Topic “guerra”

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Corrispondenze

In cambio della scarcerazione di un migliaio di detenuti politici palestinesi, verrà liberato il caporale israeliano Ghilad Shalit (nella foto). Invece rimarranno in prigione il leader di Fatah Marwan Barghouti e il segretario generale del Fronte Popolare Ahmed Sadat.

da Nenanews

Gerusalemme, 12 ottobre 2011, Nena News (nella foto dal sito haaretz.com il leader di Hamas Mashaal, il soldato Shalit e il premier israeliano Netanyahu) -Il governo Netanyahu ha approvato la scorsa notte (tre i voti contrari) l’accordo raggiunto con il movimento islamico Hamas che, in cambio della scarcerazone di poco più di mille detenuti politici palestinesi, vedrà la liberazione del caporale israeliano Ghilad Shalit, catturato da un commando palestinese nel 2006 nei pressi del valico di confine di Kerem Shalom e da allora prigioniero a Gaza. L’improvvisa accelerazione, dopo un lungo silenzio, è stata annunciata ieri nel tardo pomeriggio dalla televisione satellitare saudita al Arabiya e confermata poco dopo dai leader di Hamas e dallo stesso Netanyahu che ha telefonato ai genitori di Shalit per comunicare l’accordo raggiunto. Lo scambio avverrà in più fasi. Lasceranno le carceri israeliane anche palestinesi condannati all’ergastolo per attentati, ma non i due prigionieri politici più noti: il dirigente più carismatico e stimato del movimento Fatah Marwan Barghouti e il segretario generale del Fronte Popolare Ahmad Sadat. Alcuni dei rilasciati torneranno nei Territori palestinesi occupati mentre altri sembrano destinati all’esilio, almeno per ora. Ghilad Shalit invece sarà consegnato all’Egitto, per essere poi restituito a Israele in un secondo momento.
La scorsa notte migliaia di palestinesi a Gaza e in Cisgiordania hanno festeggiato l’accordo centinaia di famiglie attendono il ritorno dei detenuti a casa. La svolta improvvisa, un vero fulmine a ciel sereno, senza dubbio è frutto di un incrocio di interessi. Su Hamas ha pesato la necessità di recuperare terreno di fronte al calo del consenso interno a Gaza e di rispondere con un “successo” dal forte impatto popolare alle recenti iniziative diplomatiche del rivale presidente dell’Olp Abu Mazen. Ieri sera i dirigenti del movimento islamico descrivevano l’intesa come una “vittoria” sorvolando sul punto che prevede l’esilio per un certo numero di prigionieri che verranno scarcerati. Senza contare la mancata liberazione di Sadat e Barghouti. Soddisfatto anche Netanyahu che recupera consensi in casa, dopo una estate di manifestazioni popolari contro la politica economica del suo governo. Il premier israeliano grazie alla visibilità internazionale che gli darà l’intesa su Shalit, proverà anche a far passare in secondo piano la richiesta di adesione alle Nazioni Unite dello Stato di Palestina presentata il mese scorso. Nena News

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Corrispondenze

La base siciliana di Sigonella rafforza il proprio ruolo di piattaforma avanzata per le operazioni “anti-terrorismo” degli Stati Uniti d’America nel continente africano

Antonio Mazzeo

La base siciliana di Sigonella rafforza il proprio ruolo di piattaforma avanzata per le operazioni “anti-terrorismo” degli Stati Uniti d’America nel continente africano. USAFRICOM, il comando delle forze armate Usa per l’Africa, ha annunciato la creazione di una forza speciale dei marines che darà la caccia in Maghreb e in Somalia alle organizzazioni islamiche radicali filo-al Qaeda. La neo-costituita Special Purpose Marine Air Ground Task Force 12 si è insediata da poco meno di una settimana nella stazione aeronavale di Sigonella dopo un lungo training in South Carolina e Virginia.

“La task force avrà come compiti prioritari l’intelligence e l’addestramento dei militari dei paesi africani che combattono i gruppi terroristici o svolgono attività di peacekeeping in Somalia”, ha dichiarato il maggiore Dave Winnacker, responsabile del gruppo di pronto intervento dei marines. “La SPMAGTF-12 include componenti navali, terrestri ed aeree caratterizzate da notevole flessibilità. Saranno inviati in Africa piccolo gruppi alla volta, della dimensione di un plotone, per missioni che potranno durare da cinque giorni a cinque settimane”.
Secondo USAFRICOM, la forza di pronto intervento dei marines dovrebbe operare perlomeno per la durata di un anno, sette mesi dei quali direttamente nei teatri di guerra del continente e il resto a Sigonella per addestramenti pre e post-interventi. La Special Purpose Marine Air Ground Task Force 12 è composta attualmente da 125 uomini ma - stando al comando Usa per le operazioni navali in Africa (Napoli) - potrebbe crescere entro due anni a 364 unità. SPMAGTF-12 opererà congiuntamente con un’unità dei marines e degli incursori Seal, la Naval Special Warfare Unit-10, attivata nei mesi scorsi a Stoccarda con il fine di eseguire veri e propri blitz contro obiettivi “nemici” in Africa settentrionale ed orientale utilizzando unità navali, sottomarini ed aerei.

“Il piano d’inviare piccole formazioni militari per addestrare altre forze armate nella lotta contro i gruppi terroristici è in linea con la strategia antiterrorismo degli Stati Uniti d’America che ha il pregio di mantenere un basso profilo”, ha commentato Rick Nelson, ricercatore dell’ultraconservatore Center for Strategic and International Studies (CSIS) di Washington. “Gli Usa si trovano sicuramente in una posizione particolarmente impegnativa in quanto devono bilanciare costantemente la loro presenza militare per ridurne il più possibile le potenziali conseguenze negative. Noi abbiamo appreso che un intervento in grande scala per combattere al-Qaeda non è sostenibile a lungo dal punto di vista economico o politico. Truppe numerose per addestrare in funzione antiterrorismo o il clamore per i successi degli assalti dei velivoli senza pilota potrebbero foraggiare la propaganda dei gruppi estremisti che vogliono dipingere gli Stati Uniti come ostili alle nazioni musulmane”.
I 125 marines della nuova task force si aggiungono agli uomini e ai mezzi da guerra distaccati a Sigonella dalla Nato e da paesi extra-Nato dopo lo scoppio delle ostilità contro la Libia. Nella base siciliana sono stati rischierati militari, intercettori, cacciabombardieri, aerei da riconoscimento e velivoli cisterna di Canada, Danimarca, Emirati Arabi Uniti, Italia, Stati Uniti, Svezia e Turchia, più un paio di velivoli-spia “Awacs” dell’Alleanza Atlantica. Dalla prima settimana di luglio, inoltre, l’aeronautica militare francese ha trasferito in Sicilia cinque cacciabombardieri “Rafale” di stanza nella base di Solenzara, Corsica. I “Rafale” eseguono da quattro a otto missioni al giorno, utilizzando le bombe a guida laser GBU-12 “Paveway” e quelle SBU-38 “AASM”, ma è stato pure documentato l’uso di un certo numero di missili da crociera a lungo raggio “Scalp EG”.

A seguito del superaffollamento degli alloggi di Sigonella, a partire dello scorso mese di giugno il Comando della marina militare Usa in Europa (EUCOM) ha avviato la ristrutturazione delle caserme nell’area NAS II della base, installando pure un vasto accampamento con tende attrezzate ad ospitare sino a 800 militari della coalizione di Unified Protector. Autorizzata dal governo italiano dopo la richiesta del comandante della VI Flotta, Harry Harris, e dell’ambasciatore Usa in Italia David Thorne, la struttura è stata realizzata da uno special team di 60 uomini provenienti dalla 3rd US Air Force di Ramstein (Germania), dal Naval Mobile Construction Battalion NMCB-74 di Rota, (Spagna) e dai Seabees US Navy di Sigonella. L’accampamento è stato intitolato all’ufficiale dei marines Michael Murphy, morto nel 2005 in Afghanistan, ed è gestito da un gruppo di riservisti dello USAF 100th Civil Engineering Squadron e da alcuni ufficiali del 41° Stormo dell’aeronautica militare italiana. Nei piani del Pentagono dovrebbe restare in funzione perlomeno sino al dicembre 2011 – gennaio 2012.
La rilevanza strategica nelle operazioni di bombardamento in Libia del grande scalo aereo siciliano è stata ribadita in occasione della visita del ministro della difesa Ignazio La Russa, lo scorso 20 settembre, ai reparti italiani e stranieri rischierati nell’ambito di Unified Protector. “I mezzi delle nazioni presenti qui a Sigonella hanno compiuto 3.814 missioni, con un personale schierato di 1.078 unità, a cui va aggiunto il personale stabile americano e italiano per un totale di oltre 3.500 persone”, ha dichiarato il ministro. “Il ruolo della base è stato essenziale e decisivo. A Sigonella otto nazioni hanno potuto utilizzare i loro mezzi non solo con grande risparmio, ma anche con aumento di efficienza”. La Russa, in particolare, ha espresso apprezzamento per il “continuo supporto logistico ed operativo” del 41° Stormo che, grazie ai velivoli-pattugliatori Breguet 1150 “Atlantic”, “contrasta la minaccia subacquea e navale” e “assicura la ricerca e il soccorso in mare su tutta l’area del Mediterraneo”. Il ministro ha infine rivelato che nella base siciliana è stato pure trasferito un velivolo Alenia G.222VS dell’Aeronautica militare per le attività di guerra elettronica nei cieli libici.

La centralità di Sigonella nell’operazione Unified Protector è sancita tuttavia dai micidiali aerei senza pilota UAV “MQ-1 Predator” e “RQ-4 Global Hawk” schierati dal comando di US Air Force e i cui compiti d’identificazione, riconoscimento e bombardamento dei target sono stati determinanti per sconfiggere le forze fedeli a Gheddafi. “Circa 4.000 sortite della coalizione multinazionale sono state lanciate da Sigonella”, ha dichiarato il 7 ottobre Leon Panetta, segretario della difesa Usa, in occasione della sua visita alla base siciliana. “Le unità d’intelligence per le operazioni in Libia hanno elaborato i dati raccolti dai droni come i Predator che mi sono molto familiari da quando svolgevo il mio vecchio lavoro di direttore della CIA”, ha aggiunto. “Mentre Panetta parlava – annota il cronista di Stars and Stripes, il quotidiano delle forze armate statunitensi – i caccia decollavano e un Predator armato dell’aeronautica militare, con volo leggiadro, eseguiva un circolo in aria e poi proseguiva diritto. Dietro il segretario c’era uno dei tre sofisticati aerei spia senza pilota Global Hawk schierati a Sigonella, che hanno fornito l’osservazione su tutta la Libia da un’elevata altitudine”. Sono già tre dunque i falchi globali ospitati in Sicilia e presto ne arriveranno altri due di US Air Force, quattro-cinque di US Navy e quelli di ultima generazione della Nato.

“La missione militare in Libia sta volgendo al termine”, ha annunciato il comandante di USAFRICOM, Carter Ham. “Quando la Nato deciderà di ritirarsi sarà necessario trasferire, senza soluzione di continuità, il controllo delle operazioni aeree e marittime al comando di Africom. Perlomeno inizialmente, una parte della copertura della sorveglianza militare dovrà restare attiva. Ci saranno alcune missioni che bisognerà sostenere per qualche tempo, non fosse altro per assicurare al governo provvisorio la sicurezza delle frontiere sino a quando non sarà in grado di farlo da solo”. Il generale Ham non ha dubbi: il controllo della regione, la “ricerca dei nascondigli di armi” e la “prevenzione del trasferimento di materiale bellico” dalla Libia ai paesi confinanti, dovranno essere garantiti ancora dagli aerei senza pilota schierati a Sigonella.

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Corrispondenze

Mentre vara una finanziaria "lacrime e sangue" per ridurre lo spaventoso debito pubblico, l’amministrazione statunitense approva un bilancio della difesa da record

Antonio Mazzeo

L’amministrazione degli Stati Uniti d’America sfida l’opposizione repubblicana e una parte del Partito democratico e annuncia per il 2012 una manovra finanziaria “lacrime e sangue” per ridure lo spaventoso debito pubblico di oltre 14.000 miliardi di dollari. All’orizzonte si profilano nuove tasse sui consumi e tagli alla spesa sociale e sanitaria per 4.000 miliardi ma il complesso militare industriale e i signori del Pentagono potranno comunque dormire sogni tranquilli. Il Congresso, infatti, con 336 voti favorevoli e 87 contrari, ha varato per il prossimo anno un bilancio della difesa record: 649 miliardi di dollari in nuove armi e missioni di guerra, 8,9 miliardi in meno di quanto aveva richiesto il presidente Obama ma 17 miliardi in più di quanto previsto nel budget 2011. Restano fuori dalla difesa perché computate sotto altre voci del bilancio federale, le spese per la cosiddetta “sicurezza nazionale”, quelle per la ricerca e la sperimentazione di nuovi strumenti bellici e quelle per la realizzazione di installazioni militari nazionali e d’oltremare, per le abitazioni da assegnare al personale o per la produzione degli ordigni nucleari destinati ai cacciabombardieri strategici o ai missili a medio e lungo raggio imbarcati nei sottomarini.

Anche se il Congresso ha confermato in buona sostanza il piano finanziario approntato dal Dipartimento della difesa, sono stati approvati una serie di emendamenti che comportano il trasferimento di risorse da un programma militare all’altro, la cancellazione di alcuni progetti “chiave” del Pentagono e l’acquisizione di sistemi d’arma non richiesti dai militari ma offerti dalle generose e potenti lobby dei fabbricanti. I congressisti hanno decretato un incremento medio dell’1,6% degli stipendi del personale militare e delle spese per l’acquisto di unità navali, aerei da combattimento e velivoli da trasporto C-17, concedendo fondi straordinari per lo sviluppo dei bombardieri B-1 e di un nuovo prototipo di bombardiere strategico dell’US Air Force. Di contro, sono stati tagliati i programmi per alcuni aerei senza pilota, 114 milioni di dollari in meno per l’UAV MQ-9 “Reaper”, protagonista dei sanguinosi raid contro obiettivi civili e militari in Afghanistan e Pakistan e 115 milioni in meno per l’UAV MQ-8B “Fire Scout” della US Navy. Altro rilevante taglio è stato decretato al programma di acquisizione di un nuovo velivolo da guerra terrestre (Ground Combat Vehicle), mentre aumenta di 272 milioni l’importo destinato all’aggiornamento del carro armato M1A2 “Abrams” dell’US Army. Pienamente esaudite invece le richieste del Pentagono di finanziamento dei nuovi cacciabombarideri F-35, di una nuova classe di sottomarini nucleari dotati di missili balistici e dei velivoli per il pattugliamento marittimo P-8 (destinati in parte alla base siciliana di Sigonella).

Un “premio extra” di 335 milioni di dollari è stato concesso inoltre per l’acquisto di due satelliti del Wideband Global System, il sistema di telecomunicazioni satellitari che il Dipartimento della difesa sta sviluppando in cooperazione con le forze armate australiane (complessivamente il sistema assorbirà nel 2012 investimenti per 804 milioni di dollari). Inatteso stop invece al programma trilaterale Stati Uniti-Germania-Italia per la sostituzione dei missili Partiot e Nike Hercules con un nuovo sistema di “difesa anti-aerea e anti-missilili” denominato Medium Extended Air Defense System (MEADS).Il Congresso ha decurtato di 149 milioni di dollari l’apporto USA alla joint venture produttrice con sede ad Orlando (Florida) e composta dal colosso statunitense Lockheed Martin, dalla società tedesca Lenkflugkorpersysteme e da MBDA Missile Systems, consorzio europeo di cui l’italiana Finmeccanica detiene il 25% del capitale. Il programma MEADS, avviato nel maggio 2005, prevede investimenti finanziari per oltre 3,4 miliardi di dollari. Affari d’oro invece per le società impegnate nella realizzazione del sistema missilistico e “anti-aereo” Iron Dome: per il 2012 il Congresso ha infatti approvato una spesa di 205 milioni di dollari a favore del programma di sviluppo che vede insieme Stati Uniti d’America e Israele.

Centosettanta miliardi di dollari vengono destinati infine alle operazioni all’estero delle forze armate USA (4 miliardi in più del 2011), 119 dei quali per le guerre in Iraq, Afghanistan e Pakistan. Al Pentagono andranno inoltre 11,6 miliardi per l’addestramento delle forze armate afghane, 1,5 miliardi per quello delle forze di sicurezza irachene e 75 milioni di dollari per la formazione e l’equipaggiamento delle forze “anti-terorismo” yemenite. Poco chiaro invece quanto accadrà sul fronte libico. Anche se nessuno degli emendamenti approvati impone all’amministrazione Obama la revisione delle modalità d’intervento a fianco della coalizione dei volenterosi a guida NATO, la maggioranza dei congressisti ha chiesto al Dipartimento della difesa di “non utilizzare fondi per fornire equipaggiamento militare, addestramento o consulenze a favore di gruppi o singoli impegnati in attività all’interno o contro la Libia”. Il 20 aprile scorso, tuttavia, Washington ha concesso ai ribelli del Transitional National Council 25 milioni di dollari in “equipaggiamenti non letali” (apparecchiature mediche, uniformi, stivali, tende, impianti radio e molto probabilmente armi leggere) e altri 53 milioni in non meglio specificati “aiuti umanitari” a favore del popolo libico.

Secondo un recente studio pubblicato dall’Eisenhower Research Project della Brown University di Rhode Island, dall’11 settembre 2001 ad oggi le forze armate statunitensi hanno speso 4.400 miliardi di dollari per le operazioni in Afghanistan, Iraq, Pakistan e Yemen, una cifra di per sé stratosferica ma che non comprende gli interessi sui debiti contratti dalle autorità federali USA con le banche. Secondo il gruppo di ricerca “le guerre sono state finanziate quasi per intero con l’assunzione di prestiti; sino ad oggi sono stati pagati interessi per 185 miliardi di dollari, ma altri 1.000 miliardi potrebbero essere pagati per le spese di guerra da qui all’anno 2020”.

Solo il conflitto iracheno, scoppiato nel 2003, avrebbe comportato una spesa di 1.000 miliardi di dollari. Secondo quanto annunciato dal presidente Obama, entro la fine del 2011 tutti i 46.000 militari USA impegnati dovrebbero essere ritirati dall’Iraq, ma c’è chi al Pentagono sta già pensando a mantenere nel paese, almeno sino alla fine del 2012, un contingente di 8.500-10.000 uomini per “continuare l’addestramento delle forze armate irachene”, come riporta l’agenzia The Associated Press. “L’estensione della presenza militare USA in Iraq avverrà solo dopo un’eventuale richiesta da parte della autorità di Baghdad e dipenderà dalla prontezza che le forze di sicurezza locali avranno acquisito contro i rinnovati attacchi delle milizie”, spiegano i portavoce della Casa Bianca. “Senza una richiesta formale, solo 200 uomini rimarranno in Iraq a disposizione dell’ambasciata USA in qualità di consulenti militari, un compito comune a quello di tutte le altre missioni diplomatiche all’estero”.

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Nota quotidiana

Connivenze, logiche massoniche, il potere del gruppo degli amici di Bisignani sulle scelte di politica estera. E un grande manovratore che qualcuno vorrebbe al Quirinale...

Gigi Malabarba
(da Globalist.it)

Premessa: nessuna persona che abbia un minimo di onestà intellettuale può aver creduto che l'intervento della Nato in Libia fosse dovuto all'umanitaria protezione delle popolazioni della Cirenaica, insorte contro Muhammar Gheddafi. E' comprensibile che i ribelli di Bengasi, in tutto simili alla generazione protagonista della primavera araba che ha abbattuto Ben Alì e Mubarak e sconvolto l'intero Nordafrica e Medioriente, invocassero l'intervento armato dei paesi europei. E a loro e a tutti coloro che si ribellano alle dittature deve andare il nostro pieno sostegno e, per quel che mi riguarda, anche al di là di quello strettamente umanitario (specialmente se provenienti da forze politiche e sociali solidali, più che dai governi).
Che l'Italia, la Francia e la Gran Bretagna - in tempi e modi diversi, dovuti alle diverse dinamiche politiche interne e agli interessi economici concorrenti nell'area - abbiano voluto approfittare della sollevazione popolare (e soprattutto della reazione criminale del raìs) per ragioni molto lontane da quelle ipocritamente dichiarate dalla risoluzione 1973 delle Nazioni Unite, non è difficile da immaginare. Temendo innanzi tutto, Stati Uniti compresi, che l'incendio del Maghreb e del Mashreq, che ha fatto saltare i regimi reazionari arabi asserviti all'Occidente, se non prontamente addomesticato e fermato, avrebbe potuto assumere una dinamica sociale 'pericolosa', grazie alla crisi economica in corso. Che cosa c'è di meglio di un intervento militare diretto a partire dall'anello debole della rivolta?
Tralasciando la farsa dei trionfali ricevimenti di Gheddafi a Roma, 'traditi' dai bombardamenti italiani e dell'Alleanza di appena qualche tempo dopo (mai fronte di guerra si è così rapidamente rovesciato con gli stessi protagonisti in sella.), merita attenzione il richiamo di Gianni Cipriani sull'armamento diretto del Cnt, il Consiglio nazionale transitorio di Bengasi, fuori dalle disposizioni Onu e persino prima dell'analogo sostegno francese (oggi ammesso). Si tratta di un fatto assai rilevante, ma che in Italia non susciti alcun dibattito politico non stupisce, perché non c'è alcuna forza politica in Parlamento - nessuna - che si oppone realmente alla guerra e le quotidiane sollecitazioni interventiste del Quirinale costituiscono l'humus più fertile per coltivare politiche bipartisan.
Naturalmente, e più esplicitamente, non si parla più di 'protezione dei civili', ma di ruolo di potenza a cui l'Italia non può rinunciare: in questo il Centrosinistra si è persino più esposto della destra di governo, alle prese con la difficile quadratura dei conti pubblici.
Quindi la Marina militare già ai primi di marzo invia armi leggere e munizioni al Cnt, prelevate dai depositi dell'Aise, il servizio segreto militare, in Sardegna, cercando in tal modo di mantenere una presunta egemonia italiana nell'area, contando sulle relazioni con esponenti della rete diplomatica e del governo libico passati armi e bagagli dalla parte degli insorti. Parliamo di appoggio su uomini fedeli a Gheddafi fino al giorno prima, quindi, e non certo sul lavoro dell'intelligence italiana che - contrariamente a quanto afferma l'ineffabile ministro Frattini - non sembra affatto disporre di conoscenze 'migliori degli altri'. O perlomeno non più.
Da quando gli amici del Bisignani di turno - ma forse il capo supremo di tutti i servizi, Gianni De Gennaro 'ne sa qualcosa' - hanno letteralmente smantellato quel che restava della squadra di Nicola Calipari nel mondo arabo. Forse anche il vicepresidente dell'Eni Umberto Saccone, già capocentro del Sismi in Arabia Saudita, 'ne sa qualcosa'. E l'Eni qualche problema di concorrenza con altre multinazionali del petrolio ce l'ha; ma qui si aprirebbe un altro capitolo, che ci porterebbe lontano.
E' un fatto che Tavolara, la Maddalena, Capo Marrargiu (qualcuno se lo ricorda forse come base del Sifar passato alla notorietà come struttura 'Stay behind' della Nato, ossia Gladio, tuttora operativo come distaccamento C del Rud) sono le basi da cui clandestinamente si è provveduto ad approvigionare di armi gli insorti di Bengasi. C'è da sospettare che ai ribelli non siano neppure arrivate, ma che siano rimaste in mani più 'amiche'.
Insomma, c'è materia da cui dedurre l'esistenza di un crocevia di affari, guerra e condizionamenti politici del tutto indisturbati - senza bisogno di scomodare grembiulini massonici, perché i riti cambiano ma non le sostanze - anche perché c'è chi ha saputo manovrare a destra e a manca con un certo savoir faire. Sta a vedere che 'ne sa qualcosa' il responsabile politico dei servizi di sicurezza, nonché sottosegretario alla presidenza del consiglio, nonché candidato quasi ufficiale di Silvio Berlusconi al Quirinale. Come ai tempi di Andreotti e dei rapporti tra Stato e Mafia: difficile farne il nome, ma sicuramente tra quelli più conosciuti che si conoscano.

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Accade a sinistra

Pubblichiamo un'intervista a Gilbert Achcar con cui non siamo d'accordo ma che ha fatto molto discutere il movimento internazionalista. L'autore, convinto antimperialista, discute del possibile sostegno alla risoluzione Onu

da Alkemia.com

Pubblichiamo un'intervista rilasciata da Gilbert Achcar sulla guerra in Libia che ha fatto molto discutere per via del consenso che l'intellettuale di origine libanese, militante internazionalista e antimperialista da una vita, ha voluto dare alla risoluzione Onu sulla "No fly zone". Achcar è insospettabile di simpatie per i governi occidentali e quindi i suoi argomenti meritano attenzione, tanto più che nell'intervista che qui pubblichiamo, e poi nell'articolo di risposta alle numerose critiche ricevute, aggiunge numerosi elementi di conoscenza e valutazione in buona parte estranei al dibattito italiano. Per parte nostra continuiamo a non condividere la posizione di Achcar e, sia pure senza volerla presentare come una risposta, rimandiamo all'articolo che abbiamo pubblicato subito dopo i bombardamenti della Francia (vai qui)

Sviluppi in Libia

(per il secondo articolo di Achcar va qui)

Chi è l’opposizione libica? Alcuni hanno notato la presenza della vecchia bandiera monarchica tra le fila dei ribelli.

La bandiera non è usata come simbolo della monarchia ma come bandiera adottata dallo stato libico dopo la conquista dell’indipendenza dall’Italia. E’ usata dalla rivolta per rifiutare la Bandiera Verde imposta da Gheddafi assieme al suo Libro Verde, quando scimmiottava Mao Zedong e il Libretto Rosso. La bandiera tricolore non indica in alcun modo nostalgia per la monarchia. Nell’interpretazione più comune, simbolizza le tre regioni storiche della Libia e la mezzaluna e la stella sono le stesse che si vedono nelle bandiere delle repubbliche algerina, tunisina e turca, non simboli della monarchia.

E dunque chi è l’opposizione?

La composizione dell’opposizione è –come in tutte le altre rivolte che scuotono la regione – molto eterogenea. Ciò che unisce le forze disparate è un rifiuto della dittatura e un anelito alla democrazia e ai diritti umani. Al di là di ciò vi sono molte prospettive diverse. In Libia, più in particolare, c’è una miscela di attivisti dei diritti umani, di sostenitori della democrazia, di intellettuali, di elementi tribali e di forze islamiche; un insieme molto vasto. La forza politica preminente della rivolta libica è la “Gioventù della Rivoluzione del 17 febbraio” che ha una piattaforma democratica che richiede lo stato di diritto, libertà politiche ed elezioni libere. Il movimento libico include anche segmenti del governo e delle forze armate che hanno disertato e si sono uniti all’opposizione, cosa che non è accaduta in Tunisia o in Egitto.
L’opposizione libica rappresenta quindi un insieme di forze, e la sintesi è che non c’è alcun motivo per un atteggiamento nei suoi confronti diverso da quello verso ogni altra rivolta nella regione.

Gheddafi è – o è stato – una figura progressista?

Quando Gheddafi salì al potere nel 1969 egli fu l’ultima manifestazione del nazionalismo arabo che seguì la seconda guerra mondiale e la Nakba del 1948. Cercò di imitare il leader egiziano Gamal Abdel Nasser che considerava il suo modello e la sua ispirazione. Sostituì allora la monarchia con una repubblica, si fece campione dell’unità araba, costrinse al ritiro dal territorio arabo della base aerea americana Wheelus e diede il via ad un programma di cambiamento sociale.

Poi il regime seguì la propria strada, assieme al sentiero della radicalizzazione, ispirato da un maoismo islamizzato. Ci furono vaste nazionalizzazioni nei tardi anni ’70 – quasi tutto fu nazionalizzato, Gheddafi affermò di aver istituito la democrazia diretta – e fu cambiato formalmente il nome del paese da Repubblica a Stato delle Masse (Jamahirya). Egli fece finta di aver trasformato il paese nella realizzazione dell’utopia socialista attraverso la democrazia diretta, ma pochi furono ingannati. I “comitati rivoluzionari” agivano in realtà da apparato di governo assieme ai servizi di sicurezza nel controllare il paese. Al tempo stesso Gheddafi svolse anche un ruolo particolarmente reazionario nel rafforzare il tribalismo come estrumento del proprio potere. La sua politica estera si fece sempre più avventata e molti arabi arrivarono a considerarlo pazzo.

Con l’Unione Sovietica in crisi, Gheddafi abbandonò le sue pretese socialiste e riaprì la sua economia alle imprese occidentali. Affermò che la sua liberalizzazione economica sarebbe stata accompagnata da una politica, scimmiottando la perestroika di Gorbaciov dopo aver scimmiottato la “rivoluzione culturale” di Mao Zedong, ma la dichiarazione politica era vuota di sostanza. Quando gli Stati Uniti invasero l’Iraq nel 2003 sotto il pretesto della ricerca delle “armi di distruzione di massa”, Gheddafi, preoccupato di poter essere il prossimo, mise in atto un’improvvisa e sorprendente giravolta in politica estera, guadagnandosi una spettacolare promozione dallo status di “stato canaglia” a quello di stretto collaboratore degli stati occidentali. Collaboratore, in particolare, degli Stati Uniti, che aiutò nella cosiddetta guerra al terrore, e dell’Italia, per la quale fece il lavoro sporco di rimandare indietro gli aspiranti immigrati che cercavano di arrivare in Europa dall’Africa.

Attraverso queste metamorfosi, il regime di Gheddafi è sempre stato una dittatura. Qualsiasi misura progressista Gheddafi possa aver messo in atto, nell’ultima fase non rimaneva nulla del progressismo e dell’anti-imperialismo del suo regime. Il suo carattere dittatoriale si è mostrato nel modo in cui ha reagito alle proteste: decidendo immediatamente di domarle con la forza. Non c’è stato alcun tentativo di offrire un qualche canale democratico alla popolazione. Ha avvertito i manifestanti in un suo ora famoso discorso tragicomico: “Arriveremo metro per metro, casa per case, strada per strada … vi scoveremo nei vostri gabinetti. Non avremo compassione né pietà.” Nessuna sorpresa, sapendo che Gheddafi era l’unico governante arabo che aveva pubblicamente condannato il popolo tunisino per aver rovesciato il proprio dittatore Ben Ali, che egli descriveva come il miglior governate che i tunisini potessero trovare.

Gheddafi ha fatto ricorso a minacce e alla repressione violenta, affermando che i dimostranti erano stati trasformati in tossicomani da Al Qaeda che aveva versato allucinogeni nei loro caffè. Denunciare Al Qaeda per la rivolta è stato il suo modo di cercare di ottenere il sostegno dell’occidente. Se ci fosse stata una qualsiasi offerta di aiuto da Washington o da Roma, si può star certi che Gheddafi l’avrebbe accolta con piacere. Ha effettivamente espresso la sua delusione per l’atteggiamento del suo compare Silvio Berlusconi, il primo ministro italiano, con il quale aveva condiviso festeggiamenti e ha denunciato il fatto che anche altri suoi “amici” europei lo avevano tradito. Negli ultimissimi anni Gheddafi era effettivamente diventato amico di diversi governanti occidentali e di altre figure del potere che, per un pugno di dollari, sono stati disponibili a rendersi ridicoli scambiando abbracci con lui. Lo stesso Anthony Giddens, l’eminente teorico della Terza Via di Tony Blair, ha seguito i passi del suo discepolo visitando Gheddafi nel 2007 e scrivendo sul Guardian come la Libia era sulla strada delle riforme e sulla via di diventare la Norvegia del Medio Oriente.

Come valuti la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU adottata il 17 marzo?

La risoluzione stessa è formulata in un modo che tiene conto delle – e sembra rispondere alle - richieste della rivolta per una zona di interdizione al volo (no-fly zone). L’opposizione ha in effetti chiesto esplicitamente una zona di interdizione al volo a condizione che nessuna truppa straniera sia impiegata in territorio libico. Gheddafi ha il grosso delle forze armate d’élite, con aerei e carri armati, e la zona di interdizione al volo neutralizzerebbe in concreto il suo principale vantaggio militare. Questa richiesta della rivolta è riflessa nel testo della risoluzione, che autorizza gli stati membri dell’ONU “ad adottare tutte le misure necessarie … per proteggere i civili e le aree popolate da civili sotto minaccia di attacco nella Jamahiryia Araba Libica, compresa Bengasi, con l’esclusione di una forza di occupazione straniera sotto qualsiasi forma in qualsiasi parte del territorio libico.” La risoluzione stabilisce “un divieto di tutti i voli nello spazio aereo della Jamahiryia Araba Libica al fine di proteggere i civili.”

Ora, non ci sono sufficienti salvaguardie nella formulazione della risoluzione per impedire il suo utilizzo a fini imperialistici. Anche se si suppone che lo scopo di qualsiasi azione sia la protezione dei civili e non un “cambiamento di regime”, decidere se un’azione adempia a questo scopo o meno è lasciato alle potenze che intervengono e non alla rivolta o almeno al Consiglio di Sicurezza. La risoluzione è sorprendentemente confusa. Ma considerata l’urgenza di impedire il massacro che inevitabilmente deriverebbe da un attacco a Bengasi da parte delle forze di Gheddafi e l’assenza di qualsiasi mezzo alternativo per conseguire l’obiettivo della protezione, nessuno può opporvisi ragionevolmente. Si possono comprendere le astensioni; alcuni dei cinque stati che si sono astenuti dal voto nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite hanno voluto esprimere la loro resistenza e/o il loro disagio per la mancanza di un controllo adeguato, ma senza assumere la responsabilità di un massacro incombente.

La reazione occidentale, ovviamente, sa di petrolio. L’occidente teme un conflitto prolungato. Se ci fosse un grande massacro, dovrebbero imporre un embargo al petrolio libico, mantenendo i prezzi del petrolio a un livello alto in un periodo in cui, dato lo stato attuale dell’economia globale, ciò avrebbe grosse conseguenze negative. Alcuni paesi, inclusi gli Stati Uniti, hanno agito con riluttanza. Solo la Francia è emersa come fortemente a favore di un’azione forte, il che può ben essere collegato al fatto che la Francia – diversamente dalla Germania (che si è astenuta dal voto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite) – non ha un grande accesso al petrolio libico e certamente spera in una quota maggiore dopo Gheddafi.

Sappiamo tutti che i pretesti delle potenze occidentali si basano su una doppia morale. Ad esempio la loro asserita preoccupazione per i civili bombardati dall’alto non è sembrata applicarsi a Gaza nel 2008-09, quando centinaia di non combattenti sono stati uccisi da aerei israeliani nell’appoggio a una occupazione illegale. O il fatto che gli USA consentano al loro regime cliente del Bahrein, dove hanno una base navale principale, di reprimere violentemente la rivolta locale, con l’aiuto di altri vassalli regionali di Washington.

Rimane il fatto, tuttavia, che se a Gheddafi fosse permesso di continuare la sua offensiva militare e di prendere Bengasi, ci sarebbe un grande massacro. Ecco un caso in cui la popolazione è davvero in pericolo e in cui non ci sono plausibili alternative per proteggerla. All’attacco delle forze di Gheddafi mancano ore, al massimo giorni. Nel nome di principi anti-imperialisti non ci si può opporre a un’azione che eviterà il massacro di civili. Analogamente, anche se conosciamo bene la natura e la doppia morale dei poliziotti nello stato borghese, nel nome di principi anticapitalisti non si può biasimare chi li chiami quando qualcuno sta per essere violentato e non c’è altro modo di fermare il violentatore.

Detto questo, senza dichiararci contro la zona di interdizione al volo, dobbiamo mostrare resistenza e sostenere un’assoluta vigilanza nel controllare le azioni di quegli stati che le conducono, per essere certi che non vadano al di là della protezione dei civili secondo il mandato della risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Guardano il televisione le folle di Bengasi che inneggiavano all’approvazione della risoluzione, ho visto in mezzo a loro un grande cartello che diceva in arabo “No all’intervento straniero”. La gente, là, distingue tra l’”intervento straniero” che loro intendono come truppe sul territorio, e una zona protettiva di interdizione al volo. Si oppongono alle truppe straniere. Sono consapevoli dei pericoli e saggiamente non si fidano delle potenze occidentali.

Così, per tirare le somme, io credo che da un punto di vista anti-imperialista non ci si possa e non ci si debba opporre alla zona di interdizione al volo, dato che non c’è alcuna alternativa plausibile per proteggere la popolazione in pericolo. Viene riferito che gli egiziani stanno fornendo armi all’opposizione libica – ed è bene – ma di per sé non determinerebbe una differenza che potrebbe salvare Bengasi in tempo. Ma, di nuovo, si deve mantenere un atteggiamento molto critico verso ciò che le potenze occidentali potrebbero fare.

Cosa succederà ora?

E’ difficile dire cosa succederà ora. La risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU non chiede un cambiamento di regime; riguarda la protezione dei civili. Il futuro del regime di Gheddafi è incerto. La questione chiave è se vedremo la ripresa della rivolta nella Libia occidentale, Tripoli compresa, portare a una disintegrazione delle forze armate del regime. Se ciò accadrà, allora Gheddafi può essere spodestato presto. Ma se il regime riesce a rimanere fermamente al controllo dell’occidente, allora ci sarà una divisione di fatto del paese, anche se la risoluzione afferma l’integrità territoriale e l’unità nazionale della Libia. Può essere questo che il regime ha scelto, avendo appena annunciato la sua adesione alla risoluzione dell’ONU e proclamato il cessate il fuoco. Quello che potremmo avere, allora, sarebbe uno stallo prolungato, con Gheddafi che controlla l’occidente e l’opposizione l’oriente. Ci vorrà ovviamente tempo prima che l’opposizione possa utilizzare le armi che sta ricevendo da e attraverso l’Egitto al punto da diventare capace di infliggere una sconfitta militare alle forze di Gheddafi. Data la natura del territorio libico, questa può essere soltanto una guerra regolare piuttosto che una guerra popolare, una guerra di movimento su grandi estensioni di territorio. E’ per questo che è così difficile prevedere il risultato. La sintesi finale qui, di nuovo, è che dovremmo appoggiare la vittoria della rivolta democratica libica. La sua sconfitta per mano di Gheddafi sarebbe un contraccolpo che influenzerebbe negativamente l’onda rivoluzionaria che sta attualmente scuotendo il Medio Oriente e l’Africa del nord.

* Gilbert Achcar è cresciuto in Libano ed è attualmente professore alla Scuola di Studi Orientali e Africani (SOAS) dell’Università di Londra. I suoi libri comprendono “The Clash of Barbarism: The Making of the New World Disorder”, pubblicato in 13 lingue [Lo scontro di barbarie: la costruzione del nuovo disordine mondiale], “Perilous Power: The Middle East and U.S. Foreign Policy” scritto insieme con Noam Chomsky [Il potere pericoloso: il Medio Oriente e la politica estera americana] e, più recentemente, “The Arabs and the Holocaust: The Arab-Israeli War of Narratives” [Gli arabi e l’olocausto: la guerra arabo-israeliana delle narrazioni]. E’ stato intervistato da Stephen R. Shalom.

19 marzo 2011

(da ZNet Italia ) Traduzione di Giuseppe Volpe – namm.giuseppe@virgilio

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Rassegna dal web

E' uscito il nuovo numero di Guerre&Pace. Leggi il sommario con l'intervista a Gilbert Achcar. Di seguito l'editoriale di Piero Maestri

E' uscito il nuovo numero della rivista Guerre&Pace dedicato ai vent'anni trascorsi dalla prima guerra del Golfo. Qui, il sommario del numero, in cui si può leggere l'intervista a Gilbert Achcar. Di seguito l'editoriale di Piero Maestri

Vent’anni dopo, la guerra…

Sono passati vent’anni dal 17 gennaio 1991, una data in cui molti di noi si sono svegliate/i con negli occhi le immagini dei missili statunitensi e alleati su Baghdad e nella testa la consapevolezza che da quel momento si stava aprendo una nuova epoca delle relazioni internazionali.
Lo avevamo in qualche modo previsto fin da quando – come “reazione” all’invasione irachena del Kuwait – le navi dei paesi Nato e di altri paesi alleati si avviavano verso il Golfo. Già alla fine dell’agosto 1990 molte manifestazioni avevano portato nelle strade un nuovo movimento contro la guerra, dopo gli anni di “latenza” seguiti alle proteste contro il dispiegamento degli “Euromissili” nei primi anni ’80.
Malgrado le proteste, i dibattiti, le prese di posizione contrarie alla guerra – e alla partecipazione italiana – i bombardamenti su Baghdad furono comunque uno shock, che portò centinaia di migliaia di persone a manifestare la loro opposizione alla guerra.
Ma ancora non si poteva parlare di un movimento stabile e capace di mantenere una costante mobilitazione (vedi l’articolo specifico in questo stesso G&P).
In ogni caso per molte/i già da allora era chiaro che non solo si apriva una nuova fase delle relazioni internazionali nella quale la guerra, l’occupazione militare, la distruzione di interi paesi e tessuti socio-economici diventavano strumenti fondamentali nell’imposizione di un “nuovo ordine globale” guidato ancora dagli Stati uniti; ma che in questa fase anche l’Italia avrebbe “fatto la sua parte”: era il primo vero e gravissimo atto di rottura costituzionale, di cui troppi finsero di non accorgersi, o perché in qualche modo complici e conniventi (come i dirigenti di quella “sinistra” che appoggerà tutte le trasformazioni delle forze armate, il riarmo del paese e le guerre dal Kosovo all’Afghanistan) o perché troppo occupati in un pacifismo “etico” o troppo dipendente dalle relazioni con quella stessa sinistra istituzionale che si limitava ad astenersi e cercava di frenare lo sviluppo di mobilitazioni crescenti e radicali.
In quelle settimane,accanto alle tante donne e ai tanti uomini che si mobilitavano generosamente in tutta Italia, si sviluppava anche un’importante riflessione e organizzazione di intellettuali di diversa provenienza culturale uniti dalla totale avversione alla guerra e consapevoli della novità pericolosa che quel attacco all’Iraq rappresentava.
Quegli intellettuali – Ernesto Balducci, Domenico Gallo, Raniero La Valle, Manlio Dinucci, Walter Peruzzi, Franco Fortini, Fabio Marcelli, Luigi Ferraioli, Fabio Alberti e altre/i – diedero un contributo importante al movimento, che non si fermò al termine dei combattimenti alla fine del febbraio 1991 (l’appello che pubblichiamo – che risale al 31 gennaio 1991, con i bombardamenti ancora in corso – rappresenta un esempio di questa riflessione e della sua diffusione).
Da quel nucleo nacque il “Comitato per la verità sulla guerra del Golfo” (poi diventato Associazione “Comitato Golfo per la verità sulla guerra”, da cui prese avvio successivamente l’idea e la produzione di questa rivista nel 1993) e, parallelamente, il progetto di “Un Ponte per Baghdad”, campagna promossa inizialmente da Dp che sviluppò una solidarietà diretta con le popolazioni colpite dalla guerra e poi dall’embargo.
Il “Comitato Golfo” cercò immediatamente di affrontare – attraverso rassegne stampa, circolazioni di materiali, dibattiti e convegni (in un epoca nella quale non esisteva internet e le comunicazioni veloci di oggi) - le questioni principali che quell’intervento militare poneva, ovviamente accanto alla necessità di una mobilitazione permanente contro la guerra:

* la conoscenza del contesto mediorientale, delle questioni ancora aperte e dell’ingiustizia che dovevano affrontare le popolazioni dell’area (palestinesi e kurdi in primo luogo), le “ragioni” di un intervento nell’area;
* la conoscenza di quella che un libro fondamentale (edito appunto dal Comitato Golfo e scritto a Dinucci, Gallo e La Valle) definì “La strategia dell’impero”, cioè i motivi e gli strumenti che Usa e alleati stavano approntando e utilizzando per garantirsi quel “nuovo ordine mondiale” dichiarato da Bush padre. Strategia che in Italia prendeva il nome di “nuovo modello di difesa” (analizzato in quel libro e che divenne “ossessione” di questa stessa rivista…);
* la denuncia del “crimine della guerra” e dei crimini di guerra (come la relazione di Marcelli, Ferraioli e Gallo che presentiamo in questo numero), resi ancora più presenti e pesanti dalla forma dell’embargo, che avrebbe in 12 anni ammazzato circa un milione di persone in Iraq (oltre la metà bambini sotto i 5 anni – secondo i dati dell’Unicef e di altre istituzioni internazionali, incapaci peraltro di frenare questo crimine contro l’umanità). L’iniziativa contro l’embargo fu al centro di diverse campagne proposte da “Comitato Golfo” e “Un Ponte per Baghdad” negli anni successivi, spesso nell’indifferenza anche di grandi associazioni pacifiste;
* la denuncia delle responsabilità dei media nazionali, che producevano disinformazione e creavano le condizioni per una crescente indifferenza a quanto succedeva in Iraq (e nel nostro paese). Il progetto della rivista “Guerre&Pace”, in un momento in cui l’informazione internazionale era scarsa – per esempio, non esistevano ancora Limes, Internazionale, LeMonde Diplo in italiano, mentre una rivista interessante come Quetzal aveva da poco chiuso – cercava di trasformare quella denuncia in analisi e produzione di informazione alternativa.

Dopo 20 anni cosa sta succedendo in Iraq nell’insieme della regione mediorientale? Siamo ancora nella fase della “guerra globale permanente e preventiva”, come fu definita successivamente? Quel è oggi la “strategia dell’impero” sotto la guida del presidente Barack Obama? E cos’è stato il movimento contro la guerra in questi 20 anni, perché non riesce più ad avere una dimensione altro che testimoniale o ambigua?
Questo speciale della rivista – che esce proprio nel mese di gennaio che segna 20 anni da quel 17 gennaio 1991 – prova ad affrontare nuovamente i quesiti posti da quella guerra e dai vent’anni di guerra ininterrotta, riproponendo testi di vent’anni fa, riflessioni originali sui vent’anni passati e articoli sulla situazione attuale.
Perché questi vent’anni di guerra hanno cambiato molte/i di noi. E ancora adesso proviamo a farci i conti con la nostra iniziativa.

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In movimento

In 50mila hanno voluto portare solidarietà all'associazione di Gino Strada a piazza San Giovanni. Una manifestazione che ha riproposto un sano sentimento contro la guerra. Unica nota stonata: la presenza di quei personaggi, come Fassino, che della guerra sono stati fautori

Piero Maestri

La scommessa di una manifestazione nazionale organizzata in quattro giorni è perfettamente riuscita e Emergency incassa quello che Gino Strada nel suo intervento ha definito “un abbraccio” nei confronti dell’associazione, prima ancora che solidarietà.
50.000 persone hanno riempito Piazza S.Giovanni per tutto il pomeriggio di sabato, per ascoltare gli interventi di Cecilia e Gino Strada, le testimonianze dei familiari dei tre collaboratori italiani sequestrati dalle forze di sicurezza afghane e di operatori dell’associazione, oltre a diversi artisti che da sempre sostengono il lavoro di Emergency.
Una manifestazione che Emergency ha voluto “non politica”, nel senso di priva di bandiere che non fossero quelle bianche e rosse della stessa associazione e degli stracci bianchi che dal 2001 sono uno dei simboli della testimonianza pacifista (come le bandiere arcobaleno), ma che testimoniava in molte forme l’esistenza di una forte opposizione alla guerra - nei cartelli che circolavano, negli applausi ai diversi passaggi dell’intervento di Gino Strada, in particolare sul “ripudio della guerra”, nella composizione stessa di chi affollava la piazza, facce viste spesso nelle manifestazioni del “popolo della pace”.
Unica nota irritante di questa testimonianza di affetto era la presenza nel “parterre” del retropalco di tanti esponenti di quel centrosinistra, come Fassino e Veltroni, che negli anni di governo votava ripetutamente per il finanziamento della missione di guerra in Afghanistan, guardando con indifferenza e fastidio ai richiami di chi chiedeva un ripudio “senza se e senza ma”, come ha sempre fatto la stessa Emergency. Purtroppo in questa presenza non possiamo fare a meno di vederci una forte ipocrisia – anche se oggi è importante qualsiasi sostegno alla richiesta di liberazione dei collaboratori di Emergency (non solo quelli italiani, vorremmo sottolineare).

La manifestazione è stata quindi un successo per quello che voleva essere: un sostegno a Emergency e alla sua campagna, difficile, per la liberazione dei suoi collaboratori – mandando un messaggio preciso ai tanti soggetti coinvolti: al governo italiano, che non può permettersi di attaccare impunemente Emergency; al governo afghano, che vive grazie al sostegno politico e militare anche del nostro paese; al mondo dell’informazione, che spesso guarda con simpatia all’organizzazione di Gino Strada, tranne quando viene vista come “troppo politica”.
Per chi come noi è stato (ed è) protagonista in prima fila delle manifestazioni e dell’impegno del movimento pacifista, Piazza S.Giovanni è stata una boccata d’ossigeno, perché ha dimostrato che è ancora forte il sentimento di opposizione alla guerra. Una bella giornata che ci consegna la necessità di provare a ripartire con un impegno più forte del movimento – ovviamente accanto alla disponibilità a continuare a sostenere l’iniziativa di Emergency per “liberare la pace”.

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Corrispondenze

Si annuncia una grande manifestazione a San Giovanni. Manifestazione che Gino Strada vuole «senza bandiere o simboli di partito» ma solo con il drappo bianco dell'associazione. I tre volontari, visitati dall'ambasciatore italiano, stanno bene ma restano in prigione senza diritti. Strada al governo italiano: se volete li liberate in pochissimo tempo

«Abbiamo la sensazione che domani ci sarà tantissima, tantissima gente»: Gino Strada e la figlia Cecilia, rispettivamente fondatore e presidente di Emergency, sono fiduciosi nella riuscita della manifestazione di sostegno all'organizzazione umanitaria, che si terrà nel pomeriggio a piazza San Giovanni a Roma. Ma non vogliono che si trasformi in una manifestazione politica: «nessuno ci metta il cappello sopra» ha avvertito il fondatore. Una manifestazione, quindi, che deve essere senza bandiere di partiti. «Le lascino a casa, vogliamo solo le bandiere bianche di Emergency» ha detto Gino Strada, spiegando che si tratta di una manifestazione «abbastanza spontanea, organizzata in quattro giorni». «Sappiamo di avere il sostegno dei cittadini italiani - ha detto Cecilia - anche alla luce delle 340 mila firme raccolte finora al nostro appello. E si tratta di un sostegno trasversale, non solo da parte dei nostri soliti sostenitori». «La questione - ha aggiunto la presidente dell'ong - non riguarda solo Emergency ma la credibilità del nostro Paese. Può costituire un precedente pericoloso per tutti gli operatori italiani».
Intanto, i tre operatori di Emergency hanno potuto incontrare l'ambasciatore italiano Claudio Glaentzer e l'inviato di Frattini Massimo Iannucci a cui hanno detto di essere stati trattati bene. Lo riferisce una nota della Farnesina, spiegando che durante l'incontro i tre «hanno tenuto a ringraziare il Direttore della struttura per il trattamento finora loro garantito ed il governo italiano per l'attenzione con cui sta seguendo la vicenda».
La notizia, di per sé positiva, non elimina però il fatto che nei confronti dei tre operatori italiani di Emergency sono stati violati tre principi del codice penale afgano e la loro detenzione è illegale. Ne è convinto l'avvocato Afzal Nooristani, scelto dall'ambasciata italiana per difendere i tre italiani che, in un'intervista a La Stampa precisa quali sono le violazioni a danno dei suoi assistiti. «Le tre persone in stato di detenzione - afferma - non hanno potuto chiamare l'esterno, contattare la famiglia, come è loro diritto. Non hanno potuto nominare, nè parlare con un avvocato e non sono neppure state formalizzate le accuse contro di loro. Al momento non sappiamo di cosa sono accusati veramente».
Quindi, se dopo quattro giorni l'ambasciatore ha potuto dare informazioni più precise ai familiari è anche vero che il governo italiano si muove con estrema lentezza. «Dal governo ci aspettiamo soltanto che lavori in fretta e bene» ha precisato Gino Strada. «Credo che abbiano tutti gli strumenti per ottenere la liberazione dei nostri tre colleghi in tempi brevissimi. Sono strumenti della diplomazia ma anche della politica» ha aggiunto ricordando il valore, anche di immagine per l'Italia, che possiede l'organizzazione da lui fondata: «Emergency è un'organizzazione italiana, che ha curato 3,5 milioni di persone nel mondo di cui più di 2 milioni di afghani. È un bel Made in Italy in Afghanistan. L'Italia spende più di un miliardo di euro l'anno per l'Afghanistan, non voglio fare commenti su come li spende ma li spende. Quindi credo che l'Italia abbia il diritto di porre una domanda di fondo agli afghani: pensate che noi italiani continueremo a spendere miliardi di euro per essere qui e voi potete permettervi di trattarci in questo modo? Basterebbe porre questa domanda e i nostri tre sarebbero liberi».
Gino Strada è poi tornato sulle polemiche con diversi esponenti politici della maggioranza, e di governo - tra cui quel ministro della Difesa che lo ha ripetutamente attaccato ieri sera durante la puntata di Annozero: «Sono una vigliaccata le affermazioni di alcuni politici che hanno detto speriamo che siano innocenti. I nostri operatori sono innocenti». «Qualche politico - ha detto il fondatore di Emergency - si è lasciato andare a deliri tragicomici. Il governo italiano dovrebbe essere orgoglioso della nostra reputazione e del nostro lavoro, che è molto rispettato fuori dai confini italiani».
Infine, l'avvertimento sul significato reale di tutti questa operazione: «Agli operatori dell'informazione dico: tenete gli occhi aperti su quello che accadrà nei prossimi mesi nella regione. Se ci sarà, come credo, una escalation degli attacchi e della violenza, ciò potrebbe spiegare la voglia di togliere di mezzo le fonti di informazione che non siano militari».
Ci sono tanti interrogativi, secondo Strada, che restano irrisolti, e primo fra tutti il motivo dell'aggressione. Un'operazione, sottolinea, «premeditata, preparata, organizzata» perchè «sicuramente le armi non sono state introdotte dallo staff italiano di Emergency». Se nei prossimi mesi ci saranno battaglie in quella zona, l'ipotesi che si sia voluto impedire che trapelassero gli orrori si farà certezza».

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Nota quotidiana

L'arresto di 9 membri di Emergency da parte di soldati afghani e Isaf, è un vero atto di guerra. Le montature su "prove" e "confessioni" sono già oggi evidenti. Si tratta della regione dove si trova il principale fronte di guerra tra la Nato e i gruppi armati talebani. Il dubbio è che si vogliano eliminare testimoni scomodi proprio la dove il premio Nobel per la pace - Barak Obama - vuole intensificare l'offensiva di guerra

Piero Maestri

L’operazione di sabato scorso con la quale militari afgani e dell’Isaf (coalizione militare della Nato che conduce l’operazione di guerra in Afghanistan e di cui fanno parte anche le Forze armate italiane) hanno arrestato 9 membri dello staff internazionale di Emergency nell’ospedale di Lashkar-gah, tra i quali gli italiani Matteo Dell'Aira, Marco Garatti e Matteo Pagani appare chiaramente come un’operazione di guerra contro Emergency e l’ospedale della regione di Helmand.
Si tratta della regione dove si trova il principale fronte di guerra tra le forze della Nato e i gruppi armati talebani.
Che si tratti di una “montatura” ci pare evidente dalle modalità con cui è stata svolta l’operazione e per le stesse bugie che la caratterizzano: il ritrovamento delle armi “in diretta” Tv; la presenza (malamente smentita) di militari inglesi dell’Isaf (e inglesi saranno le prime veline sulla presunta “confessione” dei collaboratori italiani, oggi già derubricata a “collaborazione”, cioè al fatto che… rispondono alle domande); le pesantissime e improbabili accuse (preparazione di attentati e collaborazione con Talebani e Al Qaeda); le immediate prese di distanza delle autorità italiane.
Il governo italiano ha colto l’occasione per attaccare l’organizzazione di Gino Strada con le dichiarazione dei suoi vari esponenti: da Frattini che, ipocritamente “moderato”, parla di “vergogna se le accuse fossero provate”, al sottosegretario, secondo il quale gli arresti devono “far riflettere Gino Strada e la sua organizzazione, che forse da umanitario fa un po' troppa politica”, al ministro della guerra LaRussa che avverte Gino Strada di stare attento e di “evitare di accusare il governo afghano, di gridare al complotto della Nato e di tirare dentro il governo italiano”.
Una grande occasione per il governo italiano per ribadire la sua menzogna di un’operazione di pace, nella quale solo le Forze armate e le Ong “embedded” stanno dalla parte del bene, mentre chi critica l’operazione in realtà o è colluso con il terrorismo oppure è ambiguamente ingenuo.
Ma perché questo attacco a Emergency? Ovviamente ha poco senso fare congetture: d’altra parte la “guerra sporca” contro chiunque non sia allineato (informazione indipendente, associazioni che lavorano per la promozione dei diritti, organizzazioni pacifiste e democratiche) fa parte degli “effetti collaterali” – ben organizzati – di qualsiasi operazione di guerra.
La preoccupazione più forte è che si cerchi di eliminare la presenza di Emergency dalla regione – e magari anche di PeaceReporter che in questi mesi ha puntualmente denunciato i morti civili e le violenze della Nato durante la sua offensiva – magari in vista di una prossima e più pesante offensiva.
Perché la strategia di Stati uniti e Nato – come vuole il Nobel per la pace Barack Obama e il suo generale McChrystal – prevede, come già in Iraq, un aumento delle truppe nei prossimi mesi e un conseguente aumento delle operazioni di combattimento e dell’offensiva contro i gruppi armati, con l’obiettivo di colpire duramente questi e convincere i settori “moderati” dei talebani ad arrivare ad un accordo per la stabilizzazione del paese.
Questa strategia mette naturalmente nel conto che cresceranno le vittime civili durante queste operazioni e per questo – dato che i responsabili delle pubbliche relazioni statunitensi e Nato sanno bene che il loro punto debole è che l’opinione pubblica internazionale possa venire a conoscenza di questi “effetti collaterali” – cercano di eliminare la presenza di “testimoni scomodi” (come ha dichiarato lo stesso Gino Strada).
Una strategia che cerca di parlare anche all’opinione pubblica afgana: particolarmente infamante è l’accusa ai collaboratori di Emergency di essere coinvolti nella morte del traduttore di Daniele Mastrogiacomo, Adjmal Nashkbandi, durante il rapimento del giornalista italiano nel marzo 2007: gli afgani sono infatti, giustamente, sensibili a queste vicende (mentre spesso in occidente si tende a dimenticare i morti locali, perché sappiamo bene che le vite umane – e le morti - non hanno lo stesso peso sulla bilancia politica e dell’informazione).
Rientra in questa strategia la manifestazione “spontanea” organizzata domenica contro l’ospedale di Emergency, giudicato dai manifestanti afgani “un pericolo per la sicurezza della regione”.
I collaboratori arrestati, in particolare gli italiani, rischiano così di essere gli ostaggi di un vero e proprio ricatto nei confronti di Emergency – ricatto a cui collabora l’Isaf e, direttamente e indirettamente, anche il governo italiano (ci fanno naturalmente piacere le dichiarazioni di Fassino ed esponenti del PD in difesa dell’onorabilità di Emergency, anche se suonano abbastanza ipocrite se fatte da chi a suo tempo criticava Gino Strada per la stessa “ingenuità” mentre faceva la sua parte nella guerra della Nato).
Oggi naturalmente la priorità è la liberazione di tutti e 9 i collaboratori e il ristabilimento delle condizioni di sicurezza per il lavoro di Emergency e dell’ospedale di Lashkar-gah, e per questo vanno sostenute le iniziative e gli appelli di Emergency . Il movimento pacifista deve quindi mostrare in tutti i modi la sua solidarietà a questa organizzazione e allo stesso tempo deve tornare a manifestare la sua opposizione alla guerra della Nato – chiedendo ancora una volta che siano rispettati i diritti di tutte/i i in Afghanistan: i diritti delle donne e delle forze progressiste, il diritto di chi opera davvero per la pace e la convivenza.

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Corrispondenze

Per la prima volta, alcuni paesi europei dell’Alleanza Atlanticasi si preparano a chiedere agli Usa di rimuovere l’arsenale nucleare ospitato nel vecchio continente. Sono: Belgio, Germania, Lussemburgo, Olanda e Norvegia. Ma non il nostro paese che anzi si appresta a spostare le testate di Ghedi ad Aviano

di Antonio Mazzeo

“Testate nucleari? No grazie”. Per la prima volta, alcuni paesi europei dell’Alleanza Atlantica starebbero prendendo seriamente in considerazione di chiedere agli Stati Uniti d’America di rimuovere l’arsenale nucleare ospitato nel vecchio continente. La notizia è stata pubblicata da alcune testate giornalistiche tedesche e francesi; più precisamente, Belgio, Germania, Lussemburgo, Olanda e Norvegia sarebbero intenzionate a porre la questione all’ordine del giorno del prossimo summit Nato previsto per il mese di novembre 2010. Il quotidiano “Der Spiegel” aggiunge che i ministri degli esteri dei cinque paesi avrebbero già inviato una richiesta in merito al segretario generale della Nato, Fogh Rasmussen, mentre sarebbero stati attivati i canali diplomatici per invitare altri alleati europei ad aderire alla richiesta di denuclearizzazione. Sempre per “Der Spiegel”, il ministro degli esteri tedesco Guido Westerwelle avrebbe già richiesto agli Stati Uniti la rimozione di 20 testate nucleari dalla Germania.
L’agenzia France Presse, da parte sua, scrive che alcuni importanti esponenti politici del Belgio starebbero sostenendo la richiesta “No Nukes” presso il quartier generale Nato di Bruxelles, anche se il portavoce del Ministero degli Esteri belga, Bart Ouvery, ha dichiarato in un’intervista che “non è comunque in discussione la rimozione immediata di tutte le armi nucleari esistenti”. L’ipotesi di riduzione riguarderà inoltre solo le armi nucleari di proprietà degli Stati Uniti, mentre Francia e Gran Bretagna manterrebbero inalterati i loro arsenali di morte.
L’esistenza di contatti tra gli Usa e i partner europei per un possibile smantellamento parziale delle testate ospitate nel vecchio continente è stata confermata dal “New York Times”; secondo il quotidiano, l’amministrazione Obama starebbe per completare una “Revisione dei piani di guerra nucleari” che “potrebbe potenzialmente condurre ad un cambiamento della politica Usa”. Per Sharon Squassoni, ricercatore del Center for Strategic and International Studies, è tuttavia difficile prevedere oggi come Washington potrebbe reagire ad una formale richiesta degli alleati Nato di rimozione delle armi nucleari dall’Europa.
C’è incertezza sul reale numero delle testate USA esistenti oggi nel vecchio continente. Secondo alcuni ricercatori internazionali indipendenti, esse andrebbero da un minimo di 200 a un massimo di 350. Si tratterebbe in particolare di bombe di gravità del tipo “B-61”, trasportabili dai cacciabombardieri USA e dei paesi partner. Dal computo sono ovviamente escluse le testate nucleari stoccate transitoriamente o in transito nelle principali basi aeree europee o quelle poste a disposizione dei sistemi missilistici dei sottomarini e delle unità navali in transito nelle acque del continente.
Nel maggio 2008, la Federazione degli Scienziati Americani (Fsa) ha rivelato i contenuti dei manuali prodotti nel 2005 e 2007 dall’US Air Force, denominati “Nuclear Surety Staff Assistance Visit and Functional Expert Visit Program Management”. Destinati al personale che cura la sicurezza degli ordigni, i manuali indicano le località dove essi sono stoccati in siti sotterranei protetti noti come “WS3 - Weapon Storage and Security System”, e dove, di conseguenza, i tecnici nucleari svolgono i controlli di sicurezza semestrali. Entrambi gli elenchi riportano i nomi delle installazioni italiane di Ghedi Brescia) e Aviano (Pordenone), insieme alle basi di Kleine Brogel in Belgio, Büchel in Germania, Volkel in Olanda, Lakeneath in Gran Bretagna e Incirlik in Turchia. La lista del 2005 comprendeva anche le basi tedesche di Ramstein e Spangdahlem, ma le infrastrutture sono state escluse dalle ispezioni nel documento del 2007. Di conseguenza la Federazione degli Scienziati Americani ritiene che le testate siano state rimosse definitivamente da queste due ultime installazioni. In tempi più recenti, l’US Air Force avrebbe rimosso anche le bombe dislocate nella base britannica di Lakenheath. Così, secondo la FSA, la “maggior parte delle armi nucleari USA è stoccata in tre basi mediterranee: quelle di Ghedi, Aviano e Incirlik”. Solo in Italia, le testate a disposizione delle forze aeree USA sarebbero una novantina, una cinquantina ad Aviano e il resto a Ghedi. Nell’installazione bresciana, gli ispettori dell’US Air Force avrebbero però rilevato “problemi di sicurezza” ai sistemi di protezione delle armi. L’inquietante particolare è stato denunciato ancora dalla Federazione degli Scienziati, che ha citato come fonte un altro report dell’US Air Force, denominato “Air Force Blue Ribbon Review of Nuclear Weapons Policies and Procedures”, parzialmente declassificato nel 2008. Problemi di difficile risoluzione al punto che il Pentagono starebbe pianificando il ritiro da Ghedi del 704 MUNSS, lo speciale squadrone USA di manutenzione delle bombe atomiche, e il trasferimento degli uomini e dei sistemi d’arma ad Aviano.
Ad oggi, nulla è trapelato in Italia se e quando verrà realizzata la concentrazione di tutte le testate nell’installazione friulana. Date le posizioni esasperatamente filo-nucleari del governo italiano è però impensabile che Berlusconi, Frattini e La Russa possano prendere sul serio la proposta di denuclearizzazione parziale di Belgio, Germania, Lussemburgo, Olanda e Norvegia. A complicare le cose c’è poi l’articolato programma di potenziamento delle infrastrutture in atto all’interno della base di Aviano. Per l’anno fiscale 2011, l’US Air Force ha richiesto al Congresso lo stanziamento di 19 milioni di dollari per costruire tre nuovi edifici che ospiteranno 114 abitazioni per il personale di stanza nella base. Essi dovrebbero sorgere accanto alle sei palazzine esistenti nella cosiddetta Area 1 dove sono concentrate le unità abitative, l’ospedale militare e le scuole per i figli del personale USA. Secondo la scheda progettuale presentata al Congresso, lo scopo delle nuove costruzioni è quello di “eliminare o ricollocare tutte le funzioni oggi esplicate nell’Area 2 utilizzata dai primi anni ’90 dai militari USA (niente di più di un paio di dormitori e qualche facilities di supporto), per restituirla alle forze armate italiane, proprietarie dell’area”. Secondo il colonnello Bo Bloomer, comandate del 31st Civil Engineer Squadron, le modalità per la restituzione dei circa 13 acri dell’Area 2 sono in via di discussione con le autorità militari italiane. Ciò non comporterà tuttavia cambi significativi al numero del personale militare e civile USA assegnato ad Aviano; l’US Air Force prevede che si passerà a 4.248 unità nel 2015, 15 in meno di quanto presenti a fine 2009.
L’Area 2 è raggiungibile dall’Area 1 grazie alla “Via Pedemonte”, ma la distanza tra i due siti e i “rischi” e le difficoltà di protezione dei mezzi USA in transito hanno convinto i comandi dell’US Air Force a richiedere il ricongiungimento dei dormitori dei militari. Secondo il quotidiano delle forze armate Stars and Stripes, “gli Stati Uniti hanno tentato di ottenere il controllo della Via Pedemonte qualche anno fa per ridurre questi svantaggi ma sono incorsi nella strenua opposizione degli italiani”. “Grazie al nuovo programma – aggiunge Stars and Stripes – ad Aviano si sta tentando di liberare 100.000 metri quadri di facilities entro il 2020 e ciò consentirà risparmi per oltre 360.000 euro all’anno”.
A un possibile nuovo scenario militare USA sulla Pedemontana ha fatto accenno nei giorni scorsi il console generale degli Stati Uniti a Milano, Carol Peres, durante un’intervista ai microfoni del Tg3 del Friuli Venezia Giulia. Solo una semplice ammissione di possibili novità a medio termine, per poi trincerarsi nel “top secret”. Peres ha comunque negato che gli USA siano intenzionate a trasferire in Polonia una o più squadriglie con cacciabombardieri F-16, come invece auspicato e pubblicato da uno dei massimi strateghi dell’US Air Force nell’ambito di una maggiore proiezione ad Est del dispositivo aereo e missilistico statunitense.

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