Topic “Cuba”

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Corrispondenze

Si sta svolgendo a Cuba il congresso del Pcc, atteso dal 1997. Ma la relazione e le proposte formulate in apertura da Raul castro non affrontano neppure una delle questioni fondamentali in campo.

Antonio Moscato

A Cuba il Congresso del PCC tanto atteso (l’ultimo c’era stato nel 1997) è cominciato con una parata militare e una grande sfilata di popolo analoga a quella del 1° maggio. La motivazione di questo insolita premessa era il cinquantesimo anniversario della battaglia di Playa Girón, con cui è stato fatto coincidere l’inizio del congresso. Si potrebbe obiettare che a distanza di appena due settimane da quella tradizionale la mobilitazione, preparata con settimane di prove, e organizzata con grande dispendio di mezzi per assicurare la partecipazione “spontanea” di lavoratori e studenti, non era indispensabile ed ha rappresentato uno sforzo economico insopportabile per un paese che conosce grandi difficoltà. Il congresso comunque durerà solo tre giorni, ma non è poco, se si pensa che deve “decidere” praticamente solo quello che il governo ha già cominciato a realizzare da molti mesi. Il dibattito è stato preparato da una consultazione in cui sono emerse 600.000 proposte di modifiche alle tesi, che è stata presentata come il massimo della partecipazione democratica; ma in realtà era solo uno sfogatoio, o al massimo un sondaggio a disposizione dei dirigenti, dato che non era possibile raggruppare le proposte e il dibattito su emendamenti o tesi alternative.

La relazione di Raúl Castro ha precisato che dei 291 punti originali 94 hanno mantenuto la stesura originaria, 181 sono stati modificati, mentre 16 sono stati fusi con altri e 36 aggiunti, portando il totale a 311. Difficile capire dalla relazione i criteri, soprattutto se si precisa che “questo processo si è basato sul principio di non far dipendere la validità di una proposta dalla quantità di opinioni che l’hanno appoggiata”. Già è singolare: se ci fosse stata una maggioranza che voleva capovolgere una proposta? Non contava? Raúl aggiunge che alcuni punti sono stati modificati partendo dalla proposta di una sola persona, mentre altri suggerimenti non sono stati accolti “in questa tappa”, perché “si vuole approfondire la tematica, o perché mancano le condizioni richieste”, ma in altri casi “per non entrare in aperta contraddizione con l’essenza del socialismo”. Il caso riguarda 45 proposte che hanno chiesto di permettere la concentrazione della proprietà”. Sic! Mica male per un congresso di un partito comunista…

Alcuni commentatori ostili hanno interpretato la parte militare della sfilata come un’intimidazione, ma non è convincente, sia per la modesta dimensione della parata (circa 6.000 uomini, prevalentemente di fanteria, appoggiati dalla “esibizione di armamento e veicoli militari terrestri” oltre che da aerei ed elicotteri), sia e soprattutto perché gli sperimentatissimi criteri di selezione dei delegati dovrebbero rendere molto improbabile che il congresso possa riservare una qualche sorpresa.

Ancora nessuna informazione sul dibattito, che tra l’altro si è suddiviso subito in cinque commissioni, ma si può capire cosa si deve e si può decidere dal testo integrale della relazione di Raúl Castro (http://www.cubadebate.cu/congreso-del-partido-comunista-de-cuba/informe-... ), su cui mi sono basato. La stampa occidentale ha ironizzato soprattutto sulla proposta di limitare a un massimo di due periodi consecutivi di cinque anni la permanenza nelle cariche. Da ora, naturalmente. Detto da chi ci sta da più di cinquant’anni è bizzarro: vuol dire che si prepara a lasciare il potere allo scoccar dei novant’anni? Ugualmente poco convincente la spiegazione che manca un ricambio di “sostituti debitamente preparati”: in questi anni “non abbiamo trascurato di tentare di promuovere giovani a incarichi di primo piano, ma la vita (sic!) ha dimostrato che le scelte non furono sempre giuste”…

Un altro punto saliente, verso la fine della relazione, riguarda le “necesidades espirituales”, che vengono sottolineate partendo da riferimenti all’eroe nazionale José Martí, che nella sua vita sintetizzava la “congiunzione di spiritualità e sentimento rivoluzionario”, e poi, passando per il padre Félix Varela, e per varie citazioni di riconoscimenti di Fidel a sacerdoti e pastori protestanti, o a combattenti cattolici della prima fase della rivoluzione, Raúl arriva a un riconoscimento esplicito del ruolo del cardinale Jaime Ortega e del Presidente della Conferenza Episcopale Monsignor Dionisio García nella liberazione dei “prigionieri controrivoluzionari che in tempi difficili hanno cospirato contro la Patria al servizio di una potenza straniera”. Evidentemente l’elogio alla Chiesa, che grazie all’immobilismo del governo si è rafforzata molto in questi anni e con cui nessuno può pensare a una rottura, vuole tappare la bocca ai conservatori, che non condividono il modestissimo e tardivo atto di clemenza, e fingono ancora di credere che quei dissidenti fossero pericolosi agenti stranieri, come del resto ribadisce poco coerentemente Raúl, che peraltro accenna alle pressioni per esiliare in Spagna i prigionieri liberati nel ringraziamento all’ex ministro degli Esteri spagnolo Miguel Ángel Moratinos.

In mezzo alla lunga relazione, solo poche parole generiche sulla situazione internazionale, presentata naturalmente come pericolosa, ma con il contrappeso delle relazioni amichevoli di Cuba con ben “101 nazioni del Terzo Mondo” (ma il “Secondo” dov’è finito?). Generico anche il richiamo alla rivoluzione bolivariana e a Hugo Chávez, unico capo di Stato nominato, e ancor più quello alle “aspirazioni dei movimenti trasformatori in vari paesi latinoamericani, capeggiati da prestigiosi leader che rappresentano gli interessi delle maggioranze oppresse”. Neanche una parola nell’analisi ai problemi che stanno incrinando la forza di questi movimenti, o li stanno mettendo in conflitto con i governi. Non è un tema da discutere in pubblico…

Poi tante banalità: ad esempio sulla “necessità di scrivere articoli intelligenti”, eliminando il “trionfalismo” e il “formalismo”, per “catturare l’attenzione e stimolare il dibattito “. Ma come? “Elevando la professionalità dei nostri giornalisti”. Ma, ammette Raúl, nonostante le decisioni prese dal partito sulla politica informativa, “nella maggioranza dei casi essi non hanno l’accesso opportuno all’informazione, né il contatto frequente con i quadri e specialisti responsabilizzati sulle varie tematiche. La somma di questi fattori spiega la diffusione, in non poche occasioni, di materiali noiosi, improvvisati e superficiali”. Idem per radio e televisione. Ma è ridicolo pensare che questa caratteristica costante che rende penosa l’informazione a Cuba si possa risolvere ricorrendo ai “quadri responsabilizzati”, mentre gran parte dei presunti dissidenti sono stati arrestati per aver tentato di mettere in circolazione opinioni e analisi diverse, e proprio con l’aggravante di non essere usciti dalle scuole ufficiali di giornalismo, guidate da quei “quadri”… E quanto all’accesso opportuno all’informazione, basterebbe ridurre i controlli su internet affidati a un gran numero di membri della Seguridad…

Poco convincente anche la proposta di “accompagnare la attualizzazione del Modello Economico e Sociale” semplificando e armonizzando il contenuto di centinaia di risoluzioni ministeriali, decisioni del governo, decreti-legge e leggi, per proporre conseguentemente, al momento opportuno, l’introduzione di aggiustamenti adeguati nella stessa Costituzione della Repubblica. Chi lo farà? Naturalmente una “Commissione permanente del Governo” subordinata al Presidente del Consiglio di Stato e dei ministri…

E quando si propone di “ridurre sostanzialmente la nomenklatura” (sic) si precisa che vanno delegati a “dirigenti ministeriali e impresariali” i compiti di “nomina, sostituzione e applicazione di misure disciplinari nei confronti dei capi subalterni”. Ci saranno ancora le “commissioni di quadri”, in cui il partito è presente, ma le presiede il dirigente amministrativo, che è quello che decide. L’opinione dell’organizzazione di partito è valida, ma il fattore determinante è il capo, dal momento che dobbiamo preservare e potenziare la sua autorità”, sia pure in armonia col partito. Sembra incredibile, ma questo dice testualmente la relazione di Raúl. Per chi avesse dubbi su una mia forzatura, riporto di seguito il periodo integralmente nella forma originale: “En esta esfera estamos empezando con un primer paso, al reducir sustancialmente la nomenclatura de los cargos de dirección, que correspondía aprobar a las instancias municipales, provinciales y nacionales del Partido y delegar a los dirigentes ministeriales y empresariales facultades para el nombramiento, sustitución y aplicación de medidas disciplinarias a gran parte de los jefes subordinados, asistidos por las respectivas comisiones de cuadros, en las cuales el Partido está representado y opina, pero las preside el dirigente administrativo, que es quien decide. La opinión de la organización partidista es valiosa, pero el factor que determina es el jefe, ya que debemos preservar y potenciar su autoridad, en armonía con el Partido.”

Per il resto tanti appelli al buon senso, a “tenere i piedi in terra”, ecc., o a generiche “deficienze nella politica di quadri” che dovranno essere esaminate non dal congresso ma da una futura Conferenza nazionale del partito, perché “non poche lezioni amare ci sono venute dalle delusioni sofferte per mancanza di rigore e di comprensione, che hanno aperto brecce per la promozione accelerata di quadri inesperti e immaturi, a forza di simulazioni e opportunismo”. Ma chi era responsabile del sistema verticistico, burocratico, basato sulla cooptazione dal vertice, ricalcato su quello sovietico? Non solo non si fa la minima autocritica, ma si dice che questi atteggiamenti erano alimentati anche dall’erroneo concetto di esigere tacitamente che per occupare un incarico di direzione, fosse necessaria la militanza nel Partito o nella Gioventù comunista”. Non è plausibile l’analisi, ma è assurda la soluzione, che non è la democrazia nel partito e nel paese (cioè in primo luogo la fine del partito unico monolitico…), ma l’allargamento della cerchia da cui scegliere i quadri per cooptarli nella direzione anche ai cosiddetti “senza partito”, esattamente come era nell’URSS staliniana e poststaliniana… Se il partito comunista fosse veramente tale, chi ne rimane fuori fino all’eventuale designazione a un incarico sarebbe verosimilmente ancora più permeabile ai vizi della “simulazione e dell’opportunismo”.

Unici accenni a proposte concrete sono quelli alla sperimentazione di due nuove province, Mayabeque e Artemisa, staccate da quella dell’Avana (ma è una misura davvero concreta?), alla possibile fine del divieto di compravendita di case e auto (ma chi può beneficiarne?), e soprattutto alla discussione sulla “libreta”, cioè la tessera che garantisce a tutti un minimo di generi alimentari indispensabili a prezzo calmierato”. Questo punto della discussione ha coinvolto il maggior numero di interventi, tra gli 8.913.838 che avrebbero partecipato al dibattito (cifra che appare sparata come al solito, come quelle dei plebisciti sul permanente carattere socialista della rivoluzione, nella certezza che nessuno potrà mai smentirla, anche se nessuno ci crederà…). Si capisce che la libreta è stata difesa strenuamente, dato che “due generazioni di cubani hanno trascorso la loro vita sotto la protezione di questo sistema di razionamento che, nonostante il suo nocivo carattere egualitario, ha offerto per decenni a tutti i cittadini l’accesso a alimenti di base fortemente sussidiati”. Ma che l’intenzione del governo sia quella di cancellarla, è evidente, dato che la si accusa di rappresentare “un carico insopportabile per l’economia, e un disincentivo al lavoro, oltre a generare diverse illegalità nella società”. Quella del “disincentivo al lavoro” la può raccontare solo chi non sa neppure cos’è la libreta perché beneficia da sempre dei negozi riservati alla nomenclatura. Nessuno potrebbe sopravvivere con quel poco che la tessera assicura (e non sempre…), rinunciando a lavorare.

In poche parole, rinviando ovviamente un commento complessivo al periodo successivo alla conclusione del dibattito e alla pubblicazione dei Lineamentos emendati, penso si possa già concludere che alla faccia di tutte le denuncie del “trionfalismo” e del “formalismo” la relazione non ha affrontato neppure una delle questioni fondamentali. Se il congresso riuscirà a farlo indipendentemente dalle intenzioni del vertice, sarà una conquista straordinaria, che rivelerà la vitalità della rivoluzione cubana nonostante i limiti dell’attuale gruppo dirigente (di cui è un simbolo la scelta di far aprire il congresso da José Ramón Machado Ventura, che non solo ha compiuto da un po’ 80 anni, ma non ha mai brillato neanche in passato per vivacità intellettuale…).

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Corrispondenze

I giornali internazionali danno credito a un passo indietro sul socialismo di Fidel. Ma in realtà il "lider maximo" non ha fatto alcuna autocritica. Molto discutibili, invece, alcuni suoi giudizi su ebrei e musulmani.

Antonio Moscato

Fidel sta bene, e rilascia interviste anche a giornali statunitensi. E parla senza peli sulla lingua. Ha suscitato molto scalpore la frase su Cuba nell’intervista rilasciata a Jeffrey Mark Goldberg, un giornalista definito da Castro nel suo blog “norteamericano-israelí” che scrive sulla rivista The Atlantic. Quando Goldberg ha chiesto a Fidel se riteneva esportabile il “modello cubano”, la risposta è stata brusca: “Il modello cubano ormai non serve più neanche a noi” ("El modelo cubano ya no nos sirve ni a nosotros"). Jeffrey Goldberg non credeva alle sue orecchie e ha detto di aver chiesto conferma alla sua interprete, Julia Sweig, dato che spesso aveva dubbi di aver capito bene. La Sweig aveva capito la stessa cosa. La maggior parte dei giornali italiani hanno riportato come “notizia” i commenti tra i due intervistatori. La Sweig, che sa lo spagnolo e conosce un po’ meglio Cuba, ha detto che Fidel Castro "non stava negando le idee della rivoluzione" ma piuttosto "riconosceva come nel modello cubano lo Stato ha un ruolo troppo grande nella vita economica del paese". Ma in ogni caso era solo la sua opinione, che invece è stata attribuita a Castro, che aveva fatto solo una battuta. Neppure sconvolgente: ne ha fatte di più dure quando era il massimo dirigente del paese. Di lui si diceva che era al tempo stesso il capo del governo e il capo dell’opposizione.
Comunque i quotidiani italiani sono pieni di commenti che considerano questa ammissione il punto più importante dell’intervista, e si dividono tra chi ci vede un appoggio al fratello Raúl e chi pensa che voglia invece recuperare un ruolo personale. Il problema che sia le proposte di Raúl Castro, sia quelle del ministro dell'Economia Marino Murillo sono molto generiche: si parla di un”aggiornamento” del modello economico cubano “retto dalle categorie economiche del socialismo e non del mercato”, ma è un concetto un po’ vago. Di concreto c’è solo la possibilità di un aumento del numero dei parrucchieri, dei commercianti e degli artigiani, che difficilmente potrà riassorbire i tagli previsti di più di un milione di lavoratori “eccedenti” nelle imprese statali. Raul Castro ha definito queste decisioni un “cambio strutturale” per rendere il sistema socialista “sostenibile” nel futuro. Vedremo se si riuscirà a rispondere alle attese di cambiamenti, che sono grandi, e riguardano soprattutto il superamento delle disuguaglianze provocate dai due mercati, quello in pesos e quello in dollari o Cuc, l’equivalente locale del dollaro. Unificarli è quasi impossibile, se hanno un tasso di cambio da 1 a 20… E Fidel in fondo ha solo detto una cosa che a Cuba sanno tutti: non funziona niente…

Non era neppure una novità la dichiarazione di Fidel Castro sulla crisi dei missili:“Dopo aver visto quel che ho visto, e sapendo quello che so oggi, in definitiva non valeva la pena” [di rischiare un conflitto nucleare]. L’aveva già detto, e aveva anche ragione: nel 1962 non sapeva ancora molte cose sull’URSS, che ha dovuto scoprire successivamente, e per questo era stato uno shock scoprire che i dirigenti sovietici non erano comunisti internazionalisti disinteressati come lui e Guevara allora credevano…
Anche sulle altri parti dell’intervista apparse su siti di molti paesi, ma non ancora su quelli ufficiali cubani, bisogna aspettare il testo integrale e riveduto, per il rischio che davvero Fidel sia stato frainteso o mal trascritto.
Le dichiarazioni sull’antisemitismo
Più problematica la parte di intervista dedicata alla questione dell’antisemitismo. Giustissimo combatterlo, giustissimo far sapere al governo iraniano che con certe dichiarazioni danneggia se stesso ma soprattutto la causa palestinese. Meno convincenti molte affermazioni di Castro che compaiono sul blog di Goldberg (l’intervista non è ancora stata pubblicata) che mi auguro possano essere almeno in parte rettificate. Infatti ricalcano passivamente alcuni dei luoghi comuni della propaganda sionista, che presenta come unica ed irripetibile la persecuzione antiebraica. Ad esempio Fidel avrebbe affermato che nessuno nella storia è stato offeso come gli ebrei (Yo no creo que nadie haya sido más injuriado que los judíos). Peggio ancora, aggiunge e precisa, ciò non si può paragonare a quel che è stato fatto ai musulmani (Diría que mucho más que los musulmanes"). Sarebbe stato meglio non dirlo proprio mentre stanno per esplodere nel mondo islamico prevedibili proteste contro quel pastore evangelico della Florida, quella specie di Borghezio yankee, che ha annunciato di voler bruciare Corani davanti alla sua “Chiesa della pace”…
Già l’idea di fare una graduatoria è pessima: come dimenticare i milioni di morti negli scontri tra indù e musulmani nel subcontinente indiano, o lo sterminio degli armeni, o quello sempre più rimosso di rom e sinti sotto il nazismo? E lo stesso Fidel aveva ricordato al papa all’inizio della sua visita il genocidio delle popolazioni originarie di quelle che chiamiamo Americhe. E come dimenticare i milioni di morti africani durante la tratta, e quelli provocati in Asia dalla dominazione europea? Ilan Halevy, un ebreo schierato con la causa palestinese, aveva osservato che il genocidio degli ebrei veniva presentato come unico, solo perché era il primo che colpiva una popolazione europea: gli altri erano stati cancellati dalla memoria. Se Fidel non la smentirà, nell’intervista c’è un’altra concessione alla propaganda sionista: gli ebrei sarebbero stati i più calunniati nella storia. Soprattutto più che i musulmani, si precisa (“Han sido mucho más calumniados que los musulmanes debido a que son culpados por todo, pero nadie culpa a los musulmanes por cualquier cosa"). Di nuovo risulta inopportuno il confronto con i musulmani, che oggi sono particolarmente calunniati, al punto che gli si vorrebbe negare il diritto ad avere una moschea per pregare, perché li si incolpa in blocco dell’11 settembre! E anche in Italia c’è chi porta i maiali a deporre gli escrementi sui luoghi dove dovrebbero sorgere le moschee… E sappiamo quanto siano calunniati i rom, che non hanno mai rapito un solo bambino!
Gli ebrei, aggiunge Castro, sono stati sottoposti a terribili persecuzioni e pogrom per duemila anni. È inesatto: il primo pogrom non ha 2000 anni, ma risale al 1881, e ha cause politiche ben precise che non hanno nulla a che vedere con i pregiudizi religiosi antiebraici, antislamici, ecc. (ad esempio quelli nei confronti dei “pagani” che erano rimasti fedeli alle religioni precristiane, in Europa, nelle Americhe). Al massimo si può parlare delle persecuzioni antiebraiche che accompagnarono le crociate, ma senza dimenticare le stragi di islamici che ne coronarono il trionfo. La conclusione è fatalmente che nulla è comparabile con l’Olocausto Mi sembra che Fidel abbia preso per oro colato le opinioni del suo intervistatore, che nel suo blog definisce un grande “esperto”, e di cui ha riprodotto nelle sue “Riflessione di Fidel” un lunghissimo rapporto sul medio oriente che ricalca le tesi israeliane. Lo ho riportato integralmente sul mio sito.
Naturalmente le dichiarazioni negazioniste di Ahmadinejad, anche se fatte per uso propagandistico interno, sono inaccettabili quanto le lapidazioni delle adultere e delle coppie omosessuali. Tuttavia sarebbe stato meglio usare il prestigio internazionale di Fidel Castro per spiegare al leader iraniano che ogni confusione tra il sionismo (che è più che legittimo contrastare e combattere) e l’ebraismo, è inaccettabile per ogni persona civile. È giusto chiedergli che cessi di diffamare gli ebrei, è sacrosanto spiegargli che gli ebrei non sono responsabili dei crimini compiuti dal governo e dall’esercito israeliano, ma è assurdo evocare lo spauracchio di una presunta “teología antisemita" che sarebbe cominciata duemila anni fa, accettando così il luogo comune della eterna e unica persecuzione, che nega tutte le altre.
È una bella notizia sapere che Fidel, i cui meriti storici sono incancellabili, ha recuperato energie. Ma ci auguriamo che le impegni per arricchire e rendere più vivo e articolato il dibattito interno a Cuba, senza sconfinare su un terreno delicatissimo e “minato” su cui non si era mai avventurato.
sito http://antoniomoscato.altervista.org/ .

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Corrispondenze

La notizia della morte del detenuto politico cubano Orlando Zapata Tamayo dopo 85 giorni di sciopero della fame arriva in un momento molto difficile per Cuba, in cui il dissenso ha raggiunto una dimensione senza precedenti.

di Antonio Moscato

La notizia della morte del detenuto politico cubano Orlando Zapata Tamayo dopo 85 giorni di sciopero della fame arriva in un momento molto difficile per Cuba. I dati economici, a cui ho già accennato in diversi articoli inseriti di recente (ad esempio Polemiche a Cuba e Cuba: non solo il bloqueo), sono pesantissimi, e probabilmente per questo gli oppositori hanno intensificato l’attività, dalle carceri, ma anche dalle case o dagli ospedali in cui alcuni di essi erano stati spostati per “gravi malattie”.
Non a caso 50 “prigionieri di coscienza” in gran parte detenuti dal 2003, che hanno potuto essere contattati telefonicamente, hanno firmato nei giorni scorsi un appello al presidente brasiliano Lula, atteso all’Avana dopo il vertice di Cancún, chiedendogli un intervento presso le autorità cubane per far attivare le riforme tanto attese, ma anche per salvare la vita a Zapata Tamayo. Un appello che almeno per questo obiettivo è arrivato troppo tardi: Orlando Zapata Tamayo è morto poche ore prima dell’arrivo di Lula.
Due osservazioni: la prima è l’impegno per un detenuto come Zapata Tamayo, un muratore quarantenne condannato a 28 anni di carcere. Non è un intellettuale come la maggior parte degli altri, da cui è stato separato e che lo conoscono poco, tanto è vero che nella lettera sbagliano il nome e lo chiamano Miguel, ma lo difendono e lo rispettano. Il suo arresto era stato precedente a quello dei 73 del 2003, per “mancanza di rispetto al leader della rivoluzione”, e poi era stato abbinato agli altri arrestati, ma senza riconoscergli lo status di detenuto politico. Il suo sciopero della fame è iniziato proprio per protestare perché gli veniva imposta l’uniforme dei detenuti comuni anziché quella bianca dei politici. Una delle tante vessazioni che la polizia cubana ha imparato a suo tempo dai suoi istruttori sovietici, che negavano così l’esistenza dei prigionieri politici: o erano criminali comuni, o malati mentali…
La seconda è che tra i firmatari della lettera a Lula ci sono anche alcuni condannati che erano stati trasferiti in ospedale o agli arresti domiciliari per ragioni di salute, e che sono passibili quindi di immediato ritorno in carcere per trasgressione delle norme sul trasferimento dal carcere. Aver firmato è un indice di una volontà di lotta e di sfida al regime che in molti di loro non c’era inizialmente (anche se accusati di ogni crimine e di tutte le collusioni possibili col nemico di Miami, i 75 chiedevano solo modeste modifiche al sistema elettorale e blande riforme in agricoltura, sul modello vietnamita).
Un altro sintomo è la ripresa dell’attività pubblica delle Damas de blanco, madri e mogli di detenuti politici, che dall’aprile 2003 compaiono in pubblico ogni domenica vestite di bianco con striscioni che chiedono l’amnistia per i detenuti politici: hanno ottenuto il prestigioso premio Sacharov (che non hanno potuto ritirare, anche questa è una costante del post stalinismo), ma naturalmente da noi e in altri paesi ci sono gli zelanti difensori incondizionati di qualsiasi cosa faccia il gruppo dirigente di Cuba che non esitano a presentarle come “complici di chi ha legittimato i feroci tiranni assassini dei figli delle Madri di Plaza de Mayo" (una frase del genere è stata purtroppo messa in bocca anche a Hebe de Bonafini).
Quella di essere calunniate non è la sorte delle sole Damas de blanco: dei 73 arrestati nel 2003, che non erano, si ricordi, un gruppo politico omogeneo, ma semplicemente la parte più attiva di un certo numero di raggruppamenti politici e sociali, solo quattro o cinque in tutto avevano un atteggiamento effettivamente filoamericano, decisamente rifiutato dalla maggior parte degli altri. Ma ci sono quelli che ripetono a pappagallo che “sono tutti mercenari”.
Già anni fa avevo osservato, in un articolo su Erre (aprile/maggio 2006), che “la ripetitività dei rituali negli anni, per giunta, può essere determinante nel generare sfiducia e spingere alle prime forme organizzate di opposizione. Decimate dagli arresti, demonizzate con l’uso abbondante degli agenti infiltrati, le iniziative sorte intorno al “Progetto Varela” e quindi a un concreto progetto riformista, non assomigliano più alle iniziative di poche decine di dissidenti di dieci o venti anni fa. Gli accusatori possono ironizzare sui “giornalisti” arrestati che non sarebbero stati tali perché non laureati nelle facoltà di giornalismo, o insinuare che alcune delle organizzazioni del dissenso sarebbero state promosse da agenti della Securidad, ma devono fare i conti con un fenomeno nuovo: migliaia di persone si sono aggiunte ai primi 11.000 firmatari della petizione per un diverso metodo elettorale, cosa non facile in presenza di arresti, molestie sotto le case di chi non è stato ancora arrestato, attribuzione a chiunque abbia firmato il “Progetto Varela” di una corresponsabilità con le iniziative insensate di una minoranza di estremisti effettivamente filostatunitensi (definiti provocatori dai principali portavoce del dissenso). Non si delinea ancora un’alternativa credibile, ma il dissenso ha raggiunto una dimensione senza precedenti.” E, aggiungo oggi, una decisione maggiore.
Nel 2003 gli arresti avevano colpito tutti i principali responsabili del “Progetto Varela” meno uno: Oswaldo Payá, il dissidente più noto e principale promotore del Progetto ma molto legato alla gerarchia cattolica dell’isola. Era considerato “l’uomo del Vaticano”. Ha subito a volte Actas de ripudio, le manifestazioni rumorose e oltraggiose sotto casa organizzate mobilitando un plotone di fanatici; sono un’altra eredità del passato staliniano, senz’altro la più stupida, dato che arreca molestie senza osare andare oltre. Ma comunque Payá è rimasto a piede libero (qualcuno a Cuba si è evidentemente domandato “quante divisioni ha il papa?”…).
Il risultato è che, come temevamo, la Chiesa cattolica si è rafforzata sempre più, e punta apertamente ad assumere il ruolo di opposizione legale. Sulle numerose riviste cattoliche appaiono articoli a volte interessanti, da cui si possono ricavare quelle informazioni e quei dati sull’economia che altrove sono introvabili. Come accadeva in Polonia, il pensiero indipendente, un po’ per l’autocensura di chi teme la repressione, un po’ per la censura vera e propria, è delegato di fatto dal regime alla Chiesa, che lo protegge, ma ha i suoi fini su cui è legittimo essere diffidenti. Ne parleremo ancora.
E parleremo ancora anche dei difensori acritici dell’indifendibile, che non esitano a calunniare chiunque cerchi una via diversa da quella ufficiale, che pure da anni ha rivelato la sua inadeguatezza ai compiti attuali.

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