Recensione del quarto numero dei "Quaderni viola"
Che la crisi in corso sia un mostro mai visto prima, ormai lo capiamo in tanti. Che nel suo svolgersi travolga in misura differenziata soggetti e figure sociali, anche. Ma l'attenzione con cui le donne colgono lati nascosti di questa crisi diventa un aiuto in più per chi - volente o nolente - ci sta dentro e ha necessità di trovare vie d'uscita. Collettive, naturalmente. L'agile libretto dei Quaderni Viola "Sebben che siamo donne. Femminismo e lotta sindacale nella crisi" (Edizioni Alegre, appena 5 euro) parte col piede giusto. Il contributo di Lidia Cirillo e Giovanna Vertova, infatti, individua nella crisi la più classica delle "occasioni" con cui il capitalismo si trova ciclicamente a dover reagire al sempre possibile "crollo". E fin qui lo ha fatto distruggendo alla grande il "capitale in eccesso" derivante dalla sovrapproduzione: capitale finanziario, industriale, mercantile, umano. La guerra, dunque, come ripristino delle condizioni di penuria, riscrittura delle gerarchie globali e occasione di rimessa in moto dell'accumulazione. Fin qui siamo nel noto. Il passo avanti teorico, anche se ancora appena accennato, sta nel vedere all'opera in questa crisi meccanismi che la rendono «endemica e di lunga durata»; in cui la distruzione di capitale agisce fin da subito per vie nuove. E l'impoverimento generale delle popolazioni, la demolizione programmata del "modello sociale europeo", ne fanno parte a pieno titolo. Al pari e forse più delle guerre vere e proprie condotte però contro paesi «a bassa intensità di capitale», che quindi - pur distrutti - non possono ri-attivare un'accumulazione globale in contrazione. Il grosso del contributo, come si diceva, è però il ruolo delle donne nella lotta sindacale. Non siamo più al tempo delle mondine, che commuovevano perché in fondo poche e "diverse" dalla condizione femminile canonizzata. Oggi le donne, ancorché sottopagate rispetto agli uomini e con un tasso di occupazione inferiore, costituiscono un quota molto rilevante del lavoro salariato: quasi il 40%, in Italia. Ed anche qui l'impostazione di questo gruppo di ricercatrici e protagoniste dell'azione sindacale muove un passo originale rispetto ad altre posizioni storiche nel movimento femminista. Non c'è infatti una ricerca finalizzata alla costruzione di una «piattaforma delle donne», ma a una comune «per il lavoro femminile e maschile, in cui sia presente la dimensione di genere». Lavori in corso, naturalmente, intorno a grandi gruppi problematici al momento racchiusi sotto i titoli «Diritti uguali o differenti», «salario sociale o reddito di esistenza?», «il lavoro di riproduzione e di cura». Lavori in corso perché le differenze teoriche sono in via di limatura, ma - ad esempio sul "salario sociale" - le pratiche rivendicative non hanno ancora prodotto risultati consistenti e bisogna pur sempre contemperare la definizione degli obiettivi con l'inesistenza - nella storia italiana - persino di un reddito di disoccupazione quantitativamente accettabile per durata e dimensioni. Stimolante.
Un appello di collettivi femministi per essere in piazza il 13 febbraio ma con un'altra idea della libertà femminile
In questa fase di profonda crisi, politica ed economica, il tema della sessualità assume una nuova centralità; in questo contesto il ruolo delle donne viene nuovamente determinato e strumentalizzato da dinamiche di potere e ordini discorsivi ideologici e tradizionalisti.
Sicuramente da tempo c'è bisogno di una mobilitazione di donne contro il governo e il suo premier e non di certo solo per gli scandali sessuali. Le donne italiane si collocano tra gli ultimi posti in Europa per libertà e condizioni di vita, soprattutto in un quadro in cui il governo combina l'adesione incondizionata all'integralismo cattolico con quella ai dogmi del liberalismo sfrenato.
La direzione politica di Berlusconi è stata artefice feroci leggi che agiscono sul corpo delle donne, vittimizzandolo e stigmatizzandolo: la 40 sulla fecondazione assistita, l’abrogazione della legge contro la pratica delle dimissioni in bianco, che consente il licenziamento delle lavoratrici in gravidanza, l’aumento dell’età pensionabile sono solo alcuni esempi eclatanti delle politiche messe in campo dal Governo.
A questi si aggiungono i ripetuti attacchi alla legge sull'aborto; la dequalificazione e privatizzazione delle strutture sanitarie come, ad esempio, i consultori (vedi la proposta di legge Tarzia per la regione Lazio), l’ostracismo contro la diffusione della pillola RU486. Tutto questo in un paese che disinveste completamente sui giovani e sul futuro, tagliando i finanziamenti all’università e precarizzando selvaggiamente il lavoro. Donne e migranti sono i soggetti che subiscono le maggiori conseguenze di questo sistema politico, vedendo negate le garanzie fondamentali ad un’esistenza libera e dignitosa. Non da ultimo, l’istituzione dei CIE, veri e propri Lager, in cui le donne sono costantemente esposte alla violenza e all'arbitrio.
Gli scandali degli ultimi mesi che hanno avuto al centro la condotta sessuale del presidente del Consiglio fanno emergere un quadro di relazioni torbide e corrotte, in cui il ruolo della donna viene relegato ai peggiori sterotipi espressione di un sessismo arcaico e volgare.
D’altra parte, gli appelli che in questi ultimi giorni hanno chiamato a manifestare si rivolgono alle donne “per bene”, madri, mogli e lavoratrici, assumendo di fatto come prospettiva la separazione tra donne rispettabili e non rispettabili, invocando la difesa di una moralità univoca e astratta. Il rischio in cui incorrono queste posizioni è di colpire e stigmatizzare indiscriminatamente chi "vende il proprio corpo", ma non i discorsi e le pratiche sessiste responsabili della dinamica complessiva. Invece di opporsi realmente ad una certa idea retrograda e tradizionale della sessualità, non fanno che riproporne, in modo simmetrico, i contenuti.
Crediamo invece che i nodi politici da rimettere al centro siano di tutt’altra natura. Centrale è la questione della redistribuzione delle ricchezze tra chi fa i profitti e chi sta pagando questa crisi, tra chi possiede palazzi e chi non ha casa, tra chi si giova di stipendi milionari e chi non ha un lavoro.
Ma crediamo soprattutto che sia giunto il momento che le donne prendano in prima persona parola ed esprimano la propria posizione su temi che le coinvolgono direttamente. Da tempo la sessualità delle donne viene controllata e disciplinata, ricondotta alla mera riproduzione e all’uso del piacere maschile, in un quadro ambiguo in cui se da un lato le prostitute vengono criminalizzate ed emarginate dalla società attraverso i pacchetti sicurezza e le campagne moraliste, dall’altro, nei palazzi politici, se ne fa uso e consumo.
E' significativo che il momento di maggiore difficoltà del governo Berlusconi sia prodotto da una questione di rapporti sociali che hanno al centro la questione di genere. Questa volta sarebbe davvero una straordinaria occasione per suscitare una rivolta delle donne, che affermi l'importanza di una sessualità libera e consapevole svincolata dalla mercificazione e dalle norme imposte, in cui decisivi siano il riconoscimento dei desideri, la liberazione dagli stereotipi, e l'esercizio dell'autodeterminazione.
E’ con questo sentimento che attraverseremo la giornata del 13, perché pensiamo che sia imprescindibile una presa di parola pubblica e determinata da parte di tutte, per costruire un nuovo immaginario che affermi di nuovo la vera libertà delle donne.
Ci vogliono addomesticate… NOI SAREMO INDISPONIBILI E RIBELLI!
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Action-A,Centrodonnal.i.s.a.,Donnedasud, Infosex-esc, lefacinorosse,lemalefiche, lameladieva, leribellule
per adesioni: 13febbraioindecoroseelibere@gmail.com