Ribaltata in appello la sentenza di primo grado per l'irruzione della polizia nella scuola Diaz. Condanna per 25 imputati su 27 a quasi un secolo di carcere, compresi i gradi più alti della polizia. Ma il governo interviene per difendere la polizia: nessuno sarà rimosso.
Nel video "Genova brucia" di Cristicchi
Ribaltata in appello la sentenza di primo grado per l'irruzione della polizia nella scuola Diaz di Genova la notte tra il 20 e il 21 luglio 2001, durante il G8. Ieri notte, dopo 11 ore in camera di consiglio, i giudici della terza sezione della Corte d'Appello del Tribunale di Genova hanno condannato 25 imputati su 27 a quasi un secolo di carcere, compresi i gradi più alti della polizia. Il capo dell'anticrimine Francesco Gratteri è stato condannato a quattro anni, l'ex comandante del primo reparto mobile di Roma, Vincenzo Canterini, a cinque anni, l'ex vicedirettore dell'Ucigos Giovanni Luperi, a quattro anni, l'ex dirigente della Digos di Genova, Spartaco Mortola, a tre anni e otto mesi, l'ex vicecapo dello Sco, Gilberto Caldarozzi, a tre anni e otto mesi.Altri due dirigenti della polizia, Pietro Troiani e Michele Burgio, accusati di aver portato le molotov nella scuola, sono stati condannati a tre anni e nove mesi. Aumentate le pene per i 13 poliziotti condannati in primo grado. Prosciolti, per prescrizione, Michelangelo Fournier e Luigi Fazio. Complessivamente, quasi un secolo di carcere per 25 imputati su 27. Il procuratore generale, Pio Macchiavello, aveva chiesto oltre 110 anni di reclusione per i 27 imputati. In primo grado, il 13 novembre 2008, erano stati condannati 13 imputati per un totale di 35 anni e 7 mesi di reclusione e ne erano stati assolti 16, tra cui Gratteri, Luperi, Mortola. I pm Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini avevano chiesto 29 condanne per 109 anni e nove mesi di carcere.
Un urlo di sollievo si è levato nell'aula del Tribunale di Genova mentre i magistrati leggevano il dispositivo della sentenza di secondo grado. Erano le grida dei numerosi stranieri presenti in aula, tedeschi e inglesi in particolare, vittime dell'assalto alla scuola Diaz nella notte tra il 20 e il 21 luglio 2001. Il giornalista inglese Mark Covell dice che ancora non si capacita della sentenza: «Stamattina non mi aspettavo niente. È una sentenza sensazionale che restituisce forza e coraggio a tanti italiani e stranieri che durante il G8 hanno subito delle ingiustizie, sono stato picchiati, torturati, imprigionati». Haidi Giuliani, la mamma di Carlo, commenta che «il sorriso di Zulkhe è stata la risposta migliore alla sentenza. Avere una risposta di giustizia fa sempre piacere in questo paese». Zulkhe è la ragazza tedesca fotografata in barella all'uscita della Diaz dopo il pestaggio e la cui immagine finì nella copertina dell'inchiesta della procura. Enrica Bartesaghi, presidente del comitato 'Verità e giustizià ha commentato: «È incredibile, non ci aspettavamo questa sentenza, si riapre uno spiraglio di fiducia in questo paese. È una giornata unica per i pm che ci hanno lavorato. È stata riconosciuta la catena di comando. Tutti quelli che c'erano sono responsabili». Soddisfazione è stata espressa anche dagli avvocati difensori dei manifestanti e delle parti civili. «È stata confermata la nostra tesi che anche i vertici sono responsabili dell'operazione. Abbiamo ottenuto il risarcimento delle spese di primo grado, l'interdizione dai pubblici uffici per cinque anni» ha commentato l'avvocato Stefano Bigliazzi. Tra gli altri particolari, è stato riconosciuto anche il danno subito dai giuristi democratici ai quali furono sequestrati degli hard disk alla scuola Pascoli.
“Finalmente un riconoscimento - ha commentato Gigi Malabarba, di Sinistra Critica, allora capogruppo al Senato di Rifondazione comunista e presente di fronte ai cancelli della scuola - anche se tardivo e con scarse implicazioni operative, di un prezioso lavoro dei magistrati genovesi per giungere alla condanna degli organizzatori del pestaggio alla scuola Diaz durante il G8 di Genova. C’è ora quanto meno l’obbligo morale e politico di rimuovere subito dai loro incarichi Gratteri, Luperi e tutti i dirigenti promossi proprio per quella mattanza e di rivedere il processo al capo della catena di comando, Gianni De Gennaro, allora capo della polizia e oggi capo di tutti i servizi segreti italiani”.
Ma il governo difende i condannati. «Gli alti esponenti della polizia, nei cui confronti la Corte d'Appello ieri notte ha emesso una condanna più severa rispetto al Tribunale di primo grado in relazione ai fatti del G8 di Genova, resteranno al loro posto». A dirlo è il sottosegretario all'Interno, Alfredo Mantovano, aggiungendo che: «Questi uomini hanno e continuano ad avere la piena fiducia del sistema sicurezza e del ministero dell'Interno».
Quella della corte d'Appello di Genova, ha spiegato il sottosegretario, "è una sentenza che non dice l'ultima parola, in quanto afferma l'esatto contrario di quanto era stato stabilito in primo grado e quindi ora andrà al vaglio della Corte di Cassazione".
Questo non significa, prosegue "che alla Diaz non sia successo nulla, ma la sentenza di primo grado aveva individuato delle responsabilità e distinto le varie posizioni". E dunque, sottolinea Mantovano, sono "ragionevolmente convinto che la Cassazione ristabilirà l'esatta proporzione di ciò che è successo, scioglierà ogni ombra su fior di professionisti della sicurezza che oggi si trovano in questa situazione".
I funzionari della polizia di Stato, conclude, "resteranno quindi al loro posto, che non si limitano a occupare, svolgendo il loro ruolo con grande responsabilità e dedizione, rispetto al quale ci può essere solo gratitudine da parte delle istituzioni".
Riuniti in camera di consiglio i giudici della terza sezione penale della corte d'appello di Genova per la sentenza di secondo grado per l'irruzione della polizia nella scuola Diaz durante il G8 di Genova nel 2001. I giudici alle 19 faranno sapere se il dispositivo verrà letto oggi stesso o domani mattina
Genova nostro inviato
Si sono appena riuniti in camera di consiglio i giudici della terza sezione penale della corte d'appello di Genova per la sentenza di secondo grado per l'irruzione della polizia nella scuola Diaz durante il G8 di Genova nel 2001. I giudici alle 19 faranno sapere se il dispositivo verrà letto oggi stesso o domani mattina. Il procuratore generale a febbraio aveva chiesto oltre un secolo di carcere per i 27 imputati. Ma, in primo grado, a novembre 2008, in primo grado, erano stati assolti tredici imputati su ventinove, ovvero i vertici della polizia. La sentenza era stata accolta al grido di «Vergogna vergogna» quando era parso chiaro il cerchiobottismo del dispositivo, confermato dalle motivazioni rese pubbliche nel febbraio dell'anno successsivo. Anche la sentenza di primo grado (ribaltata in appello) aveva deluso chi si aspettava verità e giustizia per via dell'assoluzione di un buon numero di imputati ma, almeno, aveva avuto il merito di indicare uno di loro come responsabile di abuso d'ufficio, reato individuato per sanzionare quella che altro non era che tortura, voce introvabile nell'ordinamento italiano.
Nella sentenza di primo grado sulla mattanza della scuola Diaz, invece, sarebbero state riconosciute solo le responsabilità della manovalanza, anzi di chi l'aveva condotta all'assalto del quartier generale del Genoa social forum: Canterini, il suo vice Fournier al comando della celere e alcuni capisquadra. Gli altri, pezzi da 90 dell'organigramma di De Gennaro, l'avrebbero fatta franca. Eppure la medesima carta stabiliva un milione di euro di provvisionale (primo parziale ristoro in attesa del giudizio civile) per le decine di parti lese, 93 persone cui s'era tentato di cucire la tremenda accusa di associazione a delinquere finalizzata alla devastazione e al saccheggio. L'accusa cadde solo nel dicembre 2004 ma il lavoro dei pm Zucca e Cardona Albini non sarebbe valso a inchiodare chi ordinò quella spedizione punitiva, violentissima, per dare in pasto a un'opinione pubblica sconvolta, dall'omicidio di Carlo Giuliani e da pestaggi di massa inediti dal dopoguerra, nientemeno che una taroccata cupola dei black bloc.
Gli imputati eccellenti - Gratteri, Luperi, Caldarozzi - erano accanto a Canterini nel cortile della Diaz ma secondo il giudice, dopo 172 udienze e chilometri di pellicola, sarebbe stato quest'ultimo col suo verbale parzialmente fasullo a ingannarli. Come fosse possibile stare alla Diaz e non rendersi conto del via-vai di ragazzi massacrati in barella, delle urla lancinanti, dell'orrore sul viso di chi premeva ai cancelli con legali e parlamentari ma fu stoppato dal portavoce di allora di De Gennaro, il capo della polizia. Non fu la «normale perquisizione» che il Viminale provò ad accreditare mandando in eurovisione la distesa di prove fasulle: molotov portate apposta dalla questura, attrezzi di un cantiere che restaurava la scuola, stecche degli zaini sfilate da teppisti in divisa ma travisati e che resteranno per sempre sconosciuti agli inquirenti). Incomprensibile anche l'assoluzione di chi comandò una squadra nell'irruzione dell'edificio di fronte al dormitorio dei manifestanti. Qui c'erano il media center e gli uffici di legali e infermieri di movimento. La perquisizione fu arbitraria, venne sottratto materiale video e furono maciullati i computer degli avvocati che stavano preparando un dossier sulle violenze di strada. Ma per il giudice ha voluto credere alla tesi dell'errore. «Come se in un processo per rapina a mano armata l'assoluzione venisse motivata con le dichiarazioni degli imputati che dicano di aver scambiato la banca per un poligono di tiro», commenta Dario Rossi, legale del Gsf nel processo che ha negato risarcimenti sia alla coalizione che promosse il social forum, sia alla federazione della stampa. Suonano quasi beffarde le conclusioni del giudice di primo grado, così distratto per molti reati evidenti, quando riconosce che quanto accadde alla Diaz «fu al di fuori di ogni principio di umanità oltre che di ogni regola». Al riconoscimento della «consapevolezza di poter agire nella certezza dell'impunità» da parte di agenti e funzionari non sarebbero corrisposte conseguenze penali. Lo Stato non è in grado di giudicare se stesso. Per chi è venuto a presidiare il tribunale in attesa della sentenza definitiva sarà una giornata lunghissima.
Si vede l’ingresso di Gratteri e Luperi, i più alti in grado quella notte. Un cerchio rosso indica nel filmato l’allora capo dello Sco, uno blu segnala la del vice dell’Ucigos, Luperi. Mentre i due sono già davanti alla palestra, dalla scuola di fronte si filmano alcuni agenti attivissimi nei pestaggi al primo piano
Con due frammenti video, oggi a Genova, le parti civili del processo Diaz proveranno a rafforzare l’impianto accusatorio della procura: tutti colpevoli i 27 tra poliziotti e funzionari imputati per la notte cilena” della Diaz. Non ci furono, insomma, poliziotti infedeli e altri ingannati. La consulenza video, che ilmegafonoquotidiano.it anticipa, è divisa in due capitoli. Il primo mostra l’ingresso di Gratteri e Luperi, i più alti in grado quella notte, tre minuti e 25 secondi dopo l’irruzione dei primi agenti travisati. Dunque, non 8 minuti dopo come ha sostenuto la difesa. Un cerchio rosso indica nel filmato l’allora capo dello Sco, uno blu segnala la del vice dell’Ucigos, Luperi. Mentre i due sono già davanti alla palestra, dalla scuola di fronte si filmano alcuni agenti attivissimi nei pestaggi al primo piano. Il più celebre tra loro è “Coda di cavallo” riconosciuto solo alla fine del primo processo come uno degli agenti digos mescolati, per tre anni, al pubblico dell’aula bunker. Il film smonta la prima sentenza che manda assolti i due funzionari accogliendo l’ipotesi che non potevano sapere che non fu la «normale perquisizione» che il Viminale cercava di accreditare. Anche alcuni dei pestati hanno riconosciuto «quello con la barba» (Gratteri) e «quello con gli occhiali» tra la manciata di personaggi in giacca e cravatta quella notte.
Di molotov si parla nel secondo frammento. A mezzanotte 41 minuti e 33 secondi Luperi riceve una telefonata mentre, con in mano il sacchetto blu delle molotov, partecipa al conciliabolo di alti gradi di fronte alla porta della scuola. Parlava con il defunto La Barbera e durò per 31 secondi circa. Ora, in primo grado, l’imputato aveva sostenuto di aver perso di vista il conciliabolo, al termine della telefonata, e di aver affidato la busta blu a una donna della digos, estranea all’irruzione. Lei, nella testimonianza, disse di averlo affidato a un collega napoletano di cui non sa il nome e che però non risulta nella lista dei presenti alla Diaz. Il frame, invece, dimostra, secondo la consulenza di parte civile, che alle 00.43 Luperi era con le mani libere e, pochi passi più in là, c’era ancora il conciliabolo in corso. Lui stesso, alcuni istanti appresso, parla con Mortola, capo della digos genovese, allora, oggi capo delle cariche ai No Tav in Val Susa. Una sagoma, che entra dall’ingresso laterale della scuola, potrebbe essere proprio la donna con le bottiglie. E, sette secondi prima dell’una meno un quarto i cerchietti rosso e blu sono sul bordo della palestra mentre si stende il telo delle false prove. 26 secondi dopo, alle spalle dei due imputati, una mano sfila il sacchetto blu che sparisce per sempre.
Solidarietà con Sansonetti e Checchino: venerdì 19 febbraio, ore 12, conferenza stampa presso la Fnsi con: Butturini, segretario dell'Associazione Stampa Romana, Greco, direttore di Liberazione, Cannavò, direttore de ilmegafonoquotidiano.it, Ferrero, portavoce della Federazione della sinistra, Vita, Pd, fondatore di Articolo 21
Sentenza choc del tribunale di Roma: otto mesi di reclusione sono stati comminati martedì scorso, in primo grado al giornalista di Liberazione, e tra i fondatori di Megafonoquotidiano, Checchino Antonini oltre che a Piero Sansonetti, all’epoca dei fatti direttore di Liberazione, per un articolo del 16 settembre 2005 con la cronaca di una forte polemica politica tra alcuni sindacati di polizia e Gigi Malabarba. allora capogruppo di Rifondazione a Palazzo Madama. Il giorno prima - con un’interrogazione firmata con diversi altri colleghi e successivamente con un botta e risposta con un sottosegretario - Malabarba aveva criticato in maniera ferma i criteri discrezionali, nella valutazione degli operatori della polizia ai fini dell’avanzamento di carriera. L’occasione erano stati gli ottimi voti – con riferimento al 2001 - ricevuti da due funzionari coinvolti nelle inchieste sulle violenze e gli abusi commessi nei giorni del G8 2001. Malabarba s’era detto convinto che, grazie a un «uso strumentale» di quei meccanismi discrezionali di avanzamento e prepensionamento (stigmatizzati anche dal magistrato amministrativo), l’allora capo della polizia, capo della commissione di valutazione - fosse riuscito a selezionare dei dirigenti fidati e ad espellere i quadri «scomodi» con un «sistema ingiusto e vessatorio».
L’indomani le agenzie riportarono alcune violente dichiarazioni di diversi segretari sindacali del personale di ps e Liberazione ne diede conto. Uno di loro, Giuseppe Tiani, leader nazionale del Siap, s’è sentito diffamato poiché l’articolo ricordava la sua parentela con il segretario provinciale della medesima sigla, all’epoca inquisito per favoreggiamento di personaggi legati all’estrema destra barese e per rivelazione di segreto d’ufficio. Solo il 22 gennaio di quest’anno costui sarebbe stato assolto dalla prima accusa e condannato a 9 mesi per violazione del segreto di ufficio, pena peraltro sospesa.
La sentenza contro Antonini e Sansonetti è un fatto davvero grave. Otto mesi di carcere a un giornalista che non ha diffamato nessuno ma ha solo messo il naso dentro la gestione del G8 2001, costituiscono un'enormità. Quanto si dovrebbe dare a Feltri per i suoi articoli su Boffo? Il caso, tra l'altro, non è isolato. Checchino Antonini, insieme a Francesco Barilli e all'avvocato genovese Dario Rossi, autori del libro, edito da Alegre, "Scuola Diaz, vergogna di Stato" sono stati denunciati dal questore Fournier per aver definito "vergognosa" la sua promozione dopo i fatti genovesi. I fatti parlano chiaro: non si sta procedendo contro una stampa, o un'editoria, che calunnia o diffama ma semplicemente contro il tentativo di ricostruire quella stagione, di seguire passo passo gli eventi che coinvolgono istituzioni importanti e che continuano ad avere ricadute politiche e, purtroppo, giudiziarie.
Checchino Antonini è un nostro redattore e un nostro compagno. E quindi sosterremo la sua difesa e la battaglia contro le false accuse e l'ingiusta condanna che gli vengono mosse. Nei prossimi giorni ci sarà una conferenza stampa ma crediamo che fin da subito sia utile e importante inviare la propria solidarietà a Checchino, la propria indignazione per questo ennesimo "avvertimento" e ribadire che Genova 2001 non la vogliamo dimenticare, né riporre in un archivio giudiziario.
Solidarietà con Piero Sansonetti e Checchino Antonini,
giornalisti condannati per aver denunciato gli orrori del G8.
Riapriamo gli spazi per il diritto di cronaca, torniamo a parlare di Genova 2001
venerdì 19 febbraio, ore 12, conferenza stampa nella sede della Fnsi di corso Vittorio Emanuele 349
con
Paolo Butturini, segretario dell'Associazione Stampa Romana
Dino Greco, direttore di Liberazione
Salvatore Cannavò, direttore de ilmegafonoquotidiano.it
Paolo Ferrero, portavoce della Federazione della sinistra
Vincenzo Vita, Pd, fondatore di Articolo 21
Si chiamava Stefano Eduardo Perez Soto, aveva 17 anni. La questura guarda allo scontro tra le cosiddette bande rivali ma al centro sociale genovese lanciano un appello: «Noi non ci fermeremo
Tutto è successo la sera di domenica a Sampierdarena, a ovest del centro di Genova, tra le 20 e le 21. Stefano Eduardo Perez Soto aveva 17 anni e nessun precedente. E’ morto accoltellato al cuore, probabilmente da un suo coetaneo. Un altro ragazzo, italiano, è ricoverato per alcune ferite alle braccia, un colpo di machete, parrebbe. L’ospedale per entrambi è Villa Scassi. La questura è partita in quarta: tutto sarebbe accaduto allo Zapata. E così scrive il maggiore giornale cittadino che ieri ha avuto tempo solo per una fotonotizia: «Delitto al centro sociale». Nulla può togliere la gravità di una tragedia simile ma le informazioni sono frammentarie. Si sarebbero dati appuntamento proprio allo Zapata - dicono le agenzie - per regolare un conto aperto di recente, forse di natura sentimentale, una mirada, uno sguardo di troppo. Si fa il nome di due bande i Latin King e i Vatos Locos ma non sarebbe la prima volta che vengono evocati a sproposito. Sul luogo del crimine non è stata ancora rinvenuta l’arma del delitto. Forse perché non è il luogo del delitto. «Quello che è certo - racconta una fonte vicina allo Zapata, il centro sociale che occupa gli antichi Magazzini del sale - è che domenica sera una ventina di persone sono piombate nel centro sociale con spranghe, machete, coltelli, bottiglie. Si tratta di giovani latinoamericani sconosciuti ai gruppi che animano il centro sociale». Al momento in cui scriviamo, la squadra mobile è al lavoro e la situazione è confusa. Le ipotesi sono tre: che l’invasione dello Zapata sia conseguenza di un incidente avvenuto altrove, che l’accoltellamento sia avvenuto dentro e contestualmente, oppure fuori dai magazzini del sale dopo la spedizione.
Ma, ovunque sia accaduto, è grave. E ieri sera tardi, allo Zapata, è stata la volta di un’assemblea importante dopo una giornata passata ad ascoltare ogni voce possibile. «Pensiamo occorra dare una risposta immediata e forte alla terribile morte di Stefano».
Allo Zapata è ancora vivo il ricordo di Claudio ”Spagna”, accoltellato mortalemnte 15 anni fa da un gruppo di tifosi milanisti di estrema destra. Allora partì da Genova una campagna che ha attraversato tutto il mondo del calcio: “Basta lame! Basta infami!”. Si ripartirà da lì, per far rimbalzare su tutti i muri di Sampierdarena quello slogan, discuterlo e condividerlo con le organizzazioni della strada, nelle scuole, con tutti i giovani italiani e migranti.
Per tutto il giorno è stato solo un rincorrersi di frammenti di notizie sotto il titolo fuorviante della guerra tra “pandillas” di cui l’importante giornale sbaglia perfino il nome, le chiama “bandillas”.
Certo, una morte così, sconvolge gli attivisti e i frequentatori dello spazio occupato, «dopo quattro anni di sforzi per costruire progetti sociali, alternative alla strada e alla violenza, in tutti questi anni Genova è rimasta alla finestra, non c’è stato investimento pubblico», è il commento della prima ora.
Da quasi 4 anni lo Zapata è luogo di riferimento di centinaia di giovani latinos dopo un percorso di coinvolgimento delle organizzazioni della strada, quelle che questura e giornali chiamavano “baby gang”. Era il 2006 quando i 3 gruppi più numerosi (non c’erano i Vatos Locos) decisero di cessare le ostilità per dimostrare alla città che le loro organizzazioni erano invece una via d’uscita dalla guerra fra poveri, una sorta di società di mutuo soccorso, una risposta collettiva e solidale alla loro condizione di precarietà e marginalità. In questi 4 anni lo Zapata e le organizzazioni della strada hanno organizzato centinaia di eventi (feste, tornei di calcio, assemblee, incontri pubblici) con poche forze coinvolgendo le scuole, l’università, i servizi sociali, il sert, il consultorio, il teatro Modena.
Un lavoro svolto nel deserto più assoluto. Da parte delle istituzioni cittadine sono arrivate solo «qualche pacca sulle spalle, il finanziamento di qualche piccolo progetto marginale e molte promesse», denunciano allo Zapata.
A ridosso della rissa, trovano fiato tutti coloro, dentro e fuori la Giunta, che vorrebbero risolvere il problema riempiendo Sampierdarena di telecamere e di alpini anziché investire su una nuova stagione che veda il ponente genovese (territorio che da sempre ha richiamato uomini e donne di altri luoghi)rivendicare la sua natura meticcia.
L'appello dello Zapata
Domenica sera a Genova è successa una tragedia, un giovane ragazzo cileno, Stefano Eduardo, è morto accoltellato, probabilmente da un coetaneo nel quartiere di Sampierdarena.
Il contesto in cui è maturata la tragedia è ancora molto incerto.
Sicuramente domenica sera lo Zapata era chiuso, verso le 20.00 un gruppo di 20/30 ragazzi latinoamericani ha fatto irruzione nel centro sociale assalendo con coltelli, bottiglie e pietre una quindicina di ragazzi che si trovavano al suo interno per un compleanno.
Cosa sia successo dopo non è ancora chiaro a nessuno, quello che certamente sappiamo è che ancora una volta a Genova, è morto un ragazzo e, in questo momento terribile, ci sentiamo innanzitutto vicini al dolore della famiglia e degli amici.
Questa tragedia, in parte purtroppo annunciata, è il frutto del completo abbandono da parte della città di Genova e delle sue istituzioni e autorità di una generazione intera di giovani latinoamericani nel ponente della nostra città.
Da quasi 4 anni lo Zapata è luogo di riferimento di centinaia di giovani latinoamericani.
Il percorso con le organizzazioni della strada latine, quelle che questura e giornali chiamavano, e non hanno mai smesso di chiamare,“baby gang”, è cominciato nel 2006.
In quell'anno, dopo un lungo periodo di scontri, i 3 gruppi più numerosi decisero di cessare le ostilità, di uscire allo scoperto, di dimostrare alla città che le loro organizzazioni erano invece una via d'uscita dalla guerra fra poveri, una sorta di società di mutuo soccorso, una risposta collettiva e solidale alla loro condizione di precarietà e marginalità senza prospettive.
In questi 4 anni assieme allo Zapata ed alle organizzazioni della strada sono stati organizzati centinaia di eventi (tornei di calcio, assemblee, incontri pubblici, feste, manifestazioni) sia a Sampierdarena, sia in tutta Genova.
In questi anni, con poche forze, sono stati costruiti progetti di partecipazione (musicali, sportivi, sociali, che hanno portato alla nascita di gruppi musicali, di squadre di calcio, etc.), momenti di confronto e di crescita collettiva, coinvolgendo le scuole, l'università, i servizi sociali, il sert, il consultorio, il teatro Modena, i CIV, qualche assessore, etc.
Abbiamo sempre inteso il percorso con i ragazzi sudamericani all’insegna della fine di ogni violenza cieca e inutile, concretizzando nel quotidiano, allo Zapata e in tutta la città, quel percorso di pace siglato alla Sala Chiamata del Porto di Genova nel Giugno del 2006.
Alla luce di questo, non possiamo che prendere le distanze da quanto accaduto e ribadire quanto andiamo dicendo da anni, perché non è mai accettabile perdere la vita a 17 anni in questa maniera: chi risolve le proprie liti con un coltello non è più “fiero” o coraggioso, ma anzi è più vile e codardo.
A chiunque speculerà su questa tragedia per chiedere sgomberi o interventi repressivi che interrompano un percorso di autogestione, socialità, lotta e integrazione, che dura da sedici anni, rispondiamo che rivendicheremo e difenderemo sempre il progetto finora compiuto.
Tutto questo lavoro è stato fatto, a parte la rete di soggetti intelligenti e coraggiosi che sopra citavamo, nel deserto più assoluto.
Da parte delle istituzioni cittadine sono arrivate sostanzialmente solo qualche pacca sulle spalle, il finanziamento di qualche piccolo progetto e molte promesse mai mantenute.
Ma cosa molto più grave è che le stesse istituzioni cittadine non abbiano dato alcuna attenzione né tanto meno risposte a chi, migrante o italiano che sia, vive e lavora nei quartieri del ponente genovese.
Invece di cogliere il problema sollevato, di investire risorse ed energie su di esso e di aiutare chi lavorava e lavora (non solo noi per fortuna) per inventare alternative e renderle praticabili ad un numero di ragazzi e ragazze sempre maggiore, Genova è rimasta alla finestra, contenta che qualcuno si occupasse del problema e mugugnosa rispetto alle chances di successo di questo percorso.
Non si può più stare alla finestra e la tragica morte di Stefano è solo la più terribile delle dimostrazioni.
La lega e l'assessore Scidone vorrebbero risolvere il problema riempiendo Sampierdarena di telecamere, di ronde e di alpini, noi pensiamo che non servirebbero a nulla, che chi vuole si accoltellerebbe lo stesso, che i cittadini non si sentirebbero più sicuri ma solo più controllati.
Pensiamo che sia invece necessario uscire una volta per tutte dalle ambiguità, investire su una nuova stagione che veda il ponente genovese (territorio che da sempre ha richiamato uomini e donne di altri luoghi, persone che venivano a lavorare nelle sue grandi fabbriche o nel porto e che ora lavorano nell'edilizia o assistendo anziani) rivendicare la sua natura meticcia, farne un elemento di forza e di orgoglio come è stato in passato.
Invece di spendere miliardi di euro nella gronda di ponente o di pensare a ronde, alpini e telecamere il comune dovrebbe pensare allo stato di vivibilità dei suoi quartieri, investire su percorsi di partecipazione, costruire spazi e servizi per italiani e migranti, costruire spazi verdi, finanziare chi lavora dal basso nei quartieri, dare possibilità di studio e lavoro.
Noi, con tutte le nostre forze, continueremo a costruire, giorno dopo giorno, progetti dal basso, di partecipazione ed autogestione, di lotta politica per uscire dallo scontro fra poveri... Genova dovrà scegliere se è ancora accettabile stare alla finestra.
Per adesioni: zapata@dirittinrete.org
Primi firmatari:
Centro Sociale Zapata, Comunità San Benedetto al Porto, Centro Sociale Terra di Nessuno, Associazione Ya Basta Genova, Centro Sociale Pinelli, Aut Aut 357 Spazio liberato per l’autonomia e l’autoformazione,Massimo Cannarella (Università di Genova), Luca Queirolo Palmas (Università di Genova), Francesca Lagomarsino (Università di Genova), Teresa Marcelli (coordinatrice Centro Servizi per i minori e la famiglia), Federico Persico (Presidente cooperativa sociale), Etta Rapallo (operatrice sociale)