E' uscito in questi giorni per la casa editrice Ponte alle grazie "Marx istruzioni per l'uso" di Daniel Bensaid, scomparso il gennaio scorso. Di seguito l'anticipazione uscita su il manifesto
Il Capitale ha fama d'essere un libro difficile. Eppure Marx riteneva di averlo scritto per gli operai. La verità sta nel mezzo: il libro non è facile, tuttavia è leggibile. E dovrebbe appassionare tutti i lettori di noir, poiché si tratta di un romanzo poliziesco, il prototipo del noir, scritto in un'epoca in cui, da Una tenebrosa vicenda di Balzac agli eroi di Conan Doyle, passando per Poe, Dickens e Wilkie Collins, matura un genere, proporzionalmente alla crescita delle città moderne in cui è facile smarrire la pista dei colpevoli o dove un criminale può confondersi nell'anonimato della folla. È anche l'epoca in cui Scotland Yard affida agli ispettori in borghese le inchieste più delicate.
In ogni trama che si rispetti, l'incipit è decisivo. La Bibbia comincia col Verbo, Hegel con l'Essere, Proust con le madeleine. In un mondo che costituisce un tutto e le cui parti sono solidali e articolate fra loro, da dove si può cominciare? Marx si pone continuamente questa domanda, al punto da modificare quattordici volte il suo progetto di lavoro tra il 1857 e il 1868. Il piano iniziale prevede sei libri: 1. Il capitale; 2. La proprietà fondiaria; 3. Il lavoro salariato; 4. Lo Stato; 5. Il commercio estero; 6. Il mercato mondiale. Il piano viene poi ridotto a tre libri: 1. Il processo di produzione del capitale; 2. Il processo di circolazione del capitale; 3. Il processo complessivo della produzione capitalistica (o la riproduzione complessiva). Le questioni della concorrenza, del profitto e del credito sono ora logicamente trattate nel Libro III sul processo complessivo. Le questioni che riguardano lo Stato e il mercato globale, invece, scompaiono. (...)
L'arcano della produzione
Con la definizione inaugurale secondo cui la ricchezza è come «sterminata raccolta di merci», Marx è vicino alla soluzione del grande arcano moderno, il grande prodigio del denaro che dovrebbe generare denaro: all'inizio della ricchezza vi era il crimine dell'estorsione del plusvalore, e cioè il furto del tempo del lavoro estorto e non pagato ai lavoratori! Scoprendo ad appena ventidue anni le condizioni di sfruttamento, i tuguri, le malattie della classe operaia inglese, il giovane Engels aveva già compreso che si trattava per l'appunto di «omicidio». (...) È a far luce su questo omicidio senza nome che Sherlock-Marx, insieme al suo assistente Watson-Engels, consacrerà la maggior parte della vita.
Fintanto che si resta nella piazza chiassosa del mercato, dove si affaccendano venditori e clienti, dove si scambiano merci e monete, il mistero dell'accumulazione della ricchezza resterà indecifrabile. Se lo scambio fosse equo, il mercato sarebbe un gioco a somma zero.
Ciascuno riceverebbe l'esatta contropartita di ciò che ha investito. Supponendo che vi siano due giocatori più abili degli altri, che intaschino più di quanto hanno giocato, il gioco sarebbe ancora a somma zero, perché gli uni perdono esattamente quanto gli altri vincono. Eppure, il gigantesco ammasso di merci non cessa di crescere.
Il capitale si accumula. Da dove viene questa crescita? (...) Il detective Marx ci esorta a guardare nel sottosuolo, nelle cantine dove le nebbie del mistero si diradano: «Noi perciò abbandoniamo questa sfera chiassosa, superficiale e accessibile agli occhi di tutti, insieme al possessore di denaro e al possessore di forza lavoro, per seguirli entrambi nella sede nascosta della produzione, sulla cui porta sta scritto: no admittance except on business (Vietato l'ingresso se non per motivi d'affari). Qui si dimostrerà non solo come il capitale produce, ma anche come il capitale è prodotto.
L'arcano della creazione del plusvalore dovrà finalmente svelarsi. (...) Nel lasciare questa sfera della circolazione semplice, o dello scambio di merci, dalla quale il libero scambista vulgaris attinge idee, concetti e criteri di giudizio sulla società del capitale e del lavoro salariato, la fisionomia delle nostre dramatis personae sembra già aver subito un cambiamento. Il fu possessore del denaro marcia in testa come capitalista, il possessore di forza-lavoro lo segue come suo operaio; quegli con un sorriso altero, smanioso d'affari, questi timido e recalcitrante».(...)
Dunque, la prima posta in gioco della lotta di classe è la divisione tra il tempo di lavoro necessario alla riproduzione della forza-lavoro del lavoratore e della sua famiglia, e il «pluslavoro» che gli viene gratuitamente estorto o imposto dal suo datore di lavoro. È la posta in gioco di una lotta permanente tra il lavoratore, il quale cerca in tutti i modi di incrementare la sua fetta guadagno nella divisione tra lavoro necessario e pluslavoro, tra salario e plusvalore, e il datore di lavoro, che al contrario intensificando il lavoro, allungandone la durata oriducendo i bisogni del lavoro, vuole esattamente il contrario. Si comprende allora come l'idea di «giusto prezzo» di una «normale giornata di lavoro» sia una fandonia. Non esiste né una normale giornata né il giusto prezzo. E questo perché la forza-lavoro si distingue da ogni altro genere di merce in quanto cela «un elemento
morale e storico». Con questa espressione Marx intende dire che i bisogni sociali sono irriducibili agli elementari bisogni naturali del nutrirsi e del riscaldarsi. I primi evolvono storicamente, si arricchiscono, si diversificano, e il loro riconoscimento da parte della società è il risultato di un rapporto di forze.
Il fattore tempo
Tirando la corda, il lavoratore non smette di lottare per far riconoscere come legittimi, nel tempo di lavoro riconosciuto «socialmente necessario» alla riproduzione della sua forza-lavoro, nuovi bisogni (culturali, legati ai piaceri, alla qualità della vita, alla salute, all'istruzione); in altre parole, per spostare a suo favore l'ago della bilancia della divisione e ridurre, allo stesso tempo, «il tempo di lavoro extra», il plusvalore intascato dal suo datore di lavoro. Al contrario, il datore di lavoro cerca continuamente di ridurre i bisogni socialmente riconosciuti del lavoratore per incrementare il tasso di sfruttamento e di plusvalore.
Esercitando pressione sui salari, esigendo una riduzione delle spese, reclamando sgravi fiscali, relegando le spese sanitarie e quelle per l'istruzione alla sfera privata. Oppure cercando di prolungare il tempo di lavoro, o ancora intensificando il lavoro (attraverso l'incremento dei ritmi di lavoro)) e, comunque, giocando il più delle volte su entrambi i versanti allo stesso tempo.
Nel primo caso Marx parla di aumento del plusvalore assoluto, nel secondo di aumento del plusvalore relativo. Vi è dunque un crimine originario. È stato rubato il plusvalore! Se la vittima, il lavoratore, non è morta (sebbene muoia talvolta: incidenti sul lavoro, suicidi, depressioni, malattie professionali), essa resta comunque mutilata, fisicamente e psicologicamente. Nella manifattura moderna, infatti, «non solo i particolari lavori parziali vengono suddivisi fra diversi individui, ma si divide lo stesso individuo trasformandolo in un congegno automatico di un lavoro parziale (...). Le forze intellettuali della produzione allargano la loro scala da un lato, perché da molti lati si obliterano. Ciò che gli operai parziali perdono, si concentra, contro ad essi, nel capitale». La conseguenza è ciò che Marx definisce già la « patologia industriale». Con l'azionariato salariato, questa patologia tocca la schizofrenia.
Sminuzzato, sdoppiato in dipendente e azionista, diviso contro sé stesso, il lavoratore potrebbe avere allora interesse, in quanto azionista, a sfruttarsi e a licenziarsi per far cresce il valore delle sue azioni!
E' uscito l'ultimo numero di Erre interamente dedicato alla scomparsa di Daniel Bensaid. Leggi il sommario e in allegato l'articolo introduttivo
strong>IMPRESCINDIBILE DANIEL
EDITORIALE (Salvatore Cannavò)
PRIMO PIANO
Daniel Bensaid, l'ultimo intempestivo (Cinzia Arruzza)
L'atto di nascita, il '68 (Alain Krivine)
El bensa (Miguel Romero)
A Daniel che rischiara il cammino (Edwy Plenel)
Un comunista allergico all'ortodossia (Felice Mometti)
IDEEMEMORIE
Potenza del comunismo (Daniel Bensaid)
Il ritorno della questione strategica (Daniel Bensaid)
Il ritorno del problema "politico" (Daniel Bensaid)
Crisi di oggi e di ieri (Daniel Bensaid)
La lenta impazienza (Daniel Bensaid)
LIBRERIA
Ricercare il conflitto di classe del futuro (Danilo Corradi)
CORRISPONDENZE
Se l'Internazionale ridiventa una prospettiva (Salvatore Cannavò)
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Il ricordo dell'amico e compagno Lowy. Leggi anche il commiato di Edwy Plenel, ex direttore di Le Monde
Daniel Bensaid ci ha lasciati. E' una perdita irreparabile, non solamente per noi, i suoi amici, i suoi compagni di lotta, ma per la cultura rivoluzionaria. Con la sua irreverenza, il suo umorismo, la sua generosità, la sua immaginazione, era un esemplare raro dell'intellettuale militante, nel senso forte del termine. Ricordo le nostre lunghe conversazioni, a volte discussioni, attorno a un tavolo, soprattutto all'ora del dessert o del caffè da Charbon, il suo ristorante preferito. Non eravamo sempre d'accordo, ovvio, ma come non amare e non ammirare la sua straordinaria creatività e, soprattutto, il suo spirito di resistenza, contro tutto e tutti, all'infamia dell'ordine stabilito.
«Auguste Blanqui, comunista eretico» era il titolo di un articolo che Daniel Bensaid e io stesso avevamo redatto insieme, nel 2006 (per un libro sui socialisti del 19 secolo in Francia organizzato dal nostro amico Philippe Corcuff e Alain Maillard). Quel concetto si applica perfettamente al suo stesso pensiero, ostinatamente fedele alla causa degli oppressi, ma allergico a qualsiasi ortodossia.
Se i libri di Daniel si leggono con così tanto piacere è perché sono stati scritti con la penna di un vero scrittore, che ha il dono della Formula: una formula che può essere assassina, ironica, adirata o poetica ma che coglie sempre nel segno. Quello stile letterario, tipico dell'autore e inimitabile, non è gratuito ma al servizio di una idea, di un messaggio, di un appello: non piegarsi, non rassegnarsi, non riconciliarsi con il vincitore. La forza dell'indignazione attraversa, come un soffio ispirato, tutti i suoi scritti.
Fedeltà anche allo spettro del comunismo, del quale lui dava una bella definizione: è il sorriso degli sfruttati che sentono ancora i colpi di fucile degli insorti del giugno 1848 - episodio raccontato da Toqueville e reinterpretato da Toni Negri. Il suo spirito sopravviverà al trionfo attuale della mondializzazione capitalista - allo stesso modo in cui lo spirito dell'ebraismo è sopravvissuto alla distruzione del Tempio e all'espulsione dalla Spagna (amo molto questo paragone insolito e un po' provocatorio).
Il comunismo del 21° secolo era per lui, l'eredità delle lotte del passato, della Comune di Parigi, della Rivoluzione d'Ottobre, delle idee di Marx e Lenin e dei grandi vinti che furono Trotsky, Rosa Luxembourg, Che Guevara. Ma anche qualcosa di nuovo, all'altezza dei compiti del presente: un eco-comunismo (termine che aveva inventato lui), in grado di integrare la lotta ideologica contro il capitale.
Per Daniel, lo spirito del comunismo era irriducibile alle sue contraffazioni burocratiche.
Se rifiutava fino all'ultima energia disponibile di avallare il tentativo della Controriforma liberista di dissolvere il comunismo nello stalinismo, nondimeno riconosceva che non si può lesinare un bilancio critico degli errori che hanno disarmato i rivoluzionari dell'Ottobre rispetto alle prove della storia, favorendo la controrivoluzione termodoriana: confusione tra popolo, partito e Stato, accecamento rispetto al pericolo burocratico. Occorre tirarne lezioni storiche, già ricavate da Rosa Luxemburg nel 1918: importanza della democrazia socialista, del pluralismo politico, della separazione dei poteri, dell'autonomia dei movimenti sociali rispetto allo Stato.
Tra tutti i contributi di Daniel Bensaid al rinnovamento del marxismo, il più importante, ai miei occhi, è la sua rottura radicale con lo scientismo, il positivismo e il determinismo che hanno così profondamente impregnato il marxismo “ortodosso”, specialmente in Francia. Auguste Blanqui è un riferimento importante in questa posizione critica. Nell'articolo citato sopra, egli ricorda la polemica di Blanqui contro il positivismo, un pensiero del progresso e del buon ordine, del progresso senza rivoluzione, una «esecrabile dottrina del fatalismo storico» eretta dalla religione. Per Blanqui «l'ingranaggio delle cose umane non è affatto fatale come quello dell'universo, è invece modificabile costantemente». Daniel Bensaid paragonava questa formula a quella di Walter Benjamin: ogni secondo rappresenta la porta stretta per la quale può sorgere il Messia, cioè la rivoluzione, un'irruzione evenemenziale del possibile nel reale.
La sua rilettura di Marx, alla luce di Blanqui, di Walter Benjamin e di Charles Péguy, lo condusse a concepire la storia come una serie di bivi e di biforcazioni, un campo del possibile il cui esito è imprevedibile. La lotta di classe occupa il posto centrale ma il suo risultato è incerto e implica una parte di contingenza. Ne La pari melancolique (Fayard 1997), forse il suo libro più bello, riprende una formula di Pascal per affermare che l'azione emancipatrice è «un lavoro per l'incertezza», intendendo così una sfida sull'avvenire. Riscoprendo l'interpretazione marxista di Pascal da parte di Lucien Goldmann, definisce l'impegno politico come una sfida ragionata sul divenire storico «a rischio di perdere tutto e di perdersi». La rivoluzione smette dunque di essere il prodotto necessario delle leggi della storia, o delle contraddizioni economiche del capitale per divenire una ipotesi strategica, un orizzonte etico «senza il quale la volontà rinuncia, lo spirito di resistenza capitolo, la fedeltà fallisce, la tradizione si perde». Di conseguenza, come spiega in Fragments mécréants (Lignes, 2005), il rivoluzionario è un uomo di dubbio opposto all'uomo di fede, un individuo che scommette sulle incertezze del secolo e che mette un'energia assoluta al servizio di certezze relative. Insomma, qualcuno che tenta, senza sosta, di pratica quell'imperativo preteso da Walter Benjamin nel suo ultimo scritto, le Tesi sul Concetto di Storia (1940): accarezzare la storia a contropelo.
Edwy Plenel (mediapart.fr)
E' da vent'anni, da quando l'accompagnava questa malattia che alla fine ha avuto la meglio, che Daniel Bensaid si batteva di libro in libro, di articolo in articolo, di scritto in scritto. All'inizio del 2001, all'avvio di un decennio che ci avrebbe fatto intravedere la barbarie latente della mondializzazione felice in cui si erano cullati gli anni 90, egli pubblicava, con Textuel, i suoi Teoremi della resistenza allo spirito dei tempi, sottotitolato Gli Irriducibili.
L'uomo, quel modo di combinare l'impegno politico e l'estetica personale, la convinzione e l'eleganza, la sostanza e la forma, è riassunto nelle ultime parole di questo compendio della resistenza: «L'indignazione è un inizio. Una maniera di levarsi e mettersi in cammino. Ci si indigna, ci si ribella e poi si vede. Ci si indigna con passione, ancor prima di trovare le ragioni di questa passione. Si pongono i principi prima di conoscere la regola e calcolare gli interessi e le opportunità: “Possa tu essere freddo o caldo ma se sei tiepido, né freddo né caldo, io ti vomiterò dalla mia bocca”.».
L'ultima citazione è tratta dall’Apocalisse di San Giovanni...Prova, se ce ne fosse bisogno, che la vita militante e l'opera intellettuale di Daniel Bensaid, marxista trotzkista e comunista rivoluzionario secondo le nostre etichette e classificazioni moderne, testimoniano di una storia più antica, più lunga e, senza dubbio, senza fine. La sua cocciuta fedeltà ai vari impegni radicali - democratici, sociali, internazionali, vitali insomma - degli anni 60 non aveva nulla a che vedere con una gioventù incapace di crescere e invecchiare.
Se resterà come la personalità senza pari del meglio di quegli anni, la più integra e la più assoluta, è perché si è sforzato di preservare non già ipotesi aleatorie e provvisorie solidarietà generazionali, ma la lunga durata delle rivolte e delle indignazioni, dei rifiuti e della rabbia, dei principi e delle esigenze - in una parola, della speranza.
«Quando le linee strategiche si ingarbugliano o si nascondono, occorre ritornare all'essenziale: è ciò che rende inaccettabile il mondo così com'è e impedisce di rassegnarci alla forza cieca delle cose». In Une lente impatience (Stock, 2004), l'emozionante autobiografia che egli decise di scrivere dietro le insistenze di Nicole Lapierre, egli descrive così il cammino esigente che intraprese a partire dagli anni 80, rivisitando ad esempio con meticolosità l'attualità dell'opera di Karl Marx molto prima che la recente crisi non ne convincesse gli stessi capitalisti: resistere, preservare, salvare, mantenere...
Per i nostri tempi di incertezza e transizione, di vacillamento e di decentramento del mondo, la traccia incisa da Daniel Bensaid per domani e per dopodomani è stata quella del senso dell'eredità e dell'intellegibilità del reale. Come quei riferimenti che guidano i marinai in mezzo alle tempeste, si manteneva tranquillamente inflessibile quando, tutt'attorno, le bandieruole mulinavano vorticosamente e i gli spiriti bollenti si agitavano. Non perdere il filo della ragione, non smarrire i riferimenti, non cancellare la memoria.
Una lezione di vita per tutta la sinistra
Tale fu dunque la pedagogia di Daniel Bensaid, instancabile traghettatore e generoso pedagogo, formidabile oratore e luminoso scrittore, polemista mordace e ironico conversatore. Non era difficile essere sinceramente ribelle e divenire un supposto rivoluzionario negli anni 60 e 70. E, almeno nel nostro paese, per la gran parte di noi, non comportava grandi rischi né grandi prove.
E' dopo che cominciano le difficoltà, quando arriveranno i venti contrari degli anni 80, quelli in cui, leggiamo in Une lente impatience, «non eravamo più sospinti dal soffio dell'epoca»: «Per la prima volta, la nostra generazione sciupata, nutrita con i miti progressisti del dopoguerra, abituata a volare di successo in vittoria, doveva imparare ad accarezzare la storia a contropelo». E Daniel Bensaid si incarica di ricordare che questi tempi di avversità costituiscono «la condizione ordinaria» vissuta da coloro che volevano rovesciare le fatalità, mentre le nostre gioventù luminose mostrano un'eccezione privilegiata.
Questo ricordo insistente è stata la sua lezione di vita, ed è per questo che va al di là della sua famiglia politica, la Lcr ieri l'Npa oggi, interpellando finanche la sinistra di governo. Figura di riferimento del Maggio 68, membro del Movimento 22 marzo all'università di Nanterre, fondatore della Jeunesse communiste révolutionnaire, poi della Ligue communiste, con Alain Krivine e Henri Weber, Daniel Bensaid inscrive il suo impegno in una temporalità diversa dall'immediatezza.
Per convinzione e per morale: con la certezza, incardinata nell'anima, che i compromessi con il presente corrompono gli ideali dell'avvenire. «Come possono arrendersi così presto» si chiedeva in Mai si ! (La Brèche, 1988), pubblicato con Alain Krivine per i venti anni dal 68. «Perché gli eretici si sono convertiti così facilmente? Sembrerebbe che le loro eresie non fossero altro che snobismo».
La sua propria eresia, lungi da un'erraticità individuale, fu collettiva, per gusto e per convinzione. Senza austerità né settarismo, la sua fedeltà militante esprimeva il suo rifiuto per i percorsi senza ancoraggio e senza esigenze, che pretendono di non render conto che a se stessi. Profondamente impregnato della speranza comunista originale, con le sue fraternità e le sue uguaglianze, non considerava l'impegno di parte come una rinuncia a sé ma come una scoperta degli altri. Tra etica di vita e ascesi del pensiero, viveva questa fedeltà, con i suoi alti e bassi, le sue gioie e le sue mediocrità, le sue complicità fastidiose e le sue amicizie sconfitte, come un incessante ritorno al reale, lui che avrebbe potuto certamente lanciarsi diversamente, tramite la scrittura e la creazione tanto il filosofo era così profondamente letterario.
«Mi chiedo, confessava in Une lente impatience, se la politica è stata davvero il mio genere, e se forse non mi sia sbagliato nella vocazione». Se rivendicava la «passione per l'azione» e «il gusto della controversia», lo stesso ammetteva la sua «poca attitudine per il calcolo delle forze, le negoziazioni pazienti, il lavoro necessario delle alleanze» e, soprattutto, la sua totale assenza di appetito per il potere.
Ma non si trattava, comunque, di disprezzo per la politica e la sua quotidianità, le sue abilità e le sue responsabilità - «Il sospetto verso le logiche del potere è salutare, senza dubbio», aggiungeva nello stesso passaggio. «Ma possiamo davvero immaginare, fino a un ordine nuovo, una politica senza autorità, senza poteri, senza organizzazioni, senza partiti? Sarebbe una sorta di politica senza politica».
Ma la confessione della propria incapacità, a misura della politica come la si intende ordinariamente, conduceva al di là del suo caso personale: esprimendo quel dubbio, Daniel Bensaid esprimeva quello che è stato l'apporto delle generazioni militanti di cui la sua vita testimonia con onore e rispetto, oscurando gli incostanti e gli infedeli.
Quelle generazioni forse non hanno fondato né creato, né diretto un paese o forgiato una storia, ma hanno saputo passare il testimone, fare in modo che l'indecente boria dei momentanei vincitori non sommergesse d'oblio la memoria degli immortali vinti, e soprattutto, salvaguardare la promessa che la storia non è mai totalmente scritta, che è tessuta dal caso e dall'inatteso, da apparizazioni e rottura, da improbabili squarci nel cielo di piombo.
Di libro in libro, una produzione incessante
Che sia stata teorica o didattica, la sua incessante produzione intellettuale si è accanita nello sforzo di tenere, consolidare e difendere questa posizione, promessa di speranza. Talpa marxiana che scava le gallerie dell'imprevisto e dell'ignoto non ha smesso di teorizzare il rifiuto delle fatalità e delle immobilità, delle dominazioni invincibili o delle sottomissioni inevitabili.
E si è trattato di somma filosofica, prolungamenti delle sue lezioni all'Università di Paris VIII: da Marx l'intempestivo (1995) a Le Pari mélancolique (1997), pubblicati da Fayard, al recente Elogio della politica profana (di prossima pubblicazione presso Ponte alle Grazie, ndt.) Si è trattato, sotto il pungolo della crisi, di una cascata di saggi che hanno reinventato le letture di Marx liberandole delle caricature per ritrovare la vitalità dell'opera: nello spazio di un solo anno, è apparsa una larga introduzione agli scritti politici di Marx e Engels sulla Comune di Parigi (Inventer l'inconnu, La fabrique - di prossima pubblicazione presso Alegre, ndt), un pedagogico Marx, istruzioni per l'uso accompagnato dai disegni di Charb (Zones 2009) e una lunga introduzione di grande attualità a un testo inedito dell'autore del Capitale (Le crisi del capitalismo, Demopolis, 2009).
Impossibile abbracciare qui tutta la ricchezza editoriale degli ultimi anni di Daniel Bensaid, così fuori dalla misura umana. Aperto a tutti i generi, disponibile a tutte le sollecitazioni, divertendosi anche a raccontare il capitalismo come un romanzo poliziesco, non cercava di creare un'opera per accumulare degli onori: viveva, più semplicemente, per la scrittura. Ai libri citati, bisognerebbe aggiungere, in quanto apparsi nello stesso breve periodo, Prenons parti, Pour un socialisme du XXIe siècle, con Olivier Besancenot (Mille et une nuits, 2009), Un nouveau théologien, B.-H. Lévy, e ancora 1968, fins et suites (con Alain Krivine) e infine Penser Agir, pubblicati tutti con Lignes nel 2008.
E questo senza contare ancora i suoi numerosi contributi alla rivista che aveva fondato nel 2001, ContreTemps (prima per Textuel, e poi con Syllepse), attività collettiva che dilatava le più discrete società di pensiero che egli animava tra circolo amicale e club teorico: la Sprat (Société pour la résistance à l’air du temps), poi la più recente Société Louise Michel alla quale aveva dato appuntamento per un convegno internazionale, il 22 e 23 gennaio, dal titolo Puissances du communisme. L'unico appuntamento mancato.
Da diversi anni, Daniel Bensaid viveva così, metodico e puntuale: di libro in libro, di idea in idea, di incontro in incontro. Senza un piano prestabilito, con appena una feroce voglia di sopravvivere. Senza mai nominarla - è stata la sua scelta - ma senza mai farne mistero, egli evoca in Une lente impatience la sua lunga malattia e il fatto che gli ha cambiato la vita: «Sapersi mortale è una cosa. Un'altra è farci i conti e crederci davvero. Le proporzioni e le prospettive temporali si ritrovano modificate. Le speculazioni sul di là da venire diventano futili. Il presente riveste al contrario nuovi rilievi. Raggiunge una sorta di pienezza. Si cerca di vivere nell'istante, secondo l'ispirazione e la voglia». Impossibile evidentemente dissociare la sua vita e la sua opera dal male che lo colpì nel 1990, proprio quando si chiudeva questo breve XX secolo che è stato il secolo del comunismo.
L'ombra della malattia, la forza dell'amicizia
«L'inizio degli anni 90 è stato precisamente crepuscolare» scrive ancora in Une lente impatience. Quale è stata la componente dell'epoca e quale quella dell'intimo in questo sentimento? Senza la malattia, colui che illuminava il futuro che, nel 1989, suggeriva di «riprendere tutto e rivedere tutto, ridiscutere tutto e tutto ridisputare, rimettere in gioco tutto, il passato e l'avvenire» (Moi, la révolution, Remembrances d’un bicentenaire indigne, Gallimard), questo Bensaid curioso, inventivo e audace, non avrebbe accompagnato con più costanza la sentinella del passato che si incaricava di mantenere intatto il passaggio della speranza?
Avrebbe, checché ne dicesse, continuato a infondere la sua vitalità gioiosa alla politica concreta come aveva fatto durante i venti anni precedenti, da attivista dell'internazionalismo, specialmente in America latina? Nessuno lo sa, le vite non si leggono alla rovescia. E senza dubbio Daniel Bensaid opporrebbe a questa indiscreta domanda la sua verve beffarda, esposta con il suo accento tolosano.
Tre libri-cerniera hanno accompagnato la svolta di una vita che ha fatto eco a quella del mondo: Moi, la révolution (1989), Walter Benjamin, sentinelle messianique (1990), Jeanne, de guerre lasse (1991) – Giovanna d'Arco che non intendeva lasciare a Le Pen. Sono stato l'editore del primo e del terzo, nella collana «Au vif du sujet» presso Gallimard, e il tramite presso Plon per quanto riguarda il secondo.
Nel quadro di un'ispirazione in cui l'ebraismo, come rammemorazione del passato, svolge la sua parte, questa trilogia riconduceva all'ideale comunista proprio mentre la sua impostura totalitaria crollava, imboccando diverse vie di fuga. L'impervio percorso delle eresie, la deviazione della razionalità messianica e il sentiero ripido di una logica dell'evento» scriverà in seguito. Nello stesso periodo, pubblicando con La Part d’ombre (Stock, 1992) un saggio critico sulla presidenza di François Mitterrand, gliel'ho pubblicamente dedicato, in questi termini: «A Daniel, che rischiara il cammino». Basta leggere la fine di questo libro per comprendere il senso di questa dedica: la sua alta figura, integra e ritta, ha salvato dalla debacle «quella generazione confusa che credette che gli si stesse offrendo il mondo, attorno al 68 e che invece, invecchiando, dovette contentarsi di province e di feudi, di posti e di situazioni, di voglie e ambizioni».
Questa fedeltà non ha impedito i disaccordi o, a un certo punto, la vera e propria discordia. Il giornalismo, l'impegno che avevo finalmente scelto, allontanandomi da discipline di parte, ne fu la causa anche perché Daniel non aveva grande stima del nostro mestiere. Egli sottolineava, e senza avere particolarmente torto, la sua incostanza, la sua leggerezza, l'irresponsabilità, la mercificazione, la sua superficialità o la sua sufficienza.
Ma la polemica, della quale rende conto nel capitolo 13 di Une lente impatience, andò al di là poggiando sulla questione della democrazia, delle urgenze del presente e del ruolo delle avanguardie. Era, per me, il tempo di Le Monde, con le sue illusioni e, senza dubbio, il malinteso ha creato un effetto di annebbiamento. Dopo, il tempo ha fatto il suo corso, le prove anche e noi ci siamo pazientemente ritrovati, senza bisogno di aggiungere altro. L'ultima volta che ho visto Daniel è stato nell'agosto 2009 all'Università estiva del Npa dove mi aveva fraternamente invitato a discutere di giornalismo e stampa dopo che lui stesso aveva sostenuto con brio il nostro "Appel de la Colline" riguardo agli Stati generali presidenziali.
La sua voce, in Une lente impatience: «Pretendiamo spesso di dover vivere con il proprio tempo. Questo tempo muore. Bisognerebbe marcire e sparire con lui?». Se Daniel resta, dopo la morte, per molti di noi è perché si è rifiutato a questa comodità e ha vissuto risolutamente contro il suo tempo. Nondimeno ha pienamente baciato la propria vita, con gusto e gioia, dignità e semplicità.
«Della stessa morte» scriveva ancora « tutto sommato non ci sono grandi cose da dire se non che non essa non ci riconcilieremo mai. Il suo posto è nella cianfrusaglia metasifica, accanto all'infinito e all'eternità». Ancora la morte, che attraversa, in pagine sconvolgenti, Jeanne, de guerre lasse, omaggio femminista all'indomita pulzella, scritto nel 1990 sotto lo choc dell'annuncio della malattia: «Le comete che attraversano il cielo della Storia sono fugaci» si legge. «Gesù, Saint-Just, Guevara...Come se la loro energia si consumasse più in fretta. Come se dovessero dare tutto in una stagione. Non potremmo concepirle tiepide e rigenerate. Non eri fatta per durare».
Morto a un'età ben più avanti di quelle comete, Daniel Bensaid ha nondimeno avuto una vita troppo breve. Ma noi sappiamo chiaramente che durerà. Perché è stato, anche lui e fino in fondo, la giovinezza stessa. La giovinezza del mondo. La nostra giovinezza.
p.s.
Ho conosciuto Daniel Bensaid nel 1969-70, quando ero militante della Ligue communiste. Un decennio più tardi, sono diventato giornalista professionista, dapprima al Matin, poi a Le Monde e mi sono allontanato dalla politica impegnata. Ma siamo restati amici, passando a volte le vacanze insieme alle nostre compagne. Ecco perché non posto dissociare l'omaggio che a lui rendo da un pensiero affettuoso per Sofia, il suo «più grande amore», come scriveva lui stesso, «amandola come i primi giorni».
Jean Birnbaum, da Le Monde del 13 gennaio
Militante rivoluzionario e teorico dell'emancipazione, figura del Maggio 68 e cofondatore della Ligue communiste revolutionnaire, Daniel Bensaid è morto a Parigi il 12 gennaio a seguito di una lunga malattia. Aveva 63 anni.
Nel gennaio 2001, quando era ancora maître de conférences all'Università di Paris VIII, Daniel Bensaid ha sostenuto la propria abilitazione a dirigere delle ricerche in filosofia. Sorridendo, con un tono di voce a cui il suo accento del Sud-Ovest conferiva un'intonazione gioiosa, aveva esposto le tappe del suo itinerario intellettuale, come vuole la tradizione. Alla fine del suo intervento, il filosofo Jacques Derrida (1930-2004), che faceva parte della commissione esaminatrice, prese la parola. E rilevava l'insistenza su un aspetto: quello dell'"appuntamento". Quando lei parla di rivoluzione, sottolineo nella sostanza, lei ne parla come se i militanti avessero un appuntamento con essa; ora, aggiunse, l'evento autentico, in quanto imprevedibile, esclude qualsiasi incontro assicurato...
Che la speranza rivoluzionaria faccia alternare esaltazioni brucianti e appuntamenti mancati, ecco una verità che Daniel Bensaid non aveva mai smesso di coltivare. Questa dialettica dello slancio assoluto e dell'illusione delusa l'aveva ricevuta in eredità. Nato il 25 marzo del 1946 a Tolosa, crebbe in un ambiente popolare e di rivolta. Sua madre era figlia di comunardi e suo padre, un ebreo nato a Oran, fu un "miracolato" di Drancy. Nei quartieri tolosani, entrambi gestivano il Bar degli Amici, dove si ritrovavano postini comunisti, antifascisti italiani e vecchi appartenenti alle Brigate internazionali. Da adolescente, questo "propaggine da bistrot" diventa amico del figlio del medico di famiglia. Il quale è membro del Partito comunista e vecchio resistente e la sua casa è presa di mira dagli ultras dell'Algeria francese. Per il giovane Bensaid si produce un "clic". Dopo la repressione sanguinosa alla stazione Charonne, l'8 febbraio 1962, aderisce ai Giovani comunisti. Bensaid appartiene dunque a questa generazione che è entrata in politica come reazione alle guerre coloniali. Egli è anche tra quelli la cui radicalizzazione è maturata contro "i tradimenti" della sinistra tradizionale, in particolare del Pcf.
Per essersi rifiutato di votare Mitterand al primo turno delle elezioni presidenziali del 1965, viene escluso dall'Unione degli studenti comunisti nell'aprile del 1966. Con Alain Krivine e Henri Weber, parte parte del nucleo iniziale che fonda allora la Juenesse communiste revolutionnaire (Jcr). Tre anni dopo, nel 1969, questa diventa la Ligue communiste, sezione francese della IV Internazionale. I giovani militanti trotzkisti si buttano a capofitto nella battaglia senza frontiere, in solidarietà con la rivoluzione cubana e contro la guerra del Vietnam. Raggiunta intanto Parigi ed entrando alla Scuola normale superiore di Saint-Cloud, Daniel Bensaid diventa uno dei dirigenti più influenti della sua organizzazione. «Era molto bello, molto seduttore» si ricorda Janette Habel, cofondatrice della Ligue communiste. Per le sue qualità di oratore, ma anche per la sua cultura letteraria, era un punto di riferimento obbligato dal punto di vista teorico. Era molto radicale, molto leninista. Ai suoi occhi, la costruzione del partito rivoluzionario era all'ordine del giorno.
Bensaid aveva fretta, voleva essere puntuale all'appuntamento. Durante quegli "anni rossi", tutta la sua esistenza si svolge nel sengo di un'attesa entusiastica e angosciata. All'indomani del Maggio 68, di cui è una delle figure rappresentative, e quando i gruppi di estrema sinistra sono interdetti, si rifugia da Marguerite Duras per scrivere, con Henri Weberl un libro che caratterizza il movimento come «ripezione generale». Convinto che la rivoluzione mondiale è imminente, scrive in seguito un testo nel quale afferma: «La storia ci morde la nuca». La formula riassume l'entusiasmo “gauchiste” dell'epoca. Negli anni 70, è su questa base che si fonda l'impegno di Daniel al fianco dei militanti spagnoli così come dei guerriglieri latinoamericani; ed è ancora quella formula che alimenta le pulsioni militariste della sua organizzazione, ribattezzata Ligue communiste revolutionnaire (Lcr) nel 1974.
Di sconfitta in disillusione, pertanto, la Storia si sottrae. Giungono gli anni 80, l'egemonia liberista, il riflusso della questione sociale: «L'idea stessa di rivoluzione, ieri raggiante d'utopia felice, di liberazione e di festa, sembra aver virato verso un sole nero» constata nel 1988. Poco a poco, sia pure conservando dei compiti dirigenti, e senza mai mancare un Forum sociale o una manifestazione per i sans-papiers, il militante si indirizza verso un'attività più teorica. Gli obiettivi: rinnovare il pensiero strategico, poi assicurare il passaggio di testimone.
Come mantenere una prospettiva radicale di emancipazione, dopo i disastri dello stalinismo, malgrado il trionfo del capitalismo? Libro dopo libro, Daniel Bensaid cerca di fornire degli elementi di risposta a questa domanda. Insistendo sul fatto che la merce «non costituisce l'ultima parola dell'avventura umana» egli sottolinea la necessità di farla finita con una certa concezione meccanica del progresso e di affrontare la Storia non più come un flusso lineare ma come una concatenazione di ritmi «discordanti». Plaude così a un marxismo meno dogmatico, più «melanconico», attento all'inaudito dell'avvenimento come alle «miserie del presente» (Peguy), ringiovanito dalla sfida pascaliana o dal messianismo di Walter Benjamin (Le Pari mélancolique, Fayard, 1997).
La rinascita di una sinistra radicale e l'emersione del movimento altermondialista accelerano lo sforzo di trasmissione al quale Daniel Bensaid ha consacrato i suoi ultimi anni. Polemista impietoso e a volte ingiusto, egli dialoga volentieri con i contemporanei, in Francia come all'estero, discutendo con Alain Badiou, Slavoj Zizek, Antonio Negri e John Holloway. Ma il nostro traghettatore ha a cuore l'emersione di una nuova generazione. Nel 2001 crea così la rivista Contretemps che punta a intrecciare ricerca universitaria e critica sociale. «Il suo scopo della trasmissione era molto presente sia nei suoi testi che nelle discussioni informali, che mischiavano in modo gioioso o serioso confronti politici e aneddoti truculenti» testimonia il giovane economista Cedric Durand, uno degli animatori della rivista. Più tardi, presentandosi comee un «semplice militante» vuole condividere la sua esperienza pratica e la sua riflessione teorica con i membri del Nuovo partito anticapitalista nel quale si è sciolta la Lcr nel 2009.
Internazionalista intransigente, lettore di Musset, di Proust e di Bernanos, autore di saggi consacrati a Giovanna d'Arco o alla Rivoluzione francese, si presente anche come «un ussaro della Repubblica». Con Walter Benjamin, era convinto che la fedeltà agli oppressi e ai «vinti» di un tempo passato, costituisce un primo passo verso la giustizia del futuro. Era questo il principio della «lenta impazienza» che così tanto aveva colpito Derrida.
Il ricordo su Liberazione
Molti l’hanno conosciuto anche in Italia non solo per quello che scriveva, ma per il suo tenace impegno militante. Anche se malato da anni (all’AIDS si era aggiunto un tumore) Daniel Bensaïd non aveva mai rinunciato a viaggiare per partecipare a convegni, seminari, riunioni politiche. Aveva un desiderio di conoscenza insaziabile, e sapeva che la conoscenza non si acquista solo sui libri. Marxista vero, e quindi mai dogmatico, era disposto a mettere in discussione ogni classico confrontandolo con la realtà.
Alla rivista Lignes che gli chiedeva se la scelta di passare dalla LCR al Nuovo Partito Anticapitalista (NPA) rappresentava da parte sua un “addio al trotskismo storico”, aveva risposto che la questione era mal posta: “Non si tratta di sottoporre a un esame di ammissione i membri di un futuro partito, recitando il Manifesto comunista del 1848 o il Programma di transizione del 1938, ma di raccogliersi intorno a un’intesa sul modo di affrontare i grandi eventi in corso... Le definizioni strategiche interverranno strada facendo, nel vivo dell’esperienza, nel modo in cui hanno preso forma i dibattiti strategici del movimento operaio nel corso del XIX e XX secolo alla prova delle rivoluzioni del 1848, della Comune di Parigi, delle guerre mondiali, della rivoluzioni russa e cinese, della guerra civile spagnola, del Fronte popolare o della Liberazione”.
Ma aggiungeva che “la nostra specifica eredità, quella di una lunga lotta contro lo stalinismo e il dispotismo burocratico, malgrado la parte enorme di novità che contraddistinguono la situazione mondiale da una quindicina di anni, resta in larga misura funzionale”, perché anche se assistiamo alla fine di un ciclo storico, “non si riparte dal nulla e non si ricomincia da zero. Il XX secolo c’è stato. Sarebbe incauto dimenticarne le lezioni”. E precisava che “la nostra storia non si riduce a quella di un’opposizione di sinistra allo stalinismo, così che la scomparsa di quest’ultimo sarebbe sufficiente a renderli caduchi. Ad essere scomparsi sono l’Unione sovietica e i suoi satelliti. Per quanto riguarda il pericolo di cancrena burocratica è un’altra faccenda. Il problema, al fondo, è che lo stalinismo o il maoismo statuali non sono riducibili a una “deviazione” teorica o ideologica. Sono varianti storiche di un massiccio fenomeno burocratico presente in varie forme nelle società contemporanee. Noi giriamo una pagina, apriamo un nuovo capitolo, ma non cancelliamo quelli precedenti e non abbiamo cambiato libro.” (Il testo integrale dell’intervista, insieme ad altri scritti di Ben Saïd, è sul sito http://antoniomoscato.altervista.org/).
Potremmo ricordarlo a partire dalla sua vastissima bibliografia, segnalando almeno qualche testo uscito in Italia, come Chi sono questi trotskisti? e Marx l’intempestivo (entrambi Alegre 2007) o i saggi apparsi nei volumi del Centro Studi Livio Maitan, Pensare con Marx, ripensare Marx e Cosa vogliamo? Vogliamo tutto dedicato al ’68 quarant’anni dopo, usciti sempre presso Alegre nel 2008. E ancora Gli spossessati, (Ombre corte), Gli irriducibili teoremi della resistenza allo spirito del tempo (Asterios). È poi in corso di traduzione presso Ponte alle Grazie il bellissimo Elogio della politica profana.
Va segnalato anche il rispetto con cui la grande stampa francese (non solo “le Monde” o “Liberation”) lo ha ricordato per il suo contributo al pensiero filosofico, rendendo omaggio al tempo stesso alla coerenza di una vita in cui studio e impegno militante sono apparsi sempre inseparabili.
Ma vorrei sottolineare un’altra caratteristica di Daniel Bensaïd, che appare insolita in Italia, in cui almeno una parte della crisi della sinistra si deve all’inamovibilità di tanti dirigenti. Come Alain Krivine, e alcuni altri della loro generazione di protagonisti “non pentiti” del maggio francese, Daniel Bensaïd ha invece seguito e accompagnato il processo di costruzione della nuova organizzazione, il NPA, cedendo il passo volentieri a una nuova generazione, rappresentata efficacemente da Olivier Besancenot. È la stessa lezione di vita che ci aveva dato Livio Maitan, che l’ha espressa lucidamente nelle ultime pagine de La strada percorsa, in cui spiegava perché al Congresso di Rimini aveva lasciato il suo posto nella Direzione del PRC alla giovanissima Flavia D’Angeli.
Per molti di coloro che hanno conosciuto Daniel Bensaïd, la sua morte, pur preannunciata, appare sconvolgente. Ma ci si rende conto che anche se nulla può colmare il vuoto che lascia, che non è dovuto solo al suo eccezionale contributo intellettuale, frutto di una cultura veramente enciclopedica, si può fare qualcosa per farlo conoscere: in primo luogo un numero speciale monografico di “Erre”, e poi forse la traduzione del suo ultimo libro, firmato a due mani con Olivier Besancenot, sul “socialismo del XXI secolo”. Del pensiero e dell’esempio di Daniel abbiamo molto bisogno, in questo deserto teorico della sinistra italiana...
Il ricordo sull'Unità
Comunista, trotzkista, animatore del maggio '68 a Parigi al tempo dei suoi studi a Nanterre. Ma soprattutto teorico e filosofo marxista, ostinato fino all'ultimo, nel segno di una concezione «prassistica» del marxismo, tra Gramsci, Korsh, Bloch e Althusser. Questo era Daniel Bensaid, nato nella capitale francese nel 1946 e scomparso ieri all'età di 63 anni dopo una lunga malattia. Influsso minoritario il suo, ma riconoscibile fin dal tempo della sua scelta di schierarsi con la Jeunesse Révolutionnaire al fianco di Alain Krivine, leader francese della Quarta Internazionale. Un universo politico al quale era rimasto fedele fino all'ultimo. Sino ai tempi più recenti, come membro del Segretario Unificato della IV, del quale era uno dei più influenti teorici. Collaborava per il periodico trotzkista La Gauche ed era membro dell'Istituto per la Ricerca e la Formazione. Di recente, in occasione delle elezioni politiche italiane del 2008, aveva promosso un appello a favore della sinistra radicale italiana e sottoscritto da figure come Noam Chomsky, Michel Onfray e Ken Loach.
Quanto al suo orizzonte teorico, al centro c'era Marx. Un Marx laboriosamente ripulito dalle incrostazioni positivistiche e ortodosse e messo a confronto con le prospettive di Benjamin e Bloch. Numerosi i suoi lavori in questo ambito. Ma per chi volesse capire il Marx di Bensaid non v'è libro come il suo Marx l'intempestivo. Grandezze e miserie di un'avventura critica che possa meglio chiarirne la lettura (Edizioni Alegre, Roma 2007). Innanzitutto Bensaid è un nemico delle interpretazioni «scientifiche» di Marx, nel senso di una rivendicazione del carattere aperto e conflittuale della scienza marxiana: decifrazione continua di tendenze sociali contraddittorie e volatili. Non già prognosi fatalista e determinista del senso della Storia. Altro tema: la contraddizione. Non «teleologica» come in Hegel, né spirituale e tesa all'Autocoscienza assoluta. Bensì materiale e fisica, anche nel senso di simbolica, come energia metaforica del pensiero che rappresenta e disloca nel divenire concreto il gioco delle forze reali. Prima tra queste forze reali il conflitto delle classi, concetto al quale Bensaid non voleva rinunciare.
Ancora: il senso della Storia. Mobile e indeciso per lui. Intempestivo, magari in ritardo sulle previsioni e spesso acceso da eventi imprevedibili, o riflesso indiretto di contraddizioni sociali lontane. Come nel caso di rivoluzioni innescate in aree arretrate e deboli, da eventi contestuali o periferici del «sistema-mondo».
E la politica? Per Bensaid era circolo sperimentale teoria-pratica. Non un prontuario bello e fatto. Insomma fu un ortodosso che cercò di dilatare al massimo la presa contemporanea delle categorie marxiste. Senza mai rimettere in discussione radicale.
Bensaid, filosofo e militante politico dell'Npa francese si è spento il 12 mattina a Parigi. Scompare una delle menti migliori d'Europa, un'immensa perdita per il pensiero critico e il marxismo internazionale.
Abbiamo perso una delle menti migliori di questa Europa sconfitta e depressa. Daniel Bensaid ha saputo irradiare con la sua immensa capacità di scrittura e di riflessione diverse generazioni politiche e militanti e non è un caso se oggi lo piangono quelli della sua generazione, la generazione post-sessantotto e anche i più giovani. Quelli che lo hanno conosciuto ai campi della Quarta internazionale dove è sempre stato presente per tenere un meeting sul senso della rivoluzione oggi, oppure per animare la scuola di base o ancora semplicemente per stare al bar, attorno a una tenda, seduti per terra cercando di inventare iniziative nuove, progetti, collegamenti internazionali tra paesi differenti e tra generazioni lontane. E' stato il miglior intellettuale di frontiera e di collegamento che abbia conosciuto. Amatissimo dentro la Quarta internazionale per il contributo di pensiero che è stato in grado di offrire, come prova la sua straordinaria bibliografia, e per lo stile gioviale, sincero, amabile con cui ha tessuto le sue relazioni. Nella sua biografia, la Lente impatience, pubblicata in Francia qualche anno fa e che pubblicheremo a breve con Alegre, la genesi di questo amore è narrata con semplice linearità senza alcun compiacimento. A ventidue anni nel '68, Daniel era a fianco di Alain Krivine e Henri Weber (ma anche di Pierre Rousset) ad animare le occupazioni studentesche ma soprattutto a chiedersi come scuotere la società francese e la sua sinistra. Lui, il giovane accanto ai due più grandi, Krivine e Weber, ma con una capacità di scrittura e di pensiero che subito si cristallizza nel Mai 68, Une répétition générale, edito da Maspero e scritto in collaborazione con Weber (il quale finirà nel partito socialista dopo aver contribuito a fondare la Lcr).
Lo sforzo riesce perché dopo il '68 l'allora Junesse communiste revolutionnaire fonda la Lcr, la mitica Ligue, un'organizzazione che ha fatto, ad esempio, la differenza tra l'estrema sinistra francese e quella italiana. Un'organizzazione che ha resistito per quarant'anni e che quando si è sciolta, nel febbraio del 2009, lo ha fatto solo per far nascere un nuovo partito, l'Npa, tre volte più grande e in grado di catturare il 5% dei consensi. Una success story, risultato di un lavoro paziente e certosimo, a differenza dell'Italia dove l'estrema sinistra si è via via autoconsumata nel corso degli anni, con una dispersione micidiale di energie, anche intellettuali, e una desertificazione del dibattito da far paura. Se oggi possiamo registrare questa differenza lo dobbiamo anche alla mente lucida e curiosa di Bensaid e soprattutto a una qualità rara per un intellettuale della sua levatura: costruire pensiero e strategia e guidare organizzazioni politiche, stare in prima linea, costruire progetti anche dal basso, magari solo nella sua facoltà. Negli ultimi dieci anni ci ha permesso di formare Projet K, la rete europea di riviste marxiste che a lui doveva la nascita e soprattutto la capacità, per un breve periodo purtroppo, di mettere in rete esperienze tra loro diverse animando diversi dibattiti che si sono proiettati dentro il flusso dei Forum sociali mondiali. Senza Daniel questa esperienza militante internazionale non sarebbe mai nata, lui garantiva il collante e la credibilità necessari anche verso le aree politiche esterne alla storia della Quarta internazionale. Nel passaggio dalla Lcr al Npa si era molto impegnato per far nascere la Fondazione Louise Michel, centro di studi e ricerca non a caso dedicato alla memoria di una storica libertaria francese, a testimonianza della sua ricerca per un marxismo aperto, creativo, per nulla dogmatico. In questo senso, la sua opera più grande resta forse Marx l'intempestivo, dove coglie un Marx in anticipo sui tempi, intempestivo appunto, e ne ripercorre con un respiro inusitato i tre cicli di pensiero: quello storico, quello filosofico e quello economico. A Marx ha continuato a dedicarsi anche nel dettaglio: pochi in Italia conoscono una bellissima ricostruzione della vita di Marx - Passion Marx, edito da Textuel - del tutto estranea se non avversa alla santificazione del personaggio, in cui si ripercorrono i passi della vita del filosofo di Treviri attraverso la sua fitta corrispondenza con Engels. E sempre su questa linea, una delle ultime produzioni di Bensaid sarà di nuovo la ricostruzione del pensiero marxiano illustrato stavolta dalle vignette di Charb. «Un modo - spiegava - per rendere Marx ancora più accessibile e popolare di quanto in genere sia». E poi potremmo citare ancora gli Spossessati (Ombre corte) in cui si applica all'annosa questione del furto di legna nei boschi con cui Marx inizia a polemizzare con la struttura hegeliana e l'approfondimento del Marx politico realizzato in Inventer l'inconnu, un lungo saggio a corredo del carteggio tra Marx e Engels sulla Comune di Parigi. Così come è altamente formativo, per noi lo è stato, le Sourire du Spectre in cui si diverte a rimotivare, nel 2000, alla vigilia del nuovo movimento antiglobalizzazione, gli assi fondanti del comunismo marxiano nella società moderna.
Il movimento di Seattle e Porto Alegre non lo prende assolutamente alla sprovvista. Filosoficamente lo aveva già presentito e elaborato e nondimeno l'esperienza dei Social Forum è fondativa proprio per motivare il filo rosso del suo pensiero e della sua ricerca: attualizzare Marx e il marxismo, non ossificarlo, non lasciarlo carne morta in attesa di adorazione ma soggetto vivo, operante nell'immanente e strumento ineludibile di comprensione del ritmo, del divenire, dell'imprevedibilità della lotta di classe. Era stato già pronto nel 1995 in Francia, all'epoca del grande sciopero generale che cambia la storia recente francese, quando insieme a Christophe Aguiton scrive Le retour de la question sociale e lo è di nuovo nel primo decennio degli anni 2000. La sua produzione libraria da qui in avanti è impressionante, complice anche la presenza di una malattia difficile con la quale convive con caparbietà e determinazione ma che lo spinge a dare il massimo per liberare tutte le sue energie. Scrive testi di polemica francese - contro Henri Levy, ad esempio - produce ricerca marxista, scrive la sua biografia più completa, il cui titolo, la lenta impazienza, costituisce il programma politico del nostro tempo e accompagna la nascita del Npa con Penser Agir, pour une gauche anticapitaliste e Prenons parti - Pour un socialisme du XXIe siècle, scritto con Olivier Besancenot. E poi articoli su articoli, organizza e partecipa a convegni.
L'ultima volta che l'ho incontrato è stato l'estate scorsa a Port Leucat nella Catalogna francese, a Perpignan, dove l'Npa ha organizzato la sua prima Università estiva, con circa 1500 partecipanti. Abbiamo discusso a lungo nonostante fosse già malato e avesse una miriade di impegni. Abbiamo discusso dell'opportunità di pubblicare in Italia i suoi scritti su Walter Benjamin - eventualità ancora più necessaria, ora - altro autore caro a Bensaid proprio per la sua "eterodossia" mentre era già preso nell'organizzazione di un grande convegno a Parigi sull'attualità del comunismo. Era a sua agio in quell'ambiente, l'ambiente della sua vita a cui non ha mai fatto mancare il suo apporto, nemmeno nei momenti più difficili della sua lunga malattia.
L'ambiente che ha contribuito a creare e rafforzare quando, alla fine degli anni 70, al termine di quel decennio in cui "la storia ci mordeva la nuca" come ha scritto nella Lente impatience, prese la direzione della Quarta Internazionale e lavorò attivamente per aiutare nella costruzione della sezione brasiliana - quella di Porto Alegre dove Daniel è stato uno dei personaggi internazionali più riveriti - o di quella spagnola, l'analoga Lcr che all'inizio degli anni 80 costituiva una delle realtà più dinamiche e vivaci della sinistra europea. Per più di un decennio Bensaid è stato un dirigente politico a tutto tondo, costruendo il passaggio dagli anni 70, gli anni del grande balzo in avanti del movimento trotzkysta, alla depressione e al riflusso degli anni 80. Il libricino Chi sono questi trotzkysti, è in questo senso amabile e completo perché restituisce una vicenda complicata, intricata che Daniel riesce a collocare storicamente, a inquadrare nel difficile corso storico del movimento operaio.
Da dirigente politico, Bensaid era particolarmente "gauchiste", termine traducibile con estremista anche se nell'accezione francese ha un sapore più complesso. E' tra coloro che dirige l'assalto della Lcr nel '71 contro i fascisti di Ordine nuovo, in seguito al quale la Ligue verrà messa fuorilegge. Quando lo racconta nella sua biografia ricorda divertito il ruolo che in quell'azione svolsero personaggi in seguito divenuti famosi non certo per la loro bellicosità come Aguiton, leader del movimento altermondialista, ma soprattutto Edwy Plenel, storico caporedattore, e poi direttore, di Le Monde. Con gli anni, e nel corso dei Novanta, diventa più completo e il lavoro intellettuale si riversa nell'elaborazione politica conferendola uno spessore nuovo. E un'autorità morale innegabile.
Dirigente politico e intellettuale, militante modesto e pensatore. In Italia non ne abbiamo conosciuti molti. E al nostro paese un intellettuale pensiamo che sia mancato molto. Un intellettuale tenace, resistente, in grado di mantenere per oltre quarant'anni, senza cedimenti, senza abiure, senza tentennamenti, il filo rosso del progetto rivoluzionario. Un intellettuale in grado di "sporcarsi le mani" e di dare ancora un volantino a 60 anni, in grado di stare in mezzo ai giovani come se fosse ancora ventenne, di indicare la strada, di restare imprescindibile, per usare l'espressione celebre di Che Guevara.
Imprescindibile, è così che vogliamo ricordare Daniel Bensaid, la cui amicizia ci ha onorato, la cui presenza ci ha dato una grande forza e un grande slancio e la cui assenza non sappiamo proprio come possa essere colmata.
La notizia del 12 gennaio
Daniel Bensaid è morto stamattina a Parigi. Una malattia se l'è portato via a 64 anni. Una delle menti politiche più brillanti della Francia, studioso marxista, filosofo, militante politico è stato uno dei protagonisti del Maggio '68 in Francia a fianco di Alain Krivine nella Jeunesse communiste révolutionnaire. Ha poi contribuito a fondare la Ligue communiste revolutionnaire (Lcr) organizzazione discioltasi un anno per dare vita al Npa di Oliveri Besancenot. La sua influenza, politica e teorica, sulla riflessione marxista e anticapitalista internazionale è innegabile ed è provata dal fatto che i suoi libri sono stati tradotti in moltissime lingue, compreso il giapponese e il coreano.
Si è applicato agli studi su Marx per tirarne fuori il lato antidogmatico e creativo e in questa chiave ha approfondito gli studi su Walter Benjamin.
Tra i suoi libri ricordiamo Walter Benjamin, sentinelle messianique, La Discordance des temps : essais sur les crises, les classes, l'histoire, Marx l'intempestivo (Edizioni Alegre), Le Sourire du spectre: nouvel esprit du communisme, Chi sono questi trotzkysti (Edizioni Alegre), Une Lente Impatience, Gli spossessati (Ombre corte), Politiques de Marx, seguito da Inventer l'inconnu, textes et correspondances autour de la Commune. In occasione delle elezioni politiche italiane del 2008 ha sottoscritto, assieme ad altri grandi nomi della cultura e della politica internazionale (Noam Chomsky, Richard Stallman, Howard Zinn, Michel Onfray, Ken Loach, Gilbert Achcar ed altri) un appello promosso da Sinistra Critica.
Lo piangono migliaia di militanti politici in giro per il mondo, di studenti, accademici. Lo piangiamo noi che abbiamo avuto l'immenso privilegio di averlo non solo come compagno e autore ma anche come amico.
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«Un rivoluzionario attuale» il ricordo di Alain Krivine
«E' davvero una grande perdita, la mia reazione è di profonda tristezza». Alain Krivine, cofondatore della Lcr, si esprime così contattato dal quotidiano francese Liberation. «Daniel apparteneva a un'intera generazione militante che aveva mosso i suoi primi passi con il '68. Lui non ha mai abbandonato la bandiera della rivolta e della resistenza, incarnava la continuità della lotta rivoluzionaria e riusciva a coniugare perfettamente la teoria marxista, senza farne un dogma settario e la militanza in prima linea. «Un rivoluzionario dell'oggi» aggiunge Krivine sottolineando il suo entusiamsmo per la creazione del Npa: «Era la cultura, la gioia di vivere, la convivialità».
L'Npa organizzerà una serata in memoria di Bensaid sabato 23 gennaio a Parigi