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Accade a sinistra

Per la Fiom Marchionne ha abbandonato il progetto "Fabbrica Italia" e si appresta a andarsene dall'Italia. Possibilmente dove troverà governi che finanzieranno la Fiat come quello serbo o come lo stesso Obama in Usa. Una tesi che viene, sorprendentemente, confermata dal commento di Massimo Mucchetti pubblicato dal Corriere della Sera

Massimo Mucchetti (Corriere)
e Salvatore Cannavò (Il Fatto)

Il caso Fiat e la Fabbrica Italia
Senza aiuti è il mercato che conta

di Massimo Mucchetti (da Il Corriere della Sera)
La Borsa ha applaudito i disegni di Sergio Marchionne. il resto dell'italia no: partiti di opposizione, esponenti del governo, sindacati, anche quelli moderati. Perfino la Confindustria, pur appoggiando l'illustre associato, non vorrebbe scontri radicali.

La scissione tra il settore auto e le attività affini (tra cui le non affini partecipazioni editoriali), che resta alla Fiat Spa, e il resto del gruppo, che va alla neonata Fiat Industrial, è passata in secondo piano rispetto all'annuncio del trasferimento di alcune produzioni da Mirafiori alla Serbia.

La mossa della Fiat sorprende solo chi non aveva mai letto con attenzione i suoi bilanci. Ma i distratti, in Italia, sono una folla: politici, industriali, banchieri, commentatori. Oggi esaltano il Marchionne che salva Detroit con i soldi della Casa Bianca e scoprono preoccupati che lo stesso Marchionne trova in qualche sporadico sciopero della Fiom la scusa per depotenziare Mirafiori, visto che il governo italiano è in bolletta. Il ministro Roberto Calderoli parla degli aiuti pubblici, ma è storia vecchia. Per condizionare le scelte della Fiat sulla base di una storica gratitudine, ci vuole una capacità politica che finora non si è vista. Con la scissione, la famiglia Agnelli riconosce di non essere più l'azionista di riferimento adatto nella partita globale dell'auto. Potrebbe essere un bene per gli Agnelli e per l'Italia, se l'Italia avesse un'alternativa sua, non subalterna alla Borsa che applaude la delocalizzazione in Serbia.

Questa idea forte oggi non si vede. Il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, invita a riaprire il tavolo sul progetto Fabbrica Italia. Il leader dell'opposizione, Pieriuigi Bersani, coglie la palla al balzo per censurare l'assenza del ministro dello Sviluppo economico. Ma di tavoli si muore se non si sa che cosa si vuole ricavarne. Non si era detto che Fabbrica Italia giustificava Pomigliano, un accordo che colpisce le cattive abitudini campane e, al tempo stesso, indebolisce il sindacato, anche quello moderato? Per dirlo bisognava aver capito che cosa fosse Fabbrica Italia. Ma, se oggi se ne deve riparlare, vuol dire che non tutto era chiaro. Adesso, bisogna capire quanto la Fiat guadagna su un auto in Polonia o in Serbia o in Brasile e quanto vuole guadagnare in Italia e a quali condizioni, e poi misurare se Fabbrica Italia faccia avanzare o arretrare il Paese. Poi, ridimensionata la questione Fiom al suo rango modésto, il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, che qualche anno fa si era occupato del caso, ci dirà quanto la nuova Fiat collinti con gli standard di civiltà del suo La paura e la speranza.

La Fiat ha cambiato strategia e rischia di abbandonare l'Italia

Intervista a Maurizio Landini, segretario generale Fiom

Salvatore Cannavò (da Il Fatto quotidiano)
Il segretario della Fiom, Maurizio Landini, è molto preoccupato per quello che sente e legge sui giornali. Le mosse della Fiat non solo non lo convincono ma è convinto che rappresentino un cambio di strategia da parte del Lingotto con una prospettiva ormai nemmeno tanto nascosta: l'uscita della produzione dall'Italia. Per questo lancia l'allarme, chiede una discussione “seria” di strategia industriale e annuncia un'intensificazione della mobilitazione della Fiom.

Landini, con la decisione della Fiat di aprire una nuova produzione in Serbia Mirafiori è davvero in pericolo?
Direi di più, quello che viene meno è il piano industriale presentato lo scorso 20 aprile ai sindacati e al governo. Il cambiamento di strategia ci pare evidente e il caso Serbia lo indica chiaramente. La Fiat va lì perché non tira fuori nemmeno un euro: la fabbrica è stata ricostruita dal governo, per 10 anni non pagherà tasse, avrà un contributo di 10mila euro per ogni lavoratore assunto, ha ricevuto contributi dal governo serbo e dalla Bei e i lavoratori guadagneranno 400 euro al mese. Vogliamo fare così anche in Italia?

Ma da dove viene questo cambio di strategia?
In realtà, a dispetto del risalto mediatico, la Fiat è in difficoltà: la famiglia non intende mettere mano al portafoglio per investire, non ha idee di innovazione del prodotto, il progetto del 1.400 mila vettura all'anno è eccessivo e quindi riaggiusta il tiro. La tenuta del Cda a Detroit è simbolicamente propedeutica a una Fiat internazionalizzata con la testa negli Stati Uniti. E in questo senso la chiusura di Termini Imerese e il ridimensionamento di Mirafiori sono solo un primo segnale.

Ma si investe a Pomigliano.
E a noi va bene. Va ricordato, però, che non avendo pagato per diversi mesi gli stipendi agli operai – in cassa integrazione – e non pagando i premi di luglio, certi investimenti sono in larga parte pagati dai lavoratori stessi. Come del resto è avvenuto con la Chrysler: una parte delle risorse viene dai Fondi pensioni dei sindacati azionisti e una parte dallo stesso Obama.

Marchionne dice che il cambio di strategia dipende dalla mancanza di serietà dei sindacati italiani.
Si tratta, questo sì, di un modo poco serio di affrontare i problemi. Noi abbiamo detto che siamo disposti a fare anche i 18 turni e a fare una trattativa seria se la Fiat è disposta a sedersi davvero a un tavolo. In realtà si tratta di diversivi che nascondo i problemi reali.

Ma è tollerabile, chiede ancora Marchionne, che un lavoratore prenda un permesso familiare e vada a una manifestazione?
Quello che non è tollerabile è far finta di non vedere quello che sta succedendo. I lavoratori si stanno mobilitando con punte di consenso alla Fiom inaspettate. E' intollerabile che mentre gli operai guadagnano 1200 euro al mese e spesso sono in cassa integrazione, si aumentino i compensi ai dirigenti e si distribuiscano dividendi agli azionisti. Quanto all'accusa ai lavoratori italiani di aver fatto guadagnare meno di altri, di chi è la colpa se i lavoratori stanno in Cassa integrazione, dei lavoratori stessi?

La Fiom alzerà il tiro della mobilitazione?
Domani (oggi, ndr.) c'è lo sciopero in tutto il gruppo. Il 28 luglio terremo un'assemblea, aperta alle forze politiche, davanti a Montecitorio. E poi abbiamo già indetto una manifestazione nazionale per il 16 ottobre. Ci aspettiamo che sia una manifestazione allargata a tutte le forze sociali interessate a uscire dalla crisi salvaguardando il lavoro, i diritti, la democrazia.

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In movimento

Assemblea di 1500 delegati e quadri della Fiom per dire alla Fiat che quell'accordo non si firma. Salta anche l'ipotesi di "protocollo aggiuntivo" proposta da Sacconi mentre da Torino si pensa a come aggirare le resistenze. Da Termini Imerese parte la manifestazione itinerante che si concluderà in un "presidio di massa" a palazzo Chigi

Salvatore Cannavò
(da Il Fatto quotidiano)

La vera novità della giornata, nell'infinita vicenda Fiat, è l'esibizione dell'"orgoglio Fiom". Il sindacato metalmeccanico della Cgil, infatti, ha tenuto proprio a Pomigliano un'assemblea dei delegati del gruppo automobilistico insieme ai grandi gruppi industriali. Un'assemblea che ha ribadito, con forza e anche caparbietà, quanto la Fiom va ripetendo da un mese, e cioè che l'accordo su Pomigliano ha delle zone di incostituzionalità e che pertanto non può essere approvato. Solo che stavolta lo ha ribadito, non con una conferenza stampa o una dichiarazione ma con una manifestazione di circa 1500 tra delegati, segretari locali, dirigenti che hanno "abbracciato" coralmente il proprio segretario generale accolto da un applauso convinto e entusiasta. Chi dava la Fiom per spacciata, ha detto l'assemblea, si è dovuto ricredere e ora l'organizzazione "ribelle" in Cgil è al centro delle attenzioni. E dalle parole di Landini, e poi dal documento conclusivo approvato all'unanimità - quindi anche con il consenso della minoranza interna, i "riformisti" legati a Epifani e Camusso - le indicazioni sono chiare: la Fiom darà il suo assenso a un accordo che si inscrive nell'ambito del contratto nazionale e che non preveda deroghe alla legge e alla Costituzione, non ad altro. E per dare forza a questa linea, l'assemblea ha dato mandato a intraprendere nel mese di luglio un'iniziativa itinerante che partirà, non casualmente da Termini Imerese (stabilimento destinato alla chiusura e che la Fiom vuole difendere) per toccare le maggiori piazze italiane, fino ad arrivare alla presidenza del Consiglio dei ministri. «Faremo un presidio di massa davanti a palazzo Chigi» dice un entusiasta Giorgio Cremaschi.
L'assemblea è servita anche a sgombrare il campo dall'ultima delle opzioni uscita dal cilindro del ministro Sacconi: l'ipotesi cioè di un «protocollo aggiuntivo» all'accordo, da far firmare alla Fiom, in cui si sarebbero "spiegate" meglio le parti controverse, specificando i limiti previsti dalla Costituzione. Una firma che, in casa Fiat, era stata presentata come un "patto di non belligeranza" con la Fiom per raggiungere lo scopo che più sta a cuore all'azienda torinese: evitare il "boicottaggio" della Fiom all'intesa. Solo che una volta visto il testo che, appunto, "spiegava meglio i contenuti dell'intesa" in Fiat hanno detto di no. Ma a dire un no ancora più chiaro è stato ieri Landini e la Fiom tutta, chiarendo di non essere disponibili a nessun "protocollo aggiuntivo" ma solo a un accordo chiaro e in linea con il contratto nazionale. Appunto, "nessuna novità" come viene sottolineato anche in casa Fiat dove, però, sulle intenzioni della Fiom non c'era nessun dubbio e nessuna attesa. Quello che interessa, invece, all'azienda di John Elkanne e Sergio Marchionne è riuscire a sedersi finalmente al tavolo con i quattro sindacati firmatari dell'intesa per arrivare a «implementare» l'intesa stessa. In che modo? L'obiettivo è individuare i modi legali con cui applicare quell'accordo disinnescando l'opposizione della Fiom: e qui le opzioni al momento che circolano sono due. Una nuova società che sostituisca la Fiat e assuma solo gli operai "buoni", ipotesi che non piace a Cisl e Uil; oppure un modo per indurre gli operai di Pomigliano a "controfirmare" l'intesa stessa assicurando così di non contrastarla in fabbrica. E' un'ipotesi che la Fiom teme ma che esclude possa essere realizzata. Per il momento in Fiat la parola d'ordine è "attendere" e quindi l'azienda non si pronuncia.
Chi invece parla dell'assemblea Fiom sono la Cisl e la Uil che, ovviamente, irridono alle posizioni del sindacato Cgil - «non sono queste manifestazioni a portare lavoro a Pomigliano», dice il segretario della Fim, Farina - escludendno qualsiasi tipo di protocollo aggiuntivo e chiedendo invece all'azienda di «decidere rapidamente l'avvio degli investimenti» e di fissare al più presto un incontro.
Anche la nuova segretaria generale designata della Cgil, Susanna Camusso, insiste sul tema dell'investimento perché «il tempo dell'investimento è anche il tempo della ricostruzione di una soluzione condivisa da tutti». Dal lato Fiat si conferma che la prossima fase sarà proprio quella che prevede l'avvio dell'investimento ma non si fa mistero che la soluzione di "tamponamento" della Fiom non è stata ancora trovata. E questo, ancora per il momento, dà forza alla Fiom, come dimostra l'assemblea di ieri, in particolare i combattivi interventi dei vari delegati o la scelta di far parlare gli immigrati di Rosarno, e come dimostra il luglio "di lotta" che Landini ha delineato. Compreso lunedì prossimo quando a Montecitorio la Fiom depositerà le oltre 50 mila firme raccolte in calce alla sua legge di iniziativa popolare per una normativa chiara sulla rappresentanza sindacale.

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Accade a sinistra

Grande soddisfazione in Fiom che supera l'insidia del referendum e esce rafforzata dalla prova di forza. Il segretario dei metalmeccanici ribadisce il no all'accordo ma rilancia l'apertura di un nuovo negoziato. Il 1 luglio a Pomigliano l'assemblea nazionale dei delegati di tutto il gruppo Fiat e delle imprese del Mezzogiorno

Salvatore Cannavò
(da Il Fatto quotidiano)

Entri nella sede Fiom e la soddisfazione trapassa i muri. E non parliamo solo di quella dei suoi dirigenti, a cominciare da Maurizio Landini, neo-segretario generale, ma anche dei funzionari (non molti per la verità) che ci lavorano. La Fiom ha ottenuto un successo evidente in questo referendum, pur essendo stata molto cauta. Non ha mai dato indicazione di voto per il No e, anzi, ha invitato i lavoratori a recarsi alle urne. Il 36% di contrari all’accordo che, tra gli operai, sale al 40% è però molto di più dei consensi (28%) che la stessa Fiom e lo Slai-Cobas (che ha invitato a votare No) avevano ottenuto nelle elezioni Rsu del 2006. A comprendere la soddisfazione di Landini aiuta l’irritazione speculare di Sergio Marchionne, l’amministratore delegato Fiat che si attendeva un risultato in grado di sfiorare l’80%.

Landini arriva puntualissimo in conferenza stampa, accompagnato dal responsabile Fiom per il settore auto, Enzo Masini e la prima parola è di ringraziamento “per i lavoratori e le lavoratrici di Pomigliano che hanno voluto dare un messaggio chiarissimo: sì all’investimento Fiat e dunque sì al lavoro ma sì anche ai diritti e alla dignità del lavoro stesso”. Sulla parola “dignità” il segretario Fiom tornerà più volte, facendone l’architrave del suo ragionamento e della prospettiva della Fiom. Che resta quella di non firmare l’accordo separato ma anche di restare disponibile “a riaprire il negoziato se la Fiat vuole” offrendo non poco all’azienda torinese. “Siamo disponibili ad accettare i 18 turni, lo straordinario obbligatorio di 40 ore e anche l’orario di lavoro plurisettimanale” spiega Landini “perché si tratta di elementi che stanno già dentro il contratto nazionale di lavoro. No però alle deroghe al contratto e alle leggi” quelle la Fiom, a maggior ragione dopo questo referendum, non le firmerà mai. Il contratto nazionale, dunque, resta la bussola di questa organizzazione e anche per questo il 1 luglio, proprio a Pomigliano, si terrà l’assemblea nazionale dei delegati del gruppo Fiat e delle fabbriche metal meccaniche del sud Italia, “perché la vicenda ha una valenza generale e noi vogliamo rimarcare questo dato”. Del resto, su Pomigliano ha scioperato Mirafiori, Termini Imerese, anche la Piaggio e ora si tratterà di capire come valorizzare questa disponibilità “inusitata” dei lavoratori.

Anche le ventilate minacce della Fiat di non spostare la produzione dalla Polonia (rilanciata in mattinata dal Corriere.it) non scalfiscono il segretario Fiom: “Ognuno si assuma le proprie responsabilità, dice Landini, noi siamo pronti a assumerci le nostre”.

Insomma, Landini che aveva inaugurato la sua segreteria con una delle trattative più difficili della Fiom si rimette al centro della scena mentre sono costretti a un ruolo da comprimari sia il governo che Fim e Uilm. Che non a caso rincorrono da un lato la Fiat, chiedendole di mantenere gli impegni, e dall’altra la stessa Fiom alle cui posizioni replicano con qualche nervosimo – “si tratta di fregnacce”, dice Bonanni.

Ma anche nei rapporti con la Cgil le cose un po’ cambiano. Landini non ha voluto alimentare polemiche salvo che con il segretario campano della Cgil, Gravano, che aveva invitato la Fiom a firmare. E per oggi preferisce sottolineare l’unità di vedute e di intenti tra la categoria e la confederazione, dimostrato anche dalla dichiarazione di Susanna Camusso neo-vicesegretaria generale secondo la quale “il terzo degli operai che ha detto no all'accordo è esattamente quello che dice che i diritti non si cancellano”. Esattamente come dice la Fiom. Ma il referendum rafforza quest’ultima all’interno dell’organizzazione – a nessuno è sfuggita la solidarietà che nella serata del referendum le è giunta dalla Funzione pubblica, appena rientrata nella maggioranza di Epifani - e costringe comunque a valutare, come dice Landini, “chi ci ha preso e chi no”. A Epifani potrebbero fischiare le orecchie ma in realtà è molto lontano dall’Italia, esattamente in Canada, al Congresso Mondiale dell'Ituc, la confederazione internazionale dei sindacati.

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Cronache dalla crisi

Pressione a mille per il referendum che si terrà martedì. Tutto l'establishment tifa per il sì che otterrà, sotto ogni previsione, un plebiscito. Intanto l'azienda non smentisce il piano C che la Fiom bolla come «mostruosità illegale». Già pronte le otto urne in cui si potrà votare dalle 8 alle 21. In tarda serata i primi risultati

Occhi puntati su Pomigliano per tutta la giornata di domani, martedì 22, giorno del referendum tra i lavoratori sull'accordo separato lo scorso 15 giugno. La pressione sugli operai dello stabilimento campano ha ormai raggiunto lo zenith. Non c'è "potere" della Repubblica che non abbia finora sentito il bisogno di intervenire per augurarsi che vinca il sì e che la linea dura della Fiom venga sconfessata. Il governo è compatto in questo senso e Confindustria non fa mancare la quotidiana dichiarazione della sua presidente al fianco dell'azienda Fiat. Anche il Pd non è da meno: «Abbiamo sempre detto di essere per il sì» si è giustificato il responsabile economico del partito democratico dopo l'ennesima richiesta di una presa di posizione chiara avanzata dal resto del mondo.
Solo che la giornata di oggi è anche caratterizzata dall'indiscrezione, pubblicata sul quotidiano La Repubblica, di un "piano C" da parte dell'azienda - oltre, cioè, l'ipotesi di accordo o quella di spostare la produzione in Polonia - che punterebbe a costituire una nuova società, una sorta di PomiglianoFiat che si incaricherebbe di assumere da capo i lavoratori per applicare loro un nuovo contratto e avere così la certezza del rispetto dell'accordo. L'indiscrezione, non smentita dal Lingotto, assomiglia a un nuovo ricatto fatto piombare sulla testa degli operai di Pomigliano alla vigilia del referendum che, a questo punto, non può non sfiorare il 100% dei sì. La Fiom, però, non si è fatta finora intimidire dalle pressioni subite e ha dichiarato ancora oggi che comunque andrà il referendum sarà illegittimo «indipendentemente dall'esito delle votazioni». E questo per due ragioni, come spiega il segretario Fiom di Napoli, Andrea Amendola: «La prima è che, laddove si vietano gli scioperi, ci sono deroghe a leggi dello Stato e alla stessa Costituzione, che non possono essere sottoposte al voto referendario». «La seconda - prosegue il sindacalista - è che il referendum non presenta due opzioni alternative, ma in realtà solo una, perchè se vincono i No l'azienda ha detto che chiude. Quindi tutti andranno a votare e voteranno si».
Ma il sindacato dei metalmeccanici Cgil è intervenuto anche sul cosiddetto "piano C" della Fiat per dire che «il piano C cui starebbe lavorando la Fiat corrisponde a quanto ventilato e poi ritirato dall'azienda stessa nell'incontro sindacale del 15 giugno» e la sua esistenza «non farebbe che aggravare la situazione». Giorgio Cremaschi lo definisce «una mostruosità illegale». «In Italia e nell'Europa queste pratiche sono condannate dalla legge, dalle costituzioni e dalla stessa Carta europea. C'è un solo modello a cui si può fare riferimento, quello delle maquilladoras, le fabbriche che le multinazionali Usa instaurano subito al di là dei confini con Messico per violare ogni legge e ogni contratto. In Italia e in Europa questo non è possibile, ma è indicativo che nella Fiat si pensi a questa soluzione».
In fabbrica, comunque, tutto è pronto per il referendum. Le urne, che saranno otto, saranno aperte dalle 8 alle 21 (più una nello stabilimento separato di Nola) per far votare i circa 5000 lavoratori. La giornata di votazione verrà considerata di lavoro e dunque, retribuita al 100%. L'eventuale assenza, dunque, dovrà essere giustificata. In queste ore è riunita a Pomigliano la Commissione elettorale, composta dalle organizzazioni sindacali che hanno siglato l'accordo e promosso il referendum, per decidere se costituire eventuali altri due seggi nella fabbrica, portando così a 10 le urne disponibili.
Si voterà reparto per reparto e, in ogni turno di lavoro, si svolgeranno due ore di assemblea per consentire ai lavoratori di votare. I lavoratori potranno accedere al voto presentando un documento d'identità o il badge aziendale. Al seggio troveranno uno scrutatore nominato dalla Commissione elettorale più altri rappresentanti (uno per organizzazione sindacale firmataria). Hanno chiesto di presenziare alle operazioni di voto anche i Cobas, che non hanno siglato l'intesa. Al lavoratore verrà consegnata una scheda simile a quella dei referendum abrogativi: sotto la domanda 'sei favorevole all'accordo siglato in data 15/6' e alle specifiche dell'intesa, sulla scheda ci saranno due riquadri, con 'si« e 'nò. Lo spoglio inizierà subito dopo la chiusura delle urne, alle 21. Le prime proiezioni si attendono alle 22.30 circa, mentre per le prime ore del giorno 23 di dovrebbero avere i risultati definitivi.

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Nota quotidiana

Se si votasse in Parlamento, il "lodo Marchionne" otterrebbe quasi l'80% dei voti. Probabilmente il Partito democratico si dividerebbe, si contorcerebbe, si strapperebbe i capelli (tranne Bersani) e poi, magari, si asterrebbe. Sarebbe l'unico partito ad avere questi dubbi e questo è indicativo della crisi politica in cui versa.

Salvatore Cannavò

Se si votasse in Parlamento, il "lodo Marchionne" otterrebbe quasi l'80% dei voti. Probabilmente il Partito democratico si dividerebbe, si contorcerebbe, si strapperebbe i capelli (tranne Bersani) e poi, magari, si asterrebbe. Sarebbe l'unico partito ad avere questi dubbi e questo è indicativo della crisi politica in cui versa.
Si potrebbe fare una specie di gioco di società e immaginare come sarebbe un vero e proprio Governo Marchionne, un governo cioè il cui collante, ispirazione e linea di marcia fosse quell'accordo che la Fiat è riuscita a imporre - senza particolare sforzo - a Fim e Uilm e che ha visto la coraggiosa opposizione della sola Fiom. Un accordo che si basa sul vero lascito culturale del berlusconismo: la centralità assoluta dell'impresa, dei suoi diritti, dei suoi profitti. Una centralità che non è messa in discussione da nessuno, tranne un po' di sinistra cosiddetta radicale. Ci permettiamo di osservare che nemmeno il partito di Di Pietro la mette in discussione fino in fondo anche se, più di altri, è oggi attraversato da attenzione e cura verso i lavoratori.
A Pomigliano, infatti, vige solo il soggetto-impresa: la sua necessità di avere la pace sociale in fabbrica; la sua necessità di saturare gli impianti e quindi avere livelli altissimi di produttività; la sua necessità di governare la forza lavoro in assoluta libertà. Il lavoro è reso semplice variabile dipendente, puro ammennicolo, senza alcuna soggettività né dignità. E se ce l'ha, questa va recisa alla radice.
Se hai questa concezione della politica, della società, dell'economia, puoi fare tranquillamente anche un governo che dura nel tempo. E infatti, diversi esponenti confindustriali non vedrebbero l'ora di "salire sul ring" per mettersi alla testa di un progetto del genere, vedi Montezemolo.
Con un simile programma, l'Italia potrebbe conoscere una fase nuova rispetto alla vischiosità attuale e potrebbe vedere quella situazione positiva che chiedono spesso le imprese, "i mercati", l'Europa e tutto ciò che della centralità dell'impresa ha fatto un dogma.
Di un tale governo non potrebbe far parte ovviamente Silvio Berlusconi, per la semplice ragione che nascerebbe solo una volta che l'attuale premier si fosse messo da parte (e va detto che a giudicare dalla situazione attuale, la cosa non è così campata per aria: inchieste che si allargano, rifiuti che ritornano, equilibri interni alla maggioranza che traballano e anche il sogno dell'Aquila che svanisce). Tolto Berlusconi, però, la sua maggioranza, in larga parte, potrebbe essere della partita. Un simile governo andrebbe bene a Tremonti e Sacconi (Brunetta non ce lo vorrebbe nessuno) che su Pomigliano hanno immaginato "la fine della lotta di classe" e impostato una nuova era nelle relazioni industriali. Ci starebbe certamente l'area "finiana" - Fini ha visto nel "patto" imposto dalla Fiat addirittura qualcosa che rimanda alle «grandi dottrine del Novecento», leggi l'economia corporativa fascista... - e l'Udc brigherebbe per prendere il comando della baracca.
Ci starebbero con grande impeto anche molti del Partito democratico: pensiamo a Fioroni che si è distinto negli attacchi alla Fiom, Letta, ma senza escludere dirigenti come Chiamparino e Fassino. Veltroni, nonostante si sia distinto per un bel siluro alla Fiom, avrebbe qualche difficoltà, impiccato com'è alla "religione del maggioritario" - e certamente farebbe sponda a Berlusconi per impedire un simile, immaginifico, scenario (quante volte l'ha già fatto?).
Non ci starebbe certamente l'Idv, vuoi per serietà, vuoi per calcolo. Ci starebbe stretta la Lega per ragioni speculari a quelle di Di Pietro ed è chiaro che Bossi perderebbe la faccia in un simile calderone. La fuoriuscita di Berlusconi, lascerebbe fuori dallo schema anche una fetta del Pdl con rimescolamenti al suo interno che oggi è difficile descrivere. Insomma, verrebbe fuori un larghissimo centro, in grado di governare il paese, un po' come Marchionne, Bonanni e Angeletti provano a governare il conflitto sociale.
Chi avrebbe un problema di troppo è il buon Bersani. La sua bonomia lo farebbe esitare e tergiversare: "si, un governo di questo tipo sarebbe una buona cosa ma, dai!, non possiamo mica farlo" e così via di oscillazione in oscillazione, senza scegliere il cedimento totale ma senza nemmeno mettersi con serietà dalla parte del lavoro. Alla fine il Pd ci starebbe ma in secondo piano, con un ruolo di stampella, consumando se stesso e il proprio futuro.
Il governo Marchionne è un gioco di società, non esiste e forse non esisterà. Però, "peccato", dirà qualcuno, "ci libererebbe di Berlusconi". Oppure, "meno male" diranno (giustamente) altri, "ci farebbe a pezzi". Che brutta alternativa che tocca a questo paese. Ce ne sarebbe un'altra, per favore?

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Cronache dalla crisi

Pare il sogno di Silvio Berlusconi. Un referendum che in una volta sola cancelli tutte quelle parti della Costituzione, tutti quei pesi e contrappesi nelle istituzioni, che danno fastidio alla libertà dell’impresa e soprattutto a quella di alcuni imprenditori.

Giorgio Cremaschi
(da Liberazione)

Pare il sogno di Silvio Berlusconi. Un referendum che in una volta sola cancelli tutte quelle parti della Costituzione, tutti quei pesi e contrappesi nelle istituzioni, che danno fastidio alla libertà dell’impresa e soprattutto a quella di alcuni imprenditori. Un referendum ove sia possibile solo il sì perché il no comporterebbe la minaccia di mettere in crisi tutto il bilancio dello Stato. Per ora in Italia questo incubo non è realizzabile. Nonostante tutto alcune regole e garanzie di fondo lo impediscono. Senza particolare scandalo, però è su questo che si vuole far votare i lavoratori di Pomigliano. Oramai è chiaro a tutti, anche a chi continua a far finta di non aver capito. Nello stabilimento Fiat campano non si discute più di produttività o di flessibilità. L’azienda vuole imporre un altro contratto nazionale, un’altra legge dello Stato, un’altra Costituzione. Nel nome del più antico dei ricatti: o rinunci ai tuoi diritti o non lavori.
Che una cosa di questo genere piaccia a chi pensa che la Costituzione repubblicana è un inutile orpello, è comprensibile. E’ comprensibile anche che con essa siano d’accordo quei sindacati complici, quella Confindustria che con la legge sull’arbitrato vogliono imporre ai lavoratori di rinunciare al diritto di andare dal giudice sin dal momento dell’assunzione. Così come ai lavoratori di Pomigliano si dice che rientreranno al lavoro solo se si spoglieranno di tutti i loro diritti. Tutto questo è comprensibile in chi ha fatto del potere dell’impresa il totem assoluto a cui sacrificare tutto.
Invece che il Partito democratico, la stampa che lotta contro i bavagli, l’opinione pubblica scandalizzata giustamente dall’attacco all’autonomia della Magistratura, che da questa parte non ci si accorga che a Pomigliano si sta aprendo un buco nero che può inghiottire parti rilevanti della nostra democrazia, tutto questo è francamente incomprensibile.
Siamo davvero già così oltre i nostri principi fondamentali? Si è già davvero totalmente restaurata l’ideologia ottocentesca secondo cui le libertà si fermano alle soglie dell’economia? Questo è proprio ciò che la nostra Costituzione nega alla radice: che si possa avere una democrazia dei cittadini che non sia anche una democrazia dei lavoratori e nell’economia.
La Fiom ha detto no. E’ un atto di coscienza e coraggio che dovrebbe far felici tutti coloro che pensano che bisogna difendere la nostra democrazia dal degrado berlusconiano e tremontiano. E invece si vedono balbettamenti, parole in libertà, appelli alle parti sociali. Quale vergognosa fiera dell’ipocrisia. E’ chiaro o no che la Fiat considera le leggi italiane una fastidiosa variabile nei suoi bilanci di multinazionale? E’ chiaro o no che se a Pomigliano passa la deroga a tutto, nel giro di sei mesi tutto il sistema industriale italiano farà la stessa cosa?
E’ proprio di questo, del resto, che parlano i commentatori quando dicono che la Fiom si oppone a nuove regole. Siamo in una drammatica crisi mondiale, che nasce dalla speculazione selvaggia e da vent’anni di liberismo senza regole. Eppure improvvisamente pare che tutte le analisi sulla crisi, tutti i proponimenti di superare il mercato selvaggio, di dire basta alla speculazione e sì a un economia più responsabile, vengano cancellati. Chi si preoccupa della salute fisica e psichica dei lavoratori di Pomigliano, costretti a ritmi e a condizioni di lavoro tra le peggiori d’Europa, senza la possibilità di discuterle e criticarle? Chi si preoccupa del taglio dei salari, dei diritti, di un trattamento di malattia che è frutto del contratto del 1969? Orpelli, antistoriche resistenze sindacali di fronte al dispiegarsi della libertà d’impresa?
Se non reagiamo ora con il massimo dell’indignazione, forse un giorno potremmo ricordarle davvero queste settimane. Come quelle dove in un solo stabilimento Fiat, con un referendum imposto a lavoratori che avevano puntata alla tempia la pistola del licenziamento, fu abolito l’articolo 1 della Costituzione repubblicana.
Giorgio Cremaschi

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Cronache dalla crisi

Conclusione unanime del comitato centrale che respinge il piano Fiat ma "apre" su 18 turni e straordinari. A patto di non toccare i diritti "indisponibili" sancit da Contratto e Costituzione. Il 25 giugno sciopero di 8 ore e prima assemblea dei delegati Fiat del Mezzogiorno a Pomigliano. La Cgil, per ora, si allinea

Salvatore Cannavò

L'intervento più applaudito lo fa Andrea Amendola, segretario Fiom di Pomigliano con un accorato appello a «resistere», a cogliere «la valenza generale» dell'attacco Fiat e del governo e ad ascoltare i lavoratori di Pomigliano «ché se firmiamo si rivolteranno con noi e allora il sindacato avrà davvero chiuso». «Guardate che ci chiedono di non firmare perché vuol dire resistere; poi, certo, se devono scegliere tra vivere o morire sceglieranno di vivere, è logico». Il prolungato applauso che riceve e il fatto che gli undici interventi dopo di lui decidano di cancellarsi permettendo a Landini, il segretario generale, di leggere i due ordini del giorno finali, dimostrano lo stato d'animo di questa Fiom che, ancora una volta, si mette di traverso al tentativo di dichiarare archiviata «la lotta di classe» come ha detto Tremonti.
L'ordine del giorno finale del Comitato centrale, chiamato a discutere di Fiat, viene approvato all'unanimità, anche la minoranza "epifaniana" lo approva, perché «oggi non ci stiamo a dividere la nostra organizzazione», dice Durante esponente della minoranza. La Fiom sceglie di resistere perché ritiene che solo in questo modo possa esistere e Landini spiega che le «condizioni poste dalla Fiat - straordinari a 120 ore, da fare anche in pausa, pausa ridotta da 40 a 30 minuti, deroghe al contratto e alle leggi, sanzioni per chi sciopero, indisponibilità a pagare la malattia nei primi 3 giorni - sono inaccettabili». Lo ha già detto al tavolo dell'altro giorno in Confindustria, ma lo mette per iscritto e chede al principale organismo Fiom di approvarlo. Respinto il piano Fiat, dunque, e respinta la pretesa di derogare dai contratti nazionalie e di riscrivere le regole della contrattazione. La portata dell'attacco non sfugge a nessuno degli interventi. Anche per questo il referendum previsto da Fim e Uilm, e supportato dall'azienda, non è proponibile «perché riguarda diritti che non sono disponibili» in quanto sanciti da leggi e Costituzione. C'è chi come Sergio Bellavita, giovane segretario della Fiom di Parma in predicato di entrare nella segreteria nazionale, lo dice ancora più chiaro: «siamo in una situazione peggiore del 1980 con quella "marcia dei 40 mila e la sconfitta dei 35 giorni", perché stavolta l'obiettivo è più ambizioso, eliminare la contraddizione rappresentata dalla Fiom». Ma il problema della «valenza generale» dell'attacco è presente in tutti gli interventi e motiverà poi, nel secondo ordine del giorno, quello sullo sciopero contro la manovra, la necessità di portare a 8 ore lo sciopero generale del 25 giugno che invece la Cgil manterrà a 4 ore. Così come si iscrive in questa logica la proposta di realizzare un'assemblea generale dei delegati Fiat del Mezzogiorno da tenere nei prossimi giorni a Pomigliano.
Più problematica la questione del referendum. Respinto in quanto legato a diritti «indisponibili» resta però il problema dell'indicazione di voto in caso di sua tenuta. Se la sinistra interna ha chiesto di «non partecipare al voto» la minoranza ha posto il problema del rapporto con quei lavoratori che invece voteranno e, probabilmente, voteranno sì. Il nodo non è stato sciolto e si vedrà già nei prossimi giorni come risolvere la contraddizione.

Ma, allo stesso tempo, la Fiom non ci sta a passare per la responsabile della chiusura dello stabilimento campano e quindi esplicita le proprie«condizioni», quelle su cui è disposta a chiudere. La Fiom accetterà infatti i 18 turni e lo straordinario di 40 ore che «permetterebbero a Fiat di produrre le 280 mila Panda che costituiscono l'obiettivo del gruppo» e che sono previsti dal contratto nazionale. «Se la Fiat lo vuole applicare in questo modo la Fiom darà l'ok» dice l'odg finale.. Si tratta di «disponibilità» mai concesse prima dall'organizzazione dei metalmeccanici - «a Melfi ci siamo opposti ai 18 turni e lì se ne fanno 17» spiega ancora Amendola - che "apre" quindi su maggiore efficienza e flessibilità e su una nuova organizzazione della produzione. L'apertura rappresenta il passaggio su cui la minoranza interna, che sta con Epifani nella confederazione, converge e decide di sostenere la prova di orgoglio della Fiom che esce dal suo vertice con un voto unanime.

In ogni caso, la Fiom esce da due giorni di attacchi intensi ricevuti da tutte le parti - Fiat, Confindustria, Governo, Cisl e Uil, una parte del Pd e della stessa Cgil - con uno scatto di orgoglio. Voglia di resistere, capacità di manovra, forte unità interna - in particolare della maggioranza ma per oggi anche di tutta l'organizzazione. Da capire invece il rapporto con Epifani che in giornata, ha chiesto un incontro a quattr'occhi con Landini nel quale il segretario generale ha sondato le possibilità di ammorbidimento della Fiom. Registrando una certa nettezza di posizioni ma anche apprezzando le disponibilità che poi saranno registrate nel documento finale. Il voto favorevole degli "epifaniani" lo dimostra anche se c'è chi teme che il consenso di Durante sia «a scadenza». Resta il fatto che dopo l'intervento di Epifani alla festa della Cisl, in cui proponeva uno sblocco della vertenza, ieri la segreteria Cgil ha diramato un comunicato per porre l'accento sul fatto che la proposta Fiat «può violare la legge, in particolare su sciopero e malattia» e chiedendo all'azienda «una riflessione». Un comunicato apprezzato dalla Fiom e che, probabilmente, tiene aperta ancora un po' la trattativa. Oggi Fiat ha convocato i sindacati che hanno aderito alla sua proposta più la Fiom come "osservatore". La palla, per ora, passa all'azienda torinese.

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Cronache dalla crisi

Il nuovo segretario Landini respinge i ricatti della Fiat e cerca la sponda di Fim e Uilm. Domani la trattativa a Torino con la Cisl che spinge per la firma subito e la Cgil alle prese con il rinnovo della segreteria nazionale

Salvatore Cannavò

La Fiom è pronta a tenere duro sulla difesa del Contratto nazionale di categoria e probabilmente l’incontro di oggi con la Fiat, che si concentra in particolare sulla situazione dello stabilimento di Pomigliano, finirà con una rottura. Che la Fiom stessa non si augura ma che, a meno di una maggiore duttilità nelle richieste di Marchionne, sembra inevitabile. La differenza potranno farla, almeno questo è l'auspicio della Fiom, Fim e Uilm, cioè le altre due sigle di categorie chiamate a decidere se firmare un accordo-capestro o se invece fermare le richieste piuttosto pesanti della Fiat.
Partita attorno al nodo dei 18 turni (cioè tre turni continuativi su sei giorni) la vertenza su Pomigliano si è ormai incentrata sulla lista di «deroghe» al contratto nazionale ma anche ad alcune leggi dello Stato che la Fiat ha richiesto alle organizzazioni sindacali. Si tratta di un documento di otto pagine in cui l'azienda torinese pretende alcune "cosucce" come la possibilità di derogare dalla legge sulla sicurezza che prevede un minimo di 11 ore tra un turno e l'altro; di comandare straordinari sia nei giorni di riposo che nelle pause; di ridurre le pause da 40 a 30 minuti per un lavoro in linea di montaggio che è ancora definito usurante; di introdurre sanzioni per gli scioperi; di combattere l'assenteismo smettendo di pagare i giorni di malattia a carico dell'azienda (i primi tre) qualora si verifichino picchi di assenteismo troppo elevati. E poi altre cose ancora.
Ieri il neo-segretario dei metalmeccanici della Cgil, Landini, ha risposto con nettezza all’amministratore delegato Fiat che domenica chiedeva di affrettare i tempi e di accettare le condizioni poste “altrimenti la Panda la produciamo altrove”. La Fiom «è assolutamente interessata e disponibile a sviluppare una trattativa «vera» con la Fiat e a cercare «anche una intesa che veda il consenso di tutte le organizzazioni», ma a patto che questa avvenga nel rispetto di quanto previsto dal Contratto collettivo nazionale di lavoro e dalle leggi in vigore, quindi senza deroghe. «Noi - ha affermato il segretario Fiom nel corso di una conferenza stampa - siamo assolutamente interessati a poter sviluppare un negoziato vero che a partire da Pomigliano sia in grado di rafforzare la produzione Fiat in Italia e di evitare problemi occupazionali e di chiusure di stabilimenti». «Siamo disponibili a negoziare sull'uso degli impianti e sull'organizzazione del lavoro purché ciò avvenga nel rispetto del Contratto e delle leggi dello Stato», ha detto Landini ma, «se la Fiat continua a chiedere deroghe, si rischia che la trattativa possa bloccarsi». Nei fatti, la Fiom firmerà un'intesa sui 18 turni, su questo non ci sarano barricate, al massimo una consultazione tra i lavoratori. Per il resto, la speranza, in Fiom, è che Fim e Uilm non rispondano alle "raccomandazioni" delle confederazioni madri e si rifiutino di accettare la morte del contratto nazionale. Bonanni, per parte sua, ha già pronta la penna per firmare - ma questa è una caratteristica nota del segretario Cisl - solo che non sarà lui a metterci la faccia in fabbrica e questo potrebbe fare la differenza. Altra variabile, il comportamento Cgil. Epifani è alle prese con il rinnovo della segreteria e quindi il direttivo Cgil non si è pronunciato sulla Fiat. Però, i rapporti tra il segretario generale della Cgil e la dirigenza Fiat non sono così cattivi - così come Fiat può contare su gran parte del Pd - e non è detto che da quel fronte si alzi chissà quale resistenza. Anche per questo Marchionne si spinge fino al massimo possibile con l'obiettivo di incassare, appunto, il massimo. Domani, martedì, vedremo cosa porterà a casa.

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Cronache dalla crisi

L'ad della Fiat chiede la licenza di deroga sul contratto nazionale e sul diritto di sciopero. Oppure la produzione sarà spostata in Polonia

AgenziAmi

Marchionne stringe i tempi per lo stabilimento di Pomigliano d'Arco: «Il protrarsi della trattativa con i sindacati ha già provocato lo slittamento degli investimenti necessari per l'avvio della produzione. In assenza di un'intesa, martedì prossimo, che offra adeguate garanzie, potrebbe diventare inevitabile riconsiderare il progetto per la produzione della futura Panda». Oltre la flessibilità Fiat chiede la possibilità di derogare il contratto nazionale. Così verrebbe limitato il diritto di sciopero e verrebbero pagati solo i primi tre giorni di malattia. La Cgil avverte: la Fiat vuole il tavolo separato.

«Per Pomigliano speriamo di trovare un accordo, ma lo sforzo lo devono fare tutti, le nostre richieste non sono niente di straordinario» ha detto ieri l'ad della Fiat Sergio Marchionne. «Se l'accordo si trova partiamo con la produzione nel 2011. Se no, la andiamo a fare altrove» ha proseguito il capo del Lingotto riferendosi alla Panda la cui produzione dalla Polonia verrebbe affidata a Pomigliano. Per colui che dal panorama politico viene considerato il salvatore della produzione automobilistica italiana tutti devono fare uno «sforzo». «Stiamo ancora vivendo in un mondo che non esiste più realmente: vediamo un pò di riconciliare i principi del passato con il presente», aggiunge Marchionne. Questo è un mercato e un industria, spiega l'ad, «che cambierà nei prossimi 20 anni». Nel caso non si trovasse l'accordo con i sindacari minaccia Marchionne «la Panda andiamo a farlo altrove. La macchina è da farsi non abbiamo scelta. La scelta deve essere condivisa con i sindacati, andiamo a domandare agli operai di Pomigliano se vogliono lavorare o meno».

Lavoro in cambio di diritti
A Pomigliano verrebbero prodotto 250mila auto anno per ritmi di produzione che lo stabilimento non ha mai visto prima. Dai due turni precedenti per ogni giorno lavorativo si passerebbe a tre per una linea produttiva in funzione 24 ore. L'indotto sarà chiamato a una profonda metamorfosi strutturale. Prima lo stabilimento campano produceva auto di grossa cilindrata. Domani produrrà una utilitaria. Il nodo della questione riguarda la richiesta di deroga che pretende Fiat rispetto il contratto nazionale. La missione produttiva è vincolata alla possibilità di derogare i contratti nazionali. Questo porterebbe a un peggioramento delle condizioni di lavoro e a una profonda limitazione del diritto di sciopero. Fiat prevede anche sanzioni che limitino i diritti dei lavoratori al pagamento dei primi tre giorni di malattia.

Bonanni: Fare accordi con chi ci sta
«Se è vero che per Fiat i tempi stanno per scadere, io dico: non perdiamo questa occasione, facciamo un accordo con chi ci sta. E tanti saluti agli altri» dichiara il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni. «In un momento come questo c'è la maggiore azienda italiana che, mentre altre delocalizzano, decide di investire 20 miliardi in 5 anni a Pomigliano, portando lì un prodotto di punta della casa, come la Panda, che prima si faceva in Polonia. E noi che cosa rispondiamo...?».

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Accade a sinistra

Clamorosa decisione della Commissione di Garanzia che non ha accettato lo schiacciante successo della minoranza: 461 a 16. Cremaschi: "Una decisione più grave di un'ingiustizia, un grave errore politico". Intanto Scajola promette 14 opzioni diverse per lo stabilimento ma non gli crede nessuno

imq

La Commissione di Garanzia della Cgil di Palermo, ha annullato il congresso della Fiom di Termini Imerese che aveva visto stravincere la 2 mozione con 461 voti contro 16. "Per vizi formali" recita la decisione ufficiale, in quanto la commissione elettorale sarebbe stata eletta non all'inizio dei lavori congressuali ma durante gli stessi. Inoltre, dice la Commissione, al momento dello spoglio non sarebbero stati presenti rappresentanti della prima mozione. Solo che, contestano le minoranze interne, si tratta della quotidiana normalità in tutti i congressi Cgil. A Termini Imerese, infatti, i relatori esterni - Landini per la seconda mozione e Durante per la prima - sono stati invitati a lasciare la fabbrica una volta concluso il congresso ma la pratica è del tutto regolare e non si tratta di un'eccezione. L'unica eccezione è la schiacciante vittoria della seconda mozione che non è andata giù alla maggioranza che sostiene Epifani. I lavoratori navali di Costa Crociere, ad esempio, hanno svolto il congresso in nave ai Caraibi con la sola presenza della relazione di maggioranza. Alla Carrefour della Romanina, a Roma, è accaduto qualcosa di più grave: il relatore di minoranza si è visto negare l'accesso al centro commerciale dai vigilantes allertati proprio dal funzionario Cgil di maggioranza.
Dura, quindi, la reazione della minoranza. "Qualcosa di più grave di un’ingiustizia, un gravissimo errore politico della maggioranza della Cgil", la reazione a caldo di Giorgio Cremaschi, uno dei firmatari della seconda mozione e portavoce della Rete 28 Aprile. "Annullare il congresso della fabbrica che oggi è in lotta contro la chiusura voluta dalla Fiat - continua Cremaschi - richiederebbe elementi profondi e veri, che non sono stati riscontrati. La giustizia a maggioranza che si sta amministrando invece nei congressi è il segno di una perdita di contatto con la realtà, che rappresenta un danno per tutta l’organizzazione. Siamo sicuri che il nuovo congresso riconvocato a Termini Imerese non darà risultati diversi per la mozione Epifani". Per il nuovo congresso che è stato convocato per domani e dopodomani, la Camera del lavoro di Palermo ha chiesto che le operazioni di voto non si svolgano in fabbrica ma in un locale esterno. A decidere sarà però l'assemblea degli iscritti.
La decisione arriva proprio nel giorno in cui il ministro per lo Sviluppo economico, Scajola, ha riferito al Senato su Termini Imerese, promettendo un vago impegno del governo e assicurando che esistono al momento "14 offerte economiche alternative". Un'affermazione che ha fatto scatenare l'opposizione con tanto di scontro in aula. Dall'Italia dei Valori, invece, è stata rilanciata una vecchia proposta presentata al Senato da Gigi Malabarba, allora capogruppo di Rifondazione: la Fiat venda lo stabilimento di Termini Imerese alla Regione siciliana che si incaricherà del suo rilancio, al prezzo di 1 euro.

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