Topic “l'aquila”

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Tempi moderni

Grazie alle ordinanze di Protezione civile, si è aperta la strada a un team di affaristi con un piede nei paradisi fiscali. Pronti a speculare sulla ricostruzione de L’Aquila

Manuele Bonaccorsi (Da Left)

Dalle macerie dell’Aquila alla finanziarie del Lussemburgo la distanza non è poi così grande. E anche i ghiacciai del Gran Sasso e le spiagge caraibiche nel paradiso (fiscale) delle isole Cayman sono più vicine di quando possa sembrare. Se in mezzo ci sono fondi immobiliari e finanzieri navigati anche questo è possibile: speculare sulle macerie che ancora invadono la città colpita dal sisma del 6 aprile 2009. In mezzo le solite ordinanze della Protezione civile, una lettera a Silvio Berlusconi, il via libera di Tremonti ai miliardi dei fondi pensionistici e un ignoto uomo d’affari abruzzese, dal nome assai impegnativo: Antonio Napoleone.

Il finanziere emigrante
Ne ha fatta di strada, con quel nome, il nostro businessman. Da bambino insegnava l’inglese agli operai emigrati in Australia. Poi il ritorno in patria, a Sulmona, dove si laurea in Architettura col professore Pierluigi Properzi, aquilano, oggi vicepresidente dell’Istituto nazionale di urbanistica, molto impegnato nella progettazione della ricostruzione abruzzese. Alunno e docente iniziano a lavorare insieme, ma - racconta Napoleone - «alla fine degli anni ’70 senza appoggi politici si poteva fare ben poco». E quindi un nuovo viaggio, alla ricerca della sua vera ispirazione: la finanza immobiliare. Prima in Arabia Saudita, poi nell’Est Europa, dove la caduta del muro apre insperati spazi agli affari, in Albania, Russia, Romania. Il suo mestiere è quello del developer, lo sviluppatore, un privato che raccoglie fondi pubblici e privati per realizzare progetti immobiliari. Un finanziere che agisce nella zona grigia dove politica ed economia vanno a braccetto. In questo periodo Napoleone conosce un gruppo di imprenditori veneti, e con loro apre una società tutta sua, la Bpd propetry developpement, che continua a lavorare oltrecortina anche con finanziamenti della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo. Ma il vero salto avviene nel 2000, quando la Bdp trova un socio di eccezione: la Doughty Hanson & Co, multinazionale della finanza con un portafogli miliardario. Dall’incontro nasce la Europa Risorse Ips. Che nel 2009 fonda la Europa risorse Sgr, una società di gestione del risparmio. Che tramite un fondo immobiliare ha acquistato, nella città colpita dal sisma, 500 appartamenti da affittare agli sfollati. Grazie al prezioso sostegno delle ordinanze di Guido Bertolaso, allora commissario all’emergenza aquilana. Case preziosissime, nel desolante panorama del dopo terremoto, che Napoleone - presidente e ad della Sgr - si impegna a vendere solo dopo tre anni, ricavandone una rendita “equa”, del 3,5 per cento.

Ordinanze ad personam
«Dopo il sisma raggiunsi subito L’Aquila, per capire come dare una mano a quella terra a cui sentivo di dovere tutto e a cui ora potevo restituire qualcosa», racconta Napoleone. Nella città in emergenza il finanziere si dà da fare: «Ho scritto al premier Silvio Berlusconi e sto bussando a tutti gli operatori immobiliari», racconta Napoleone. «Mi candido a developer e anche advisor della Protezione civile», aggiunge su Tempi, giornale vicino a Comunione e Liberazione, il 18 maggio 2009. I diretti interessati aprono subito la porta: il commissario Bertolaso e l’allora prefetto di L’Aquila Franco Gabrielli (che oggi ha sostituito l’”uomo delle emergenze” al comando della Protezione civile) con una serie di ordinanze in deroga, fanno entrare il finanziere nel giro di quelli che contano. Nel capoluogo, preda negli ultimi anni di una febbre edilizia, ci sono migliaia di appartamenti sfitti. E troppi sfollati per lasciare le case vuote. La Protezione civile dichiara con l’ordinanza 3769 (15 maggio 2009) l’obiettivo di reperire «alloggi ad uso abitativo non utilizzati». Si immagina l’uso del potere di requisire gli immobili privati, misura giustificabile dinanzi all’emergenza. Ma i costruttori nella città pesano molto. Si preferisce stanziare un indennizzo per le imprese edili pari a 30mila euro per ogni casa in costruzione (ordinanza 3789, 9 luglio 2009) purché gli immobili vengano affittati agli sfollati. Poi, a settembre, il beneficio viene concesso anche a «fondi comuni di investimento immobiliare costituiti per l’acquisto di unità residenziali da adibire alla locazione per 18 mesi rinnovabili fino a 36». Per Napoleone c’è la copertura del contributo pubblico. E la fiducia di Bertolaso e Gabrielli è tale che, il 21 settembre 2009, l’ordinanza 3810 assegna proprio a Europa Risorse il compito di affiancare la Protezione civile nella ricerca di immobili da requisire: «Per lo svolgimento delle attività di supporto alle requisizioni di immobili il commissario è autorizzato ad avvalersi (…) della società di gestione del risparmio del fondo immobiliare costituito per il reperimento di nuove costruzioni da destinare alla locazione». In poche parole, il fondo immobiliare che cerca case vuote da acquistare aiuterà i tecnici della Protezione civile nella ricerca di case vuote da requisire. Che la società indicata nell’ordinanza fosse proprio quella di Antonio Napoleone lo specifica il giorno dopo, in un articolo sul quotidiano Il Centro, lo stesso Gabrielli: «I proprietari saranno convocati e se non si presenteranno la squadra composta da forza pubblica, Agenzia del Territorio ed Europa risorse, società che gestisce questi immobili in nome e nel conto del Comune, entrerà lo stesso». Nonostante il tono poliziesco di Gabrielli, come prevedibile, le requisizioni pubbliche non partono. In compenso Europa risorse riesce a costituire un primo portafoglio di appartamenti. Il 23 dicembre 2009, in un comunicato ufficiale, l’Sgr annuncia «la consegna, alla presenza del dr. Guido Bertolaso, delle prime abitazioni realizzate dal fondo Aq», gestito da Europa risorse. Oggi, secondo i dati della Protezione civile, gli inquilini di Aq sono 804, molto meno dei duemila prospettati dal finanziere. Ma Napoleone è riuscito nell’obiettivo: guadagnare la fiducia di chi gestisce denaro e potere a L’Aquila. Eppure per l’emigrante abruzzese si tratta solo del primo passo.

L’affarista smemorato
Che Napoleone faccia sul serio lo si può capire dalla composizione azionaria del fondo, forte di un capitale da investire di 100 milioni di euro. Su 1,5 milioni di euro di azioni la Bpd di Napoleone controlla 1.432.500 euro. La parte restante, 67.500 euro, viene acquisita dalla Carispaq, la banca aquilana diretta da Rinaldo Tordera che ha concesso al fondo anche un finanziamento pari al 60 per cento dell’investimento a un tasso stracciato, lo 0,4 per cento. La parte restante viene dalla Fimit (Fondi immobiliari italiani sgr) il cui ad è un uomo noto alle cronache finanziarie: Massimo Caputi. L’ultima sua disavventura fa ancora ridere i più traghettati uomini di borsa italiana: il 7 maggio 2008 Caputi dimentica in un albergo, a Milano, una busta contenete 45mila euro in contanti. Troppi per le spese personali, anche per gli amanti del lusso. Il commesso che li trova si spaventa e chiama la polizia. Gli inquirenti mettono sotto controllo il telefono di Caputi. Bastano pochi ascolti per capire che gli argomenti sono molto interessanti. Il 24 luglio del 2009 Caputi viene ufficialmente indagato dai magistrati di Milano. Le accuse sono pesanti: riciclaggio, aggiotaggio e ostacolo all’attività di controllo di Consob e Bankitalia. Sotto la lente finisce proprio la gestione della Fimit sgr che investe in fondi immobiliari ingentissime somme di denaro per conto delle casse pensionistiche Enasarco (medici), Inarcassa (ingegneri e architetti), Enpals (lavoratori dello spettacolo) e Inpdap (dipendenti pubblici). Una società così forte da mirare all’acquisizione di un colosso del settore, come la Pirelli Re, che Tronchetti Provera sembrerebbe pronto a dismettere. Caputi è uomo che conosce bene la politica. Nel suo curriculum figura anche la carica di ad di Sviluppo Italia, la holding pubblica creata dal governo D’Alema per attrarre investimenti nel Belpaese e la gestione della Grandi Stazioni Spa, incaricata della valorizzazione dei beni immobiliari di Fs insieme a colossi come Benetton, Caltagirone e Pirelli. Il rapporto con Caltagirone, d’altronde, è così stretto che Caputi rappresenta nel cda di Montepaschi il milionario romano durante il buio periodo delle scalate bancarie alla Bnl. Carica a cui l’affarista, anche’egli di origini abruzzesi, ha affiancato fino all’aprile 2010 quella di consigliere di Antonveneta. I cronisti riconoscono Caputi anche tra gli invitati d’onore al matrimonio tra Azzurra Caltagirone, la figlia dell’editore del Messaggero, e il leader dell’Udc Pierferdinando Casini. Come manager pubblico di Sviluppo Italia nel 2005 Caputi si occupa anche della vendita di Turismo Italia, che viene acquisita dal presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, insieme alla Mita Resort. La stessa società che ha acquisito a prezzo di saldo il controllo dell’Arsenale della Maddalena, l’albergo che avrebbe dovuto ospitare il G8 poi trasferito a L’Aquila, costruito dal duo Anemone-Balducci grazie alle ordinanze di Guido Bertolaso. Della stessa Mita Resort, Caputi è stato consigliere dal 2005 al 2010 e nel 2007 anche vice presidente, grazie al controllo di metà delle quote. Non solo: secondo L’Espresso la Mita Resort nel 2007 acquista dalla Lehman Brother un complesso turistico a Pula, nei pressi di Cagliari, chiamato Forte Village. E la Mita a chi cede, per 210 milioni, il gioiellino appena acquistato? Ai fondi immobiliari della Fimit. Il cui ad è lo stesso Caputi. Tra le innumerevoli operazioni immobiliari milionarie gestite dal finanziere ce n’è una che salta all’occhio. Nel 2006 un gruppo di attivisti di Action occupano in Via Cavour, a Roma, un immobile sfitto, denunciando un progetto di speculazione. In un’interrogazione parlamentare del 2007 emerge che il Fondo Beta della Fimit di Caputi ha acquistato l’immobile nel 2005 per 62 milioni. L’anno seguente lo rivende a 63,7 milioni a una nuova società, la Via Cavour srl, con sede a Milano. La società risulta di proprietà per il 51 per cento dello stesso fondo Beta della Fimit e per il 49 per cento della Doughty Hanson & Co. Nel cda della società, tra il 2007 e il 2008, siede proprio il proprietario della Bpd, l’inventore del fondo Aq di Europa Risorse sgr, Antonio Napoleone, lo sviluppatore.

Da Vicenza al Lussemburgo
Caputi e Napoleone si conoscono, forse, in quella occasione. Il primo ha rapporti con la politica e miliardi da investire. Il secondo porta in dote la Doughty Hanson, e la sua grandissima liquidità. La Doughty conosce bene l’Italia. Oltre a possedere una filiale a Milano, ha spesso investito nelle dismissioni dell’industria, in particolare con Fiat (Fl Selenia e Avio). La sua sede milanese rimanda a una società schermata, la Brac1 company, con sede alla Grand Cayman, George Town Mary street 87. La Dh controlla il 50 per cento del pacchetto azionario di Europa Risorse. L’altra metà è nelle mani della Bpd, la società fondata da Napoleone insieme ad alcune finanziarie venete: sono la Itaca Srl e la Tolfin srl di Conegliano (Tv), la Fiuminvest srl di Asiago (Vi), la I&M investments srl di Vittorio Veneto (Tv). Tutte impegnate nel settore finanziario e immobiliare. Un settore nel quale conviene avere le spalle coperte. Così il 14 febbraio 2007 i soci di Napoleone costituiscono in Lussemburgo una società anonima, la Box. I, con sede al 17 di rue Beaumont. Impresa che il 17 agosto 2010 viene assorbita da un’altra società anonima, la Tegola International, controllata dalla Tegola canadese, azienda di costruzioni con sede a Vittorio Veneto e con uno stabilimento in Russia.

La new L’Aquila
Che bisogno c’è di scomodare il principato di Lussemburgo per pochi appartamenti da affittare agli sfollati aquilani? Nessuno, se non fosse che Napoleone mira molto più in alto. Il finanziere abruzzese non nasconde i suoi progetti sulle aree più preziose dell’Aquila. Anche perché, come ha dichiarato in un recente convegno, alla presenza del sindaco Massimo Cialente e del responsabile della struttura tecnica di missione Gaetano Fontana «servono soldi dei privati. Fondi pubblici non ce n’è, inutile discutere». Il progetto è già pronto. E Napoleone l’ha rivelato nelle pagine di un libro, (Il diritto pubblico dell’emergenza e della ricostruzione in Abruzzo, editore Cedem) scritto insieme all’architetto dell’Inu Pierluigi Properzi e al parlamentare Udc Pierluigi Mantini, un ricco avvocato milanese originario dell’Abruzzo. Qui Napoleone si dice pronto a varare un nuovo fondo immobiliare, chiamato Aq1, per avviare progetti nel Corso Federico II, in pieno centro «dove l’edificio Ex- Standa è già stato opzionato da Europa Risorse». Poi propone la costruzione di villette, spazi commerciali, persino di un centro anziani, in uno degli insediamenti del piano C.a.s.e., probabilmente quello di Bazzano, il più popoloso. Infine sotto la lente del finanziere cadono due tra le zone più pregiate del territorio comunale: il campus Reiss Romoli, sede di un centro di formazione di Telecom chiuso dopo il sisma, e attualmente sede di aule universitarie, dove Napoleone propone di costruire 1500 residenze per studenti, un auditorium e spazi commerciali; e l’area di Collemaggio, a due passi da una delle più belle basiliche aquilane, dove aveva sede un ospedale psichiatrico, proprietà tutt’ora dell’Asl, che si è detta pronta a cedere l’area per ripianare il buco della sanità abruzzese. L’area, inoltre, ospita dall’autunno del 2009 lo spazio sociale Casematte, dove ha sede il comitato 3e32, uno dei più attivi nella città nel promuovere iniziative culturali, concerti e dibattiti pubblici. E sono proprio gli attivisti del 3e32 i primi ad aver indagato Europa Risorse e i suoi intrecci. Per i suoi nuovi progetti Napoleone immagina investimenti pari a 220 milioni di euro, con plusvalenze meno etiche rispetto al primo fondo: il 10-12 per cento.

Tremonti docet
Dalla parte di Napoleone c’è non solo la sua rete di rapporti con personaggi chiave. Ma anche una scelta del ministro dell’Economia Tremonti, che esercita la vigilanza sui fondi assicurativi e previdenziali pubblici e che controlla le azioni di una società chiave nella ricostruzione immaginata dal governo: la Fintecna SpA. Il decreto Abruzzo assegna la possibilità alla spa, proprietà del Tesoro, di acquisire la proprietà di immobili distrutti dal terremoto su cui sono aperti dei mutui, e di rivenderli dopo tre anni. Fintecna, con un’ordinanza di Protezione civile (la 3817) viene anche autorizzata ad acquisire azioni di Europa risorse Sgr. Il piano per la valorizzazione sembra già scritto, senza neppure interpellare Comune e cittadini, un contratto senza intermediari tra ministero dell’Economia e privati. Non solo. Un’altra ordinanza di Protezione civile (la 3820 del 12 novembre 2009) impone agli enti previdenziali pubblici «per il periodo 2009-2012» di destinare «in modo da garantirne la redditività - il 7 per cento degli stessi fondi ad investimenti immobiliari in via indiretta», ossia tramite fondi immobiliari. Una montagna di soldi pubblici per la ricostruzione che dovranno essere messi a profitto proprio dai privati. Solo dall’Inail potrebbero giungere a L’Aquila 1,7 miliardi di euro. Ma neppure un euro andrà ai risarcimenti degli sfollati. Napoleone, i finanzieri caraibici della Doughty Hanson e i loro soci veneti domiciliati in Lussemburgo sanno già cosa farne.

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Cricca economy

Dall'Aquila alla B2, gli affari del capitalismo dei disastri
di:
Manuele Bonaccorsi
Daniele Nalbone
Angelo Venti
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Tempi moderni

Gabrielli, Prefetto de L'Aquila, dopo aver dato dei "cialtroni" al popolo delle carriole, annuncia querela e denuncia penale nei confronti del settimanale Left e dei giornalisti Manuele Bonaccorsi e Angelo Venti, rei di un articolo sulle sue mosse per succedere a Bertolaso. Un pesante avvertimento a chi per primo, anche con il libro Potere assoluto, ha denunciato il funzionamento della Protezione civile

Giulio Calella

Franco Gabrielli, ex poliziotto, ex capo del Sisde, diventato il Prefetto de L’Aquila dal 6 aprile del 2009 per lavorare fianco a fianco con Bertolaso nell’emergenza e ricostruzione del capoluogo abruzzese, è su tutte le furie dopo aver letto un articolo del settimanale Left a firma Manuele Bonaccorsi e Angelo Venti.
Un prefetto successore, titola l’articolo, alludendo alle voci che lo danno alla successione di Bertolaso a Capo della Protezione civile, e comunque in attesa di divenire a breve il suo vice, come riportato da molti organi di stampa nei giorni scorsi.
E in fondo è proprio questo articolo a dare l’occasione a Gabrielli di svestire per un giorno i panni del poliziotto, e mettere quelli del politico. In una Conferenza stampa – fatto insolito per un poliziotto – annuncia una querela per i due giornalisti e per il direttore responsabile della rivista dichiarando di voler agire anche in sede penale per ottenere un ristoro commisurato al danno d'immagine subito.
L’articolo incriminato [che pubblichiamo di seguito] sottolineava come il controllore (Gabrielli) di colui che dirigeva i lavori per l’emergenza e la ricostruzione a L’Aquila (roba da circa un miliardo di euro) ha non solo accettato di buon grado che le sue funzioni di controllo fossero in gran parte esautorate, ma si è attivato più per denunciare i giornalisti che riportavano notizie inquietanti sulle ditte in appalto che le ditte stesse. Fino al caso di una ditta prima difesa a gran voce da Gabrielli a cui poi egli stesso ha dovuto ritirare il certificato antimafia.
Del resto anche subito dopo la notizia dell’inchiesta sugli appalti della Protezione civile, Gabrielli si è affrettato a dichiarare: «Con Bertolaso ho passato dieci mesi di intenso lavoro e ho apprezzato la sua integrità».
Per il rappresentante del Governo dell'Aquila l'articolo sarebbe il concentrato di «sommatorie, falsità, non conoscenza della legge, di preconcetti», volto a sostenere in termini diffamatori che il Prefetto avrebbe sottaciuto per conseguire un vantaggio di carriera, succedere a Guido Bertolaso.
Nella denuncia, ha detto Gabrielli, «prendiamo in esame tutte queste falsità, marchiane ignoranze della legge», sostenendo che la legge non riferisce al Prefetto «nessun compito nella gestione delle emergenze se non nella fase immediatamente precedente alla nomina del Commissario», e che è falso che dall’Ordinanza di Protezione civile sia disceso un allentamento dei controlli.
Gabrielli è stato nelle cronache nelle scorse settimane anche per aver cercato di impedire durante la campagna elettorale la manifestazione del “popolo delle cariole” – il movimento che denuncia la mancata ricostruzione del centro de L’Aquila – e per averli definiti per le loro contestazioni durante le commemorazioni ad un anno del terremoto «quattro cialtroni». Questo concetto ci tiene in effetti a ribadirlo anche nella Conferenza di oggi: «non mi pento assolutamente e lo ribadisco che chi dileggia un'assemblea elettiva e le più alte cariche dello Stato in un'assemblea convocata per commemorare delle persone morte, è un cialtrone». Invece chi chiede “massaggi” in cambio di appalti è da apprezzare per la propria integrità.
Non è forse un caso che Gabrielli si scagli con tale veemenza verso un piccolo settimanale come Left. Proprio Manuele Bonaccorsi su quella rivista è stato il primo a denunciare – ben prima dell’inchiesta sulla Protezione civile – l’enorme concentrazione di poteri del capo della Protezione civile, fino a scrivere – nel novembre 2009 – il libro da noi edito Potere assoluto, per lungo tempo unica voce critica verso l’operato di Bertolaso. Una querela insomma che sa tanto di avvertimento verso giornalisti che provano a raccontare la verità, e verso un movimento che denuncia i reali bisogni della popolazione aquilana.
A Left, al suo direttore responsabile, ad Angelo Venti, e naturalmente al “nostro” Manuele Bonaccorsi, va la nostra piena solidarietà.

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Tempi moderni

Le inchieste su Br e terrorismo. Il comando dei servizi segreti. Poi il governo lo manda a l’Aquila. Dove dovrebbe controllare gli appalti. Ma si scaglia contro le carriole. Biografia non autorizzata di Franco Gabrielli, il poliziotto che succederà a Bertolaso come capo della Protezione civile

Manuele Bonaccorsi
Angelo Venti [da Left]

Sono legati a doppio filo. Da quella mattina del 6 aprile, la frenetica riunione di governo che ha tracciato il futuro de L’Aquila. Guido Bertolaso, capo della Protezione, nominato commissario straordinario all’emergenza terremoto in Abruzzo; Franco Gabrielli, ex poliziotto, ex capo del Sisde, prefetto del capoluogo colpito dal sisma. Da allora hanno lavorato fianco a fianco. Rendendo indistingubili i loro ruoli. Gabrielli ha fatto tutto il possibile affinché controlli troppo indiscreti non rallentassero i lavori delle new town. Ha difeso il commissario quando le indagini della Procura di Firenze ne infagavano l’immacolata figura. Ha duramente definito «cialtroni» i carriolanti aquilani e ha minacciato di usare la forza contro di loro. Pedissequamente la Digos ha ubbidito, sequestrando tre pericolosi mezzi arrugginiti, guidati da altrettanti sfollati, denunciati. Dall’antiterrorismo all’ambiente intricato delle spie italiane, Gabrielli approda al sequestro delle carriole. «Farò tutto quello che il governo mi chiederà di fare, come succede da 24 anni», ha dichiarato recentemente il prefetto. Anche in questo uguale a Bertolaso: incorruttibile servitore dello Stato.

Ora arriva la giusta ricompensa, come affermano rumor sempre più insistenti e mai smentiti. Qualche mese da vicecapo del potentissimo dipartimento di Bertolaso, da apprendista stregone dei poteri d’ordinanza, quelli che permettono di derogare alle leggi ordinarie, paradosso dei paradossi per un poliziotto come lui. Poi, la nomina a successore di Superguido alla Protezione civile. Il cui compito dovrebbe essere «prevenzione e previsione delle calamità naturali». Materie sulle quali Gabrielli non è certo ferrato. Come dimostra la sua biografia.

Entrato in polizia nel 1985, si fa le ossa in provincia, nella noiosissima Digos di Imperia. Poi a Roma, dove sul campo dimostra grandi capacità: lavora, con ottimi risultati, sulle stragi mafiose del 1993. È lui a smantellare le nuove Br, catturando gli assassini di Massimo D’Antona, il giuslavorista ucciso nel 1999, e del poliziotto Emanuele Petri, nel 2003. Uno così lo Stato non può lasciarselo scappare. Ed ecco la nomina a capo del servizio centrale antiterrorismo, negli anni bui dello spauracchio al Queda. Anche qui, per i criminali non c’è scampo: nel 2005 Gabrielli può festeggiare l’arresto di uno dei terroristi dell’attentato alla metropolitana di Londra, Hamdi Adus Isaac. Ogni incarico un successo. Prodi se ne accorge, e nel 2006 lo nomina a capo del Sisde, nel difficile periodo della riforma dei servizi segreti. Col nuovo governo Berlusconi, però, finisce subito male. Gabrielli litiga con Maroni e il leghista non perdona: lo caccia via su due piedi, nel maggio 2008. Un anno in sordina e poi, il 6 aprile del 2009, la nomina che lo rilancia, anche grazie all’interessamento di Gianni Letta: prefetto dell’Aquila distrutta dal terremoto. In questo anno difficile, Bertolaso e Gabrielli lavorano fianco a fianco. Il primo dirige tutte le operazioni e gli appalti della prima emergenza e del Progetto C.a.s.e., le new town di Berlusconi. Roba da un miliardo di euro. Il secondo, come prefetto, dovrebbe vigilare sugli atti del commissario. Ma il prefetto viene dimezzato nelle sue funzioni dalla Dicomac, la nebulosa “Divisione di comando e controllo” creata dal dipartimento (e mai normata in nessuna legge) che esautora Gabrielli di buona parte dei suoi poteri di coordinamento. L’ex 007 non se ne lamenta. Con spirito di abnegazione si dedica alle poche funzioni che restano di sua competenza. In particolare il controllo sugli appalti e il coordinamento delle forze dell’ordine. Insomma, il prefetto Gabrielli è il controllore e Bertolaso il controllato. Ora il controllore sostituirà il controllato nel suo ruolo.

Tra i due, d’altronde, c’è molta simpatia. Gabrielli, quando si scopre che la Procura di Firenze indaga anche su Bertolaso per un giro di tangenti e appalti pilotati nella gestione del G8 della Maddalena, dice senza peli sulla lingua: «Con Bertolaso ho passato dieci mesi di intenso lavoro e ho apprezzato la sua integrità. Ci sono stati frangenti in cui, se solo avesse voluto, avrebbe potuto indirizzarmi verso una certa strada. Invece...»
Eppure per chi ha seguito le vicende aquilane, episodi poco chiari non mancano. A fine giugno sulla stampa esce la notizia che il movimento terra nel cantiere simbolo della ricostruzione, quello di Bazzano, era stato affidato a una ditta il cui titolare risultava socio anche di personaggi arrestati o coinvolti in indagini di mafia. Il prefetto Gabrielli interviene immediatamente: con piglio da poliziotto convoca una conferenza stampa per smentire gli articoli e difendere la ditta. Settanta giorni dopo, il prefetto si vede costretto a ritirare il certificato antimafia all’impresa, la Di Marco srl. A settembre altro colpo di scena: le forze dell’ordine rilevano in due soli cantieri la presenza di 132 ditte sospettate di “subappalto non autorizzato”. Il prefetto si mete subito in moto: emette un duro comunicato stampa. Ma non contro la Protezione civile, contro il giornalista che rende nota la notizia. Poi, a novembre, la Protezione civile emana un’ordinanza con la quale elimina retroattivamente il reato: in deroga alla legge, ogni subappalto di ritiene autorizzato automaticamente. La polizia se ne fa una ragione e smette di girare nei cantieri. Se nella questura Gabrielli ha fama di lavoratore infaticabile, da prefetto aquilano decide di prendersela comoda. Il decreto Abruzzo prevede strigenti controlli sugli appalti, per evitare infiltrazioni mafiose. Ma tutto rimane sulla carta. Lo stesso Gabrielli, a dicembre, ammette che gran parte di queste misure non vengono applicate. A dicembre, a cantieri quasi chiusi, manca ancora un decreto sulla «tracciabilità dei flussi finanziari» mentre solo l’11 novembre si riunisce per la prima volta la «Sezione specializzata del «Comitato di coordinamento per l’alta sorveglianza delle grandi opere», che dovrebbe aiutare il prefetto nel controllo sui cantieri.
Dinanzi agli allarmi del pool antimafia al lavoro in Abruzzo, infine, il prefetto da commissario si trasforma in pompiere. Quando a gennaio il pm Olga Capasso, lamentando la scarsezza di uomini e mezzi, dichiara che «sono tantissime le aziende in odore di criminalità che hanno operato in questa fase», Gabrielli ribatte: «Non si può parlare di un allarme generalizzato né di un sacco della città compiuto dalla criminalità organizzata. Il numero circoscritto dei casi finora emersi dimostra come alcuni sbarramenti posti dal legislatore abbiano sortito un primo effetto deterrente».

Un occhio chiuso sugli appalti gestiti da Bertolaso, uno bene aperto su chi ha il coraggio di lamentarsi. Il 26 marzo Gabrielli dichiara a Repubblica: «Nel giorno delle lezioni non possiamo consentire» la manifestazione del popolo delle carriole. «Si tratta di un’iniziativa politica». E aggiunge: «Saremo nostro malgrado costretti a far rispettare la legge con tutti i mezzi a disposizione. Anche con la forza». Per la cronaca, la giornata finisce con tre carriole sequestrate. Non male, come retata. Non contento, Gabrielli mette i panni del politico. Il 6 aprile, dinanzi ai fischi degli aquilani rivolti al messagio di Berlusconi, dichiara: «Sono solo quattro cialtroni». A giugno del 2009, in un incontro coi comitati dei cittadini, Gabrielli promette di rendere accessibili i campi, per svolgere assemblee e volantinaggi, vietati dal Dicomac. Ma la promessa rimane disattesa. Le tende rimangono simili a campi militari. «Anche in questo Gabrielli è del tutto vicino a Bertolaso. Continuerà nel percorso che ha reso la Protezione civile uno strumento di comando e controllo, militarizzazione e repressione», commenta Mattia Lolli, attivista aquilano del comitato 3e32.

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Tempi moderni

In migliaia entrano nel centro storico a rimuovere le macerie con le carriole nonostante il boicottaggio del sindaco. La città si sta scuotendo dallo shock e la favola berlusconiana comincia a svanire

di Stefano Frezza

E’ stata sicuramente una bella lezione di forza e di civiltà! Migliaia di cittadine e cittadini aquilani hanno risposto questa mattina all’appello lanciato dai comitati cittadini per rimuovere le macerie dal centro storico, nonostante l’ennesimo atto ostile del sindaco dell’Aquila che si è rifiutato di firmare l’ordinanza che avrebbe permesso l’accesso al centro storico.
Ad undici mesi dal sisma dello scorso 6 aprile le macerie ancora ingombrano tutte le strade e le piazze della città dell’Aquila e di tutti i paesi del “cratere”, non essendo stato fatto assolutamente nulla dalla protezione Civile prima e dalle amministrazioni locali poi per la loro rimozione.
Muniti di pale, secchi e decine di carriole, gli oltre tremila manifestanti hanno lavorato per ore nella centrale Piazza Palazzo, sede del Municipio e uno dei principali luoghi d’incontro del centro prima del terremoto – soprattutto per i più giovani.
Una attenta opera di selezione delle macerie è stata effettuata anche grazie al contributo attivo di tanti giovani tecnici ed esperti.
Attraverso una duplice catena umana centinaia di secchi carichi di carta, vetro, plastica, legno, mattoni e pietre, sono stati trasportati da Piazza Palazzo fino alla Piazza del Duomo; da qui è partito poi il corteo di cariole cariche solo di terriccio che, provocatoriamente, è stato scaricato davanti alla sede della Giunta regionale il cui presidente è commissario straordinario alla ricostruzione dallo scorso 1 febbraio.
La determinazione dei cittadini e delle cittadine è parsa chiara fin dall’inizio della manifestazione, quando è stato oltrepassato con forza lo sbarramento delle transenne e delle forze dell’ordine che avrebbero voluto far entrare nella zona rossa solo un piccolo gruppo di manifestanti.
Con la stessa determinazione si continuerà nelle prossime settimane il lavoro iniziato domenica mattina, fino a quando non sarà verata l’ordinanza per la rimozione delle macerie, premessa importante per poter pensare alla ricostruzione della nostra città.

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