Topic “haiti”

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Corrispondenze

A quasi un mese dal disastroso terremoto di 7,3 gradi della scala Richter che ha colpito la capitale di Haiti, Port au Prince il paese si trova in un costante stato d’emergenza ed è praticamente isolato dal resto del mondo

di Fabrizio Lorusso

A quasi un mese dal disastroso terremoto di 7,3 gradi della scala Richter che ha colpito la capitale di Haiti, Port au Prince (o all’occorrenza Porto Principe), causando oltre 200mila morti e un milione di sfollati, il paese si trova in un costante stato d’emergenza ed è praticamente isolato dal resto del mondo dato che gli scali aerei e navali internazionali sono controllati dall’esercito americano, dalla Minustah (United Nations Stabilization Mission in Haiti) e dai contingenti militari inviati da tutto il mondo. Quindi per raggiungere Port au Prince, si deve passare dalla vicina Repubblica Dominicana. Partiamo in due da Città del Messico a Santo Domingo in aereo e poi da lì via terra si dovrà attraversare tutta l’isola da est a ovest lungo una strada precaria e trafficata, l’unica. Al nostro arrivo a Santo Domingo ci accoglie Narciso, un anziano giornalista e uomo politico dominicano, militante del Partito Comunista, combattente durante la rivoluzione dominicana del 1965 e nella resistenza contro l’invasione statunitense fu più volte esiliato a partire dall’inizio degli anni sessanta da quando lottava contro la tirannia del dittatore Rafael Leonidas Trujillo.

A Santo Domingo
Narciso è un idealista generoso e combattivo che non esita a offrirci la sua ospitalità e i suoi scritti praticamente senza nemmeno conoscerci e decide di pagar lui un hotel nella zona coloniale della capitale dominicana solo per il fatto che stiamo andando ad Haiti per provare a dare una mano. Al check in della Copa Air in Messico constatiamo il raggiungimento del limite massimo di peso consentito, 46 kg a testa in totale: siamo strapieni di medicinali, tende, filtri per l’acqua, vitamine, bottiglie d’alcol, apparecchi vari come cellulari, macchine digitali e batterie, guanti da lavoro e perfino cancelleria, tutti beni che non si trovano ad Haiti oppure sono carissimi.
Verso sera io e Diego, il mio compagno d’avventure, restiamo soli con l’albergatore e questi, cercando di creare una maldestra complicità, ci spiega ridacchiando che Narciso è una “specie di comunista” e che sta sempre contro tutti i governi e che purtroppo, insomma, è stato sempre osteggiato perché non scende mai a patti e aderisce ai circoli di attivisti bolivariani promossi dal presidente venezuelano Hugo Chavez. Il nostro non ha cattive intenzioni ma si accorge subito che forse è stato un po’ troppo spontaneo con due sconosciuti e quindi sente il dovere di una rettifica “beh, però è una gran persona oltre ad essere un cliente fisso!”. Notte, zanzare, pensieri. Sappiamo che dobbiamo prepararci a guardare in faccia persone che hanno perso tutto, che non hanno più una casa, una famiglia, un lavoro né uno Stato di riferimento dato che quasi tutti i ministeri e gli uffici pubblici sono crollati e il presidente Rene Preval prova a “gestire la cosa pubblica” tramite dei messaggi televisivi serali trasmessi da una tendopoli che è protetta dai mezzi blindati USA, dalla polizia locale e dai caschi blu dell’Onu. Gli autobus per Porto Principe partono uno dietro l’altro non appena si riempiono di persone da una stazione relativamente moderna dove bisogna fare la fila dal mattino presto per sperare d’ottenere l’agognato biglietto. La calca dentro e fuori dall’ufficio vendite è impressionante e i più agguerriti sono i gruppi di haitiani che confondono gli agenti della sicurezza usando un mix linguistico franco-creolo-spagnolo davvero ammirevole mentre io cerco di inserirmi in una curiosa fila circolare che degenera in bolgia ogni quattro minuti. Il Caribe Bus è per i ricchi: quaranta dollari Usa di viaggio più altri trenta per tasse alla frontiera, varie ed eventuali. Verso le 9 salutiamo Narciso che ci ha pazientemente accompagnato anche in questa occasione e montiamo sull’autobus coi posti da conquistare e la fame già sedata da alcune tortine burrose consumate in caffetteria.

Storia e razzismo
Da oltre duecento anni due stati decidono le sorti dell’isola in cui sbarcò Colombo il 14 ottobre 1492 e che poi si chiamò La Hispaniola. La Repubblica Dominicana è un paese ispanofono più ricco e sviluppato del suo vicino francofono, anche grazie al turismo e a una certa stabilità politica. Nel secolo XIX il paese più potente e fiero era invece Haiti mentre oggi, forzando un po’ una comparazione valida per molte terre di confine dell’America Latina, la Repubblica Dominicana arriva a rappresentare quello che sono la Costa Rica per il Nicaragua, l’Argentina per la Bolivia o gli Stati Uniti per il Messico, cioè dei paesi confinanti e prosperi verso cui emigrare, con più lavoro e migliori stipendi ma anche tanto risentimento, discriminazione ed esclusione nei confronti di una popolazione percepita come “etnicamente differente” (nera in questo caso) rispetto all’identità nazionale predominante (per esempio meticcia, europea o Wasp). Per le strade di Santo Domingo e persino nelle colonne dei principali quotidiani nazionali non è difficile sentire commenti razzisti sui vicini haitiani cui vengono attribuite spesso le colpe degli incidenti, dei furti e in generale dei problemi del paese che “sarebbe più ricco se avesse altri vicini, se potesse avere un’immigrazione migliore”. Frasi spesso ripetute anche in casa nostra, mi pare. Alcuni tassisti ci hanno detto di avere paura dei contagi e le malattie provenienti da Haiti senza però specificare di che si tratta. Una nuova epidemia di suina o la fobia del terromoto? Attenzione, dico io, noi veniamo dal Messico, culla della vendetta di Montezuma e del virus A H1N1, non avete paura?

Risentimenti
Per opera della stampa, del discorso politico, dell’ideologia nazionale e dei libri di storia di stampo revanscista è ancora vivissimo il ricordo della “vergognosa” conquista di Santo Domingo da parte delle truppe insorte dal presidente haitiano Jean-Pierre Boyer nel 1822. Infatti la Repubblica Dominicana divenne indipendente solo nel 1844, quarant’anni dopo Haiti, la quale seppe invece lottare e vincere contro la Francia di Napoleone già nel 1804, diventando la prima Repubblica indipendente in America dopo gli USA e la primissima che abolì la schiavitù e volle sposare i principi della Rivoluzione francese. Dal canto loro gli haitiani hanno di che lamentarsi dei vicini dominicani che nel 1937, durante la lunghissima dittatura (1930 – 1961) del generale Trujillo e per ordine di quest’ultimo, si sono resi protagonisti di un vero e proprio olocausto, una persecuzione di haitiani che fece oltre 20mila vittime con il tragico pretesto di “ripulire la frontiera e la razza”.

Frontiera e polvere
La frontiera di Jimanì è un caos totale che ci fa perdere ore e ore in mezzo alla polvere delle strade sterrate e agli autobus parcheggiati col motore acceso in transito verso Porto Principe. Alcuni chilometri prima abbiamo superato i convogli e le ruspe dell’esercito italiano che stazionavano in alcune spianate ai bordi della strada principale, probabilmente in attesa di ripartire di notte per non creare ingorghi apocalittici ed evitare il caldo, e che pare abbiano dovuto fare un giro assurdo per i mari dei pirati prima di poter approdare nelle acque dominicane e proseguire via terra. Un po’ come noi insomma, ma forse meno motivati. Verso sera il traffico nei pressi della congestionata capitale haitiana completa l’opera e un viaggio di 6 ore teoriche si allunga fino a quasi 12 ore totali. Gli ultimi 30 chilometri prima dell’arrivo sono solo un’anteprima rispetto a quanto vedremo in città: un brulicare di gente per strada comprando, vendendo, cercando, trasportando e parlando; file di tende, materassi, coperte e dimore improvvisate sul ciglio della strada e sui marciapiedi distrutti, case crollate con oggetti, elettrodomestici e utensili che emergono dalla polvere come testimonianza di una vita che non c’è più, sparita nel nulla sotto le macerie o dispersa in una strada qualunque della metropoli senza legge. O meglio, senza Stato, che forse a volte è meglio se si riattivano le forme di vita comunitaria e autonoma ma non mi spingerei oltre. Qui la situazione è un’altra.

Port au Prince
Quando Evel e il suo amico poliglotta Paulo ci vengono a prendere in jeep alla stazione degli autobus è ormai notte ma la città continua a restare sveglia e a muoversi in cerca di cibo, acqua, giacigli, aiuti. L’odore acre e intenso che entra dai finestrini è la morte, ci dicono. E’ la puzza dei cadaveri che ancora sono sotto le macerie e non si possono portare via perché non ci sono le ruspe e nessuno osa più addentrarsi nel cemento in frantumi. O forse è l’umore dei vivi che richiama i soccorritori sempre più scoraggiati ma con un filo di speranza, com’è successo oggi con il ritrovamento di un uomo ancora vivo dopo tre settimane di vita negli inferi. Centro005.jpgI nostri anfitrioni ci raccontano i primi momenti drammatici in cui sono riusciti a scampare il pericolo per pura fortuna e la fase seguente di normalizzazione che in realtà continua tuttora e andrà avanti per mesi, dato che la cultura della sopravvivenza a Porto Principe coincide con quella dell’emergenza permanente, basti pensare che meno di due anni fa furono gli uragani a sconvolgere la nazione più povera dell’emisfero occidentale. Le strade asfaltate sono solo quelle grandi e transitate, le arterie principali dell’ingarbugliato tessuto urbano. Invece le altre vie languiscono ai margini della tanto sognata e discussa modernità, prive di luce e servizi, incomplete e bucate a causa della corruzione politica che colloca il paese agli ultimi posti di tutte le classifiche stilate in materia e che da sempre ha mangiato le sue risorse e defraudato la sua gente come quando, per esempio, il figlio del dittatore François Duvalier, Jean-Claude, detto Baby Doc, che governò tirannicamente Haiti, la rovinò economicamente e poi fu accolto a Parigi in un esilio dorato nel 1986.

L’Aumohd
Arrivati. Evel Fanfan, l’amico haitiano che ci ha permesso di venire qui e che ci ospiterà nelle strutture della sua associazione, è il presidente dell’Aumohd, un gruppo locale di avvocati per la difesa dei diritti umani che spesso hanno dovuto conciliare le loro attività in campo giuridico con i compiti umanitari e di protezione della popolazione del quartiere in seguito a terremoti e uragani. Sfruttando la loro esperienza nel lavoro in favore delle persone condannate ingiustamente e gli abitanti dei quartieri disagiati, gli avvocati e i collaboratori dell’Aumohd stanno cercando sia di riprendere in parte le loro attività “ordinarie” sia di aiutare la gente del quartiere Delmas, la zona della periferia cittadina in cui ci troviamo, con dei progetti di cucina comunitaria, con la distribuzione di medicine, la fornitura di servizi di base come Internet ed elettricità per ricaricare i telefonini oltre alla ricerca dei famosi aiuti internazionali che ancora non hanno lambito né questo gruppo né la maggior parte della popolazione di Delmas che dorme per la strada e negli accampamenti. In questo senso stiamo promuovendo una raccolta fondi mirata a supplire la mancanza attuale di altre fonti di reddito per i membri dell’associazione e della comunità del quartiere che possono avere un impatto molto più diretto

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Corrispondenze

Gaby Saget è giornalista a Radio Métropole, una delle principali radio francofone di Haiti. Ed è lei a trasmettere l'impazienza che regna a Port-au-Prince: quattordici giorni dopo la catastrofe, perché gli aiuti non arrivano, o arrivano così poco, ai sinistrati? Reportage da Mediapart.fr

Sono centinaia, molte centinaia i senza tetto accampati a Place Boyer. Siamo nel pieno centro di Pétionville, comune in realtà ricco e protetto che domina la capitale Port-au-Prince. Qui, sono state improvvisate delle tende di fortuna a partire da alcuni assi di legno e qualche vecchio riparo. Sotto questi rifugi precari, i terremotati hanno ammassato le poche cose che sono riusciti a recuperare dalle rovine delle proprie abitazioni.
Mentre la prospettiva di forti pioggie minaccia la situazione di questi campi provvisori, il problema del cibo diviene ogni minuto più urgente. Dal terremoto del 12 gennaio, nessun soccorso, nessuno aiuto è arrivato ai sinistrati di Place Boyer, assicurano qui. Prima della catastrofe, bastava una mezz'ora di auto per oltrepassare la collina e raggiungere la base di Port-au-Prince. In un quarto d'ora, si poteva raggiungere così la zona del porto o dell'aeroporto dove arrivano oggi gli aiuti internazionali.
«Degli stranieri sono venuti a trovarci, hanno preso il nostro nome e hanno promesso di tornare con il cibo ma non li abbiamo più visti» racconta un uomo con un neonato tra le braccia. I suoi vicini confermano ma nessuno nel campo può specificare la loro identità o a quale istituzione appartenessero. «Dei bianchi sono passati domenica con un camion di alimenti. Quando hanno visto che eravamo troppi, e troppa confusione, sono ripartiti senza darci nulla. Nel parapiglia ho preso anche un pugno al volto» racconta poco lontano un commerciante.
Sempre a Pétionville, nel quartiere di Debrose stavolta, tutti gli spazi liberi sono stati trasformati in campi-rifugio. Anche qui la distribuzione non sembra aver funzionato: i camion hanno distribuito una quantità insufficiente di aiuti e decine di persone non hanno avuto nulla.
«Ho cinque figli e non ho più niente da dare loro» si lamenta una donna, le mani al cielo. L'organizzazione World Vision incaricata della distribuzione degli aiuti non è riuscita a tener testa al disordine. «Ci hanno dato una carta con un numero. Sono qui da questa mattina e non ho ricevuto ancora niente» ci racconta ancora un uomo.
Gli abitanti del quartiere hanno così cercato di organizzarsi. Ogni campo possiede un comitato con il compito di gestire la distribuzione ma, secondo alcuni abitanti, quando la distribuzione degli aiuti riesce finalmente ad arrivare si farebbe tramite clientele.
Lo sfinimento, le tensioni crescenti, le penurie rendono ancora più difficile la ripartizione di aiuti troppo rari. «Occorrerà separare gli uomini dalle donne nelle file di attesa perché è difficile per noi donne battersi con gli uomini per ottenere da mangiare» ci spiega una donna.
Le associazioni e organizzazioni umanitarie hanno le difficoltà più evidenti a organizzarsi di fronte a tali urgenze. Uno dei responsabili di World Vision riconosce che la distribuzione di lunedì mattina si è svolta in modo assurdo. «Debrose è un caso isolato, si difende. Non abbiamo colpe ma se le persone non sono abbastanza organizzate la distribuzione non funziona».
La mobilitazione delle Ong è totale, ci assicurano da ogni parte. Ma intanto gli aiuti umanitari non giungono alle vittime di Petionville. E in molti angoli della città sono appesi degli striscioni frettolosamente messi insieme: «We need food, help, water...Abbiamo bisogno di cibo, di aiuto, d'acqua ...»

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Nota quotidiana

Promossa da Ong, associazioni e sindacato di base l'iniziativa per la cancellazione immediata e incondizionata del debito bilaterale e multilaterale dell'isola.

E' stata lanciata lunedì 25 gennaio con l’invio di una lettera ai ministri Tremonti, Frattini e in concomitanza con la Conferenza Internazionale dei Paesi Donatori in Canada, la la Campagna nazionale "HAITI BASTA DEBITO, ADESSO!” che sostiene la “Cancellazione immediata e incondizionata del debito bilaterale e multilaterale di Haiti”. La Campagna nazionale che ha tra i suoi promotori, Mani Tese, Campagna Riforma Banca Mondiale,
Osservatorio Selvas.org, Coordinamento Italia Nicaragua e SdL Intercategoriale, chiama a raccolta tutte le Associazioni, ONG e Istituzioni che operano nel mondo della Cooperazione Internazionale, chiedendo al Governo italiano, già impegnato nell’opera degli aiuti internazionali in soccorso delle vittime del terremoto del 12 gennaio ad Haiti, di sostenere una posizione di rilievo internazionale nell’estinzione incondizionato del debito della nazione caraibica.
“Il governo e' pronto a cancellare i 40 milioni di euro di debito estero di Haiti verso l'Italia”: lo ha annunciato il ministro degli Esteri Franco Frattini, il 17 gennaio 2010, quando ancora le prime pagine dei quotidiani mondiali aprivano con le prime drammatiche immagini e notizie dalla nazione caraibica. Nel giugno del 2009, Haiti aveva ottenuto la cancellazione di 1,2 miliardi di dollari di debito dai suoi principali creditori nell'ambito dell'iniziativa HIPC (Heavily Indebted Poor Countries) rivolta a quelle nazioni, che come Haiti hanno un tasso di povertà estremo. Nonostante questo passo in avanti molto importante, il debito estero di Haiti ammonta ancora a più di 800 milioni di dollari.
Il terremoto della settimana scorsa e i tre uragani devastanti che hanno colpito l'isola nel corso del 2008 hanno distrutto l'economia del Paese, incapace, adesso più che mai, di generare le entrate necessarie a servire il debito estero sia oggi che nel prossimo futuro. Risorse che a parere della Campagna, qualora e non appena l'economia del Paese riprendesse a funzionare, dovrebbero essere investite in via prioritaria nella ricostruzione interna, delle infrastrutture di base e nella fornitura dei servizi di base per i milioni di senzatetto prima che al servizio del debito.
La storia recente di Haiti ha dimostrato che sono grandi le responsabilità del mondo, verso la condizione attuale di Haiti: trent’anni di dittatura di Duvalier padre (François Duvalier) e poi il figlio (Jean-Claude Duvalier), e i successivi colpi di mano militare diretti dall’estero, trasformarono quest’angolo dell’isola Hispaniola in un inferno di violenza e terrore, con decine di migliaia di morti e desaparecidos, nell’ambito dello schieramento sostenuto dapprima dalla Guerra Fredda e successivamente dall’applicazione selvaggia delle regole della competizione economica. Solo ad esempio trent’anni fa Haiti coltivava tutto il riso di cui aveva bisogno, ora il Dipartimento dell'agricoltura Statunitense indica Haiti come tra i primi importatori del riso prodotto negli U.S.A..
Alla luce del grave disastro umanitario, aggravato dal terremoto del 12 gennaio 2010, la Campagna HAITI BASTA DEBITO, ADESSO! chiede quindi al Governo italiano di contribuire alla ricostruzione di Haiti attraverso la concessione di aiuti a perdere (Grants) e non attraverso la concessione di crediti di aiuto che il governo di Haiti dovrebbe poi restituire; usare la propria rappresentanza e il proprio voto nel Board dei Direttori Esecutivi del Fondo Monetario e della Banca Interamericana di Sviluppo per assicurare la cancellazione immediata e incondizionata del debito rimanente di Haiti verso queste istituzioni e contemporaneamente di spendersi per ottenere una moratoria immediata sul servizio dei pagamenti del debito da parte di Haiti verso le stesse istituzioni, congelando anche il maturare degli interessi; chiedere al FMI di mobilitare risorse interne per pagare il servizio del debito di Haiti con risorse proprie nel momento in cui le rate dei pagamenti verrebbero a scadenza.
La Campagna HAITI BASTA DEBITO, ADESSO! ha deciso di mantenere attivo un Osservatorio di controllo della società civile affinché dopo gli annunci da parte del nostro Governo si concretizzino azioni decisive e immediate. Si attendono nelle prossime ore numerose adesioni di associazioni e anche di singole persone
attraverso il Blog internet: http://haitiadesso.ning.com e la campagna in Face Book:
http://www.facebook.com/#/pages/HAITI-BASTA-DEBITO-ADESSO/269574699762?
ref=nf

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Tempi moderni

Il "ministro in salopette" Frattini costretto a scusarsi per le dichiarazioni del capo della Protezione civile a Haiti. Il quale incassa e rilancia: mancano i coordinamenti. Un maestro della dichiarazione e della tenuta della scena pubblica. Non è che si candida a succedere al Cavaliere?

di Salvatore Cannavò

Se uno vuole davvero immolarsi per una giusta causa, magari segue da vicino il dossier di Favara, in provincia di Agrigento, dove sembra che sul tavolo del Comune giacessero tramortite decine di ingiunzioni della magistratura per verificare lo stato del centro storico. Lì una casa è crollata miseramente annunciando la caduta con largo anticipo ma nessuno è intervenuto per salvare la vita alle due sorelline di 4 e 13 anni per le quali anche l'Arcivescovo di Agrigento si è indignato fino al punto di non celebrare la messa di stamattina.
Questo paese cade a pezzi ma occorre aspettare sempre l'ennesima tragedia per capirlo senza che questo significhi porvi rimedio. Forse dipende anche dal fatto che il capo della Protezione Civile preferisce mettersi a fare polemica con gli Stati Uniti, accusandoli di scarsa capacità nei soccorsi ad Haiti e di maggiore attenzione alle bella mostra mediatica piuttosto che occuparsi dei disastri italiani. Nel suo carnet, infatti, ad oggi splende la bella figura rimediata all'Aquila - anche se bisgnerebbe chiedere agli aquilani cosa ne pensano - ma ci sono invece diverse spine e lati oscuri, come documenta con grande chiarezza Manuele Bonaccorsi nel libro "Potere Assoluto". E c'è, lo si capisce già dall'insistenza con cui viene promosso il maglione blu della Protezione civile, la cura maniacale della comunicazione televisiva e di massa, la voglia di passare per un uomo concreto allergico alle chiacchiere e alle inefficienze della politica. E così, accusando gli Stati Uniti di pensare solo alla visibilità internazionale - e magari è pure vero - Bertolaso si è distinto per l'identico motivo, attirare i riflettori, mostrarsi come uno fuori dal coro, che non le manda a dire.
Solo che stavolta ha fatto male i conti. Gli Stati Uniti saranno pure un paese pieno di folklore politico ma sono ancora governati da gente che cerca di fare bene il proprio mestiere. E così ha rimediato una bella lavata di capo da parte della poco diplomatica Hillary Clinton che gli ha dato del "polemista da dopo partita", una via di mezzo tra Aldo Biscardi e Giampiero Mughini. Non solo, sempre la signora Clinton ha convocato al Dipartimento di Stato il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, facendogli un "liscio e busso". Cosa non difficile vista la statura politicamente ridicola del ministro in salopette (il sito internet della Farnesina è pieno di sue foto in pista da sci...) che, come si dice nei bar, appunto, "ha preso e portato a casa": «Apprezziamo molto la leadership americana, l'impegno di Obama e dell'amministrazione Usa per Haiti», ha infatti ribadito.
A quel punto Bertolaso ha capito di averla fatta grossa e ha rispiegato alle agenzie di stampa che il suo non era un attacco agli Stati Uniti, che «stanno mettendo in campo uno sforzo importante» per la popolazione di Haiti; ma una «critica alla mancanza di coordinamento delle organizzazioni internazionali» che sta lasciando «migliaia di haitiani abbandonati a se stessi». E poi ha replicato anche a Frattini: «Respingo l'ipotesi che abbia parlato come reazione emotiva: è noto che sono pagato per stare calmo ma anche per fare le cose per bene».
Quindi, un passo indietro e due avanti, rilanciandosi come uomo in grado di intervenire sul piano dei coordinamenti e assurgere quindi a un ruolo internazionale.
Da tempo Bertolaso ha dichiarato che vuole ritirarsi dalla Protezione civile, senza spiegare dove intende ricollocare la sua decennale esperienza. Gli osservatori dicono che con le esternazioni di Haiti si sia giocato il posto all'Onu che Berlusconi aveva individuato per lui. Però il nostro Re Sole è uno che si dedica ai fatti e non alle parole - riguardatevi intervista da Minoli di una settimana fa - e ha dimostrato di saper giocare al gioco preferito dal Cavaliere: fare dichiarazioni provocatorie per smentirle, parzialmente, il giorno dopo. E allora la domanda è semplice e spontanea allo stesso tempo: non è che Bertolaso si sta preparando a divenire il successore di Berlusconi alla faccia di Fini, Casini e Tremonti?

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Corrispondenze

Come la povertà dell'isola caraibica è stata sfruttata dalle potenze occidentali, Francia e Usa in particolare, strozzando un'intera popolazione. E perché l'unica via di uscita oggi è l'annullamento di quel debito

di Eric Toussaint,
e Sophie Perchellet*

Una delle maggiori operazioni di soccorso della storia rischia molto di somigliare a quella del dopo-tsunami del 2004, a meno che il modello di ricostruzione non sia radicalmente diverso. Haiti è stata in parte distrutto da un violento sisma di magnitudo 7. Tutti versano lacrime e i media, inondandoci di immagini apocalittiche, ripetono gli annunci di aiuti finanziari che offriranno generosamente gli Stati. Sentiamo dire che bisogna ricostruire Haiti, questo paese colpito dalla povertà e dalla «maledizione». Ora quindi ci si interessa di Haiti. I servizi non vanno oltre il tremendo terremoto. Si ricorda frettolosamente che si tratta di uno dei paesi più poveri del pianeta, ma senza spiegarcene le cause. Si lascia credere che la povertà si arrivata così, che si tratta di un dato senza rimedio: «è la maledizione a colpire». (...)
Haiti è tradizionalmente denigrato e spesso dipinto come un paese violento, povero e repressivo nel migliore dei casi. Pochi servizi ricordano l’indipendenza conquistata con la lotta nel 1804 contro le truppe francesi di Napoleone. Invece di mettere in rilievo il percorso umano e la lotta per i Diritti dell’Uomo, quelle della natura selvaggia e della violenza dovranno essere le caratteristiche affibbiate agli haitiani. Eduardo Galeano parla di «maledizione bianca»: «Al confine dove finisce la Repubblica dominicana e comincia Haiti, un cartellone lancia l’avviso: El mal paso (il passaggio cattivo). Dall’altro lato, c’è l’inferno nero. Sangue e fame, miseria, pestilenze».[1]
È indispensabile tornare alla lotta di emancipazione condotta dal popolo haitiano, perché come rappresaglia nei confronti di quella duplice rivoluzione, antischiavista e anticolonialista a un tempo, il paese ha ereditato il «prezzo del riscatto dell’Indipendenza» imposto dalla Francia, pari a 150 milioni di franchi (l’ equivalente del bilancio annuale francese all’epoca). Nel 1825, la Francia decide: «Gli abitanti attuali della parte francese di Santo Domingo verseranno alla Cassa federale dei depositi e prestiti di Francia, in cinque rate uguali, di anno in anno, con prima scadenza il 31 dicembre 1825, la somma di centocinquanta milioni di franchi, destinati a risarcire gli ex coloni che richiederanno un indennizzo».[2]
Oggi, quella cifra equivale a circa 21 miliardi di dollari. Fin dall’inizio, Haiti deve pagare un alto costo, e il debito sarà lo strumento neocoloniale per mantenere l’accesso alle molteplici risorse naturali del paese.
Il prezzo del riscatto, dunque, è l’elemento fondante dello Stato haitiano ed è sfociato nell’accumularsi di un debito odioso. In termini giuridici, vuol dire che esso è stato contratto da un regime dispotico ed usato contro gli interessi delle popolazioni. La Francia, poi gli Stati Uniti – la cui area di influenza si estende ad Haiti, occupato dai marines nordamericani nel 1915 – ne sono pienamente responsabili. Mentre sarebbe stato possibile affrontare le dolorose responsabilità del passato nel 2004, la Commissione Régis Debray[3] preferisce evitare l’idea della restituzione di quella somma con il pretesto che non è «giuridicamente fondata» e che la cosa «aprirebbe il vaso di Pandora». Le richieste del governo Haitiano di allora sono respinte dalla Francia: niente riparazioni che tengano. La Francia non riconosce neanche il suo ruolo nell’ignobile regalo che fa al dittatore “Baby Doc” Duvalier in esilio offrendogli lo statuto di rifugiato politico e quindi l’immunità.
Il regno dei Duvalier si apre con l’aiuto degli Stati Uniti nel 1957: durerà fino al 1986, quando il figlio “Baby Doc” viene destituito da una rivolta popolare. La violenta dittatura, largamente sorretta dai paesi occidentali, ha imperversato per quasi trent’anni, contrassegnata da una crescita esponenziale del suo debito. Tra il 1957 e il 1986, il debito estero si è moltiplicato per 17,5. Al momento della fuga di Duvalier, ammontava a 750 milioni di dollari. Poi è salito, grazie agli interessi e alle penalità, a oltre 1.884 milioni di dollari.[4] L’indebitamento, lungi dall’essere utile alla popolazione che si è impoverita, era destinato ad arricchire il regime messo in piedi: e quindi è anche un debito odioso. Una recente indagine ha dimostrato che il patrimonio personale della famiglia Duvalier (ben al riparo in conti presso banche occidentali) ammontava a 900 milioni di dollari, una somma superiore al debito complessivo del paese al momento della fuga di “Baby Doc”. Di fronte alla giustizia svizzera è in corso un processo per la restituzione allo Stato haitiano delle proprietà e dei beni sottratti dalla famiglia Duvalier. Per il momento, questi sono congelati dall’UBS (Unione delle banche svizzere), che propone condizioni inaccettabili per la restituzione di questi fondi. [5] Jean-Bertrand Aristide, eletto fra l’entusiasmo popolare, poi accusato di corruzione prima di venire re insediato al potere come burattino di Washington e alla fine cacciato dall’esercito statunitense, non è purtroppo innocente per quanto riguarda l’indebitamento e la sottrazione di fondi. Peraltro, secondo la Banca Mondiale, tra il 1995 e il 2001, il servizio del debito, vale a dire il capitale e gli interessi rimborsati, ha raggiunto la considerevole cifra di 321 milioni di dollari.

L’intero aiuto finanziario annunciato dopo il terremoto è già speso nel rimborso del debito

Stando alle ultime stime, oltre l’80% del debito estero di Haiti è detenuto dalla Banca Mondiale e della Banca interamericana di sviluppo (BID), ciascuna per il 40%. Sotto la loro egida, il governo applica il piano di “aggiustamento strutturale”, riverniciato come “Documenti strategici per la riduzione della povertà” (DSRP). In cambio della ripresa dei prestiti, offre però un’immagine benevolente dei creditori. L’iniziativa “Paesi poveri molto indebitati” (PTTE) in cui rientra Haiti è una tipica manovra di ripulitura di un debito odioso, come è stato per la Repubblica democratica del Congo.[6] Si sostituisce il debito odioso con nuovi prestiti sedicenti legittimi. Il CADTM considera questi nuovi prestiti come facenti parte del debito odioso dal momento che servono a pagare il vecchio debito. Si reitera il crimine.
Nel 2006, quando il FMI, la BM e il Club di Parigi hanno accettato di estendere ad Haiti l’iniziativa del PTTE, l’ammontare complessivo del debito estero pubblico era di 1.337 milioni di dollari. Nel momento in cui si è completata l’iniziativa (giugno 2009), il debito era di 1.884 milioni. Per «renderlo sostenibile», si decide l’annullamento per 1.200 milioni di dollari. Nel frattempo, i piani di “aggiustamento strutturale” hanno compiuto devastazioni, specie nel settore agricolo, con effetti culminati con la crisi alimentare del 2008. L’agricoltura contadina haitiana subisce il dumping dei prodotti agricoli statunitensi: «Le politiche macroeconomiche sostenute da Washington, dall’ONU, dal FMI e dalla BM non si preoccupano assolutamente delle esigenze di sviluppo e della protezione del mercato nazionale: La loro unica preoccupazione è di produrre a basso costo per l’esportazione sul mercato mondiale».[7] È scandaloso quindi di sentire il FMI che dice che «è pronto a svolgere il proprio dovere con l’adeguato sostegno negli ambiti di sua competenza».[8]
Come dice il recente appello internazionale: «Haiti ci chiama alla solidarietà e al rispetto della sovranità popolare»: « Negli ultimi anni e al fianco di altre organizzazioni haitiane, abbiamo denunciato l’occupazione del paese da parte delle truppe dell’ONU e le conseguenze della dominazione imposta dai meccanismi del debito, del libero scambio, del saccheggio delle risorse naturali e dell’invasione da parte degli interessi delle multinazionali La vulnerabilità del paese rispetto alle catastrofi naturali – in gran parte dovute alle devastazioni della natura, all’inesistenza di infrastrutture fondamentali e dall’indebolimento della capacità d’intervento dello Stato – non dovrebbe considerarsi senza un nesso con queste politiche che hanno storicamente eroso la sovranità popolare».
È ormai ora che i governi che fanno parte della MINUSTAH, dell’ONU e soprattutto la Francia, gli Stati Uniti, i governi latinoamericani, rivedano queste politiche, in contrasto con i bisogni elementari della popolazione haitiana. Esigiamo che questi governi e organizzazioni internazionali sostituiscano l’occupazione militare con una vera e propria missione di solidarietà e che operino per l’immediato annullamento del debito che Haiti continua a rimborsare loro».[9]
A prescindere dalla questione del debito, c’è da temere che l’aiuto assuma la stessa forma di quello dello tsunami del 2004 che ha colpito vari paesi dell’Asia (Sri Lanka, Indonesia, India, Bangladesh),[10] o il dopo-ciclone Jeanne ad Haiti, nel 2004. Le promesse non sono state mantenute e gran parte dei fondi sono serviti ad arricchire società straniere o élites locali. Questi «generosi doni» provengono in maggioranza dai creditori del paese. Anziché offrire doni, sarebbe meglio che annullassero i debiti di Haiti nei loro confronti: al completo, incondizionatamente e subito. Si può veramente parlare di doni sapendo che la maggior parte del denaro servirà al rimborso del debito estero, cioè alla realizzazione di «progetti di sviluppo nazionali» decisi in base agli interessi degli stessi creditori e delle élites locali? Senza queste donazioni nell’immediato, è evidente che sarebbe impossibile imporre di rimborsare il debito, la maggior parte del quale, perlomeno, è un debito odioso. Le grandi conferenze internazionali di un qualunque G8 o G20 allargato all’IFI non faranno avanzare di un briciolo lo sviluppo di Haiti e ricostruiranno invece gli strumenti che servono a stabilire il controllo neocoloniale del paese. Si tratterebbe di garantire la continuità del rimborso, che è la base della sottomissione, esattamente come le iniziative recenti di alleggerimento del debito.
Vice versa, perché Haiti possa ricostruirsi dignitosamente, la posta in gioco di fondo è la sovranità nazionale. L’annullamento totale e incondizionato del debito invocato ad Haiti deve perciò costituire il primo passo verso un percorso più generale. È necessario ed urgente un nuovo modello di sviluppo alternativo alle politiche dell’IFI e all’Accordo di partenariato economico (APE – sottoscritto nel dicembre 2009, Accordo HOPE II…). I paesi più industrializzati che hanno sfruttato sistematicamente Haiti, a partire dalla Francia e dagli Stati Uniti, devono versare riparazioni in un fondo di finanziamento della ricostruzione controllato dalle organizzazioni popolare haitiane.
Tratto da http://antoniomoscato.altervista.org/
(19 gennaio 2010 Traduzione di Titti Pierini)

* Sophie Perchellet è vicepresidente del Comitato per l’annullamento del debito del terzo mondo-Francia (CADTM France- www.cadtm.org); Eric Toussaint, presidente del CADTM-Belgio, è coautore, con Damien Millet, de La Crise, quelles crises?, ADEN, Bruxelles, 2010.

[1] E. Galeano, “La maldición blanca”, Página 12, Buenos Aires, 4 aprile 2004 (http://www.cadtm.org/).

[2] http://www.haitijustice.com/jsite/.

[3] http://www.diplomatie.gouv.fr/fr/.

[4] http://www.imf.org/external/pubs/ - p- 43).

[5] http://www.cadtm.org./Le-CADTM-exige...

[6] Si veda l’opuscolo del CADTM, Pour un audit de la dette congolaise, Liège, 2007 (disponibile on line al sito: http://www.cadtm.org/spip.php?page=...).

[7] V. http://www.cadtm.org/Haiti-Le-gouve...

[8] http://www.liberation.fr/monde/0101... Le condizioni per i prestiti del FMI ad Haiti sono direttamente legate all’Accordo di Washington: aumentare le tariffe elettriche e rifiutare qualsiasi aumento dei salari dei funzionari pubblici.

[9] http://www.cadtm.org/Haiti-nous-app...

[10] Cfr, Damien Millet, Eric Toussaint, Les Tsunamis de la dette, CADTM-Syllepse, Liegi-Parigi, 2005.

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Corrispondenze

Diventano sempre più evidenti le manovre mililitari con cui gli Usa stanno gestendo il soccorso all'isola caraibica. Ora spunta un nuovo piano di intervento che vede coinvolta l'Italia in asse con il Brasile. Mentre si criminalizza l'aiuto di Cuba. Novità positiva: il campo internazionale femminista che si è installato al confine con Santo Domingo

di Antonio Moscato

I commenti che avevo fatto nei tre testi inseriti fin dai primi giorni nel sito http://antoniomoscato.altervista.org/ , e che partivano da una lettura di dati disponibili ma spesso ignorati sulla situazione haitiana, sono stati confermati: a mano a mano molte verità scomode sono filtrate in parte perfino sui grandi giornali di informazione. Anche sugli schermi televisivi è stato possibile vedere arrivare di corsa in Italia col primo aereo parecchi funzionari dell’ONU (incolumi e perfino con un gatto al seguito…), mentre i marines sbarcavano con i mitra puntati. Bel soccorso!
Dal Brasile arrivano sempre più allarmi sul tipo di equipaggiamento fornito ai rinforzi inviati al corpo già presente come MINUSTAH: proiettili di gomma antisommossa, bombe lacrimogene, machetes…
Il generale brasiliano Jorge Armando Félix, ministro della Sicurezza istituzionale della Presidenza della Repubblica, ha detto chiaramente che le forze dell’ONU ad Haiti «non hanno carattere umanitario, ma di sicurezza, e non possono deviare da questa missione». Casomai devono essere aumentate ulteriormente.
Il ministro della Difesa Celso Jobim, ha ammesso che «per la mancanza di acqua, di alimenti e di combustibile la gente comincerà a essere più indignata». E ha aggiunto che l’occupazione militare dovrà essere protratta per «almeno altri cinque anni».
E in effetti un progetto per intervenire più massicciamente è allo studio, ma non dell’ONU: è stato concordato con l’Italia; è stato annunciato al momento della partenza della portaerei Cavour e dell’investitura di Bertolaso come coordinatore di tutti gli aiuti da parte di Berlusconi, durante la parata propagandistica con i bambini delle scuole elementari dell’Aquila… La vanità di Berlusconi, che pretende di avere un ruolo mondiale, si salda con la più fondata aspirazione del subimperialismo brasiliano a contare di più nel suo continente.
Negli Stati Uniti, prima di partire per Haiti con il marito (che si è fatto riprendere per dieci minuti mentre spostava con garbo delle bottiglie d’acqua), Hillary Clinton ha “suggerito” al parlamento haitiano di affidare maggiore autorità al presidente Preval (di cui molti hanno osservato che è stato ripreso in questi giorni sempre comodamente installato all’aeroporto, anziché in giro nelle strade e negli accampamenti). In un’intervista al New York Times la Clinton ha parlato esplicitamente della necessità di proclamare lo stato d’assedio. Ma il potere intanto è già stato preso direttamente dal comando USA.
Ieri Michel Chossudovsky, uno dei più attenti studiosi della politica dei paesi imperialisti, USA in testa, ma senza trascurare il Canada in cui vive, ha fornito nuovi dati sul carattere militare dell’impegno degli Stati Uniti, confermati dal fatto che a dirigere l’invio di uomini e materiali non sono le agenzie governative civili, ma il Pentagono, e in particolare il comando sud, USSOUTHCOM, la cui “missione” è quella di “dirigere operazioni militari e promuovere la cooperazione mel campo della sicurezza, per conseguire gli obiettivi strategici degli Stati Uniti”. (si veda http://www.globalresearch.ca/).
La USSOUTHCOM è responsabile di tutte le operazioni di “controinsurrezione” nell’America Latina e nei Caraibi, compresa l’istallazione di nuove basi in Colombia, al confine con il Venezuela.
Chossudovsky sottolinea anche che in tutti i comunicati sui contatti telefonici tra Obama e il presidente Preval, non si è accennato minimamente a discussioni sull’entrata e il dispiegamento delle truppe statunitensi: l’assenza di un'apparenza di governo in funzione ad Haiti è stata utilizzata per legittimare, con il pretesto umanitario, l’arrivo di una poderosa forza militare, che ha assunto de facto diverse funzioni di governo del paese.
Il generale Douglas Fraser, comandante dell’USSOUTHCOM, ha definito l’intervento ad Haiti come un’operazione di Comando, Controllo e Comunicazioni (C3). Infatti, ha spiegato che “le caserme della MINUSTAH sono parzialmente distrutte e dobbiamo quindi occuparci noi di ristabilire comunicazioni e comando centrale”.Il comandante della MINUSTAH d’altra parte “al momento del terremoto si trovava a Miami, e quando tornerà potrà coordinarsi con noi, anche se la capacità operativa del contingente dell’ONU è ridimensionata”. In ogni caso l’ONU ha promesso di aumentare il suo contingente. Ma la direzione è stata assunta ormai apertamente dagli Stati Uniti. Obama geme oggi per aver perso il collegio che fu dei Kennedy, ma dovrebbe preoccuparsi anche di più per la fine rapidissima delle speranze che aveva suscitato la sua elezione.
Comunque già ora gli effettivi della MINUSTAH (7.031 militari, 2.034 poliziotti, 488 membri del personale civile internazionale, 1.212 del personale civile locale, 212 volontari delle Nazioni Unite), sommati a quelli inviati dagli Stati Uniti unilateralmente, ed esclusi quelli promessi dalla Francia, gli altri brasiliani in arrivo, i carabinieri, alpini e marinai italiani, ecc., sfiorano i 20.000 uomini. Chossudovsky ricorda che in Afghanistan, prima dei rinforzi promessi da Obama, c’erano 70.000 militari, in un paese con 28 milioni di abitanti. Ad Haiti, in proporzione alla popolazione, ce ne sono già e ce ne saranno molti di più.

Il problema è che negli ultimi anni ad Haiti ci sono stati molti, troppi, interventi militari patrocinati dagli Stati Uniti. Anche nel 1994, dopo tre anni di governo militare, furono mandati 20.000 militari statunitensi definiti “forze di pace”. Era il quinto o sesto intervento in quel paese, e come i precedenti non si preoccupava minimamente di restaurare la democrazia, ma “al contrario, fu fatto proprio per impedire un’insurrezione popolare contro la Giunta Militare”. Ne aveva scritto già allora lo stesso Michel Chossudovsky: The Destabilization of Haiti, Global Research, 28 febbraio 2004. In spagnolo: http://www.lahaine.org/index.php?p=11272 .
Le truppe straniere rimasero ad Haiti fino al 1999, e contribuirono al disfacimento delle forze armate haitiane. Una compagnia di mercenari o “contractors”, la DynCorp, fu incaricata di fornire assistenza tecnica per ristrutturare la polizia haitiana. Ma dopo il ritorno di Jean-Bertrand Aristide, nel 2004 un colpo di Stato fu preparato addestrando nella Repubblica Dominicana nuovi squadroni delle morte composti da ex appartenenti alle bande di tonton-macoute dei Duvalier. Ecco perché nel paese c’è tanta violenza diffusa e incontrollabile.
Assurdamente oggi sulla stampa “democratica” italiana si parla benevolmente dell’ultimo dei Duvalier, Jean-Claude, che dal suo “esilio” di Parigi avrebbe “donato” al popolo haitiano 8 milioni di dollari di una Fondazione intestata a sua madre. Peccato che quei milioni, non solo sono pochissimi rispetto ai 900 milioni che risultano trafugati dalla famiglia Duvalier, ma sono gli unici che sono stati scoperti e sono quindi stati “congelati” in attesa di un processo. Uno scherzo miserabile, regalare l’unica briciola del maltolto non in suo possesso…
Ancora più assurdamente le televisioni italiane nominano invece sempre come “dittatore” Jean-Bertrand Aristide, mentre fu uno dei pochissimi governanti di Haiti regolarmente eletto. Era di centrosinistra, eletto sull’onda di una grande speranza popolare di riscatto e di moralizzazione, e fece non pochi errori (compreso quello di fidarsi delle promesse di Washington), ma fu lo stesso molto amato dal popolo. Il funerale di Bob Molière, uno dei deputati del partito Fanmi Lavalas fondato da Aristide e tuttora maggioritario (anche se in un parlamento del tutto privo di poteri), si è trasformato il 18 in una manifestazione di sostegno all’ex presidente deportato in Sudafrica, che invano ha chiesto in questi giorni di poter tornare ad Haiti. Anche Bob Molière tra l’altro era stato incarcerato per un anno dopo il colpo di Stato.
Altra assurdità: Cuba, che aveva già 400 medici operanti in permanenza ad Haiti, e ne ha offerti altri, pronti per partire (ne aveva mandati migliaia, insieme ad altri esperti di recupero di feriti perfino nel lontanissimo Pakistan, che per giunta non era certo affine politicamente), viene ignorata ed anzi criminalizzata anche dalla nostra stampa. Per giunta negli USA due analisti della Fondazione Hermitage, James M. Roberts y Ray Walser, in un documento del 14/1/2010 (“American Leadership Necessary to Assit Haití After Devastating Earthquake”), hanno spudoratamente ammonito che “probabilmente Cuba e Venezuela, che hanno sempre tentato di limitare l’influenza degli USA nella regione, potrebbero approfittare del terremoto per migliorare il loro profilo e aumentare la propria influenza”…
Intanto nello sfacelo di Haiti, prosperano le compagnie private di sicurezza (ce ne sono almeno 20 a Port-au-Prince). Stanley St. Louis, direttore della Pap Security, che prima del terremoto contava 2.000 uomini, e aveva tra i suoi clienti le stesse forze dell’ONU e diverse ambasciate, ha dichiarato il 19 gennaio a Francisco Peregil, del quotidiano spagnolo El País, che per fronteggiare la delinquenza dilagante c’è un solo rimedio: fucilare.
“Il direttore generale della polizia non ha detto ufficialmente di uccidere sul posto i delinquenti, ma lo ha detto”, ha dichiarato. La ragione sarebbe semplice: le prigioni sono crollate, la polizia dispersa e disorientata, alcuni sono morti o feriti, altri hanno disertato, mentre i criminali sono tanti e più organizzati di prima. “L’unico posto sicuro per i delinquenti è il cielo”… O l’arruolamento tra i contractors…
L’unica notizia positiva per il momento viene dalle donne: da domenica 17 si è istallato nella città di Jimani, al confine tra Haiti e Repubblica Dominicana, un Accampamento Internazionale femminista. Già positivo che tra le promotrici ci siano insieme organizzazioni dominicane e haitiane, alla faccia di tutti i tentativi di contrapporre i due popoli fratelli. Lo scopo principale per una prima fase è quello di assicurarsi che gli aiuti arrivino davvero a chi ne ha bisogno. Nell’Accampamento c’è una postazione della Radio Internacional Feminista, ed è stato stabilito un collegamento con Naomi Klein, che si è impegnata fin dall’inizio per evitare che il terremoto serva come pretesto per operazioni di ricolonizzazione… Ed è stato lanciato un appello di una quindicina di organizzazioni femministe, dall’Argentina al Messico, dall’Honduras al Brasile, firmato anche da decine di militanti conosciute di altri paesi. È la prima iniziativa latinoamericana “dal basso”, un segnale importante di speranza.

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Corrispondenze

Che tipo di aiuti stanno inviando gli Usa all'isola terremotata? Navi militari, portaelicotteri, cacciatorpedinieri e un ospedale con 51 posti letto. Intanto l'Fmi promette 100milioni di dollari di aiuti. Ma è l'ennesimo prestito...

di Antonio Moscato

Gli Stati Uniti conoscono bene Haiti, ci sono stati per anni e anni, anche di recente. Hanno messo sotto tutela questo sventurato paese tra il 1915 e il 1934 portandosi direttamente a Washington le sue casse. Anche dopo, hanno continuato a gestire le sue dogane e la sua economia fino al 1945, per ripagarsi le spese dell’occupazione. D’altra parte l’intervento era cominciato per obbligare Haiti a pagare “il suo debito” alla Francia, cioè a risarcirla per le proprietà ritornate nelle mani della popolazione al momento della rivoluzione.
Inoltre gli Stati Uniti si preoccupavano per l’ordine di quel paese, e si rassegnarono a ritirarsi solo dopo essersi assicurati un esecutore locale, come il boia Duvalier. Come fecero a Cuba, quando abolirono l’emendamento Platt, dato che avevano trovato un utile sbirro locale, Fulgencio Batista.
Ad Haiti sono ritornati per organizzare un temporaneo ritorno di Aristide, prima di rispedirlo in esilio. Hanno passato poi la mano alla Minustah guidata dal Brasile, il cui esercito ambiva ad assumere un ruolo continentale ed era disposto a sporcarsi le mani per conto terzi.
Ma ora, dicono, gli Stati Uniti si preoccupano molto per la catastrofe umanitaria provocata dal terremoto, e mandano massicci aiuti. Ma sono aiuti molto strani. Mentre la Cina invia squadre specializzate nel recupero di vittime di terremoti, Cuba (che aveva già centinaia di medici ad Haiti da anni) ha offerto di lasciar passare sul suo territorio gli aerei USA per far guadagnare mezzora ai soccorsi, e Francia, Giappone, Argentina, Nicaragua e perfino l’Italia mandano specialisti (pochi, magari, ma esperti) della protezione civile, gli Stati Uniti hanno mandato:

1. Una portaerei e porta elicotteri, la Carl Vinson, con 19 elicotteri e un ospedale con 51 (cinquantuno) posti letto e tre sale operatorie;
2. Il cacciatorpediniere Higgins, insieme a decine di imbarcazioni della guardia costiera;
3. L’incrociatore Normandy e la fregata Underwood, equipaggiati con missili teleguidati (possiamo domandarci a che servono?);
4. La nave Bataan di assalto anfibio, con capacità simili alla Carl Vinson, accompagnata da altre due navi del gruppo di assalto anfibio, il Fort McHenry e il Carter Hall.

Questa flottiglia trasporta la 22ª Unità di spedizione della fanteria di Marina (circa 2.000 soldati, in gran parte già stanziati ad Haiti durante la precedente occupazione dell’isola). Intanto è sbarcata una compagnia di circa 100 soldati della 82ª Divisione aerotrasportata, che hanno il compito di preparare l’accampamento per il resto della brigata (circa 3.500 soldati).
Il segretario alla Difesa, Robert Gates, in una conferenza stampa ha sostenuto che la presenza militare USA non può essere vista come quella di una forza occupante, ma come un aiuto umanitario. Tuttavia è lo stesso argomento usato da Donald Runsfeld al momento dell’invasione dell’Iraq.
E il presidente Barack Obama, quando ha annunciato lo stanziamento di 100 milioni di dollari per Haiti, lo ha fatto attorniato non dai suoi consiglieri in campo sociale o umanitario, ma dal suo gabinetto di guerra…
Inoltre 100 milioni di dollari non sono poi tanti, se devono servire anche a coprire le spese di una così massiccia operazione militare.
Ma è tutta la cosiddetta “comunità internazionale” a non avere le carte in regola. Il direttore generale del FMI Dominique Strauss Kahn, ha annunciato che vuole “sbloccare immediatamente un fondo di 100 milioni di dollari” (speriamo che non siano gli stessi di cui parla Obama). Peccato che non siano “aiuti”, ma un prestito che dovrebbe aiutare a ripagare l’immenso debito accumulato in due secoli e mai estinto, grazie a insidiosi altri prestiti. Strauss Kahn esprime la sua “profonda simpatia” nei confronti delle vittime, ma dimentica di precisare - se non tra le righe - che la somma sarà sbloccata sotto forma di “facilitazioni al credito”. Cioè che gli haitiani dovranno restituirla… Nessuno però si è mai preoccupato di costringere la famiglia Duvalier a restituire i 900 milioni di dollari accumulati in conti numerati in Svizzera o a Monaco…
Mentre dagli haitiani comuni, poveri e poverissimi, si pretende sempre il pagamento – solo come interessi sul debito – di ben 430 milioni di euro. Il debito estero ammonta nel complesso a 1.885 milioni di dollari!
Haiti finora sopravviveva solo con le rimesse degli emigrati, in via di riduzione però per i licenziamenti che colpiscono sempre prima gli stranieri, specie se irregolari o “clandestini”… A luglio la solita “comunità internazionale” aveva annunciato un intervento per ridurre il debito, ma era solo propaganda, il grosso non era stato cancellato davvero, ma dichiarato “cancellabile”, che è un’altra cosa. Ieri Christine Lagarde, ministro francese dell’Economia, ha detto che ha contattato gli altri membri del club di Parigi per annullare il debito di Haiti. Si vede che lo considera ormai inesigibile! E Obama ha annunciato che temporaneamente sospende la deportazione ad Haiti dei “clandestini” arrestati: grazie, dove li avrebbero messi, se le carceri sono tutte crollate?
Intanto gli aiuti arrivano col contagocce, e la tensione monta. Vari corrispondenti, tra cui Maurizio Molinari de “La stampa”, drammatizzano molto i resoconti, in cui compaiono spesso “sciacalli” e bande di giovani con i machetes che rendono insicuro il lavoro delle squadre di intervento e dei giornalisti.
Molinari è un corrispondente dagli Stati Uniti che quando parla dell’America Latina interviene spesso in sintonia con la propaganda del governo degli Stati Uniti: dispiace che lo faccia in un quotidiano che fornisce in genere un’informazione più corretta ed equilibrata di altri giornali, che senza pudore si preoccupano più dei 20 italiani dispersi che di un paese intero distrutto. Tra l’altro “La stampa” ha anche utilmente ricordato l’atteggiamento di Voltaire sul terremoto di Lisbona del 1756 (Il testo di Voltaire e il dibattito con Rousseau e Kant, molto interessante, era apparso nel 2004 col titolo Sulla catastrofe. L’illuminismo e la filosofia del disastro, dalla Bruno Mondadori, a cura di Andrea Tagliapietra).
A Molinari raccomandiamo di informarsi non solo su com’era stata ridotta Haiti già prima del terremoto, per capire da dove parte la rabbia disperata e il tentativo di assicurarsi con le proprie forze qualcosa in un supermercato semidistrutto, in assenza di soccorsi), ma di leggere lo sconvolgente libro di Giorgio Boatti, La terra trema. Messina 28 dicembre 1908. I trenta secondi che cambiarono l’Italia, Mondadori, Milano, 2004.
Boatti spiega la psicosi degli “sciacalli” come derivante anche dall’incompetenza e disorganizzazione delle autorità militari: spesso erano perfino i poveri soldatini mandati a rimuovere le rovine con le loro mani a doversi cercare qualcosa da mangiare perché la logistica era del tutto carente: finivano così per essere considerati saccheggiatori. Boatti ricorda che la prima preoccupazione delle autorità fu quella di salvare i caveau delle banche… Ma ad Haiti, per i saccheggi “legali” fatti dai creditori, nei caveau c’è rimasto ben poco!

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Corrispondenze

Il decalogo redatto dalla scrittrice no global

di Naomi Klein

1. Permettere a tutti gli haitiani negli Usa di lavorare. La prima fonte di denaro per i poveri di Haiti è il denaro che le famiglie e i lavoratori negli Usa inviano a casa. Gli haitiani continueranno ad aiutarsi se gli verrà data l'opportunità. Gli haitiani negli Usa continueranno ad dare aiuto anche quando la comunità internazionale si muoverà su altri problemi.

2. Non permettere ai militari Usa in Haiti di puntare i loro fucili contro gli haitiani. Gli haitiani in collera non sono il nemico. La scelta di militarizzare gli aiuti umanitari è stata già fatta - ma non bisogna permettere che le vittime siano catalogate come criminali. Non demonizzate il popolo.

3. Dare ad Haiti sovvenzioni come aiuto, non prestiti. Haiti non ha bisogno di ulteriori debiti. Assicurarsi che il rilievo dato, aiuti Haiti a ricostruire il settore pubblico in modo che il paese possa offrire ai propri cittadini servizi pubblici di base.

4. In ordine di priorità degli aiuti umanitari aiutare le donne, i bambini e gli anziani. Sono loro a essere sempre in fondo alla catena umanitaria. Se loro, dunque, sono nella parte posteriore della linea, cominciare dal fondo.

5. Il presidente Obama può emanare uno Status di Protezione Temporanea per gli haitiani, con un tratto di penna. Lo faccia. Gli Stati Uniti lo hanno già fatto per El Salvador, Honduras, Nicaragua, Sudan e Somalia. Il presidente Obama dovrebbe farlo in occasione del Martin Luther King Day.

6. Il rispetto dei diritti umani dal primo giorno. L'ONU ha adottato i Principi Guida per gli Sfollati Interni. Li si renda una lettura obbligatoria per tutti gli ufficiali e le organizzazioni, ma anche le persone, non governative. Le organizzazioni non governative come i gruppi di volontariato e di aiuti internazionali sono estremamente potenti in Haiti - anche loro devono rispettare la dignità umana ei diritti umani di tutte le persone.

7. Scusarsi con il popolo haitiano ovunque per Pat Robertson e Rush Limbaugh.

8. Liberazione di tutti gli haitiani nelle carceri degli Stati Uniti che non sono accusati di crimini. Trentamila persone si trovano ad affrontare le deportazioni. Nessuno sarà deportato ad Haiti negli anni a venire. Anche questo va annunciato nel Martin Luther King Day.

9. Richiedere che tutte le organizzazioni non governative che raccolgono denaro negli Stati Uniti siano trasparenti su ciò che raccolgono, su dove va il denaro, e insistere sul fatto che siano legalmente responsabili per il popolo di Haiti.

10. Trattare tutti gli haitiani, come noi vorremmo essere trattati.

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Corrispondenze

Su circa 9 milioni di abitanti, l’80% sopravvive sotto la linea di povertà, con meno di un dollaro al giorno. Il 47% della popolazione con più di 15 anni è analfabeta. La solidarietà ma anche la denuncia della sinistra latinoamericana

di Antonio Moscato

È il titolo di un commento della Redacción de Correspondencia de Prensa del Colectivo Militante di Montevideo, che riporta anche una dura denuncia di Conlutas (Coordenacão Nacional de Lutas).
Accanto e subito dopo la solidarietà, la denuncia delle responsabilità: prima di tutto del governo brasiliano che nel 2004 si è offerto per legittimare la nuova invasione di Haiti decisa dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Infatti una parte notevole dei 7.031 caschi azzurri e 2.034 poliziotti (più 488 funzionari internazionali) che controllano o dovrebbero controllare il paese sono brasiliani (seguono Uruguay, Cile, Argentina, ecc.). Il capo della polizia è invece un guineano, Mamadou Moutanga Djallo.
La denuncia riguarda non solo la funzione generale dell’intervento (garantire tranquillità alle multinazionali che istallano fabbriche maquiladoras nelle zone franche, e sfruttano le risorse del paese, senza preoccuparsi delle condizioni di vita della maggior parte della popolazione sprofondata nella miseria, senza assistenza medica, senza scuole), ma anche la sua incapacità di fermare le bande criminali. Proprio mentre arrivavano le notizie del terremoto, "Resumen Latinoamericano" informava su un ennesimo assassinio politico: lo scrittore Jn. Anil Louis-Juste, autore di numerose denuncie sull’occupazione del paese da parte della Minustah, era stato assassinato mentre usciva dall’Università.
Il comunicato del Colectivo militante ironizzava su una “notizia incoraggiante” fornita dalla CNN in spagnolo: il governo Obama ha deciso la “sospensione temporanea” della deportazione nell’isola di “clandestini” haitiani scoperti negli Stati Uniti. Dove li avrebbe messi, se continuava a mandarli lì? Le carceri sono crollate!

Una radiografia desolante
Il Colectivo militante forniva anche qualche dato da non dimenticare: Su circa 9 milioni di abitanti (stima approssimativa, date le condizioni dei servizi pubblici, e degli strumenti di rilevamento), l’80% sopravvive sotto la linea di povertà, con meno di un dollaro al giorno. Il 47% della popolazione con più di 15 anni è analfabeta.
Non solo il PIL procapite è il più basso dell’Amerca Latina, ma anche del mondo (è più basso solo in Nepal e in alcuni paesi dell’Africa), ed è mal distribuito: il 10% della popolazione più povera riceve solo lo 0,7% delle entrate, mentre il 10% superiore si accaparra il 47,7% della torta. Il 40 del PIL è per giunta costituito dalle rimesse degli emigrati negli Stati Uniti, e quindi è in brusca diminuzione perché in tempo di crisi gli immigrati, clandestini o no, sono i primi a essere licenziati.
Quasi il 75% delle case sono di latta, legno e cartone, e non hanno impianti igienici. Inutile dire che nei quartieri poveri (la quasi totalità) non esiste raccolta delle immondizie. In tutto esistevano 108.000 telefoni fissi e un numero imprecisato di cellulari, presumibilmente non alto.
Solo un quarto dei parti sono seguiti da personale medico. Ovviamente il tasso di mortalità infantile è il più alto delle Americhe ed è superato solo da alcuni paesi dell’Africa, e da Bangladesh, Afghanistan e Laos. Relativamente alto anche il tasso di infettati dall’AIDS accertati (120.000 pari al 2,2% della popolazione), ma naturalmente in assenza di assistenza medica adeguata i casi sfuggiti al controllo possono essere molti di più.

La denuncia di Conlutas
Il Colectivo militante ha riportato poi un comunicato del coordinamento brasiliano di lotta Conlutas che non si è limitato a esprimere una totale solidarietà alle vittime, stabilendo un collegamento con Batay Ouvriye e altre organizzazioni rivoluzionarie di Haiti, ma ha chiesto al governo di Lula di cancellare immediatamente le spese militari sostenute per partecipare e dirigere il corpo di interposizione (cioè di occupazione) di Haiti, destinandole all’aiuto umanitario.

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