Fallimento imminente, paese messo all'indice, catastrofe imminente. Per la Grecia si stanno spendendo parole a volte indigeribili ma in realtà la situazione non è tanto diversa da quella di altri paesi, Italia compresa. E mostra il fallimento politico e economico dell'Unione europea.
DALL'ULTIMO NUMERO DI ERRE APPENA USCITO
In queste ultime settimane si sono dette molte cose sulla crisi greca, dalle più indigeribili [1] alle più confuse. Il risultato è una serie di argomenti buoni per ogni occasione. I media si sono fatti eco della versione ufficiale, riassumibile in cinque punti:
1) la Grecia ha imbrogliato per nascondere un debito pubblico "insostenibile";
2) come altri paesi della zona euro, la Grecia sta per sospendere i pagamenti;
3) l'Unione europea si rende conto della situazione, ma non può fare altro che incoraggiare il ricorso a misure rigorose e chiedere che il paese venga messo sotto tutela;
4) la Grecia deve adottare misure d'austerità che le permettano di ridurre il debito pubblico;
5) per i paesi sviluppati, uscire dalla crisi significa adottare piani d'austerità comuni.
È opportuno decodificare il messaggio, destinato in effetti a tutti i paesi nordeuropei
1) la Grecia ha imbrogliato per nascondere un debito pubblico "insostenibile"
È vero, ed è una prova che lo Stato è pervaso dalla corruzione e dall'abitudine ad aggiustarsi le cose tra amici. Sembra accertato che, grazie a complessi meccanismi finanziari (swap e cambi) e a un prestito mascherato, la banca statunitense Goldman Sachs abbia permesso al governo greco di ridurre fittiziamente di oltre 2 miliardi di euro il proprio debito pubblico [2] e di entrare così nella zona euro.
Ed è chiaro che i governi al potere dopo il 2001 hanno chiuso gli occhi su questa falsificazione dei conti. Ma la Grecia non è sola, e altri paesi della zona euro hanno spregiudicatamente manipolato i conti. Nel 1996 l'Italia ha ridotto artificialmente il suo deficit grazie a uno swap con la banca J.P.Morgan, e in seguito Berlusconi ha ceduto a una società finanziaria i diritti di entrata ai musei nazionali in cambio di 10 miliardi di euro, rimborsando 1,5 miliardi all'anno per 10 anni. Dal suo canto, nel 2000 la Francia ha lanciato vari prestiti, inserendo in bilancio il rimborso degl'interessi alla fine dei 14 anni di durata. Nel 2004, Goldman Sachs e Deutsche Bank hanno realizzato per conto della Germania una costruzione finanziaria (Aries Vermoegensverwaltungs), grazie alla quale il paese ha raccolto prestiti a un tasso nettamente superiore a quelli di mercato evitando di far apparire il debito nei conti pubblici [3].
Relativizzare il "pozzo senza fine" della Grecia
La Grecia avrebbe in effetti un deficit del 12,7% e non del 6%, come aveva annunciato il precedente governo, e un debito pubblico pari al 115%. Se facciamo il confronto con altri paesi non è il caso di strapparsi i capelli. Nel 1993 il costo del debito rappresentava il 14% del Pil, oggigiorno solo il 6%! I conti dello stato greco sono ben lungi dall'equilibrio, ma sono meno degradati rispetto ad altri paesi nordeuropei. (Tabella 1 )
La Commissione europea non può dare lezioni alla Grecia
Già nel 2001 la Commissione europea non poteva ignorare la scarsa affidabilità dei conti presentati dalla Grecia; sarebbe bastato gettare uno sguardo ai conti delle amministrazioni centrali del paese per conoscere con buona approssimazione il deficit permanente dello stato, osservare il moltiplicarsi degli acquisti di armi e il costo dei Giochi olimpici 2004 e confrontarne il costo con le disponibilità di bilancio e le riserve della Banca centrale greca per capire che il debito ufficiale (manipolato per poter entrare nella zona euro) non era certo quello dichiarato. La Commissione non poteva ignorare la situazione reale, ma in effetti non voleva denunciarla; per motivi politici e geostrategici aveva bisogno d'integrare il paese nella zona euro. Nel 2001, i più accesi sostenitori della Grecia sono stati la Francia (secondo fornitore di armi in ordine d'importanza) e la Germania; le banche dei due paesi possiedono oggi l'80% del debito ellenico.
Nemmeno Eurostat ha il diritto di dare lezioni
Secondo Bloomberg, Eurostat era perfettamente al corrente dell'operazione. In nome di regole contabili molto "comode", l'istituto statistico dell'Ue non tiene conto nel calcolo del debito pubblico dei miliardi di euro offerti alle banche senza garanzie, nel quadro dei piani di salvataggio (decisione Sec del giugno 2009), e le sottoscrizioni lanciate dagli stati ("grandi prestiti" francesi, prestiti greci e portoghesi).
Ma i contribuenti (quelli che non possono profittare delle riduzioni fiscali accordate alle classi ricche) saranno obbligati a coprire, in un modo o nell'altro, le somme erogate.
Fino a che punto fidarsi delle agenzie di rating?
C'è poco da fidarsi di istituzioni che davano il massimo punteggio a Lehman Brothers tre giorni prima che fallisse e una triplice A ai subprime! Eppure queste agenzie "cosi preveggenti" fanno il bello e il cattivo tempo nei mercati finanziari, anche in quelli non regolamentati (gli Otc, Over The Counter: ad esempio i mercati dei Cds, i Credits Default Swaps) e sono strettamente legate alle banche anglosassoni (in particolare Goldman Sachs e Citibank).
Le agenzie non usano sfere di cristallo ma dati forniti da chi emette il prestito analizzato o da chi lo distribuisce sui mercati. Nel caso di cui ci occupiamo, hanno abbassato la valutazione dei prestiti dello stato greco solo dopo che il nuovo governo aveva loro fornito dati aggiornati.
2) Come altri paesi della zona euro, la Grecia sta per sospendere i pagamenti
Il messaggio ha soprattutto uno scopo: far aumentare i tassi d'interesse (premio di rischio), e dunque i profitti, dei prestatori (tra cui Goldman Sachs e gli hedge fund). Il prestito greco è stato così negoziato al 6,40%, il doppio di quello che un prestatore avrebbe potuto sperare. E si noti che al momento dell'asta le richieste sono state il triplo di quanto previsto inizialmente [4] . Una bella smentita per un paese considerato "sul punto di sospendere i pagamenti". L'ideologia dominante tende a confrontare la situazione del bilancio statale con quello di una famiglia o di un'azienda, il che non ha alcun senso. Uno Stato, a differenza di una famiglia o di un'azienda, può sempre aumentare le entrate grazie a nuove tasse. Si tratta di una differenza fondamentale che rende assurdo un paragone del genere. Lo stato americano esiste da 221 anni, e sta aumentando il suo debito dal 1837, cioè da 173 anni di seguito [5].
Il secondo obiettivo del ragionamento è quello di preparare l'opinione pubblica ad accettare una cura a base di regressione sociale e austerità. Il governo ellenico ha efficaci strumenti per procedere a una radicale riforma della fiscalità, abolire i regali fiscali e sociali fatti alle classi ricche e alle società, imporre tasse sui capitali e i redditi; in poche parole, per aumentare le sue entrate e ripianare il deficit di bilancio. Si tratta di una scelta squisitamente politica che il Pasok (il partito socialista locale) preferisce non fare perché è fondamentalmente d'accordo con i principi del neoliberalismo: il mondo greco è e deve restare un'economia di mercato neoliberale! Le politiche pubbliche adottate da oramai molti anni dai successivi governi ellenici hanno aumentato il deficit pubblico e la massa del debito pubblico. L'ingresso nella zona euro (2001) non ha fatto che ampliare il fenomeno (cfr. tabelle 2, 3 e 4 ).
3) L'Unione europea si rende conto della situazione, ma non può fare altro che incoraggiare il ricorso a misure rigorose e chiedere che il paese venga messo sotto tutela
La Banca centrale europea (Bce) non ha il diritto di concedere prestiti agli Stati membri!
Nel 2008/2009, la Banca centrale europea ha concesso prestiti massicci alle banche private per salvarle dal fallimento, ma non è autorizzata a intervenire a favore dei poteri pubblici degli Stati membri. È il colmo!
L'articolo 123 del Trattato di Lisbona interdice alla Bce e alle banche centrali degli Stati membri la concessione «di scoperti di conto o di altre facilitazioni creditizie a ...amministrazioni statali, altri organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche degli Stati membri così come l'acquisto diretto di titoli di debito... ».
Dunque, nessuna acquisizione "diretta" (non aiuti di stato) , ma prestiti preferenziali alle banche, che concedono in garanzia... titoli obbligazionari degli Stati (tra cui la Grecia).
Che bel meccanismo ipocrita, quello previsto dal Trattato di Lisbona!
Nemmeno la Banca europea per gl'investimenti, il cui comportamento immorale verso i paesi in via di sviluppo è ben noto [6], può finanziare il deficit greco. In teoria è così, ma in realtà finanzia investimenti molto discutibili che approfondiscono il deficit e aumentano il debito pubblico, come ad esempio i Giochi olimpici 2004, il cui costo totale è ancora ignoto (lo si stima tra i 20 e i 30 miliardi di euro).
4) La Grecia deve adottare misure d'austerità che le permettano di ridurre il debito pubblico
Ecco dove vogliono arrivare i responsabili del capitalismo economico e finanziario! Prendendo come scusa un debito pubblico considerato "insostenibile", il governo impone alla popolazione, in nome del risanamento finanziario, una cura di austerità senza precedenti: niente misure di rilancio, congelamento dei salari dei funzionari nel 2010, riduzione del 10% dei premi e del 30% delle ore supplementari nella funzione pubblica, del 10% delle spese pubbliche (tra l'altro 100 milioni di euro per l'insegnamento), riduzione delle spese sanitarie, prolungamento di 2 anni dell'età di pensionamento che arriva così a 63 anni), blocco delle assunzioni, riduzione dei Ctd nella funzione pubblica, aumento delle tasse sui carburanti, il tabacco e i gsm, aumento di 2 punti dell'Iva...
E l'Ue chiede di più, ed esige riforme strutturali che toccano l'insieme delle amministrazioni, la liberalizzazione del mercato interno, la flessibilità lavorativa, la riforma radicale delle pensioni e del sistema sanitario...
Per dirla tutta, secondo le previsioni della Deutsche Bank il popolo greco deve attendersi a beve termine un tasso di disoccupazione di almeno il 15% e una riduzione del Pil del 7,5%.
Eppure esistono alternative di bilancio interne!
Il risparmio che si spera di ottenere con il piano d'austerità ammonta a circa 5 miliardi di euro. Ma esistono varie alternative! Ad esempio, con 9,642 miliardi di dollari (nel 2006) [7] la percentuale del Pil destinata alle spese militari è la più alta tra i paesi dell'Ue. Nel 2008 il paese era al primo posto in Europa, con il 2,8% del Pil destinato all'acquisto di armi (e la cifra non include tutte le spese militari [8]); si tratta di un peso considerevole per il bilancio statale che va ad esclusivo vantaggio delle industrie belliche statunitensi ed europee. Inoltre la flotta commerciale greca, al primo posto al mondo con oltre 4000 navi, sottrae ogni anno allo stato circa 6 miliardi d'euro in Iva, grazie a una serie di vantaggiosi meccanismi finanziari.
La maggioranza delle grandi società ha trasferito gli attivi in società off-shore cipriote (dove il tasso d'imposizione fiscale è del 10%). La chiesa greco-ortodossa è esentata dal pagamento delle imposte, anche se è tra i maggiori proprietari immobiliari del paese.
Le banche hanno ricevuto 28 miliardi di euro di fondi pubblici nel quadro del piano di salvataggio, senza alcuna contropartita, e adesso speculano impunemente contro il debito pubblico.
Esistono dunque i mezzi per agire in modo diverso, mezzi che richiederebbero una riforma totale del sistema fiscale; il governo Pasok, al servizio dei capitalisti, ha però scelto di lasciare le cose come sono e far pagare ai poveri per restare nella zona euro, peraltro fonte di deregolamentazione e perdita di sovranità nazionale, in nome della "concorrenza libera e non falsata".
5) Per i paesi sviluppati, uscire dalla crisi significa adottare piani d'austerità comuni.
In tutti i paesi sviluppati governo e media ripetono lo stesso messaggio: in Portogallo, dove il governo ha lanciato un vasto programma di privatizzazione dei servizi pubblici, in Spagna, invischiata nella crisi immobiliare e con un tasso di disoccupazione che sfiora il 20%, in Irlanda, il cui deficit di bilancio si avvicina a quello greco, in Italia, che con un debito pubblico pari al 127% del Pil vanta il primato in Europa, o ancora nel Regno Unito, il cui deficit supera oramai il 14,5%.
E anche gli altri paesi devono aspettarsi di subire la stessa sorte. I progetti di riforma dei regimi pensionistici, dei sistemi sanitari e dei regimi di protezione sociale sono già all'opera un poco dappertutto.
Una cosa è sicura: i fondi pubblici, che le grandi banche hanno ottenuto a tassi esigui dalla Banca centrale europea, non andranno alle famiglie o alle imprese; nel 2009, i crediti sono crollati dappertutto in Europa. I soldi vanno e continueranno ad andare alla speculazione del "rischio sovrano", il debito pubblico. Oggi la Grecia; domani il Portogallo, la Spagna, l'Italia, l'Irlanda; dopodomani il Belgio e la Francia... La zona euro è a pezzi e mostra il suo vero volto: un sistema costruito per le economie più ricche a spesa di quelle più povere.
Conclusioni provvisorie e sei proposte
L’Unione europea ha fallito sul piano politico: con una moneta comune ma una concorrenza fiscale e sociale tra gli Stati membri, con un mercato comune senza meccanismi di trasferimento delle risorse dai ricchi verso i poveri, con un dogma neoliberalista che schiaccia i popoli, è incapace di dare una risposta alla crisi che imperversa.
La gente comincia invece a organizzare una risposta e si mobilita. I due massicci scioperi generali e ravvicinati in Grecia, le manifestazioni oceaniche nella maggior parte delle grandi città, il rifiuto (al 93%) degl'islandesi di pagare i debiti privati previsti dalla legge Icesave [9], le impressionanti manifestazioni in Portogallo, e quelle del 23 marzo in Francia che marcano l'inizio di un 3° turno sociale: l'opposizione alza la testa in Europa e diffonde il rifiuto dei salariati, dei pensionati e dei poveri di pagare il conto della crisi. Quel che manca, oltre al superamento della compartimentazione delle manifestazioni, è una proposta che leghi la risposta sociale e quelle politica. I movimenti sociali hanno bisogno di proporre elementi di programma alternativi per rispondere alla crisi del sistema, difendendo e allargando i diritti collettivi contro la logica della valorizzazione del capitale.
Il punto centrale sottolineato da queste "crisi-pretesto" sul debito pubblico al Nord concerne una diversa ripartizione delle ricchezze, e a tal fine bisogna agire su due fronti: aumentare i salari con prelievi sui dividendi e operare una riforma fiscale di grande portata.
Un aumento dei salari ridurrebbe l'indebitamento delle famiglie e aprirebbe nuovi sbocchi alla produzione di beni e servizi.
Bisogna anche ridurre radicalmente i tempi di lavoro a parità di salario, e procedere a reclutamenti supplementari. In tal modo si rimedierebbe al problema della disoccupazione, a quello del finanziamento dell'assistenza sociale e alla scarsità di attività ludiche per chi lavora.
Una riforma fiscale armonizzata a livello europeo permetterebbe di annullare i numerosi rifugi fiscali, ristabilire una fiscalità progressiva per tutti i redditi (imposte sui redditi e sulle società), ridurre o sopprimere le imposte indirette, che colpiscono soprattutto i più poveri (Iva e tasse sui prodotti petroliferi), creare un'imposta eccezionale sui redditi finanziari e sui patrimoni dei creditori, senza dimenticare la tassazione degli altri redditi da capitale e immobiliari.
Una politica di bilancio sana dovrebbe anche annullare le numerose esenzioni al pagamento degli oneri sociali concesse alle aziende e aumentare i contributi dei datori di lavoro, garantendo in questo modo lo sviluppo della protezione sociale per tutti e un corretto livello delle pensioni.
Per finire, il sistema finanziario ha ben dimostrato la sua nocività sociale. Bisogna espropriare le banche e gli altri organismi finanziari, trasferirli nell'area pubblica e farle controllare dai cittadini, procedendo anche a un audit del debito pubblico per valutarne la legittimità (cosa è stato finanziato?).
Cominciamo un dibattito sulle proposte per stabilire una lista di rivendicazioni.
vicepresidente del CADTM (Francia)
[1] Parole cariche di razzismo, come ad esempio il titolo di Le Monde del 6 febbraio 2010: «La cattiva Grecia» mette l'euro sotto tensione o l'acronimo, inventato da The Economist, PIGS (maiali, in inglese) per riferirsi a Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna.
[2] «Con la complicità di Godman Sachs, ha abbellito la presentazione dei conti, ed è questo che le si rimprovera. Eppure si tratta di una manovra marginale. Le transazioni del 2001 incriminate avrebbero ridotto il debito greco di 2.367 miliardi di euro, facendolo passare da 105,3% al 103,7% del PIL" http://www.irefeurope.org/content/le-masque-grec
[3] http://www.lexpansion.com/Services/imprimer.asp?idc=226849&pg=0
[4] Comunicato dell'Afp del 4 marzo 2010
[5] «Smettiamola di paragonare il bilancio del governo a quello delle famiglie», di Randall Wray, http://contreinfo.info/article.php3?id_article=2976
[6] Sul sito Amici della terra: http://www.amisdelaterre.org/-Banque-europeenne-d-investissement.html
[7] Spese militari globali: www.julg7.com
[8] Fonte Nato: http://www.nato.int/docu/pr/2009/p09-009.pdf
[9] Cfr. Olivier Bonfond, Jérôme Duval, Damien Millet « Ouf ! les Islandais ont dit massivement ‘non’ » http://www.cadtm.org/Ouf-les-Islandais-ont-dit
Dietro le tante manovre finanziarie cui sono costretti i paesi europei c'è la crisi dell'Unione europea a cominciare dall'usura del patto franco-tedesco. La disputa sull’euro sta erodendo la fiducia reciproca a vista d’occhio come dimostrano i recenti scontri tra Merkel e Sarkozy
All'esterno cercano di apparire compatti. I governi dell'Ue hanno approvato la manovra di aiuto alla Grecia, il piano di salvataggio dell'euro da 750 milioni, nuove regole sui fondi speculativi e hanno persino affrontato la delicata questione della tassazione delle transazioni finanziarie. Ma le apparenze ingannano. Dietro le quinte si muovono forze centrifughe potenzialmente distruttive.
Altro che unità: nel drammatico momento della crisi si è scatenata una selvaggia lotta per il potere, le istituzioni vengono bypassate, spuntano iniziative indipendenti e i partner non contano più nulla. Tra i due attori principali, Francia e Germania, si è spalancato un nuovo abisso.
Un primo segno della rottura è arrivato con le improvvise pressioni del governo tedesco sul divieto delle vendite allo scoperto. Giovedì si è tenuta a Berlino – al di fuori della cornice dell'Ue – una conferenza internazionale sulla regolamentazione dei mercati finanziari. “La Germania si sta allontanando dall'Unione Europea”, ha commentato un alto rappresentante del governo nel Consiglio europeo.
“Queste misure sarebbero molto più efficienti se fossero applicate a livello europeo”, ha ricordato il commissario europeo al mercato interno Michel Barnier. Ma le istituzioni europee sono ormai vittime di un conflitto di interessi: quello tra Parigi e Berlino.
I retroscena del summit convocato d'urgenza il 7 maggio sono venuti a galla solo in seguito: i lavori sono cominciati con due ore di ritardo a causa del colloquio preliminare tra la cancelliera Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy. Mentre gli altri capi di governo attendevano, i due si sono affrontati in un feroce duello. A quanto dicono i membri delle delegazioni, al centro della discussione non c'era solo il pacchetto di salvataggio dell'euro, ma anche la politica monetaria della Banca centrale europea, il coordinamento economico e il patto di stabilità dell'euro.
Quando sono entrati nella sala del congresso, Merkel e Sarkozy avevano ancora i volti tirati. E anche in presenza degli altri 25 capi di stato e di governo hanno proseguito il loro scontro. Sarkozy ha persino battuto i pugni sul tavolo minacciando di uscire dall'euro, ha raccontato in seguito il primo ministro spagnolo Jose Luis Zapatero.
Liberismo vs. dirigismo
Il presidente francese era riuscito a costruire con Italia, Spagna e Portogallo un fronte unito contro Merkel e la sua esitazione sulla crisi greca. “Ci è costata miliardi”, ha commentato un esponente del governo. Contro gli interessi tedeschi, Sarkozy ha ottenuto il controllo della Banca centrale, finora indipendente. La rottura sarebbe “ideologica e determinata dagli interessi nazionali”, sostengono gli osservatori. Da un lato ci sono Parigi e i paesi mediterranei, che cercano di sfruttare la crisi per ottenere finalmente il controllo sulla Banca centrale e una riduzione dei tassi di interesse e del valore dell’euro.
Oltre a tentare di forzare il coordinamento economico europeo per ridimensionare la competitività tedesca. Dall'altra parte c'è la Germania, che rifiuta qualsiasi concertazione e impone invece sanzioni sempre più dure per difendere la stabilità dell'euro. Sintomatico l'allarme lanciato mercoledì da Angela Merkel: “L'euro è in pericolo”. La cancelliera ha invocato una più severa “cultura del risparmio” da parte di tutti gli stati europei. Il ministro dell'economia francese Christine Lagarde ha subito replicato: “non penso affatto che l'euro sia in pericolo”.
“L'Ue sta attraversando una crisi di fiducia interna ed esterna”, ha dichiarato il politologo Paul Luif. Interna perché le istituzioni europee sono aggirate dagli accordi unilaterali, che compromettono la funzione di controllo della Commissione europea. Esterna perché alla comunità internazionale non si trasmette più l'immagine della stabilità. La caduta dell'euro è sotto gli occhi di tutti. Invece di risolvere i problemi e le divergenze strutturali “si cercano altri colpevoli, come gli hedge funds e gli speculatori”. (nv)
I sindacati di nuovo in piazza contro le misure del governo Papandreu. L'inno della Resistenza italiana accompagna le manifestazioni e il 20 maggio è previsto un nuovo sciopero generale. Ma la crisi si sposta in Spagna e Portogallo dove i due governi socialisti preparano un massacro sociale
I sindacati e la sinistra greca sono scesi di nuovo in piazza al suono di Bella ciao, preparandosi al quarto sciopero generale del 20 maggio e a uno scontro frontale con il premier Giorgio Papandreou. Mentre la Banca di Grecia ha ricevuto la prima tranche di aiuti dal Fmi per 5,5 miliardi di euro, duemila persone hanno marciato senza incidenti fino al Parlamento per dire «no al disastro delle misure» contro salari e pensioni e urlare «Via Ue e Fmi». I manifestanti sono partiti dal centro di Atene al suono della canzone partigiana italiana Bella ciao, poi interrotta quando il corteo è passato davanti alla banca dove la settima scorsa tre impiegati hanno perso la vita in seguito ad un attentato incendiario compiuto da estremisti ai margini della manifestazione durante lo sciopero generale. Il corteo, organizzato dal sindacato pubblico Adedy, e del settore privato Gsee con la partecipazione della sinistra radicale, era partito con le parole e la musica di 'Bella ciao, o partigiano portami vià, ma davanti alla banca è giunto l'ordine del silenzio e per alcuni minuti tutti si sono raccolti davanti al luogo della tragedia coperto di fiori, biglietti, oggetti simbolici. E poi di nuovo avanti fino al Parlamento. Adedy e Gsee hanno annunciato un nuovo sciopero generale il 20 maggio contro il piano di austerità, e in particolare contro la riforma varata dal governo che gradualmente a partire dal 2013 ridurrà le pensioni ed eleverà l'eta e il numero dei contributi necessari per lasciare il lavoro. Lo sciopero, che paralizzerà di nuovo il Paese bloccando aerei, navi, treni, trasporti urbani e chiudendo ospedali, scuole e uffici pubblici, sarà il quarto sciopero generale dopo l'inizio della crisi. Malgrado Papandreou affermi che «non c'è alternativa» al piano, i sindacati si sentono incoraggiati dai sondaggi secondo cui, in mezzo a una quasi totale sfiducia verso la classe politica, la maggioranza dei Greci è contro le misure di austerità e a favore di nuove proteste di piazza, anche se pochi credono che serviranno davvero. Secondo uno dei sondaggi di opinione, la percentuale a favore della continuazione delle proteste sfiora l'80% tra i dipendenti pubblici e ciò potrebbe provocare nel medio termine la paralisi dell'amministrazione statale.
La Spagna e il Portogallo
Intanto la crisi miete altre vittime anche in Spagna. Dopo avere escluso ancora pochi giorni fa qualsiasi taglio drastico del deficit pubblico, il premier socialista spagnolo Josè Luis Zapatero è stato costretto sotto la pressione dei partner europei e degli Usa ad annunciare un nuovo giro di vite, con fra l'altro tagli del 5% agli stipendi dei funzionari, per accelerare il risanamento delle finanze pubbliche e riportare il deficit sotto il 3% per il 2013. Le nuove misure annunciate in parlamento devono consentire alla Spagna di risparmiare ulteriori 15 miliardi di euro nel 2010 e nel 2011, in aggiunta ai 50 miliardi su tre anni previsti dal governo a gennaio.
Zapatero ha annunciato che ridurrà già nel 2010 gli stipendi degli statali del 5% - e li congelerà nel 2011 - che abolirà gli "assegni-bebé" di 2500 euro previsti per ogni nuova nascita in Spagna. L'anno prossimo verrà inoltre sospesa la rivalutazione delle pensioni, gli aiuti allo sviluppo saranno tagliati di 600 milioni, gli investimenti pubblici di 6 miliardi e i comuni dovranno risparmiare altri 1,2 miliardi.
I sindacati, che hanno subito contestato le nuove misure, saranno ricevuti oggi dal premier. Bruxelles ha reagito con prudenza e ha detto che le nuove misure »vanno nella buona direzione«, mentre la Francia le ha definite »coraggiose«. Secondo la stampa spagnola sulla svolta del premier spagnolo hanno influito le telefonate ieri anche del presidente americano Barak Obama e del premier cinese Wen Jiabao, che hanno insistito sulla necessità di ridare fiducia ai mercati. Più consensuale invece la manovra aggiuntiva del Portogallo che il premier socialista Josè Socrates sta concordando con il capo dell'opposizione di centrodestra Pedro Passos Coelho. Il leader del Psd ha dato un via libera di massima alle nuove misure previste dal governo Ps - aumento dell'Iva e trattenuta sulle tredicesime - ma ha anche chiesto una ulteriore riduzione della spesa pubblica e tagli agli stipendi di politici e dirigenti delle imprese pubbliche. L'opposizione di sinistra all'esecutivo socialista annuncia però battaglia, e promette di scendere in piazza contro le misure.
Lo sciopero greco paralizza il paese e i manifestanti scendonno in piazza al grido "La crisi non la paghiamo". Ancora una prova di forza contro il governo socialista che vuole risanare il bilancio scaricando i costi sui lavoratori. Nel referendum islandese passa invece l'ipotesi di non pagare i debiti pregressi. L'Europa ha qualche problema.
Non tutto va male al mondo: l’Islanda ci ha dato una bella lezione, grazie a una svista dei suoi governanti. Invece di far votare su cose contorte e lontane dalla gente, hanno ammesso un referendum che poneva ai cittadini una questione elementare: dobbiamo pagare noi un debito che altri hanno contratto, senza chiederci il parere e senza informarci?
“Solo” il 93% si è espresso nettamente per il rifiuto di pagare, mentre ha votato Si solo l'1,7 % degli elettori (il resto delle schede sono state annullate o erano bianche). L’effetto di un voto così massiccio è stato sorprendente: il referendum è servito a spingere Gran Bretagna e Olanda a fare subito offerte migliori all'Islanda, e i negoziati dunque continueranno. La rabbia della gente per il modo in cui banchieri, speculatori e un capitalismo senza regole hanno messo in pericolo e poi messo in ginocchio un intero paese, è stata tale che il presidente della repubblica islandese, Olaf Ragnar Grimsson, è stato il primo a dire di no alla proposta di legge sul rimborso e, a differenza di quel che fa il nostro Presidente, si è rifiutato di firmarla, diventando il portavoce del diffuso malcontento popolare, espresso con cartelli con slogan come "salviamo il paese, non le banche" e "no al capitalismo strozzino". Mandare le cannoniere in Islanda in questa situazione era pericoloso, avrebbe voluto dire attirare di più l’attenzione su questo piccolo paese che ha riscoperto la capacità di dire No a un’ingiustizia.
Ma anche la Grecia ci sembra da imitare: anche se il vecchio partito comunista si è assurdamente astenuto in Parlamento sulle misure che tagliano pensioni e salari e che aumentano l’Iva, classica tassa sui poveri, la maggior parte della popolazione, compresi i militanti di quel partito comunista così cauto, si è scatenata contro i palazzi del potere politico ed economico. I metodi duri servono sempre: poche settimane fa in Germania uno sciopero della Lufthansa, annunciato come sciopero totale di quattro giorni, quindi in grado di paralizzare il paese, ha avuto un tale successo, che ha spinto l’azienda e il governo a cambiare atteggiamento prima della fine del primo giorno di lotta, accettando di riaprire la trattativa. Così si fanno gli scioperi, non con le fermate simboliche che portano danno alle tasche dei lavoratori in lotta senza colpire la controparte!
In Grecia gli striscioni che hanno aperto le manifestazioni dicevano: Non paghiamo! Alludono ai giganteschi prestiti concessi dall’Europa per pagare gli interessi dei prestiti precedenti. Il bilancio pubblico è pieno di buchi, e il governo deve pagare 13 miliardi di euro solo di interessi, e le banche si aspettano altri 13 miliardi come “rendita di capitali”. Un totale di 26 miliardi che è una provocazione: esattamente la stessa cifra del bilancio per salari e pensioni del pubblico impiego… Le banche greche hanno profitti alle stelle, mentre si tagliano pensioni e stipendi. E non sono solo le banche a ingrassare a spese dello Stato: Il ministro delle finanze Giorgos Papakonstantinou si lamenta che i greci non pagano abbastanza tasse, ma questo corrisponde a una scelta dei governi, di destra e di sinistra. Le imposte dirette in Grecia rappresentano un misero 7,7% del Pil, contro una media del 13% in Europa. Papandreou e Papakonstantinou dicono che vogliono combattere l’evasione illegale, ma in Grecia il maggior problema è l’evasione “legale”: ad esempio gli armatori, che sono tra i più ricchi del mondo, sono esentati dalle imposte, con una legge del 1967 (fatta quindi sotto la dittatura militare) che tuttavia è stata accettata da tutti i governi successivi, e inserita perfino nella costituzione.
Ma tutte le grandi imprese pagano pochissimo: i profitti delle banche ad esempio sono stati gravati da un’imposta del 7%, mentre per lavoratori e pensionati si può arrivare anche al 40%, e un lavoratore che guadagna 30.000 euro lorde all’anno, ha già un’imposta di 4.500 euro, pari al 15%. Per questo i greci sono furiosi.
Tante tasse per giunta non garantiscono servizi decenti: gli ospedali pubblici sono senza medici e infermieri, le strade dissestate, le scuole allo sfascio (come in Italia): cosa può tagliare ancora il governo, per ascoltare i consigli di Angela Merkel?
E la rabbia aumenta perché il paese è tartassato dalla corruzione, dal nepotismo, e ogni tanto (poco, come in Italia, ma basta per capire) vengono fuori affari miliardari. Uno ha coinvolto la Siemens, che aveva pagato somme enormi per avere appalti dal governo. Il suo dirigente greco, Michael Christoforakos, se ne è scappato indisturbato in Germania, dove circola tranquillamente. Per questo oggi la parola d’ordine più sentita è “Non paghiamo!”
Sta per nascere il Fondo monetario europeo. Voluto dalla Germania, e appoggiato dalla Francia, serve per mettere sotto una morsa i bilanci nazionali e impedire che si moltiplichino casi come la crisi greca. Un salto in avanti nella costruzione europea ancora una volta in ossequio agli equilibri finanziari
La crisi greca non è ormai vissuta in Europa non come un episodio marginale e la discussione sui paesi europei che potrebbero non essere in grado di far fronte alla crisi finanziaria si fa sempre più intensa. Va detto che in questa discussione il nome dell'Italia ricorre sempre più frequentemente anche se finora nessuna notizia certa è emersa e il caso viene tenuto il più possibile riservato.
A riprova di questa situazione - del tutto marginale nel dibattito politico e del tutto esclusa dall'agenda ufficiale - vi è la discussione circa la creazione di un Fondo monetario europeo, cioè di uno strumento che abbia funzioni analoghe a quelle svolte dal Fondo monetario internazionale su scala globale con simili poteri di intervento in paesi in difficoltà finanziarie e a rischio di fallimento. Formalmente la proposta è stata avanzata dal commissario agli Affari economici, il finlandese Olli Rehn. Ma dietro non è difficile vedervi la mano tedesca. E non solo perché la cancelliera Merkel l'ha definita «una buona idea». Ma perché, proprio l'ipotesi greca, lascia intravedere la necessità di pesanti interventi sui bilanci nazionali. E la Germania, alleata in questo con la Francia, vuole la garanzia che gli eventuali interventi che si renderanno necessari, per salvare situazioni ingestibili, dovranno effettuarsi con le dovute garanzie per l'equilibrio finanziario europeo. Le garanzie, il Fmi insegna, sono quelle solite: nettezza di intervento sulla spesa sociale, garanzia del capitale finanziario, risanamento rapido e il più possibile indolore per i bilanci dei paesi contigui.
«Per la stabilità dell'Eurozona, abbiamo bisogno di una istituzione che disponga dell'esperienza del Fondo monetario internazionale e di analoghi poteri di intervento» è stata l'indicazione del ministro delle Finanze tedesche Wolfgang Schaueble. La Germania, dunque, si è convinta che l'Unione monetaria non regge senza un maggiore coordinamento delle politiche economiche e senza uno strumento di gestione delle crisi. Domani la Commissione ne discute apertamente nella riunione convocata a Strasburgo. Tra una settimana toccherà ai ministri dell'Eurogruppo entrare più nel merito della definizione del Fme. Che avrà alcune coordinate nette: ricette fiscali ed economiche dure, intrusione diretta nelle scelte nazionali come contropartita degli esborsi finanziari. In una parola, quei principi sui quali si muove, appunto, il Fondo monetario internazionale. Del dettaglio si sa poco o nulla: il Fondo del quale sarebbero azionisti i paesi dell'Eurozona agirebbe in stretto collegamento con l'Eurogruppo, si prevedono sanzioni nel caso in cui il paese assistito non rispettasse gli impegni assunti (dalla soppressione delle sovvenzioni Ue fino alla sospensione dei diritti di voto nel Consiglio). Soprattutto non è chiaro qual è il meccanismo di intervento e da dove arriverebbero le risorse: tra le opzioni che circolano l'apporto di fondi da parte degli stati aderenti per concedere prestiti, fornire garanzie alle emissioni di bond pubblici.
Il dibattito quindi lascia prevedere una forte innovazione sul piano europeo in direzione di quella Unione politica - ma solo sul piano finanziario - che possa sbloccare la situazione di impasse in cui la Ue si trova ormai da qualche anno. E, in piena aderenza ai rapporti di forza internazionali e agli effetti della crisi, si tratterebbe di uno sblocco verso destra.
Alle municipali olandesi, forte crescita del Pvv olandese, xenofobo e antislamico, guidato da Gert Wilders (nella foto). Scendono i conservatori e i laburisti e salgono anche i liberali. Netta sconfitta per la sinistra radicale del Partito socialista. Il presidente Napolitano si dice «preoccupato». E ha ragione
Le elezioni locali in Olanda mai come questa volta hanno avuto un significato nazionale e indicato una prospettiva che proprio stamattina il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha definito «preoccupante». Il partito della Libertà (Pvv) dello xenofobo e anti-islam Gert Wilder è il vincitore delle elezioni piazzandosi al terzo posto, in netta risalita dal quinto, e in grado di insidiare a due grandi partiti olandesi in forte calo di consensi. Accanto al Pvv di Wilders, emergono come vincitori di queste consultazioni i due partiti liberali Vvd e il piccolo D66, mentre i laburisti PdvA di Wouter Bos, sono intorno al 16% dei suffragi, contro il 23,45% delle precedenti amministrative, circa sei punti in meno. In calo di due punti anche il partito dei cristiano-democratici (Cda) del premier Jan Peter Balkenende. Disastroso il risultato per il Partito socialista - di origine maoista, inserito nell'ambito della sinistra radicale europea - che è sceso da 25 a 11 seggi conquistati.
Non sono state quindi confermate le previsioni della vigilia che volevano una sia pur timida rimonta dei laburisti, dopo la loro scelta di abbandonare il governo perchè contrari al prolungamento della missione militare olandese in Afghanistan. Il partito di Wilders si afferma come primo partito nella città dormitorio di Almere, ad est di Amsterdam, e si ferma a secondo partito alle elezioni municipali dell'Aja, dietro al Partito laburista. I laburisti perdono consensi anche in città tradizionalmente della sinistra come Amsterdam dove guadagnano invece i liberali del D66.
Le elezioni, che hanno segnato un ulteriore leggero calo nell'affluenza alle urne, tranne all'Aja e a Almere, dove si sono candidati gli uomini di Wilders, rendono ancora più frammentario il panorama politico olandese. Dalle prime indicazioni emerge, infatti, che con i dati delle proiezioni per fare una coalizione di governo, dopo quella di centrosinistra di Jan Peter Balkenende, crollata sulla missione militare in Afghanistan, ci vorrebbero generalmente quattro forze politiche. Nelle simulazioni effettuale da Nos Tv solo la coalizione composta da cristianodemocratici, laburisti i liberali pro europeisti e anti Wilders di D66 e la sinistra verde totalizzerebbero 83 seggi su 150. Le altre varianti di centrodestra e di centrosinistra avrebbero maggioranze assai risicate.
«Quello che è stato possibile a l'Aja sarà possibile in tutto il paese. E' un trampolino di lancio per la nostra vittoria» ha affermato Wilders aggiungendo che il suo partito vuole «battersi contro l'islamizzazione del paese».
Nel suo piccolo, il voto municipale olandese rischia di rappresentare una spia per l'intera Europa: razzismo in crescita che si mescola agli effetti della crisi economica; crisi dei principali partiti, sia di centrodestra che di centrosinistra, incapaci di offrire soluzioni credibili; forte impasse di una sinistra che si dice estrema ma che in fondo si dà la prospettiva di governo insieme alla socialdemocrazia e forte ascesa dei partiti di destra xenofoba. Fa bene Napolitano a dirsi preoccupato.
Si è tenuto oggi il dibattito sul ruolo delle sinistre radicali europee nella lotta al capitalismo e alla crisi climatica.
Copenhagen 13 dic 09
Si è tenuto oggi il dibattito sul ruolo delle sinistre radicali europee nella lotta al capitalismo e alla crisi climatica.
"Non è possibile trovare soluzioni alla crisi climatica senza avere una prospettiva anticapitalista", queste le parole d'ordine dei vari interventi che si sono susseguiti nel pomeriggio.
La discussione si è concentrata sul ruolo dei partiti, le relazioni con i movimenti, le prospettive dopo Copenhagen, individuando un passo importante verso la costruzione di un movimento ampio per la giustizia climatica la coordinazione tra partiti, sindacati, organizzazioni ambientaliste, movimenti sociali organizzati. "Dobbiamo riflettere sul ruolo della sinistra anticapitalista nel dibattito sulla sostenibilità ambientale ed i cambiamenti climatici, esordisce Marisa Matias esponente del Bloco de Esquerda portoghese, la crisi ambientale porta con sé drammatiche conseguenze. I nostri sforzi finora non sono ancora sufficienti. I problemi ambientali hanno un carattere estremamente tecnico, ma poiché ricadono immediatamente sulla sfera del sociale bisogna considerarli parte della questione politica”.
Tutti si sono espressi ribadendo la necessità di incentrare l'agenda politica sui bisogni delle popolazioni e non sugli interessi delle multinazionali; ristrutturare il sistema agricolo su una crescita economica che sostenga i coltivatori, le esperienze delle comunità agricole e le aziende locali. Per questo è fondamentale la questione della sovranità e della redistribuzione delle ricchezze, della partecipazione ai processi decisionali da parte dei paesi del sud del mondo, principalmente soggetti alle conseguenze dei cambiamenti climatici. Attuare soluzioni pensate in base alle esigenze di tutta la popolazione mondiale e a quelle di pochi.
È emersa inoltre la questione della guerra e delle spese militari: “Basta con le spese militari bisogna invece spendere tali risorse per politiche ambientali e di sostegno a quei paesi vittime dei cambiamenti climatici”afferma un militante del Socialist Workers Party statunitense. È fondamentale ribadire l'importanza delle esperienze dei movimenti delle donne, il soggetto complessivamente più colpito dai disastri ambientali e dei soggetti LGBTIQ “spesso tagliati fuori dall'accesso alle risorse ed emarginate dalle società” dichiara un'attivista filippina.