Topic “Israele”

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Corrispondenze

In cambio della scarcerazione di un migliaio di detenuti politici palestinesi, verrà liberato il caporale israeliano Ghilad Shalit (nella foto). Invece rimarranno in prigione il leader di Fatah Marwan Barghouti e il segretario generale del Fronte Popolare Ahmed Sadat.

da Nenanews

Gerusalemme, 12 ottobre 2011, Nena News (nella foto dal sito haaretz.com il leader di Hamas Mashaal, il soldato Shalit e il premier israeliano Netanyahu) -Il governo Netanyahu ha approvato la scorsa notte (tre i voti contrari) l’accordo raggiunto con il movimento islamico Hamas che, in cambio della scarcerazone di poco più di mille detenuti politici palestinesi, vedrà la liberazione del caporale israeliano Ghilad Shalit, catturato da un commando palestinese nel 2006 nei pressi del valico di confine di Kerem Shalom e da allora prigioniero a Gaza. L’improvvisa accelerazione, dopo un lungo silenzio, è stata annunciata ieri nel tardo pomeriggio dalla televisione satellitare saudita al Arabiya e confermata poco dopo dai leader di Hamas e dallo stesso Netanyahu che ha telefonato ai genitori di Shalit per comunicare l’accordo raggiunto. Lo scambio avverrà in più fasi. Lasceranno le carceri israeliane anche palestinesi condannati all’ergastolo per attentati, ma non i due prigionieri politici più noti: il dirigente più carismatico e stimato del movimento Fatah Marwan Barghouti e il segretario generale del Fronte Popolare Ahmad Sadat. Alcuni dei rilasciati torneranno nei Territori palestinesi occupati mentre altri sembrano destinati all’esilio, almeno per ora. Ghilad Shalit invece sarà consegnato all’Egitto, per essere poi restituito a Israele in un secondo momento.
La scorsa notte migliaia di palestinesi a Gaza e in Cisgiordania hanno festeggiato l’accordo centinaia di famiglie attendono il ritorno dei detenuti a casa. La svolta improvvisa, un vero fulmine a ciel sereno, senza dubbio è frutto di un incrocio di interessi. Su Hamas ha pesato la necessità di recuperare terreno di fronte al calo del consenso interno a Gaza e di rispondere con un “successo” dal forte impatto popolare alle recenti iniziative diplomatiche del rivale presidente dell’Olp Abu Mazen. Ieri sera i dirigenti del movimento islamico descrivevano l’intesa come una “vittoria” sorvolando sul punto che prevede l’esilio per un certo numero di prigionieri che verranno scarcerati. Senza contare la mancata liberazione di Sadat e Barghouti. Soddisfatto anche Netanyahu che recupera consensi in casa, dopo una estate di manifestazioni popolari contro la politica economica del suo governo. Il premier israeliano grazie alla visibilità internazionale che gli darà l’intesa su Shalit, proverà anche a far passare in secondo piano la richiesta di adesione alle Nazioni Unite dello Stato di Palestina presentata il mese scorso. Nena News

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Corrispondenze

Le rivoluzioni arabe hanno fatto sentire il loro respiro anche in Palestina. La possibile dichiarazione di “indipendenza” e la nuova generazione della resistenza palestinese. Dal numero di Guerre&Pace appena pubblicato

Piero Maestri

La primavera delle rivoluzioni arabe è arrivata anche tra le/i palestinesi, sia nei territori occupati nel ’67, che in Israele e nella diaspora, in particolare grazie ad una nuova mobilitazione delle giovani generazioni.
Naturalmente il contesto palestinese è profondamente diverso da quello degli altri paesi della regione, per la presenza dell’occupazione israeliana e la mancanza di uno stato. Quello che invece rende paragonabili la condizione dei giovani palestinesi e degli altri paesi arabi sono la difficile situazione economica e i processi di espropriazione politica da parte delle autocrazie arabe, che nei territori occupati prendono la forma dell’Anp in Cisgiordania e del “governo” di Hamas nella Striscia di Gaza.

IL LAVORO NEGATO
I dati economici e della vita di tutti i giorni sono in progressivo peggioramento.
Una ricerca dell’Unrwa parla di un tasso di disoccupazione nella Striscia di Gaza pari al 46% (il più alto del mondo), mentre il livello degli stipendi è calato del 34,5 percento rispetto ai livelli del 2006; oltre 260mila persone su 1,5 milioni di abitanti, sono senza lavoro e vivono grazie agli aiuti umanitari. Allo stesso tempo dal 2007 il pubblico impiego è aumentato del 20%, beffarda ironia di un embargo che avrebbe voluto “colpire Hamas” (anche se ovviamente nessuno ci crede...), rilevata anche dal portavoce del Unrwa Chris Gunness che sostiene “se l’obiettivo del blocco israeliano era quello di indebolire l’amministrazione di Hamas, l’aumento degli impiegati pubblici suggerisce che quel obiettivo è stato mancato”.
In Cisgiordania la disoccupazione nella seconda metà del 2010 è arrivata al 25%, rispetto al 23.6% dello stesso periodo del 2009 e anche i salari medi sono calati del 2.61%.
Anche in questo caso ci si scontra con la tragica ironia del “boom economico” apparente palestinese, trascinato dall’aumento delle costruzioni e dall’apertura di bar e ristoranti a Ramallah e di una crescita del Pil basata sui fondi donati dall’estero piuttosto che su una crescita reale.
Interessante – perché mette in luce una delle contraddizioni dell’occupazione - il dato sui lavoratori palestinesi nelle colonie israeliane della West Bank. Secondo l’Ufficio centrale palestinese di statistica, il 14,2% della forza lavoro palestinese è stata impiegata nelle colonie durante il 2010, in aumento rispetto al 13,9% del 2009 – si tratterebbe di 28mila lavoratori, di cui 18mila con permessi speciali, impiegati principalmente nelle zone industriali, mentre altri 10mila sarebbero impiegati senza permesso nelle zone agricole della Valle del Giordano. Da notare che il salario medio giornaliero è pari a 76,9 Nis (circa 15 Euro) in Cisgiordania e 46,2 (10 Euro) a Gaza, mentre un lavoratore palestinese nelle colonie guadagna mediamente 150 Nis al giorno (30 Euro). Differenze enormi esistono però tra il salario dei lavoratori con permesso e quello di chi non lo ha. Secondo i dati dell’associazione israeliana per i diritti dei lavoratori “Kav Laoved”, il salario medio giornaliero dei lavoratori nella Valle del Giordano oscilla tra 60 e 80 Nis, vicina alla media della Cisgiordania, subendo inoltre cattive condizioni di lavoro.
Ancora una volta i palestinesi svolgono il ruolo di manodopera a buon mercato per le colonie israeliane.

NEOLIBERISMO IN SALSA PALESTINESE
Come avviene per tutti gli altri paesi del medioriente e del Nord Africa, anche nei confronti della Palestina aumentano le pressioni di Fondo monetario internazionale e Banca mondiale affinché sia seguito il sentiero tracciato dal dogma neoliberale. Già nel 1999 il “Council on Foreign Relations” statunitense, insieme a esperti palestinesi, sosteneva che “le riforme per un buon governo, lo stato di diritto e politiche che assicurano un adeguato clima per gli investimenti sono precondizione dell’indipendenza palestinese” (il corsivo è nostro).
Il rapporto del 2011 del Fmi su Cisgiordania e Gaza saluta positivamente la crescita “prevista del 8%” del Pil e le vigorose riforme istituzionali nel settore finanziario e della finanza pubblica. Bontà sua, il Fmi è costretto a riconoscere che questa sarà una crescita vana “senza un’ulteriore riduzione delle restrizioni israeliane”.
Queste raccomandazioni di Fmi e Banca mondiale sono alla base dell’azione politica del “primo ministro” dell’Anp Salam Fayyad, che proviene proprio dagli ambienti finanziari internazionali. La sua strategia è quella di costruire le istituzioni palestinesi – politiche, amministrative, economiche e finanziarie – malgrado l’occupazione israeliana e prima di un contrasto a questa e di farlo in costante rapporto con gli Usa e le istituzioni di Bretton Wood, cercando di garantire ai territori palestinesi un posto nella mondializzazione capitalista come strategia per avere alla fine il riconoscimento di uno stato. Una strategia che finora non ha portato ad alcuna novità sostanziale sul piano internazionale e non ha realmente modificato le condizioni delle/dei palestinesi.
In questo senso è però necessario insistere sulle principali responsabilità israeliane, che mantengono una quasi totale chiusura a Gaza - dove proseguono un vero e proprio embargo e un blocco navale illegale, mentre l’apertura del valico di Rafah (da parte egiziana) al passaggio delle persone è solamente parziale - e un controllo sui commerci della Cisgiordania, dove l’economia palestinese (come la vita) viene quotidianamente colpita dalle continue espropriazioni di terre, dagli attacchi dei coloni ai campi e alle coltivazioni e dal Muro dell’Apartheid, come riconosce Christopher Gunnes, secondo il quale “l’occupazione israeliana e le sue infrastrutture, come le colonie, le strade che violano e dividono la terra palestinese, la violenza dei coloni e il Muro in Cisgiordania hanno lavorato per restringere le possibilità dei palestinesi in generale e dei rifugiati in particolare”.

LA FINZIONE DEI NEGOZIATI
A questo peggioramento delle condizioni economiche della popolazione palestinese, corrisponde sul piano politico internazionale una situazione di stallo. I cosiddetti “negoziati” praticamente non esistono, per volontà esplicita del governo Netanyahu che preferisce proseguire con la politica dei fatti compiuti, trovando ogni volta un motivo nuovo per gettare la responsabilità del blocco... sui palestinesi. L’ultima trovata è quella della aut-aut verso Abu Mazen affinché scelga tra “unità con Hamas o negoziati”, perché Israele non sarebbe disponibile a negoziare con una Autorità palestinese al cui interno ci siano i “terroristi di Hamas”. In realtà Netanyahu non ha mai negoziato nemmeno con l’Anp senza la presenza di Hamas...
Ma il blocco dei negoziati non è la conseguenza di avvenimenti dell’ultimo periodo o a particolari contingenze politiche internazionali. La strategia del governo israeliano è sempre quella di rendere impossibile qualsiasi negoziato e qualsiasi nascita di uno stato palestinese indipendente. Una strategia che passa dalle continue finzioni diplomatiche sul piano internazionale e dall’accelerazione del processo di espropriazione delle terre palestinesi e della loro colonizzazione, così come dall’aumento della costruzione degli insediamenti illegali, della decisa “ebraicizzazione” della politica e della società israeliana e dalla “normale” prassi militare dell’occupazione israeliana..
Molti sono gli esempi di questa politica. Ci limitiamo a due.
Il giorno in cui scriviamo questo articolo due giovani palestinesi sono stati uccisi dalle forze di “sicurezza” israeliane a Qalandya. Le modalità sono sempre le stesse: l’esercito entra nei territori occupati per arrestare giovani palestinesi e di fronte al lancio di pietre risponde con il fuoco. Uno dei due giovani è morto per un colpo alla schiena, come altri feriti.
Sul piano della politica di colonizzazione, la popolazione dei coloni che vivono negli insediamenti illegali (in accordo alle norme di diritto internazionale si intendono qui per illegali tutti gli insediamenti costruiti in Cisgiordania e Gerusalemme est, occupate nel 1967) ha raggiunto ormai la cifra di 500.000. un terzo circa dei nuovi coloni ogni anno è formato da cittadini che provengono dal territorio dello stato di Israele.

OBAMA E I DUE STATI
Nonostante questa situazione - alla quale va aggiunta una maggiore presenza economica internazionale dello stato di Israele, che aumenta il proprio interscambio in particolare nei settori tecnologici e bellici – il governo israeliano non dorme sonni tranquilli e non riesce a dare il colpo definitivo alle speranze palestinesi.
La strategia israeliana si infrange contro la resistenza della popolazione palestinese (e le nuove mobilitazioni non armate) e contro la nuova dinamica politica degli stati arabi.
Il governo israeliano ha mostrato fin dai primi giorni della rivoluzione egiziana una forte preoccupazione per la possibile caduta del regime dell’amico Mubarak e non ha nascosto questa sua preoccupazione. Allo stesso modo non è particolarmente tranquillo per la rivolta siriana, perché anche il regime di Bashar El Asad è fattore di equilibrio regionale e non è chiara quale dinamica possa nascere dalla sua eventuale caduta. Una posizione chiaramente espressa dal solito Barak con tutta la sua carica razzista sul “Corriere della sera” del 17 maggio scorso quando afferma che il risultato delle rivolte arabe sarà “nel futuro immediato, il caos. A lungo termine, forse qualcosa di buono... in molti paesi l'esercito è diventato il pilastro della democrazia, perché la società araba non è pronta a una democrazia: non puoi aspettarti che emerga un Havel o un Walesa. E'emozionante che la gente alzi la testa, fra una generazione s'arriverà a un miglioramento. Ma intanto? Arrivano i Fratelli musulmani. O Stati caotici come il Libano”.
Allo stesso tempo i dirigenti israeliani sono infastiditi e preoccupati dalla crescita nel mondo della campagna di “boicottaggio, sanzioni e disinvestimento”, non tanto per il prezzo economico che per il momento non stanno ancora pagando, ma perché raggiunge sempre nuovi settori e riesce a colpire l’immagine israeliana a livello internazionale. Anche per questo la Knesset ha da poco approvato la “Boycott Bill”, legge grazie alla quale saranno sanzionate tutte le persone e le organizzazioni che inviteranno al boicottaggio di Israele e delle sue colonie nei territori palestinesi occupati. In base alla legge Israele potrà chiedere un risarcimento di 50mila shekel (circa 10mila euro) per i danni finanziari provocati dal boicottaggio economico, culturale e accademico e prevede la revoca delle esenzioni dalle tasse e dei benefici legali e economici a tutti quegli individui, gruppi israeliani e istituzioni accademiche e culturali che sostengono il boicottaggio del proprio stato, così come verranno penalizzate le compagnie e società economiche israeliane che decideranno di mettersi al servizio dell’Anp e che accetteranno di lavorare con compagnie palestinese.
Malgrado questa politica israeliana, il presidente Nobel per la pace ha deciso di venire in aiuto del governo israeliano, stigmatizzando la possibilità che la delegazione palestinese proclami l’indipendenza alla prossima assemblea generale delle Nazioni unite, provando a rassicurare i regimi arabi con una proposta di pace obsoleta e senza alcuna possibilità di essere davvero applicata.
Una proposta che prevederebbe la nascita di uno stato palestinese su confini stabiliti “sulla base” della linea dell’armistizio del 1949 (quindi non è l’applicazione della Risoluzione 242), non prevede la chiusura degli insediamenti illegali e rimanda qualsiasi soluzione sui Gerusalemme e sul diritto al ritorno dei profughi palestinesi.
La proposta di Obama è un tentativo di rimettersi al centro della politica mediorientale dopo le rivoluzioni tunisina ed egiziana (e l’intervento militare in Libia e Bahrein), evitando la proclamazione dell’indipendenza palestinese e cercando di tendere la mano ai sauditi e ai “nuovi” governanti egiziani.

QUALE INDIPENDENZA?
Ma è davvero così pericolosa per Israele la “dichiarazione di indipendenza” palestinese?
Dal punto di vista pratico non cambierà nulla sul terreno. L’obiettivo della dirigenza di Fatah è però quella di guadagnare un maggiore sostegno internazionale che spinga per una ripresa dei negoziati e in qualche modo rimetta l’Anp nel gioco mediorientale, grazie in particolare all’appoggio di egiziani e sauditi, che si sono mostrati interessati a questa mossa. Come riporta l’ottima agenzia Nena News “in un editoriale apparso sul ‘Washington Post’, il principe Turki al-Faisal, che fu capo dei servizi segreti sauditi e ambasciatore negli Stati uniti, ha scritto che ‘è giunto il momento che i palestinesi bypassino gli Stati uniti e Israele, e cerchino l’appoggio diretto della comunità internazionale al loro Stato presso le Nazioni unite’... Egli ha anche detto che ‘...il regno saudita potrebbe usare il suo considerevole potere diplomatico per sostenere i palestinesi nella loro ricerca di un riconoscimento internazionale. I leader americani hanno da tempo definito Israele un alleato ‘indispensabile’. Presto impareranno che ci sono altri attori nella regione – non ultima la piazza araba – che sono ugualmente ‘indispensabili’, se non di più’”.
Con questa mossa l’Anp palestinese cerca di riguadagnare la popolarità sempre più in ribasso tra la sua stessa popolazione, facendo appello all’orgoglio palestinese e alla necessità di battere le resistenze israeliane e statunitensi.
Una politica che non va però oltre la solita ambiguità della dirigenza di Fatah e che non potrà nascondere per molto la totale mancanza di una strategia complessiva di liberazione e di resistenza all’occupazione. Limiti che mostra lo stesso Hamas, su altri piani, non interessato alla dichiarazione di indipendenza ma non intenzionato a boicottarla – sia per non contrastare un possibile consenso popolare che per evitare frizioni con i governi arabi.
Il riavvicinamento – per ora incompiuto – tra Fatah e Hamas avviene anche in seguito alle trasformazioni che si sono aperte nel mondo arabo, oltre che per la fondamentale spinta delle/dei giovani palestinesi e del loro movimento di protesta.
Al momento questo processo unitario si scontra con le opposte volontà: da una parte Hamas vuole arrivare a nuove elezioni con un diverso governo, senza Salam Fayyad e spera che si apra una riforma dell’Olp che finalmente faccia entrare il movimento islamico nelle sue fila; dall’altra parte Fatah vuole un maggiore appoggio alla sua strategia internazionale e chiede una fiducia “in bianco”, cercando maggiori appoggi arabi che renderebbero più difficile la vita ad Hamas.
Anche questo processo è segnato da forti ambiguità, perché la necessaria unità – fortemente richiesta dalle piazze palestinesi – potrebbe rivelarsi solamente un accordo di vertice tra le due forze politiche maggioritarie, lasciando fuori di fatto le altre forze palestinesi (in particolare le sinistre) ma anche il movimento giovanile che chiede una decisa svolta nella politica palestinese – e la rifondazione della rappresentanza dell’intero popolo palestinese.

RESISTENZA PALESTINESE
Una svolta necessaria affinché le iniziative palestinesi di resistenza all’occupazione possano avere un quadro “nazionale” e unitario nel quale svilupparsi e possano avere un respiro che renda possibili nuove relazioni tra i diversi settori del popolo palestinese.
Perché in questi mesi diverse sono state le esperienze di una resistenza che sta sempre più assumendo i caratteri dell’iniziativa di massa e non armata – un carattere che rende ancora più preoccupati e feroci i dirigenti israeliani, come dimostra ancora l’intervista di Ehud Barak quando dichiara che “i palestinesi hanno cambiato strategia: basta kamikaze, ora fanno i Gandhi...”..
Questa resistenza è caratterizzata dalla tenace sfida quotidiana degli abitanti di Bi’lin e Ni’lin all’espropriazione e la colonizzazione israeliane sul territorio; dalle manifestazioni delle/dei giovani palestinesi del “movimento 15 marzo”, che spesso sono le/gli stesse/i che danno vita alla campagna Bds e al “Gaza Freedom Movement”; dalle proteste del giorno della Nakba lo scorso maggio, quando migliaia di profughi palestinesi da libano, Giordania e Siria hanno manifestato ai confini dai quali sono stati espulsi nel 1948, così come hanno fatto i rifugiati in Europa e Stati uniti; e ancora il tentativo di “Welcome Palestine” di riportare nei territori palestinesi gli stessi profughi insieme a attivisti della solidarietà internazionale.
Iniziative alle quali Israele ha risposto con fermezza e spesso con stizza – riuscendo a coinvolgere in questa vergognosa risposta (come anche nel caso della Flottilla 2) anche governi europei. Ma questa stessa risposta denota appunto che la vicenda palestinese non è chiusa e che il vento delle rivoluzioni arabe potrà soffiare ancora in Palestina, con il sostegno di una rinnovata solidarietà internazionale.

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Perché un tale crimine che sembra addirittura controproducente? Perché vige il vecchio slogan di Golda Meir: "Non importa quello che dicono i gentili, ciò che conta è ciò che gli ebrei stanno facendo". La leadership israeliana, arrogante e razzista, si barrica dietro lo scontro di civiltà. Fallendo e acuendo il conflitto con gli Usa (nella foto: Nethanyau e Barak)

Michael Warshawsky

Un atto di pirateria, un crimine di guerra, una palese violazione del diritto internazionale, l'assassinio di civili disarmati - ogni definizione usata dai media internazionali nel corso delle ultime 30 ore è vera e allo stesso tempo aggira il punto. L'operazione omicida israeliana è, infatti, l'espressione del nuovo modus operandi di Israele. E come tale è spaventosa.

In tutto il mondo, uomini e donne si chiedono: perché? Perché un tale crimine che sembra completamente disfunzionale e addirittura controproducente? Perché provocare una grave crisi con un paese alleato, come la Turchia? Perché mettere in difficoltà l'Unione europea che sta cercando di rivalutare la funzione di Israele nel mercato europeo? Perché provocare e scioccare tutta la comunità internazionale?

Al fine di comprendere l'apparentemente irrazionale comportamento israeliano si deve tornare a un anno e mezzo fa, al massacro dei palestinesi di Israele nella Striscia di Gaza nel dicembre 2008-gennaio 2009. Questa aggressione contro Gaza, i bombardamenti e cannoneggiamenti di una città dove vivono un milione di uomini, donne e bambini, avevano provocato uno shock unanime in tutto il mondo, e reso lo Stato di Israele, agli occhi di centinaia di milioni di persone, un Stato canaglia senza alcun rispetto della vita umana e del diritto internazionale.

La decisione strategica di Israele era quello di divorziare dalla comunità internazionale e di ignorare l'opinione pubblica internazionale. Torna il vecchio slogan di Golda Meir: "Non importa quello che dicono i gentili, ciò che conta è ciò che gli ebrei stanno facendo". Due o tre anni più tardi, Israele è stato sorpreso e sconfitto dagli eserciti arabi, e solo gli aiuti d'urgenza massicci da parte "delle genti" - in questo caso gli Stati Uniti - hanno salvato Israele da ciò che la stessa Golda Meir definì "la distruzione del Terzo Tempio" .

Una tale strategia isolazionista può funzionare solo se gli Stati Uniti sono dietro Israele, e ovviamente lo sono. Ma gli Usa sono anche molto in collera con i leader israeliani, che non sono affatto pronti ad adeguare le loro politiche agli interessi globali degli Stati Uniti, in particolare il rifiuto di Benjamin Netanyahu di congelare le attività di insediamento in Cisgiordania. E ora i governanti israeliani stanno creando una situazione di crisi con il secondo più importante alleato di Washington nel Mediterraneo orientale, la Repubblica turca.

La cooperazione tra la Turchia e Israele è al centro del dispiegamento militare della NATO nel nostro territorio e mettere in fibrillazione questa alleanza strategica potrebbe avere risvolti drammatici per la politica di sicurezza americana. Un atto di aggressione contro la Turchia è, infatti, un attacco contro gli interessi Usa in Asia occidentale. A differenza dell'apparato militare di Israele, ben cosciente di questa realtà, i politici israeliani sono ancora intrappolati nella concezione neoconservatrice di uno scontro di civiltà.

Anche se la Turchia è uno Stato laico e non-arabo, il fatto che abbia una popolazione musulmana lo ha reso, per l'ignorante e razzista leadership di Israele, parte della minaccia arabo-musulmana, parte del campo barbaro che minaccia "la civiltà giudaico-cristiana".

Armato di una tale "analisi", Ehud Barak - ancora lui! - ha deciso di dare alla Turchia, e al mondo intero, una lezione. Come al solito, Barak ha perso la scommessa e Israele dovrà pagare un prezzo pesante a causa sua e della sua autistica arroganza. Parte del prezzo sarà una maggiore dipendenza dagli Stati Uniti e una maggiore accondiscendenza alle richieste della Casa Bianca. In un certo senso, i palestinesi possono essere i vincitori in questo fiasco israeliano, se la loro leadership saprà come giocare la partita. Saprà?

Quasi liberi gli attivisti internazionali

Tel Aviv, 02 giugno 2010, Nena News – Israele espellerà, probabilmente tutti entro oggi, i 679 gli attivisti internazionali che ha sequestrato in mare nella notte tra domenica e lunedì al termine del sanguinoso assalto che ha compiuto contro sei navi della «Freedom Flotilla» diretta a Gaza, in cui sono rimasti uccisi nove civili (quattro dei quali turchi). Lo ha annunciato oggi il ministero degli esteri israeliano.

Un centinaio di attivisti – di paesi arabi e islamici che non hanno relazioni con Israele – è già stato espulso verso la Giordania. Nelle prossime ore partiranno con tre aerei circa 300 pacifisti turchi e nel corso della giornata tutti gli altri, tra i quali sei italiani. La decisione è stata presa ieri sera dal primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu di fronte alle pressioni e dure condanne internazionali per l’attacco compiuto in acque internazionali contro un convoglio carico di civili e di aiuti umanitari destinati alla popolazione di Gaza sotto embargo.

Israele, scrive oggi il quotidiano di Tel Aviv Haaretz, ha «rinunciato» a processare una ventina di attivisti che accusa di aver «aggredito» i suoi soldati durante il blitz di domenica notte.

Intanto il Nicaragua ha sospeso i rapporti diplomatici con Israele di fronte, ha spiegato il governo di Managua in un comunicato, «all’illegalità dell’attacco alla missione umanitaria», che ha rappresentato «una chiara violazione della legge internazionale e del diritto umanitario». Il Nicaragua ribadisce inoltre il suo sostegno «incondizionato al popolo palestinese».(red) Nena News

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Israele si prepara a abbordare la prossima nave dei pacifisti in rotta verso Gaza. Dall'imbarcazione non si fanno intimide e dicono di "essere pronti a affrontare pacificamente i soldati israeliani". Intanto continuano le proteste e le pressioni per la liberazione dei pacifisti arrestati. (in allegato video-diretta dal sit-in a Roma, all'ambasciata israeliana)

Nena News

«La Rachel Corrie sta andando verso Gaza e non si fermerà. Siamo gente normale, molti di noi non sono nemmeno più giovani e certo molti sono spaventati, ma non ci fermeremo. Non portiamo armi, tutti a bordo hanno firmato una dichiarazione che dice che non portano armi con sè. Se (gli israeliani,ndr) arrivano, ci stenderemo sul ponte della nave a mani alzate e ci faremo arrestare». Lo ha dichiarato a CNRmedia Mary Hughes, del coordinamento «FreeGaza».

Israele sostiene che sono due le imbarcazioni pacifiste che si stanno dirigendo verso Gaza e il vice ministro della difesa Matam Vilnai ha ribadito che le forze armate interveranno di nuovo. Stavolta però, spiegano i media israeliani, non verranno attuati blitz armati, come quello dell’altra notte sfociato in una strage, ma verranno usate tecnologia e altri sistemi, non meglio precisati per bloccare le navi.

«Non ci faremo intimidire – ha proclamato Hughes – loro hanno il potere, le armi, gli elicotteri, le navi da guerra, sappiamo che possono fermarci, che possono arrestarci e anche ucciderci, ma ogni volta che lo fanno scopriamo che ci sono sempre più persone che vogliono arrivare a Gaza. Continuiamo a ricevere telefonate di gente che ci chiede quando organizzeremo i prossimi viaggi ». (red) Nena News

Intanto, tornano ad intervenire le Ong italiane che operano nei Territori occupati palestinesi dopo l’uccisione di 9 attivisti internazionali a bordo delle navi della Freedom Flotilla compiuta dalle forze armate israeliane in acque internazionali. Chiedono che il governo italiano assuma una posizione chiara di denuncia del crimine israeliano, affinché le due navi pacifiste ancora in mare possano raggiungere il porto di Gaza.
“Chiediamo inoltre – spiegano in un comunicato - che l’ambasciata italiana a Tel Aviv e il consolato italiano di Gerusalemme annullino i festeggiamenti previsti il 2 e 3 Giugno in rispetto dei morti e dei tre giorni di lutto dichiarati nei Territori occupati palestinesi dove noi Ong lavoriamo”. Le Ong italiane inoltre hanno richiesto un incontro con il viceministro degli esteri Stefania Craxi che sara’ in visita in questi giorni in Cisgiordania.

“L’attacco alla Freedom Flottilla ci riguarda direttamente”, dichiara Martina Iannizzotto, dell’Ong ACS, “riguarda il nostro ruolo ed il nostro lavoro. A bordo della nave ci sarei potuta essere io, ci sono amici. Le navi trasportano materiale umanitario, fondamentale per il nostro lavoro, che a causa del blocco israeliano non entra a Gaza, o solo attraverso i tunnel con l’Egitto”
“La Freedom Flotilla – aggiune Iannizzotto – lanciava al mondo il messaggio che Gaza e’ sotto assedio e l’assedio deve terminare. Le stesso messaggio che ripetono l’Onu e l’Unione Europea. Mentre il governo israeliano dichiara che a Gaza non esiste una crisi umanitaria, le Nazioni Unite affermano che oltre il 60% della popolazione di Gaza e’ a rischio di sicurezza alimentare, come noi che ci lavoriamo sappiamo bene”.

“L’attacco ed il bagno di sangue di civili da parte dell’esercito israeliano è un atto illegale di una gravita’ inaudita – conclude la cooperante italiana - Le ong italiane si sono associate alla giornata di lutto dichiarata nei Territori occupati palestinesi e chiedono alle autorita’ italiane (a Tel Aviv Gerusalemme) di cancellare i festeggiamenti per la festa della repubblica del 2 giugno”. (red) Nena-News

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Niente commercializzazione per prodotti provenienti dalle colonie nei Territori occupati. Non si tratta di ragioni ideologiche, spiega l'azienda ma solo di non chiarezza sul luogo di provenienza. La Campagna Stopagrexco parla di un primo successo e invita a congratularsi con la Coop.

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La notizia è apparla su alcuni tra i maggiori giornali israeliani, Ynet e Haaretz, e costituirebbe un successo per la campagna di solidarietà con il popolo palestinese. La Coop, e la Conad, hanno infatti sospeso la commercializzazione dei prodotti provenienti dalle colonie israeliane nei territori palestinesi occupati. Quindi, nente più agrumi e datteri «made in colonie israeliane nei territori palestinesi occupati» sugli scaffali di Coop e Noardiconad, il gruppo che fa da centro di acquisto e distribuzione di Conad nel nord Italia. Le due grandi catene italiane di supermercati, Coop e Nordiconad, hanno infatti deciso di sospendere la vendita di merci della Agrexco, principale azienda esportatrice israeliana di prodotti agricoli. La società israeliana commercializza anche ortaggi e frutta coltivati nelle colonie lungo la valle del Giordano nei Territori palestinesi occupati. Il tutto sotto il marchio Carmel, ma senza l’indicazione del luogo di produzione.
Le varie associazioni componenti la campagna «Stop Agrexco Italia» (Donne in nero, Attac, Fiom-Cigl, Forum Palestina, Un Ponte Per, Ebrei contro l'occupazione, Statunitensi per la pace) hanno immediatamente rivendicato la scelta come un successo delle segnalazioni fatte dai propri soci e dagli attivisti della coalizione Italiana contro la Carmel-Agrexco, il più grande esportatore israeliano di prodotti agricoli, che esporta anche il 60-70% dei prodotti dalle colonie.
Dall’inizio dell’anno, infatti, la coalizione «Stop Agrexco Italia» ha organizzato molti incontri in Italia e lanciato una campagna di pressione, con tanto di sit-in nei supermercati Coop e Conad, per cercare di fermare la commercializzazione di prodotti provenienti dalle colonie israeliane nei Territori occupati.
Diversa la versione fornita dalle catene commerciali che respingono l'ipotesi del boicottaggio. L'assenza di prodotti israeliani dai supermercati Coop, infatti, non dipenderebbe da un'adesione alla campagna ma solo da motivi «commerciali e di tracciabilità delle merci». Lo precisa una nota della stessa centrale cooperativa, sottolineando che «Coop ha deciso di sospendere la vendita delle merci provenienti dai territori occupati da Israele in quanto tale origine è dichiarata solo nelle documentazioni commerciali ma non è presente sul prodotto». Si tratta di «una sospensione in attesa di ricevere maggiori specificazioni circa la provenienza» indicano fonti della stessa Coop. Infatti, «questa modalità di tracciabilità non permette al consumatore finale di esercitare un diritto di acquisto (o non acquisto) consapevole, mancando una reale distinzione fra i prodotti made in Israele e quelli eventualmente provenienti dai territori occupati. Si tratta quindi di salvaguardare un diritto all'informazione corretta sull'origine dei prodotti, importante per garantire la libertà di scelta dei consumatori, e non di una forma di boicottaggio generalizzato, strumento che Coop non usa» si puntualizza.
Resta il dato di fatto del ritiro di quelle merci e di un nuovo colpo all'immagine di Israele dopo la "cacciata" di Noam Chomsky, la rivelazione del Guardian circa il nucleare e le continue frizioni tra il governo di Netanyahu e l'amministrazione Obama.

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Lo rivela il quotidiano britannico «Guardian» che chiama in causa Shimon Peres

Nena News

Roma, 24 maggio 2010 (foto dal sito www.sanfranciscosentinel.com) Nena News – Nel 1975, durante il regime di apartheid, Israele provò a vendere testate nucleari al Sudafrica. Lo rivela in esclusiva, con un articolo pubblicato in prima pagina, il quotidiano britannico «The Guardian» che cita documenti firmati dall’attuale presidente israeliano Shimon Peres e dall’allora ministro della difesa sudafricano Botha.
Il testo, rimasto segreto per oltre 30 anni e di recente reso disponibile in Sudafrica, è un resoconto di una serie di incontri tra rappresentanti dei due paesi cominciati il 31 marzo 1975. Il quotidiano britannico riferisce che nel loro primo colloquio, i funzionari dello Stato ebraico offrirono di vendere al Sudafrica alcuni missili a lunga gittata del tipo «Gerico» con capacità nucleare. Due mesi più tardi, Botha e Peres si incontrarono a Zurigo e in quell’occasione il ministro sudafricano si disse interessanto ad un certo numero di «Gerico». Da parte sua Peres offrì «tre taglie differenti» del missile.
Il documento, che gli israeliani avrebbero voluto non fosse declassificato, è stato scoperto da uno studioso statunitense, Sasha Polakow-Suransky, che sta per pubblicare il suo nuovo testo: «L’alleanza segreta di Israele con il Sudafrica dell’Apartheid». (red) Nena News

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Nota quotidiana

La notizia dell’uccisione a Dubai di un esponente di Hamas, Mahmoud Al-Mabhouh, da parte del Mossad israeliano ha dato un immagine di uno Stato che conduce una guerra gangsteristica, mandando all’estero degli squadroni simili a quelli della mafia. Stavolta lo sdegno è forte anche in israele

di Antonio Moscato

La notizia dell’uccisione a Dubai di un esponente di Hamas, Mahmoud Al-Mabhouh, sembrava quasi banale: siamo troppo abituati alla “normalità” degli assassini mirati che il Mossad israeliano compie non solo a Gaza e nei territori occupati, ma in ogni parte del mondo, compresa l’Italia.
È – non a caso – poco noto che numerosi dirigenti palestinesi sono stati uccisi a Roma: ad esempio il responsabile dell’informazione dell’Olp, Abu Sharar (9 ottobre 1981), Ismail Darwish, funzionario dell’Olp (13 dicembre 1984) e, soprattutto, Wael Zwaiter (17 ottobre 1972), un intellettuale e militante che ha lasciato una traccia profonda in tutti coloro che l’hanno conosciuto. Naturalmente tutti dimenticati nelle periodiche rievocazioni del terrorismo in Italia sui grandi quotidiani.
Invece dopo qualche giorno questa esecuzione di Dubai ha cominciato ad apparire un po’ diversa da quelle precedenti. In primo luogo ha provocato un dibattito acceso in Israele. Nessuno ha messo in dubbio che fosse stato il Mossad, ma casomai si commentava che non “era più quello di una volta” perché aveva commesso troppi errori. Ad esempio il commando, composto di ben 26 persone arrivate a Dubai da vari paesi di Europa, tra cui naturalmente l’Italia, aveva ignorato le telecamere collocate davanti l’albergo e nei suoi corridoi. Ma è possibile che fossero così ingenui e maldestri?
Poi si è saputo dalla televisione al Arabiya che i terroristi avevano presentato all’aeroporto e alla reception dell’albergo passaporti britannici, irlandesi, australiani e francesi, e che quasi tutti avevano utilizzato carte di credito rilasciate dallo stesso istituto bancario. I documenti, si è poi saputo, corrispondevano a cittadini israeliani che hanno mantenuto la doppia cittadinanza e quindi il doppio passaporto. Uno di loro ha detto di non saperne nulla e ha dimostrato che la foto sul documento registrato nell’hotel non corrispondeva minimamente al suo aspetto. Gli altri tacciono.
Se si dovevano falsificare dei documenti, perché scegliere quelli di persone realmente esistenti e residenti in Israele? Ed era necessaria una spedizione di ben 26 persone per ucciderne una sola, per giunta disarmata, dopo averla torturata a lungo nella sua stanza di hotel?
È risultato presto che non c’era stata nessuna svista o deficienza tecnica, ma solo una dura provocazione, per costringere i governi europei ad accettare la complicità nel crimine. Non più solo assassini mirati con i droni (che uccidono insieme al bersaglio familiari, amici, passanti…), non più misteriose uccisioni, come quelle di Roma, o della Norvegia o nella riunione dell’Internazionale socialista ad Albufeira, in Portogallo, dove fu assassinato sotto gli occhi di Shimon Peres uno dei dirigenti palestinesi più attenti alla ricerca di una soluzione politica, Issam Sartawi. Azioni non rivendicate, anche se non smentite…
James Petras ha osservato che ormai «la politica apertamente dichiarata di Israele consiste nel violare la sovranità di qualsiasi paese, ostile, neutrale o anche amico, per quelle eliminazioni extragiudiziali di oppositori, che una volta erano la pratica corrente solo della Gestapo nazista, della GPU di Stalin o della DINA di Pinochet (imitate poi dalla CIA e dalle forze speciali USA).»
Così gli stessi servizi segreti non sono più esecutori, ma «nello stesso tempo giudici, procuratori e carnefici, senza controllo o freno da parte di qualsiasi legislazione, sovranità o dovere di uno Stato di proteggere i propri cittadini e i propri ospiti.»
E con rischi che possono ricadere su molti innocenti. Petras si domanda quali conseguenze potrà avere l’uso dei passaporti britannici per entrare a Dubai per uccidere un avversario: «ora ogni uomo d’affari, ogni turista britannico in arrivo nel Medio Oriente potrà essere sospettato di legami con gli squadroni della morte israeliani»… Ma un’eventuale reazione contro innocenti, va benissimo al Mossad, perché aumenterà la forza della sua propaganda e della lotta “contro il terrorismo”…
Se Petras si preoccupa particolarmente delle ripercussioni sui viaggiatori inglesi, Uri Avnery è invece scandalizzato del cinismo con cui il Mossad ha scelto i nomi di persone reali che vivono in Israele. Non era in grado di inventare dei documenti? E perché tra tutti i passaporti possibili ha scelto di falsificare quelli dei paesi più amici e complici di Israele? Potevano essere sicuri che nessuno degli intestatari dei passaporti clonati non fosse in viaggio contemporaneamente e passasse per Londra o Milano o Roma? Ma, osserva, nessuno se ne è preoccupato troppo in Israele: tutti «sono sicuri che britannici o irlandesi saranno obbligati a protestare per salvare la forma, ma che è solo un gesto obbligato», senza conseguenze. Ci sono troppi legami tra il Mossad e i servizi segreti dei paesi coinvolti… Presto tutto sarà dimenticato, ma intanto questa impresa criminale sarà stata messa agli atti come un’ennesima prova dell’onnipotenza di Israele.
Uri Avnery, che è critico verso la politica dei governi di Israele, ma non antisionista, si preoccupa soprattutto che operazioni come questa possano danneggiare Israele «sul piano strategico, che ha come obiettivo principale quello di coinvolgere sempre più gli USA e l’Europa in una difesa di Israele contro la pretesa minaccia di un’ipotetica bomba atomica iraniana». Barack Obama ha tentato di mettere insieme una coalizione mondiale per imporre dure all’Iran, usando «il governo israeliano che gli serve – volentieri – da cane cattivo. Obama dice agli iraniani, attenti agli israeliani, sono pazzi e possono attaccarvi in ogni momento, faccio fatica a trattenerli. Ma se non fate quello che vi dico, allento il guinzaglio e peggio per voi…».
Avnery è scandalizzato: «Dubai, un paese del Golfo proprio di fronte all’Iran, è una componente importante di questa coalizione. È anche un alleato di Israele, come l’Egitto e la Giordania. Ed ecco che lo stesso governo israeliano lo umilia e fa nascere tra le masse arabe il sospetto che Dubai collabori con il Mossad. In passato, noi israeliani abbiamo posto in imbarazzo la Norvegia [allusione a una squadra inviata nel 1973 in Norvegia per uccidere Ali Hassan Salameh, un dirigente dell’OLP, e che assassinò invece a Lillehammer – lasciando molte tracce – un cameriere marocchino che non c’entrava nulla], abbiamo reso furiosa la Giordania [col tentativo fallito di avvelenare il rappresentante di Hamas in esilio Khaled Meshal], e oggi umiliamo Dubai. È sensato?».
Avnery se la prende soprattutto con Meir Dagan, che Netanyahou ha ancora una volta confermato alla testa del Mossad e si preoccupa «per la nostra reputazione nel mondo» (beato lui, che pensa ci sia qualcosa da salvare!). Ma ammette che oggi la situazione è diversa rispetto a un passato in cui era possibile minimizzare, senza preoccuparsi troppo delle proteste dei “gentili”. “Dopo l’operazione “piombo fuso”, il verdetto del giudice Goldstone, gli echi delle buffonate di Avigdor Lieberman, la crescente campagna mondiale per un boicottaggio di Israele, c’è da pensare che non avesse torto Thomas Jefferson quando affermava che «nessuna nazione può permettersi di ignorare l’opinione dell’umanità.» E Avnery conclude: «La vicenda di Dubai rafforza l’immagine di uno Stato d’Israele brutale, di una nazione canaglia che disprezza l’opinione pubblica internazionale, di un paese che conduce una guerra gangsteristica, che manda all’estero degli squadroni simili a quelli della mafia, di una nazione paria che tutte le persone sensate dovrebbero evitare. Era utile?»
http://antoniomoscato.altervista.org/

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Sulla Frontiera

Metalli tossici, veleni, rischi di leucemie, infertilità e altro. E' il risultato dei bombardamenti israeliani su Gaza come evidenzia uno studio del New Weapons Research Group che pubblichiamo in allegato

I bombardamenti israeliani a Gaza del 2006 e del 2009 hanno lasciato sul terreno forti concentrazioni di metalli tossici, che possono provocare nella popolazione leucemie, problemi di fertilità e gravi effetti sui nuovi nati, come malformazioni e patologie di origine genetica. Questi metalli sono in particolare tungsteno, mercurio, molibdeno, cadmio e cobalto.
E' il risultato di uno studio condotto da New Weapons Research Group (Nwrc), una commissione indipendente di scienziati basata in Italia che studia l'impiego delle armi non convenzionali e i loro effetti di medio periodo sui residenti delle aree in cui vengono utilizzate.
Guarda il documento integrale

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