticati, rsu Fiom Piaggio Pontedera; Simone Selmi, rsu Fiom Piaggio Pontedera; Giorgio Mauro, rsu SAME Bergamo; Andrea Paderno, rsu SAME Bergamo; Giuseppe Bonazzi, rsu SAME Bergamo; rsu SAME Bergamo; Matteo Carioli, rsu SAME Bergamo; Corrado Scotti, rsu SAME Bergamo; Alessandro Perrone, Fiom Cgil coord. cassintegrati Eaton Monfalcone; Eugenio Giordano, Alenia Pomigliano Direttivo Fiom Napoli; Alberto Pantaloni, rsu/rls Slc Cgil Comdata Torino; Antonello Tiddia, rsu Cgil Carbosulcis; Sebastiano Leotta, rsu Fiom N&W Vending Bergamo; Ulisse Pellegrinelli, rsu Fiom Brembo Bergamo; Gianni Covino, rsu Fiom Brembo Bergamo; Ivana Mazzola, rsu Fiom Brembo Bergamo; Michele Laporta, rsu Fiom Brembo Bergamo; Marina Carrara, rsu Fiom Eutron Bergamo; Marco Sironi, rsu FP Comune di Dalmine Bergamo; Catia Moro, rsu Fiom Cam Bergamo; Gabriele Trovenzi, rsu Fiom Corali Bergamo; Luca Climati, rsu Fp Cgil Inpdap Roma; Daniele Villazzi, rsu SMA; Yuri Parfeni, rsu SMA; Luigi Mosca, rsu SMA; Roberta Roberti, rsu Itis Leonardo da Vinci; Patrizia Costa, rsu Comune di Parma; Ugo Bertinelli, rsu SMA; Paolo Gonzaga, rsu SMA; Andrea Mozzoni, rsu Robuschi; Paolo Bettuzzi, rsu Robuschi; rsu Robuschi; Tiziano Peracchi, rsu Mingazzini; Marco Cleri, rsu OCME; Deborah Rossi, rsa Comet Parma; Mario Rabboni, rsa Comet Parma; Fausto Grispo, rsa McDonald Parma; Massimiliano Andrea Ferrari, rsu SGIG; Renzo Fanzini, rsu CFT spa; Giuseppe Massari, rsu CFT spa; Francesco Paolo Caputo, insegnante precario Flc Cgil direttivo Roma Nord; Fausto Torri, impiegato ENEL Distribuzione direttivo Camera del Lavoro La Spezia; Fabrizio Cottini, Fiom Cgil Sielte; Sante Marini, Fiom Cgil Alcatel Alenia; Maurizio Bacchini, Fiom Cgil Baxter SpA Roma; Marina Citti, Cgil Menarini SpA Pomezia; Claudio Simbolotti, ferroviere RFI Roma; Luigi Presutti, rsu ATAC Roma; Giorgio Baldini, ATAC direttivo Filt Roma Sud; Carlo Carelli RSU Filctem Cgil Lodi; Francesco Doro, Comitato Centrale Fiom Cgil; Andrea Bezeredy, rsu Fiom Cgil Ultraflex SpA Genova; Alberto Bertoli, rsu Fiom Gasket Bergamo; Pietro Goisis, operaio Olman dir.vo Fiom Bergamo; Luca Mantovani, rsu Fiom Dalmine Bergamo; Concetta Morelli, comm. Pari Opportunità Cgil Inpdap, Lamberto Pantano, Resp. Comitato Iscritti Cgil Inpdap; Francesco Cori, Coordinamento Precari Scuola Roma; Leonardo De Angelis, rsu Sistemi Informativi Roma dir.vo reg.le Filcams Cgil Lazio; Francesca Paoloni, rsu Cgil FP XI gruppo Comune di Roma; Armando Morgia, rsa Cgil FP VIII Municipio Roma; Francesco Locantore, insegnante precario dir.vo regionale Flc Cgil Lazio; Nando Simeone, rsa Cgil Filcams Farmacap Roma; Spartaco Martinelli, rsa Filcams Cgil ipercoop casilino Roma; Andrea Furlan, Direttivo Filcams Cgil Roma Centro; Claudio Nalli, Istat Roma direttivo Flc Cgil Roma; Massimiliano Murgo, Flmu Cub Marcegaglia Buildtech Milano; Stefano Quitadamo, rsu Flmu Cub Maflow Trezzano sul Naviglio; Riccardo De Angelis, rsu Flmu Cub Telecom Italia, Roma; Paola Liberto, iscritta FP Cgil Roma; Andrea Fioretti, rsa Flmu Cub appalti Sirti Roma; Riccardo Filesi, coord. cassintegrati Alitalia Cub Trasporti Roma; Roberto Villani, Cobas Scuola Roma; Virginio Pilò, CUB Università Bologna; Cosimo Antonio Ciliberto, insegnante; Gigi Malabarba, operaio Alfa Romeo in pensione; Stefano Placucci, rsu Officine Maraldi Bertinoro dir.vo Fiom Forlì; Irene Rossetti, rsu/rls per Flmuniti Cub Comdata Torino; Achille Zasso, Comitato Direttivo Camera del Lavoro di Milano; Luigi Sorge, Fiat Cassino Coord. Nazionale Usb lavoro privato; Francesco Buonavita, direttivo CGIL CDL Torino INCA-CGIL; Paolo Casole, Fiom Cgil Piaggio Pontedera; Giacomo Russo, coordinamento nazionale precari Flc Cgil Palermo; Emanuela Pulcini, Pierreci Codess Direttivo regionale Cgil Lazio e CdL Roma Centro; Vincenzo Di Blasi, rsu Fiom Fgs Colombo San Giorgio Su Legnano (MI); Luca Marini, insegnante precario Prato; Renato Caputo, docente Roma; Roberto Firenze, rsu Usb Comune di Milano; Gabriele Attilio Turci, RSU Cobas Scuola Forlì; Flavia Fornari, rsu Slc Cgil Cinema the Space Moderno Roma; Massimo Carlini, pensionato DirettivoXVI lega Spi Roma Ovest; Alberto Napoli, Usb Pubblico Impiego Pisa; Giusi Di Pietro, rsu Fiom Scienzia Machinale Pisa; Stefano Amidani, rsa Filcams Cgil Unicoop Tirreno Livorno; Felice Dileo, rsu Natuzzi Jesce Santeramo (Ba) dir.vo Fillea Cgil Bari; Paolo Gianardi, Spi Cgil Piombino; Raffaele Argenta, Fiom Cgil Fiat Mirafiori; Gianluca Quaglierini, rsu Stabilimento SOL Piombino; Yuri Apostolou, rsu Fiom Cgil SPX Italia Sala Baganza (PR); Donato Romito, rsu Unicobas Scuola Pesaro; Bruno Buonomo, tecnologo,comitato ente INFN Flc Cgil; Federico Giusti, rsu/rls Cobas Comune di Pisa; Paolo Garbarino, Fiat Mirafiori Carrozzeria dir.vo Fiom Torino; Mario Pizza Balla, Direttivo di Zona Lega SPI Cgil Brignano (Bg); Monica Giovannini, Fiom Cgil Piaggio Pontedera; Gianni De Giglio, lavoratore ristorazione; Marco Pettenella, impiegato INCA Cgil Verona; Massimiliano Bocchi, rsa Comet Parma; Beppe Violante, rsu Fiom Maserati; Simone Faini, Flai Cgil Cono Firenze snc Bagno a Ripoli (FI); Fabio Clerici, rsu Marzoli Palazzolo dir.vo Fiom Brescia; Guido Bedini, direttivo Fiom Cgil Pisa; Adriano Margelli, impiegato tecnico ASA Livorno; Silva Benedetti, Lag Modena dir.vo Fiom; Rino Depietri, operaio cassaintegrato Terim Modena; Bruno Demartinis, Confederazione Cobas Genova; Valeria Ghiso, Dir.vo Provinciale e Regionale Flc Cgil Savona; Adriano Alessandria, rsu Fiom Lear Corporation Grugliasco (To), dirett. regionale Fiom; Roberto Berselli, rsu Filctem Cgil Ascot Ceramiche Castelvetro (MO) dir.vo Filctem di Modena; Innocente Tralli, rsu Filctem Cgil Ascot Ceramiche Castelvetro (MO) dir.vo Filctem di Modena; Massimo Albinelli, rsu Filctem Cgil Ascot Ceramiche Castelvetro (MO) dir.vo Filctem di Modena; Davide Bacchelli, rsu Fiom IMA direttivo Fiom Cgil Bologna; Ascanio Bernardeschi, Spi Cgil Volterra; Stefano Simo, rsu Fiom Antonio Carraro spa Campodarsego (PD); Angelo Cardone, ferroviere Ferrovie del Sud Est Bari; Catia Galassi, Usb Servizi Sociali Comune Novara; Luca Bellardone, Usb ANFFAS Borgomanero; Ugo Lucignano, dir.vo provinciale Fiom Torino; Emanuele Cupidi, rsu Usb Rhodia Livorno; Alfonsina Palumbo, rsa Fisac Cgil Benevento; Enrico Pellegrini, dir.vo Confederale Cgil Venezia; Silvia Di Fonzo, direttivo Fiom Cgil Trieste; Luca Furlan, Filcams Cgil Gorizia; Sergio Falcone, istituto centrale per i beni sonori ed audiovisivi; Luca Tremaliti, funzionario Fillea Cgil; Luisa Andreani, rsu Fiom Italpresse Bergamo; Vittorio Cerase, Flai Cgil dirigente camera del lavoro Padova; Francesco Santoro, rsu Fiom Cgil Terim Modena dir.vo reg.le Fiom ER; Cristina Tuteri, dir.vo Fisac Cgil Lazio; Roberto Ghiandoni, rsu Fiom I.VER. Plast Perugia; Paolo De Luca, Comitato Iscritti Cgil FP Comune di Torino; Giorgio Ellero, operaio GMA srl indotto Fincantieri Monfalcone (GO); Roberto, Mazzarello Usb KME Brass Serravalle Scrivia (Alessandria); Leonardo Favaro, rsu direttivo Filcams Cgil Treviso; Domenico Filazzola, rsu Fiom Cgil Emar Gruppo Martinelli Sassuolo; Massimiliano Falleti, rsu/rls Mtm/Brc Cherasco (cn); Ilario Germinario, Pres. ASIA Usb Grosseto; Silvia Cortesi, Deutsche Bank Milano dirigente Fisac Cgil regione Lombardia; Gino Caraffi, rsu Fiom Emmeti Montecchio Emilia; Domenico Stratoti, rsa HTL Majestic direttivo regionale Filcams Lazio; Ettore Pasetto, Direttivo Fiom Roma Sud; Ciro Risolo, Nexsoft Spa Direttivo Fiom Roma Sud; Attilio Folliero, prof. Scienze delle Comunicazioni Università Centrale del Venezuela (UCV); Domenico Bruni, Flc Cgil I.S.I.S. “Andrea Torrente” Casoria (Napoli); Maria Rosa De Maria, rsu Elbi International spa Collegno (TO); Laura Scappaticci impiegata Roma; Norma Bertullacelli, Cobas Genova; Rosario Ruta, rsu USB Fiat Powertrain Mirafiori Meccanica; Isidoro Migliorati, rsu Usb MEMC Electronic Materials Novara; Daniele Caboni, rsu Fiom Continental Pisa; Joe Fallisi, tenore; Marina Sartor, operaia Fiom Trigano Poggibonsi (Si); Le rsu Fiom GKN (indotto Fiat) Firenze; Paolo Ranieri, Direzione regionale INPS Bari; Antonio Uzzi, pubblico impiego Comitato degli Iscritti Cgil Nichelino (TO); Mauro Puliani, amministrazione Provinciale di Roma Dip.to XIII; Giuseppe Aragno, storico docente Napoli; Marina Izzi, rsu Flc Cgil Università di Bologna; Paolo Ventrice, rsu/rls Iride Servizi, Torino; Antonella Rossilli, rsu scuola “Iqbal Masih” Roma; Susanna Cavalleri, rsu Fiom N&W Vending Bergamo; Vincenzo Graziano, Flmuniti Cub Comdata; Cinzia Abramo, Comitato degli iscritti Flc Cgil Università di Perugia; Ivana Graglia, rsu Usb ASL Varese; Paolo Ventrella, rsu Fiom Ferrari; Matteo Parlati, rsu Fiom Ferrari; Elvis Fischetti, rsu Fiom Ferrari; Michele Adorni, rsu Fiom Ferrari; Daniele Manzini, rsu Fiom Ferrari; Sauro Palazzi, rsu Fiom Ferrari; Maurizio Grillenzoni, rsu Fiom Ferrari; Fausto Alborghetti, operaio Brembo (Bergamo), Alda Colombera, FP Bergamo, Ilario Poloni, rsu Filctem Cgil Bergamo, Emanuele Rota, rsu Filctem Bergamo; Ivano Valente, Nidil Cgil responsabile lavoro PRC Brindisi; Fatighenti Rossana, Flc Cgil direttivo provinciale di Livorno; Massimiliano Rancati, rsu Usb IMQ S.p.A. Milano; Federico Mugnari, rsu Sistemi Informativi Direttivo Filcams Cgil Roma Sud; Donatella Biancardi, rsu Usb Regione Lombardia; Stefano fontana, Fincantieri Marghera direttivo Fiom Venezia; Aurelio Macciò, rsu Ministero della Salute e Direttivo Camera del Lavoro Genova; Eligio Lupo, rsu/rls FP Cgil Agenzia delle Dogane Roma; Maria Lucia Bisetti, operaia Azimut-Benetti Avigliana (To); Sasha Colautti, Comitato Centrale Fiom Cgil segr.ria prov. Fiom Trieste; Riccardo Rossi, Dir. Regionale Flc Cgil Puglia.

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Cronache dalla crisi

Un anno fa la fabbrica milanese inaugurava la protesta a decine di metri da terra e vinceva. Altre fabbriche e altri lavoratori sono saliti sui tetti, hanno manifestato per il lavoro e contro la crisi. Il bilancio di un anno di lotte

Salvatore Cannavò
(da Il Fatto quotidiano)

Erano saliti sul carro ponte dell'azienda, lo scorso anno, gli operai dell'Innse di Milano, per difendere il posto di lavoro. Avevano vinto, dopo una lotta dura e una vicenda rocambolesca, e il loro esempio sembrava aver contagiato altre vertenze e altre crisi occupazionali. Non solo operaie ma anche dei ricercatori o di quella specie di lavoratori al confine tra il lavoro manuale, tecnico e intellettuale. E' nata così la stagione dei "tetti": dall'Innse alla Yamaha, dall'Ispra di Roma alla stessa Fiat, dall'Eutelia alla Merloni, e poi la Maflow, la Novaceta, la Glaxo, l'Alcoa, l'elenco potrebbe essere davvero molto lungo. Se poi ci aggiungiamo quelli che la protesta l'hanno manifestata in altre forme, come gli operai della Vilnius che si sono rifugiati all'Asinara, la mappa si allarga ancora. Cosa ne è stato di quella protesta, cosa ha prodotto, quali risultati ha ottenuto? Circa un anno dopo l'avvio del "modello Innse" in realtà la situazione non è per niente buona e la fabbrica milanese si afferma più come un'eccezione, felice e contraddittoria allo stesso tempo, che come un esempio modello.
La maggior parte delle fabbriche in lotta si trova oggi, nel migliore dei casi, in cassa integrazione o con soluzioni transitorie per i lavoratori. Secondo gli studi della Cgil, il ricorso alla Cassa integrazione, rilevato lo scorso maggio, segnava il dato più alto di sempre con circa 117 milioni di ore richieste mentre la Cassa integrazione in deroga - lo strumento che estende gli ammortizzatori sociali ai lavoratori che finora non erano tutelati - ha segnato, da inizio anno a maggio, un aumento del 629,68% sui primi cinque mesi del 2009. Lo studio stima in un milione e trecentotrentamila i lavoratori coinvolti nei processi di Cig mentre i riflessi sulla busta paga da inizio anno segnano una perdita secca di oltre 2 miliardi di euro.
Va poi segnalato un dato curioso. Tutti i lavoratori si sono messi, giustamente, alla ricerca di una visibilità mediatica, cercando di attirare la politica e la società sulla loro vertenza. Tranne casi circoscritti non si è però mai verificato il tentativo di coordinare le singole vertenze, di incontrarsi anche solo per scambiare le reciproche difficoltà e individuare obiettivi comuni.

L'Innse. Per la fabbrica del milanese l'estate del 2009 era cominciata molto male con la chiusura dell'azienda e la messa in mobilità per i 49 lavoratori con l'obiettivo di mettere in valore l'area su cui sorge lo stabilimento nell'ottica di una speculazione immobiliare. I lavoratori però non si sono arresi, hanno avviato una produzione autogestita sfruttando l'esistenza di un committente e tutti ricorderanno la decisione improvvisa di 5 di loro di salire sul carro-ponte fino a quando non si fosse trovata una soluzione. Per giorni gli operai sono rimasti a circa 40 metri da terra e hanno attirato su di sé i riflettori dell'intera informazione nazionale, Tg compresi. Risultato: grazie a diverse mediazioni è spuntato un nuovo acquirente, Camozzi, che ha assicurato la ripresa produttiva e la riassunzione graduale di tutti gli occupati. L'Innse è tornata a funzionare anche se resta un neo: il suo nuovo proprietario è lo stesso che possedeva fino a due anni fa la Mangiarotti Nuclear Spa venduta mantenendo la proprietà del terreno. Oggi la Mangiarotti è a rischio chiusura e i terreni intorno alla fabbrica sono oggetto di una grande speculazione edilizia. Qualcuno pensa che ci sia un nesso tra le due vicende ma non è provato.

Mangiarotti Nuclear. E' l'unica azienda presente sul territorio lombardo in grado di produrre componenti speciali per centrali nucleari. Nel dicembre del 2007 la Ansaldo Camozzi Energy Special Components Spa cede lo stabilimento di viale Sarca alla Mangiarotti Nuclear spa che ha la sua direzione generale a Pannellia nel Friuli dove ha anche lo stabilimento di produzione e un sito a S.Giorgio di Nogaro in prossimità del porto di Trieste. Poco a poco l'azienda trasferisce parti della produzione in Friuli e riduce i turni di lavoro nel milanese. Nel marzo di quest'anno il Tribunale di Milano accoglie il ricorso della Fiom contro la disdetta degli accordi che prevedevano l'effettuazione presso lo stabilimento milanese delle commesse già acquisite e la rotazione fra tutti i lavoratori dello stabilimento di viale Sarca a Milano. Ma la Mangiarotti decide lo stesso di trasferire la commessa Westinghouse per la centrale cinese che era assegnata allo stabilimento di Milano a Pannellia mettendo in Cassa Integrazione la quasi totalità dei dipendenti milanesi, circa un centinaio. Che il 10 giugno hanno occupato l'azienda sgombrati poi dalla polizia.

Maflow. Ancora un'azienda milanese - con buona pace della Lega radicata nel territorio - che dopo un anno di amministrazione straordinaria, si trova costretta a fare i conti con la committente (all'85%) Bmw che ritira le commesse perchè non c'è più affidabilità produttiva. Gli operai vanno in Cassa e la loro lotta riesce a imporre una rotazione sul 15% di produzione rimasta,. Da gennaio la situazione si fa più tesa con l'occupazione di fatto della fabbrica, manifestazioni, blocchi, presidi 2 o 3 volte a settimana e un picchetto permanente ai cancelli da 6 mesi.
L'asta per la vendita che si tiene a maggio fallisce, si fa avanti un acquirente polacco (con stabilimento anche in Polonia...) che avanza l'ipotesi di assunzione di 80 lavoratori su 330. La mobilitazione va avanti e i lavoratori della Maflow stanno cercando di realizzare un coordinamento di tutte le fabbriche in crisi che possa realizzare l'unità tra i lavoratori.

Fiat. Oggi è forse il caso più visibile e eclatante. L'azienda, da circa un anno, ha deciso di chiudere lo stabilimento di Termini Imerese con i suoi 1400 lavoratori, più i 500 dell'indotto, e tiene Pomigliano in cassa integrazione. Anche la Cnh di Imola ha visto scattare la cassa integrazione in deroga per i 280 lavoratori, finanziata al 30% dalla Regione Emilia Romagna. I lavoratori campani, prima che ci si occupasse di loro per via della trattativa con Fiat, avevano manifestato, occupato anche il municipio e poi si sono trovati al centro della scena nazionale. Termini Imerese, che ha fatto grandi manifestazioni negli anni passati, anche in questo caso con qualche capodanno in fabbrica, attende che qualcuno rilevi lo stabilimento visto che Fiat non accetterà mai di riaprire la produzione. La Fiom ha avanzato da pochi giorni la richiesta all'azienda torinese di cedere lo stabilimento a qualche altro produttore di auto prima di lasciarlo andare.

Merloni. La vertenza coinvolge 3.300 dipendenti diretti e quasi 7.000 dell'indotto nelle Marche, in Umbria ed in Emilia Romagna. Il gruppo che produce elettrodomestici è in amministrazione straordinaria dall'ottobre del 2008. Nell'anno appena passato si sono svolti picchetti e manifestazioni. Dopo le gare dei mesi scorsi che sono andate a vuoto, i sindacati hanno bisogno di un accordo di programma per la prosecuzione dell'amministrazione straordinaria mentre e' spuntato l'interesse di una holding cinese. Recentemente, il governatore delle Marche Gian Mario Spacca ha confermato l'interesse da parte di ''soggetti internazionali'' a investire sul gruppo ma, intanto, lo scorso giugno è stata prolungata la cassa integrazione per tutti i dipendenti.

Yamaha fa scuola. Sui tetti della fabbrica ci erano saliti anche i lavoratori della Yamaha, la casa motociclistica per la quale corre Valentino Rossi. E infatti al pilota italiano si erano rivolti gli stessi operai per chiedere solidarietà contro la non concessione della cassa integrazione. E sul tetto sono rimasti diversi giorni, anche sotto la neve nel periodo natalizio, fino a quando la loro richiesta non è stata accettata. Ora, lo scorso giugno, in Brianza un'altra fabbrica, la Carlo Colombo, che produce trafilati in rame, ha visto i suoi operai salire sul tetto. La protesta è rivolta contro una chiusura ingiustificata e contro il mancato rispetto da parte dell’azienda degli accordi raggiunti sulla ricollocazione e il prepensionamento dei lavorarori in mobilità.Per resistere il più a lungo possibile si sono attrezzati con tende e viveri. Si tratta del posto di lavoro di circa ottanta persone. La società aveva avviato la procedura di mobilità per arrivare alla chiusura del sito ma i lavoratori sostengono che non c'è crisi e che il prodotto del rame ha un mercato sostenibile. Secondo loro, l'azienda chiude per trasferire la produzione da un'altra parte con lo scopo di massimizzare i profitti.

Ideal Standard. A Brescia la protesta dei lavoratori del gruppo si è notata. Nel luglio scorso, infatti, Ideal Standard annunciava la chiusura dei siti produttivi di Brescia e Gozzano, con la richiesta della cassa integrazione speciale per i 1.549 dipendenti italiani della multinazionale. Immediata la protesta, con scioperi, picchetti, occupazione simbolica dello stabilimento circondato dalle bandiere dei sindacati, iniziative di sensibilizzazione. «Abbiamo combattuto per mantenere la produzione a Brescia - hanno però ammesso le rappresentanze sindacali - ma questo non è stato possibile: è stato comunque raggiunto un obiettivo minimo, che ci consente di dire che la prima parte di questa lunga vertenza si è chiusa positivamente». Secondo l’ultimo accordo sindacale, infatti, 64 persone saranno impiegate nella piattaforma logistica di Bassano Bresciano, almeno venti matureranno i requisiti pensionistici nel periodo di utilizzo degli ammortizzatori sociali, e altri venti potrebbero trasferirsi in stabilimenti italiani del gruppo. Inoltre, l’azienda e il Governo si sono impegnati per realizzare a Brescia la piattaforma logistica per l’intero gruppo della ceramica. «Abbiamo convinto la multinazionale a realizzare, sia pure con il contributo pubblico, un investimento alternativo su Brescia e a riportare all’interno della società un’attività che era stata esternalizzata». MA per l'occupazione

Alcoa. Sono saliti sulla gru ma poi hanno realizzato manifestazioni a Roma, blocchi in tutta la Sardegna e uno sciopero generale di tutti i lavoratori del gruppo per protestare contro la chiusura dei due stabilimenti in Italia (l'Alcoa è una multinazionale Usa) e la perdita di 2500 posti di lavoro. All'Alcoa si è anche verificato il primo caso di "sequestro" dei manager dell'azienda - sulla scia di quanto era accaduto in Francia - anche se le proteste non sono mai andate oltre i confini della legalità. Nel corso della manifestazione tenutasi a Roma, il 26 novembre, si è arrivati anche a uno scontro con la polizia con un operaio finito in ospedale. Alla fine è giunto un accordo per la cassa integrazione e per un congelamento della vertenza con lo stop di qualsiasi azione unilaterale da parte dell'azienda fino ad agosto. Al momento di siglare l'accordo, Claudio Scajola, ministro dello Sviluppo Economico, dichiarava: «Il lavoro che il governo ha svolto, che è stato di carattere eccezionale per impegno e per gli strumenti adottati, ci consente di guardare avanti con qualche fondamento in più per un futuro dell'Alcoa in Italia». Scajola ha smesso dallo scorso maggio di guardare avanti, e i lavoratori?


Vinylis. I più famosi sono quelli che hanno "occupato" il vecchio carcere dell'Asinara creando l'Isola dei Cassaintegrati. Invece di salire sui tetti hanno cercato la visibilità mediatica con un'iniziativa esemplare che ha avuto un effetto importante su tv e giornali - "L'Isola dei Cassaintegrati" è diventato anche un libro - ma non sull'occupazione. I colleghi veneti - perché la Vinylis è presente anche a Venezia - hanno invece disposto cento croci prima in piazza San Marco e poi sul Ponte di Calatrava di fronte a Piazzale Roma per descrivere il "cimitero occupazionale" prodotto dalla chimica di Porto Marghera. La Vinylis avrebbe dovuto essere rilevata dal gruppo arabo Ramco che invece lo scorso 27 maggio si è ritirato dalle trattative non vedendo "alcuna possibilità di rendere l'operazione profittevole e di successo". Il sottosegretario Stefano Saglia ha annunciato un piano B ma i lavoratori sardi sono ancora all'Asinara.

Ispra. A salire sui tetti non sono stati solo gli operai e i lavoratori del settore manufatturiero ma anche i ricercatori dell'Istituto per la protezione e la ricerca ambientale. Hanno passato due mesi sul tetto, compreso il Natale, per difendere il lavoro di 250 persone. Poi, a gennaio, un accordo con il ministero dell'Ambiente, diretto da Stefania Prestigiacomo, che prevedeva il rinnovo di tutti i contratti a tempo determinato, il prolungamento a dicembre 2010 dei contratti di collaborazione, dei concorsi pubblici e altro ancora. A giugno, però, i lavoratori hanno scoperto che quel protocollo di intesa era in larga parte da attuare e il progetto di stabilizzazione dei precari non esisteva. E così sono tornati a protestare, stavolta in piazza Navona, con la proiezione del cortometraggio "Non sparate alla ricerca e allo stato sociale" come risposta alla doccia fredda provocata dalla nuova manovra finanziaria che taglia molti enti di ricerca. Ma la protesta riguarda anche il blocco del turn-over e la stabilizzazione dei precari nonché i contributi, mai arrivati, che il ministero dell'Economia deve a un Istituto che da oltre due anni è ancora sotto la direzione di un commissario.

Eutelia. Su iniziativa della Fiom-Cgil, più di 800 lavoratori Agile-Ex Eutelia si costituiranno singolarmente parte civile nel processo che vede coinvolti 6 membri della famiglia Landi, ex proprietaria dell'azienda di telecomunicazioni, ed altri vertici aziendali, per un totale di 16 imputati. Il principale reato contestato è quello di bancarotta fraudolenta. La vicenda Eutelia, ex-Agile, è riassumibile nella conclusione di un lento percorso iniziato nel giugno 2009 quando la famiglia Landi, proprietaria di Eutelia, cede il ramo d'azienda Agile a Omega per 96 mila euro. Tre mesi dopo Omega avviava la procedura di licenziamento collettivo per i 1.192 lavoratori di Agile. I lavoratori hanno protestato, e continuano a farlo. Hanno passato il Natale in azienda e molti ricorderanno l'aggressione violenta subita da parte delle guardie private guidate dall'amministratore delegato. Ora sono in sciopero della fame e stazionano davanti a Montecitorio. Il loro striscione dice «Digiuno perché sono ciò che mangio». L'azienda ha perso tutte le commesse, anche quelle pubbliche (Comune di Roma, ministero della Giustizia e lo stesso Parlamento) a dimostrazione dell'indifferenza della politica verso la loro situazione. Allo sciopero della fame "a staffetta" hanno aderito oltre 300 parlamentari dell'opposizione. Da segnalare che i fondi fiduciari che controllano Omega da uno scantinato di Londra - come mostrò un mirabile servizio di Annozero - hanno venduto l'unica società tra le partecipate dal bilancio in attivo: la Pf Real Estate. A comprarla sono stati Giuseppe Renzo Ciocchetti, Andrea Locatelli e Marco Bogarelli che siedono nel cda di Milan Channel, curano la vendita dei diritti tv del campionato di calcio di Serie A, e, uno di loro, Bogarelli, è socio in affari di Tarak Ben Ammar, il finanziere francotunisino ex-consigliere di amministrazione di Mediaset. E secondo alcuni sarebbe proprio Mediaset a essere interessata a rilevare, per un tozzo di pane, Eutelia.

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Cronache dalla crisi

Assemblea di base alla Maflow di Trezzano con lavoratori e Rsu di una dozzina di fabbriche milanesi in lotta per difendere il lavoro. Proposta unanime: sciopero generale il 25 giugno ma con un percorso unitario dal basso. E manifestazione davanti alla Confindustria lombarda (nel video il concerto tenuto nel magazzino dell'azienda)

Gigi Malabarba

Non c’erano grandi folle ieri all’Assemblea autoconvocata alla Maflow di Trezzano s/N da parte di RSU e delegat* di una trentina di aziende milanesi, anche perchè le dinamiche delle singole vertenze – in particolare quelle delle fabbriche in lotta contro la chiusura – riflettono i tipici alti e bassi di queste situazioni. E non c’è dubbio che anche nelle tre vicende più significative di resistenza, come la stessa Maflow, la Novaceta e la Mangiarotti si risenta della stanchezza di molti mesi di presidio e della difficoltà a trovare sbocchi concreti.
Tuttavia il dibattito, introdotto da Stefano della Maflow (molto bravo nonostante fosse alla sua prima esperienza), ha fornito un aggiornamento rispetto alla situazione sia nelle fabbriche che nel pubblico impiego, registrando difficoltà a costruire una risposta di classe unitaria al più fenomenale attacco concentrico contro i lavoratori e le lavoratrici dal dopoguerra ad oggi. Padroni, Marchionne in testa, e Governo stanno battendo su tutta la linea per piegare e disarticolare tutto il mondo del lavoro, tentando di infliggere una sconfitta di portata storica al movimento operaio.
Per questo, si rilevava in assemblea, non è più tempo di risposte azienda per azienda e, per iniziative di lotta più generale (con obiettivi quindi più ambiziosi), i vari spezzoni sindacali di classe – oggi minoritari – siano essi i vari sindacati di base, sia la stessa la stessa Fiom e le opposizioni in Cgil non possono pensare semplicemente di proclamare ‘date’ di scioperi più o meno generali separati tra loro, ma devono costruire percorsi partecipati dal basso. Cioè occorre ripartire dai lavoratori e dalle Rsu e verificare le proposte di mobilitazione in un cantiere unificante.
Molti del pubblico impiego avevano aderito allo sciopero del settore pubblico del 14 giugno proclamato da Usb (con risultati limitati) e si sono proposti di partecipare comunque allo sciopero indetto separatamente da Cgil e Cub per il 25 giugno, raccogliendo la proposta delle Rsu di fabbrica di utilizzare quella scadenza per parlare col maggior numero di lavoratori e lavoratrici possibile, chiedendo a tutti di convergere al termine dei cortei in uno spezzone comune da Piazza Duomo all’Assolombarda.
Sì, perchè è ora che si individuino finalmente i padroni come gli avversari da battere in questo scontro – ha insistito molto Massimiliano della Marcegaglia – proprio a partire dal ricatto della Fiat a Pomigliano. Non è più possibile limitarsi a passeggiate simboliche e a rivendicazioni generiche. La crisi la deve pagare chi l’ha creata e non si possono accettare licenziamenti e chiusure: lavorare meno e lavorare tutti.
Sotto lo striscione con slogan della lotta della Maflow di questi mesi, “Le nostre vite valgono più dei loro profitti”, si sono alternati, tra gli altri, delegat* delle Poste, del Comune di Milano, della Regione Lombardia, della Omnia, della Carlo Colombo,un’ insegnante e due esponenti del Comitato migranti. Saidou Moussa Ba ha rivolto un vero appello a non disperdere questo inizio di percorso unitario al di là delle sigle sindacali, mettendo al centro l’unità tra lavoratori autoctoni e migranti, come già indicato nell’introduzione letta da Stefano.
Accordo pieno tra tutti i circa cento partecipanti sulle modalità di svolgimento dell’iniziativa del 25 presentate da Massimo della Maflow e precisate ulteriormente da Massimiliano in conclusione: volantino da distribuire ai cortei, due spezzoni con identico striscione sia a Pta Venezia che a Lgo Cairoli, convergenza di tutti in Piazza Duomo attorno al camion del coordinamento e corteo – se ci sono le condizioni di partecipazione sufficiente – fino all’Assolombarda in via Pantano. Martedì sera alle 19 alla Maflow riunione organizzativa.
In serata poi birra e salamelle ‘made in maflow’ e gruppi rock (tra cui il mitico batterista dell’alfa Giovanni Laudicina) nel magazzino dell’azienda.

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Nota quotidiana

Se si votasse in Parlamento, il "lodo Marchionne" otterrebbe quasi l'80% dei voti. Probabilmente il Partito democratico si dividerebbe, si contorcerebbe, si strapperebbe i capelli (tranne Bersani) e poi, magari, si asterrebbe. Sarebbe l'unico partito ad avere questi dubbi e questo è indicativo della crisi politica in cui versa.

Salvatore Cannavò

Se si votasse in Parlamento, il "lodo Marchionne" otterrebbe quasi l'80% dei voti. Probabilmente il Partito democratico si dividerebbe, si contorcerebbe, si strapperebbe i capelli (tranne Bersani) e poi, magari, si asterrebbe. Sarebbe l'unico partito ad avere questi dubbi e questo è indicativo della crisi politica in cui versa.
Si potrebbe fare una specie di gioco di società e immaginare come sarebbe un vero e proprio Governo Marchionne, un governo cioè il cui collante, ispirazione e linea di marcia fosse quell'accordo che la Fiat è riuscita a imporre - senza particolare sforzo - a Fim e Uilm e che ha visto la coraggiosa opposizione della sola Fiom. Un accordo che si basa sul vero lascito culturale del berlusconismo: la centralità assoluta dell'impresa, dei suoi diritti, dei suoi profitti. Una centralità che non è messa in discussione da nessuno, tranne un po' di sinistra cosiddetta radicale. Ci permettiamo di osservare che nemmeno il partito di Di Pietro la mette in discussione fino in fondo anche se, più di altri, è oggi attraversato da attenzione e cura verso i lavoratori.
A Pomigliano, infatti, vige solo il soggetto-impresa: la sua necessità di avere la pace sociale in fabbrica; la sua necessità di saturare gli impianti e quindi avere livelli altissimi di produttività; la sua necessità di governare la forza lavoro in assoluta libertà. Il lavoro è reso semplice variabile dipendente, puro ammennicolo, senza alcuna soggettività né dignità. E se ce l'ha, questa va recisa alla radice.
Se hai questa concezione della politica, della società, dell'economia, puoi fare tranquillamente anche un governo che dura nel tempo. E infatti, diversi esponenti confindustriali non vedrebbero l'ora di "salire sul ring" per mettersi alla testa di un progetto del genere, vedi Montezemolo.
Con un simile programma, l'Italia potrebbe conoscere una fase nuova rispetto alla vischiosità attuale e potrebbe vedere quella situazione positiva che chiedono spesso le imprese, "i mercati", l'Europa e tutto ciò che della centralità dell'impresa ha fatto un dogma.
Di un tale governo non potrebbe far parte ovviamente Silvio Berlusconi, per la semplice ragione che nascerebbe solo una volta che l'attuale premier si fosse messo da parte (e va detto che a giudicare dalla situazione attuale, la cosa non è così campata per aria: inchieste che si allargano, rifiuti che ritornano, equilibri interni alla maggioranza che traballano e anche il sogno dell'Aquila che svanisce). Tolto Berlusconi, però, la sua maggioranza, in larga parte, potrebbe essere della partita. Un simile governo andrebbe bene a Tremonti e Sacconi (Brunetta non ce lo vorrebbe nessuno) che su Pomigliano hanno immaginato "la fine della lotta di classe" e impostato una nuova era nelle relazioni industriali. Ci starebbe certamente l'area "finiana" - Fini ha visto nel "patto" imposto dalla Fiat addirittura qualcosa che rimanda alle «grandi dottrine del Novecento», leggi l'economia corporativa fascista... - e l'Udc brigherebbe per prendere il comando della baracca.
Ci starebbero con grande impeto anche molti del Partito democratico: pensiamo a Fioroni che si è distinto negli attacchi alla Fiom, Letta, ma senza escludere dirigenti come Chiamparino e Fassino. Veltroni, nonostante si sia distinto per un bel siluro alla Fiom, avrebbe qualche difficoltà, impiccato com'è alla "religione del maggioritario" - e certamente farebbe sponda a Berlusconi per impedire un simile, immaginifico, scenario (quante volte l'ha già fatto?).
Non ci starebbe certamente l'Idv, vuoi per serietà, vuoi per calcolo. Ci starebbe stretta la Lega per ragioni speculari a quelle di Di Pietro ed è chiaro che Bossi perderebbe la faccia in un simile calderone. La fuoriuscita di Berlusconi, lascerebbe fuori dallo schema anche una fetta del Pdl con rimescolamenti al suo interno che oggi è difficile descrivere. Insomma, verrebbe fuori un larghissimo centro, in grado di governare il paese, un po' come Marchionne, Bonanni e Angeletti provano a governare il conflitto sociale.
Chi avrebbe un problema di troppo è il buon Bersani. La sua bonomia lo farebbe esitare e tergiversare: "si, un governo di questo tipo sarebbe una buona cosa ma, dai!, non possiamo mica farlo" e così via di oscillazione in oscillazione, senza scegliere il cedimento totale ma senza nemmeno mettersi con serietà dalla parte del lavoro. Alla fine il Pd ci starebbe ma in secondo piano, con un ruolo di stampella, consumando se stesso e il proprio futuro.
Il governo Marchionne è un gioco di società, non esiste e forse non esisterà. Però, "peccato", dirà qualcuno, "ci libererebbe di Berlusconi". Oppure, "meno male" diranno (giustamente) altri, "ci farebbe a pezzi". Che brutta alternativa che tocca a questo paese. Ce ne sarebbe un'altra, per favore?

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Cronache dalla crisi

L'ad della Fiat chiede la licenza di deroga sul contratto nazionale e sul diritto di sciopero. Oppure la produzione sarà spostata in Polonia

AgenziAmi

Marchionne stringe i tempi per lo stabilimento di Pomigliano d'Arco: «Il protrarsi della trattativa con i sindacati ha già provocato lo slittamento degli investimenti necessari per l'avvio della produzione. In assenza di un'intesa, martedì prossimo, che offra adeguate garanzie, potrebbe diventare inevitabile riconsiderare il progetto per la produzione della futura Panda». Oltre la flessibilità Fiat chiede la possibilità di derogare il contratto nazionale. Così verrebbe limitato il diritto di sciopero e verrebbero pagati solo i primi tre giorni di malattia. La Cgil avverte: la Fiat vuole il tavolo separato.

«Per Pomigliano speriamo di trovare un accordo, ma lo sforzo lo devono fare tutti, le nostre richieste non sono niente di straordinario» ha detto ieri l'ad della Fiat Sergio Marchionne. «Se l'accordo si trova partiamo con la produzione nel 2011. Se no, la andiamo a fare altrove» ha proseguito il capo del Lingotto riferendosi alla Panda la cui produzione dalla Polonia verrebbe affidata a Pomigliano. Per colui che dal panorama politico viene considerato il salvatore della produzione automobilistica italiana tutti devono fare uno «sforzo». «Stiamo ancora vivendo in un mondo che non esiste più realmente: vediamo un pò di riconciliare i principi del passato con il presente», aggiunge Marchionne. Questo è un mercato e un industria, spiega l'ad, «che cambierà nei prossimi 20 anni». Nel caso non si trovasse l'accordo con i sindacari minaccia Marchionne «la Panda andiamo a farlo altrove. La macchina è da farsi non abbiamo scelta. La scelta deve essere condivisa con i sindacati, andiamo a domandare agli operai di Pomigliano se vogliono lavorare o meno».

Lavoro in cambio di diritti
A Pomigliano verrebbero prodotto 250mila auto anno per ritmi di produzione che lo stabilimento non ha mai visto prima. Dai due turni precedenti per ogni giorno lavorativo si passerebbe a tre per una linea produttiva in funzione 24 ore. L'indotto sarà chiamato a una profonda metamorfosi strutturale. Prima lo stabilimento campano produceva auto di grossa cilindrata. Domani produrrà una utilitaria. Il nodo della questione riguarda la richiesta di deroga che pretende Fiat rispetto il contratto nazionale. La missione produttiva è vincolata alla possibilità di derogare i contratti nazionali. Questo porterebbe a un peggioramento delle condizioni di lavoro e a una profonda limitazione del diritto di sciopero. Fiat prevede anche sanzioni che limitino i diritti dei lavoratori al pagamento dei primi tre giorni di malattia.

Bonanni: Fare accordi con chi ci sta
«Se è vero che per Fiat i tempi stanno per scadere, io dico: non perdiamo questa occasione, facciamo un accordo con chi ci sta. E tanti saluti agli altri» dichiara il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni. «In un momento come questo c'è la maggiore azienda italiana che, mentre altre delocalizzano, decide di investire 20 miliardi in 5 anni a Pomigliano, portando lì un prodotto di punta della casa, come la Panda, che prima si faceva in Polonia. E noi che cosa rispondiamo...?».

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In movimento

Si svolgerà come ogni anno a Milano l'Euromayday, giornata di manifestazione, e di festa, di precari e precarie, migranti, cassaintegrati e studenti. Una giornata di lotta per no morire di crisi

Checchino Antonini

Dai «tetti del mondo» alle piazze. E ritorno. Precarie, operai, partite iva, hacker, cassintegrate, studenti, creative, commessi, giornaliste, disoccupati, stagiste nativi e migranti: dopo dieci anni la Mayday «continua a chiedere il conto» - annunciano i promotori - e a rivendicare reddito e diritti “occupando” uno spazio pubblico, quello del Primo maggio desertificato dal sindacato concertativo in stanche ritualità o mistificato dal concertone scacciapensieri di Roma che vuole costruire un’immaginario senza conflitto. E che quest’anno ha tentato di non dare cittadinanza nemmeno al banchetto per i referendum per l’acqua pubblica.
E’ dal 2001 che questo nuovo movimento operaio si rappresenta nelle strade di Milano, prima c’era (e c’è ancora) più o meno solo la Festa del non-lavoro al Forte Prenestino di Roma. Da Milano, i devoti di San Precario ne hanno fatta di strada, la Mayday è diventata Euro e si è disseminata tra Dortmund, Ginevra, Amburgo, Hanau, Lisbona<+TondoB>, L’Aquila, Losanna, Malaga, Palermo, Tubingen, Zurigo, Tokio, Toronto e Tsukuba. Santo o non santo, nel catalogo - largamente incompleto - dei primomaggio autorganizzati non può mancare Chiaiano dove, tra gli altri suoneranno i 99 Posse, e l'appuntamento del Tufello a Roma. La <+NeroB>Mayday<+TondoB>, gioco di parole che evoca il primo maggio e il mutualismo, vanno in piazza quelli che la ricchezza la creano ma non se la godono. La maggioranza dei lavoratori under 40 sono atipici. Sono il futuro.
E il futuro reclama giustizia per tutti e tutte, nativi o migranti, per le generazioni precarie, gli operai, e per quei lavoratori che sono diventati precari nei fatti: cassintegrati, licenziate, esternalizzate, delocalizzati. Questa la piattaforma: continuità di reddito e accesso ai servizi a prescindere dal lavoro che facciamo e dal tipo di contratto che abbiamo o spesso non abbiamo; cittadinanza per i migranti; una scuola pubblica di qualità, un sistema di trasporti sostenibile e popolare, dei saperi liberi, e diritti che non è più possibile legare solo al contratto a tempo indeterminato, come ferie pagate, pensione, malattia, maternità. «Saremo una macho free zone - annunciano i milanesi dopo che l’edizione dell’anno scorso era stata guastata da un abuso sessuale al termine del corteo - per costruire un immaginario libero dalla cultura machista. Rivendichiamo una produzione culturale alternativa e vogliamo diffondere una conoscenza che sia realmente libera, condivisa e accessibile. Denunceremo la stupidità criminale del razzismo leghista e non solo e mostreremo un presente di sorellanza tra nativi e migranti. Proporremo un’idea di futuro con lo spezzone no-oil a pedali e i sound system alimentati a pannelli solari. Diremo no alle speculazioni di Expo 2015, fatte sulla pelle dei cittadini e sui nostri territori martoriati».

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Cronache dalla crisi

Il provvedimento sull'articolo 18 varato dal Parlamento e su cui pende la possibile non firma da parte di Napolitano è un attacco insidiosissimo al diritto del lavoro. Al dipendente è chiesto di rinunciare al giudice sostituito da un arbitrato. Che però dovrà essere pagato e su cui non può nutrire nessuna fiducia. E in caso di licenziamento non avrebbe comunque diritto al reintegro

Alberto Medina*

Tutta la legislazione sul lavoro che si è sviluppata fin dall’inizio del secolo scorso, e persino durante il fascismo, si è mossa dall’ovvia considerazione dello squilibrio di potere contrattuale esistente tra lavoratore e datore di lavoro. Per tentare di bilanciare questo potere contrattuale e sottrarre il lavoratore dal rischio di dover subire clausole contrattuali inique e certamente da lui non liberamente volute, la legislazione del lavoro si è dunque sviluppata su due fondamentali pilastri.
Il primo, di ordine sostanziale, riguarda la individuazione di una serie di diritti fondamentali individuati a favore del lavoratore come “indisponibili” che venivano imposti alla parte più forte, ossia al datore, rendendo nullo ogni eventuale patto contrario (si tratta dei diritti al riposo, alle ferie, alla irriducibilità della retribuzione, alla contribuzione previdenziale, al mantenimento del professionalità raggiunta, all’attività sindacale, alla tutela della maternità, etc.,etc.).
Il secondo pilastro di ordine procedurale, consiste nella effettiva esigibilità di questi diritti, e nel nostro ordinamento esso è stato perfezionato con l’individuazione, a partire dal 1973, di un rito giudiziario particolare, più celere e snello, privo sostanzialmente di costi per il lavoratore (poiché – oltre ad essere esente da bolli e tasse - anche in caso di sconfitta del lavoratore le spese legali venivano , per prassi , normalmente compensate) il cui accesso non poteva in alcun modo esser pregiudicato da eventuali clausole che prevedessero il ricorso all’arbitrato.
Già da anni i governi (dei diversi schieramenti politici) avevano iniziato ad erodere diritti da sempre ritenuti indisponibili, prima invocando la necessità di battere l’inflazione e poi la necessità di maggior flessibilità del lavoro, cominciando ad affermare tra l’altro una inesistente libertà di contrattazione del dipendente e una sua sostanziale “parità” col datore di lavoro che hanno trovato la loro enfatizzazione nella c.d. legge Biagi (si pensi solo alla sostanziale liberalizzazione delle clausole elastiche e flessibili nel lavoro part time oggettivamente non rifiutabili da chi è in cerca di lavoro)
Sul fronte della tutela giudiziaria l’attacco fino ad oggi si era sviluppato solo individuando misure deflattive; da un lato era stata introdotta la obbligatorietà del preventivo tentativo di conciliazione avanti alla DPL con considerevole allungamento dei tempi in cui concludere una causa dei lavoro, dall’altro, evitando di parametrare gli organici dei Tribunali del Lavoro con le reali necessità, si era indotto i giudici a “difendersi” da eccessivi carichi di lavoro iniziando a condannare i lavoratori in caso di rigetto delle loro domande.
Questa forma di autotutela corporativa dei giudici a scapito dei lavoratori, che spesso si trovano a dover rinunciare al ricorso alla giustizia nel timore di non avere i mezzi “per potersela permettere”, aveva tra l’altro, dal luglio scorso, trovato sostegno dal legislatore con la modifica di un articolo che oggi impone al giudice di motivare dettagliatamente le ragioni di eventuali deroghe dal principio secondo cui le spese legali gravano sulla parte che perde il giudizio.

Se dunque ormai da tempo i pilastri posti a bilanciare lo squilibrio esistente tra lavoratore e padrone subivano gravi attacchi quello portato dal DDL 1167 appena approvato dal Senato appare dirompente perché muovendosi apparentemente solo sul piano procedurale introduce un meccanismo che rischia di vanificare qualsiasi diritto “indisponibile”.
Il cavallo di Troia è rappresentato dalla eliminazione del divieto di introdurre clausole che riducano la possibilità del lavoratore di ricorrere al giudice.
L’art. 31 comma 9 prevede che accordi interconfederali o contratti collettivi potranno prevedere il ricorso all’arbitrato, con clausole che si chiamano “compromissorie”, e queste clausole potranno esser “liberamente” sottoscritte dal lavoratore davanti ad una commissione certificatrice che “accerti la effettiva volontà delle parti” : Se entro 12 mesi non saranno intervenuti sulla materia i previsti accordi interconfederali o i contratti collettivi interverrà a regolare la materia un decreto ministeriale.
Cosa significa tutto ciò?

Significa che all’interno di un quadro che ancora deve esser definito dagli accordi (CISL e UIL sembrano già d’accordo) ovvero dal Ministro, all’atto dell’assunzione potrà esser chiesto al dipendente di firmare una clausola con la quale egli rinuncia a rivolgersi al giudice in determinate o in tutte le materie che riguardano il suo rapporto di lavoro impegnandosi a rivolgersi invece ad un collegio arbitrale.
E’ evidente che se il datore porrà quella condizione il lavoratore, per poter accedere a quel lavoro, non potrà che accettarla “liberamente” con il beneplacito del commissione certificatrice .
Il risultato, però, sarà che il dipendente si troverà a subire una situazione che mai avrebbe potuto preferire rispetto alla fino ad oggi preesistente possibilità di rivolgersi in ogni caso alla giustizia ordinaria e ancora una volta si è ipocritamente presupposta una inesistente parità di forze tra chi offre e chi cerca lavoro.
Al di là dei costi senz’altro maggiori (gli arbitri vanno pagati: già prima della decisione il lavoratore dovrà versare con assegno circolare al presidente una somma pari all’1% del valore della causa, poi ci sono le spese degli altri arbitri, nonché quelle dei legali), va considerato che gli arbitri saranno 3 e decideranno a maggioranza. Poiché uno sarà nominato dal lavoratore e l’altro dal datore di lavoro l’ago della bilancia sarà il Presidente, individuato dai primi due o dal Presidente del Tribunale in un professore universitario in materie giuridiche o in un avvocato cassazionista.

Già solo la collocazione sociale di queste due figure e le ben più possibili convergenze di interessi tra loro e le aziende non consentono di nutrire una particolare fiducia nell’imparzialità di un simile “organo giudicante”, ma il punto fondamentale non è ancora questo.
Esso sta invece e soprattutto nel fatto che questi arbitri potranno decidere secondo equità (il che vuol dire semplicemente come a loro sembri giusto) e che potrà prevedersi persino la rinuncia del lavoratore ad impugnare la loro decisione (c.d. lodo) anche quando questa sia contraria a norme di diritto o a contratti ed accordi collettivi!
Il che significa, ad esempio, che in caso di licenziamento anche quando gli arbitri lo riconoscessero illegittimo, non sarebbero tenuti a disporre la reintegrazione, con buona pace dell’art. 18 e nulla potrà poi obiettare il lavoratore!
E non solo, perché nessun diritto indisponibile potrà più dirsi effettivamente tutelabile.
Oltre a queste misure la nuova legge ne introduce altre non meno significative:
- introduce una serie di decadenze pesantissime perché, quale che sia il tipo del contratto di lavoro a tempo indeterminato, a termine, a progetto, la sua risoluzione (anche oralmente disposta) deve essere impugnata entro sessanta giorni ed il relativo ricorso al giudice o all’arbitrato deve essere attivato entro i successivi 180 giorni. Negli stessi termini devono esser impugnate la cessione del contratto in caso di trasferimento d’azienda (dalla data del trasferimento) e la effettiva titolarità del rapporto in caso di somministrazione di lavoro irregolare (dalla data della sua cessazione).
La gravità di queste decadenza è facilmente intuibile: i lavoratori spesso scoprono in ritardo l’esistenza dei loro diritti (ad esempio che il termine del loro contratto non era valido, che la somministrazione del loro lavoro era irregolare, etc, che il loro passaggio ad altra azienda non era giustificato da un trasferimento di ramo d’azienda, etc,) altre volte ritardano anche solo ad informarsi presso il sindacato confidando nelle promesse di future riassunzioni,. Certo è che questa strettissima decadenza priverà moltissimi, e specie i lavoratori più deboli, di una possibilità di effettiva tutela.
- riduce il risarcimento del danno dovuto al lavoratore assunto irregolarmente a termine per il periodo in cui è stato privo di lavoro contenendolo nei limiti tra le 2, 5 mensilità e le 6, addirittura anche in relazione ai giudizi già in corso.
- elimina la necessità di ricorrere al tentativo di conciliazione ex art. 410, mantenuto come opzione possibile, ma gravato di obblighi di specificazione delle domande e delle loro ragioni (in analogia con quanto già previsto in materia di pubblico impiego) che ne appesantiscono l’utilizzo ed impongono, di fatto, già in quella fase la presenza del legale;
Oltre a questo disposto in via generale, vi sono poi nella legge altri vere “chicche” che dimostrano come il legislatore sia stato sensibile sì al “lavoro”, ma a quello delle lobbies.
E’ stata introdotta, infatti, con l’art. 50, una norma che pare colpire unicamente e clamorosamente solo i lavoratori di Atesia che, assunti irregolarmente come “Cococò”, non avevano accettato di rinunciare ai loro diritti pregressi a fronte della sola reintegra con un contratto a part time a 500 euro mensili loro offerta da Atesia prima del 30.9.2008. Ora, in forza di questa norma retroattiva anche chi di loro ha vinto in appello, ma ancora non ha una sentenza definitiva, perderà il diritto alla reintegra e agli stipendi perduti e dovrà accontentarsi di un minimo risarcimento (tra le 2,5 e le 6 mensilità)!
Lo scempio di un simile modo di legiferare risulta ben chiaro a tutti, prima però che le parti più pericolose di questa legge inizino ad operare vi è spazio per individuare iniziative di sensibilizzazione e di lotta che siano in grado di ostacolarne l’applicazione. Vale la pena di darsi da fare.
*Avvocato del lavoro

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Cronache dalla crisi

Sabato 20 febbraio, assemblea autoconvocata dal coordinamento milanese contro la crisi per unire le vertenze e fare tesoro di lezioni come quella della Innse. Leggi l'appello

«La crisi del capitalismo sta estromettendo dalle aziende migliaia di lavoratori e lavoratrici, dimostrando che tutti i settori vengono toccati da essa. È un fatto ormai evidente che i lavoratori, precari, disoccupati, studenti, stanno direttamente pagando le conseguenze di questa crisi strutturale, internazionale del capitalismo.
La chiusura di stabilimenti, delocalizzazione delle produzioni, licenziamenti dei precari, ristrutturazione della scuola e conseguente indebolimento e peggioramento qualitativo del sistema di formazione, aumenta e intensifica lo sfruttamento. Quanto sta succedendo ci pone come lavoratrici e lavoratori di fronte a delle scelte da condividere in modo trasversale a prescindere dalla sigle sindacali di appartenenza e non. Siamo di fronte ad un attacco che spinge tanti lavoratori ad iniziative di lotta mai viste prima per ribadire la volontà di resistere.
Assistiamo a forme di lotta che vanno al di là della proclamazione di scioperi e dell'occupazione di fabbriche esponendo i lavoratori personalmente senza le giuste tutele che li dovrebbero salvaguardare. L'esempio della INNSE è una battaglia vinta che ha ridato nuove energie a tutti noi per riorganizzare la resistenza nel paese.
Si rende dunque necessario creare una vera forma di solidarietà e partecipazione fra tutte le lotte dei lavoratori.
Da qui è importante e fondamentale costruire un movimento vero di lavoratori uniti contro la crisi che rimetta al centro la ripresa di una coscienza di classe capace di contrastare i licenziamenti, le speculazioni e le ristrutturazioni padronali, e che metta in discussione gli attuali rapporti di forza nella società.
Sulla base di queste considerazioni, emerse anche nella riunione nazionale di Roma del 23 gennaio, pensiamo sia necessario rafforzare ed estendere il coordinamento fra tutte le aziende in lotta nella provincia di Milano, per costruire iniziative comuni per rivendicare insieme:
• Il Blocco dei licenziamenti
• La fine delle speculazioni edilizie e finanziarie
• La riduzione del lavoro per lavorare tutti, a scapito dei profitti dei padroni
A tal fine convochiamo il 20 febbraio 2010 alle ore 18.00 al presidio di Lotta Maflow in via Boccaccio 1 Trezzano S.N. un'Assemblea generale di tutti i delegati e i lavoratori delle aziende in lotta e non
Per discutere del seguente Odg:
• Estensione e rilancio del coordinamento dei lavoratori contro la crisi
• Costruzione di una mobilitazione provinciale autorganizzata contro la crisi
Al termine panino con salamella a sottoscrizione e alle 22 concerto Jam con vari musicisti solidali, Musiche dal sud Italia, Cantautori, Balkanica.
Coordinamento Lavoratori Uniti Contro la Crisi: Maflow, Marcegaglia Buildtech, Omnia Service, Novaceta, Lares, Metalli Preziosi
Info: 3494906191 - 3495107754 - goam@hotmail.it

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Cronache dalla crisi

Alla notizia della chiusura degli impianti per 6 mesi, 300 operai di Alcoa sono partiti da Sulcis per bloccare l'aerostazione di Cagliari bloccando anche la pista. Il blocco è durato alcune ore. Anticipato al 2 febbraio l'incontro tra Palazzo Chigi e i vertici della multinazionale.

di Emiliano Viti

Stamattina l'esasperazione degli operai di Portovesme si è trasformata in rabbia. Dopo mesi di tira e molla, anche con manifestazioni a Roma, è arrivata in questi giorni la notizia da parte di Alcoa di fermare gli impianti per 6 mesi. Così oltre 300 operai con centinaia di autovetture sono partiti all’alba dal Sulcis e dopo aver percorso la statale 130 sono giunti nell’aeroporto del capoluogo che rimane tuttora bloccato. Dopo aver occupato il piazzale del parcheggio, hanno cercato di raggiungere la pista principale. Tafferugli sono così scoppiati sulla pista dell'aeroporto di Cagliari tra polizia e carabinieri in assetto antisommossa e operai che cercano di difendere il proprio futuro.

Gli operai, che hanno bloccato le partenze raggiungendo anche i gate dal 10 al 18 stanno continuando il presidio con bandiere e cori.

L'aerostazione potrebbe rimanere chiusa non solo oggi ma anche domani. La situazione tra l'altro rimane tesa fra le forze dell'ordine, che in tenuta antisommossa controllano tutto l'aeroporto, ed i lavoratori.

Questi ultimi vogliono richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica sulla loro situazione in attesa di avere risposte certe sul futuro dello stabilimento del Sulcis. «Le materie prime stanno finendo - hanno spiegato i sindacati - e senza alluminio la produzione si ferma. L'azienda ha deciso che il blocco partirà dal 6 febbraio e si teme la chiusura dell'impianto».

«Siamo pronti ad una manifestazione ad oltranza - hanno spiegato i rappresentanti sindacali - anche perché non vi sono segnali positivi sulla vertenza. Queste azioni di protesta servono per mantenere alta l’attenzione in vista del prossimo incontro fissato per il 5 febbraio».
Anche in altri stabilimenti sta salendo la tensione. Nello stabilimento Alcoa di Fusina, in provincia di Venezia, 400 lavoratori, è in corso uno sciopero. Sono stati bloccati i cancelli per impedire l'entrata e l'uscita dei camion delle merci, in modo da fermare la produzione del laminatoio. Secondo il segretario della Fiom Cgil di Venezia, Giorgio Molin, «la tensione davanti all'impianto è palpabile, anche perché, sostiene il sindacalista, l'azienda avrebbe tentato di far chiudere i cancelli, impedendo il ricambio dei lavoratori che si alternano nella protesta». Sulla strada davanti allo stabilimento gli operai hanno dato alle fiamme alcune pile di pneumatici.

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Cronache dalla crisi

In cinque mosse l'amministratore delegato di Corso Marconi riesce a dimostrare il funzionamento dell'attuale sistema economico e le sue evidenti iniquità. Intanto a Mirafiori è riuscito lo sciopero di quattro ore mentre si prepara la fermata nazionale del 3 febbraio

di Franco Turigliatto

L’amministratore delegato della Fiat Marchionne, con pochi e qualificati atti, ha spiegato in modo semplice, comprensibile a tutti, quale sia la natura del capitalismo.
Atto primo
Va negli Stati Uniti e si impadronisce della grande casa automobilistica Chrysler (in crisi) senza tirar fuori un soldo: pagano il governo americano (miliardi di dollari) e i lavoratori che perdono diritti e salari e che subiscono la chiusura di diversi stabilimenti produttivi.
Atto secondo
Sempre dagli Stati Uniti Marchionne annuncia che Termini Imerese sarà senz’altra chiusa perché non è redditizia. La Fiat, come tutte le aziende, deve fare soldi, non è un’opera pia; gli dispiace per i lavoratori che restano a casa, ma alle questioni sociali e a questi ultimi ci deve pensare lo Stato….
C’è da chiedersi, ma allora perché tenersi le imprese private se servono solo ad arricchire i soliti noti e a sfruttare i lavoratori usa e getta?
Atto terzo
La Fiat, nonostante un anno di gravissima crisi economica e la chiusura dei conti in rosso, distribuisce cospicui dividendi (237 milioni) ai suoi azionisti grazie al fatto che ha incassato milioni di euro con i soldi pubblici della rottamazione. Facile guadagnare coi soldi regalati dello stato e dei suoi contribuenti!
Atto quarto
Marchionne annuncia che 30 mila lavoratori Fiat saranno messi in cassa integrazione per 15 giorni, perché il mercato a gennaio ha subito una forte contrazione. Per garantire i profitti futuri i lavoratori devono ancora una volta subire una ulteriore riduzione dei loro già modestissimi salari, senza per altro avere alcuna garanzia sul futuro occupazionale.
Atto quinto
Mentre negli stabilimenti più a rischio di chiusura si moltiplicano le iniziative anche drammatiche di lotta, là dove si lavora e quando si lavora (vedi carrozzerie di Mirafiori) l’azienda impone ritmi e carichi di lavoro sempre più intensi e pesanti, lo sfruttamento selvaggio. Per questo oggi (27 gennaio) le lavoratrici e i lavoratori delle carrozzerie hanno realizzato con successo uno sciopero di 4 ore.
La domanda è retorica: è accettabile un sistema economico e sociale che sfrutta senza pietà la classe lavoratrice, che crea milioni di disoccupati e una precarietà dilagante, che taglia la spesa sociale e che usa le risorse dello stato per garantire i profitti ai privati e socializzare le perdite? A noi pare di no.

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