Da Brunetta a Monti passando per Martone l'unica ripetitività e ossessione dei governi è la ricetta liberista dei tagli allo stato sociale e della diminuzione dei diritti di chi lavora
Ebbene sì. Ci si trova ancora costretti a commentare l’ennesima dichiarazione provocatoria fatta da un membro del governo a danno delle e dei giovani di questo paese. Ci eravamo quasi abituati ai continui e vergognosi attacchi dell’ex ministro Brunetta contro giovani e precari/ie. Poi è arrivato il governo dei tecnici e dei professori che avrebbe dovuto risollevare l’Italia dalla crisi. Un governo che, oltre a proseguire le stesse politiche di tagli e massacro sociale portate avanti dal centrodestra, ora dimostra anche di non differenziarsi dallo stile grossolano, provocatorio e offensivo che il vecchio governo ha sempre utilizzato nei confronti delle fasce più deboli della società.
Dopo le dichiarazioni di Martone volte a deridere gli studenti e le studentesse che non riescono a laurearsi in corso, perché magari costretti/e a lavorare (spesso in nero) per pagare tasse universitarie e affitti esorbitanti, o perché nell’Università controriformata del 3+2, della Gelmini e dei tagli è obiettivamente difficile adeguarsi ai ritmi di studio massacranti imposti da questo modello, arriva l’ennesima aggressione al futuro di noi tutt*. Arriva direttamente dal Presidente del Consiglio Mario Monti (guarda il video). Il sobrio, equilibrato e rispettabile Mario Monti che dichiara che i giovani devono rinunciare all’idea del posto fisso e che, in fondo, la certezza di un impiego fisso e di una stabilità di sostentamento, necessaria per poter vivere e immaginare un futuro, sia “monotona”.
Al di là della provocazione infelice vogliamo riflettere su ciò che questa dichiarazione rappresenta. Cioè un preciso intento politico sostenuto dagli ultimi governi e che ora si vuole portare a compimento sotto la spinta dei diktat imposti dalla BCE, dalle banche e dalle agenzie di rating, e con l’aiuto dell’appoggio bipartisan di cui gode il governo dei tecnici. Lo scopo è quello di abbattere ogni forma di garanzia sul posto di lavoro, privare di ogni certezza il nostro futuro, cancellare ogni diritto, rendere le nuove generazioni nient’altro che una massa dequalificata di precari e precarie, senza difese, senza prospettive, facilmente ricattabili e sfruttabili.
Utilizzando la minaccia del default, del debito e della crisi come arma per zittire ogni dissenso ed eludere ogni parvenza di democrazia, si tenta di attaccare ancora una volta coloro che da sempre sono stati vessati dalle politiche neoliberiste: giovani, lavoratori e lavoratrici, precari e precarie, studenti e studentesse. Vorremmo far notare a Monti che già adesso i giovani non hanno alcun posto fisso, in un paese in cui il tasso di disoccupazione giovanile è arrivato al 31%, in un contesto in cui la disoccupazione globale sfiora il 9% (dati ISTAT, dicembre 2011). Dati che salgono ulteriormente se si contano anche gli scoraggiati, cioè coloro che un lavoro non lo cercano neanche più (secondo i dati della Cgia di Mestre il tasso di disoccupazione reale sarebbe del 38,7%).
Ma oltre alla disoccupazione colpisce il forte tasso di precarietà, soprattuto giovanile, in un paese in cui gli/le occupat* sono in maggior parte sottoposti a contratti atipici: tra il 2005 e il 2010 i dati dell’Istat mostrano come il 71,5% delle già scarse nuove assunzioni sia stata effettuata tramite contratti a tempo determinato (per la maggior parte atipici e precari) e, come se non bastasse, nel terzo trimestre del 2011 continua a crescere il numero dei dipendenti a termine (+7,6 su base annua), un aumento che per circa i due terzi riguarda giovani sotto i 34 anni (dati ISTAT, novembre 2011). Così come, sempre tra il 2005 e il 2010, la causa principale tra le cessazioni dei rapporti lavorativi in essere, incidente per quasi il 50% del totale, risulta essere la scadenza del termine del contratto.
Sono politiche che, nella miglior tradizione del divide et impera, servono anche a mettere in contrasto tra loro le fasce più deboli della popolazione in modo da scaricare la rabbia sociale non verso i veri responsabili della crisi ma verso le categorie meno tutelate, come per esempio i/le migranti (accenniamo soltanto all’ondata razzista, xenofoba e neofascista che sta attraversando questo paese negli ultimi mesi), e a colpire in maniera più pesante quei soggetti che la crisi già la pagano due volte (una prima volta per la loro condizione sociale e una seconda per il loro genere) cioè le donne (sempre per l'Istat l’aumento della disoccupazione riguarda in particolare la componente femminile della popolazione, raggiungendo un picco del 39% tra le giovani donne del Mezzogiorno. Anche l’Ocse sottolinea che la disoccupazione giovanile è più alta tra le donne che tra gli uomini), sottoposte in maggior misura a contratti precari, a termine o part-time, per non ricordare le decine di altre forme di discriminazione cui sono soggette (come le dimissioni firmate in bianco, i licenziamenti per maternità, ecc.) o il terribile dato per cui, nel 40% dei casi di abbandono del posto di lavoro (in un contesto di crisi e tagli ai già scarsi servizi) siano costrette a farlo per stare a casa a prendersi cura della famiglia. Donne che sono anche il soggetto tramite il quale si fa maggiormente leva per livellare verso il basso le già misere condizioni lavorative di questo paese, aumentandone sempre più il grado di sfruttamento e precarietà.
Questi dati dimostrano come in Italia la tanto decantata flessibilità (sia dal punto di vista delle forme contrattuali che da quello delle durate dei rapporti lavorativi), di cui sempre più spesso si invocano i poteri salvifici, sia già fin troppa e come questa, unità alla più generale precarietà (e soprattutto nel contesto di crisi degli ultimi anni), non abbia fatto altro che aumentare il numero dei disoccupati e delle disoccupate (solo nell’ultimo anno il tasso di disoccupazione giovanile è aumentato di ben tre punti, secondo i dati Istat).
In un paese in cui i giovani e le giovani sono costretti/e a barcamenarsi tra call centers, lavori stagionali, tirocini e stages non retribuiti, continuare a precarizzare in nome della flessibilità e a restringere diritti e garanzie (in una squallida gara al ribasso tra chi qualche diritto ancora ce l’ha e chi invece non ha mai potuto goderne) non serve a risolvere alcuna crisi. Serve invece a tutelare i profitti privati e i guadagni delle imprese e a scaricare il pagamento della crisi dalle banche e dai poteri forti dell’economia e della finanza (che questa crisi l'hanno prodotta) a tutt* coloro che invece nessun ruolo hanno giocato nella sua comparsa, a tutt* coloro che da sempre vanno avanti a stento in questa società, a tutt* coloro che di sacrifici finora ne hanno fatti fin troppi, a tutt* coloro i/le quali sono stati ignari/e spettatori/rici durante la creazione di un debito pubblico tanto esorbitante quanto illegittimo!
Monti, l’unica cosa veramente monotona in questo paese è la ricetta di tagli, massacro sociale, privatizzazioni, restrizione dei diritti e della democrazia che ormai da decenni ci propinate sempre uguale e che non intendiamo più accettare!
Siamo il 99% e siamo in credito! Noi il debito non lo paghiamo!
Ateneinrivolta.org – Coordinamento Nazionale dei Collettivi
L'ex viceministro della Difesa Usa, William J. Lynn, nominato responsabile delle attività di Finmeccanica negli Stati Uniti. Il colosso militar-industriale si affida al Pentagono
Finmeccanica, holding a capo del complesso militare industriale nazionale, ha scelto l’ex viceministro della Difesa degli Stati Uniti d’America, William J. Lynn, come nuovo presidente e amministratore delegato della controllata Drs Technologies, società produttrice di sistemi elettronici avanzati con sede in New Jersey. Secondo il general manager di Finmeccanica, Giuseppe Orsi, la nomina di Lynn è “fondamentale” per rafforzare il ruolo del gruppo nel mercato Usa della difesa e della sicurezza e conseguire “un’organizzazione ed una struttura di management più efficienti e competitive”.
A Lynn saranno attribuiti pure i compiti di supervisione delle attività delle altre società di Finmeccanica operanti in nord America (AgustaWestland, Oto Melara, AleniaAermacchi e Selex). Incerto a questo punto il futuro di Drs Technologies. Un anno fa, il consiglio d’amministrazione di Finmeccanica retto da Pier Francesco Guarguaglini era intenzionato a vendere la società e ridurre il deficit della holding valutato intorno ai 4,6 miliardi di euro. Anche il neoamministratore delegato Orsi ha fatto accenno a un piano di ristrutturazione aziendale con la dismissione di comparti “non strategici” per più di un miliardo di euro. Ma con un manager d’eccellenza come mister Lynn, l’azienda statunitense sarebbe tutt’altro che secondaria per i progetti di rilancio di Finmeccanica ed è dunque improbabile una sua cessione a breve termine.
Si è svolta dentro le mura del Pentagono buona parte della vita e della carriera professionale di William J. Lynn. Viceministro di Obama dal febbraio 2009 all’ottobre 2011, egli ha avuto un ruolo chiave nello sviluppo delle nuove concezioni strategiche del Dipartimento della difesa nel settore nucleare, aerospaziale e della cybersicurity. Molto tempo prima (dal 1982 al 1985) Lynn aveva ricoperto il ruolo di direttore esecutivo per i progetti della difesa dell’ultraconservatore Center for Strategic and International Studies – Csis e di ricercatore sulle “forze strategiche nucleari e il controllo delle armi” della National Defense University. Successivamente Lynn passò a fare da consigliere militare del senatore democratico Edward Kennedy, per essere poi nominato dal presidente Bill Clinton, sottosegretario alla Difesa e responsabile dei programmi di analisi e valutazione militari.
A partire dell’agosto 2002, William Lynn scelse di dedicarsi direttamente al più redditizio business delle armi, assumendo l’incarico di vicepresidente della Raytheon Company, colosso statunitense nella produzione di sistemi missilistici e nucleari. Nove anni più tardi la contestata nomina a viceministro della Difesa: senatori repubblicani e alcune associazioni politiche denunciarono la violazione della “regola etica” promulgata da Obama secondo cui, per i nuovi membri dell’amministrazione, dovevano trascorrere almeno due anni di tempo dalla conclusione delle attività di lobbying all’assunzione di un incarico ministeriale nell’ambito dello stesso settore. Lynn, invece, si era dimesso da Raytheon solo alla vigilia di giurare fedeltà alla Costituzione. Perché Obama chiudesse un occhio fu sufficiente che il neo viceministro alienasse il pacchetto di azioni dell’industria militare di cui era entrato in possesso. Per le dimissioni bisognerà attendere la nomina di Leon Panetta a segretario del Dipartimento della difesa.
William J. Lynn sostituirà alla guida di Drs Technology l’anziano Mark Newman, figlio di Leonard Newman, fondatore nel 1968 della società di elettronica. Nel 2008 fu proprio Mark a vendere Drs agli italiani, ricevendo in cambio la cifra record di 5,2 miliardi di dollari e riuscendo pure a mantenerne la presidenza e l’amministrazione. L’acquisizione dell’azienda comportò per Finmeccanica l’assunzione di 1,2 miliardi di dollari di indebitamento netto con tre grandi istituti di credito italiani (Mediobanca, Intesa Sanpaolo e UniCredit) e con la statunitense Goldman Sachs International. Ogni singola azione venne rastrellata meticolosamente a 81 dollari, quando in Borsa era stata quotata un mese prima a 63. Alla spericolata operazione finanziaria, secondo IlSole24 Ore, partecipò come intermediario Lorenzo Cola detto “Lollo”, recentemente condannato a tre anni e quattro mesi per riciclaggio internazionale nell’ambito dell’inchiesta sull’affaire Telecom Sparkle-Fastweb. A incaricare Cola fu l’allora amministratore delegato di Finmeccanica Pier Francesco Guarguaglini. “Fu Cola a rappresentare Finmeccanica nei confronti di Jeffrey Smith, l’avvocato dello studio legale di Washington Arnold& Porter ed ex direttore generale della Cia che si occupò degli aspetti legali dell’acquisizione per contro del gruppo italiano”, ha scritto il giornalista Claudio Gatti. Il 19 marzo del 2009, Guarguaglini e Cola parteciparono congiuntamente al ricevimento ufficiale organizzato dall’ambasciatore italiano a Washington, Giovanni Castellaneta, oggi presidente di Sace S.p.A. e membro del consiglio d’amministrazione di Finmeccanica. Ospite d’onore del sontuoso party diplomatico, l’allora vicesegretario alla difesa William Lynn.
Con oltre diecimila dipendenti e un fatturato annuo che sfiora i tre miliardi di dollari, Drs Technologies è uno dei maggiori fornitori delle forze armate Usa di apparecchiature e programmi di comando, controllo e comunicazione, computer, sistemi d’intelligence e sorveglianza, centri di elaborazione dati “Aegis” per unità navali, componenti varie per carri armati e cacciabombardieri. A fine 2008, Drs Technologies ha venduto sistemi elettronici e di visione “JV-5” per 531 milioni di dollari, destinati ad oltre quaranta tipi di veicoli ruotati e cingolati dell’US Army e dei Marines. Nell’estate del 2009, l’azienda si è invece aggiudicata contratti per il valore complessivo di 143,9 milioni di dollari per la produzione di “addestratori P5” per i caccia F-15 ed -16 dell’aeronautica e della marina militare statunitense, e di 270 rimorchi “M1000” (Heavy Equipment Transporter) per il trasporto su strada e terreni accidentati dei carri armati M1 “Abrams”.
Due importanti contratti sono stati firmati alla fine dello scorso anno, il primo con Lockheed Martin per la fornitura alla Marina militare USA di sistemi di combattimento e sonar per i sottomarini nucleari delle classi “Los Angeles”, “Seawolf” e “Virginia” (valore 400 milioni di dollari circa); il secondo direttamente con US Army per la fornitura di servizi di supporto per l’Improved Bradley Acquisition Subsystem (IBAS) e di rimessa a punto dei sistemi M1200 “Armored Knight” destinati alle unità di artiglieria campale (47,3 milioni di dollari). Anche il 2012 promette bene per DRS Technologies: il 16 gennaio la società ha ottenuto commesse per 63 milioni di dollari relative all’ammodernamento dei sistemi Improved Altitude Hold and Hover Stabilization (IAHHS) della flotta di elicotteri HH-60G “Pave Hawk” dell’US Air Force e alla fornitura di sistemi GEDMS (Gigabit Ethernet Multiples System) e dei servizi di supporto logistico ai velivoli E-6B “Tacamo” di US Navy.
Non altrettanto fortunata l’altra azienda di punta di Finmeccanica, Alenia North America, che potrebbe perdere la multimilionaria fornitura ad US Air Force di 38 aerei per il trasporto tattico C-27J. Il Dipartimento della difesa ha fatto sapere lo scorso 26 gennaio di essere intenzionato a sospenderne l’acquisto in conseguenza dei tagli previsti al bilancio, nonostante l’azienda italiana abbia già consegnato 13 velivoli e stia completando la costruzione di altre unità. L’holding di Giuseppe Orsi spera ancora di ribaltare la decisione del Pentagono e, qualche giorno fa, ha nominato amministratore delegato di Alenia North America, l’ex ad di Ansaldo STS USA, Alan Calegari. Prima di fare il manager industriale, mister Calegari ha prestato servizio come ufficiale aviatore nel Corpo dei marines.
L'aumento della disoccupazione sta spingendo ai margini della società milioni di cittadini che non avevano mai conosciuto problemi economici, cambiando la nostra idea della povertà.
Articolo tratto da Presseurop.eu
Dimitris Pavlópulos ha una pensione di 550 euro al mese e spende mensilmente 150 euro in medicine. Il taglio alle sovvenzioni per i farmaci lo obbliga a scegliere tra comprare un litro di latte (1,5 euro) o una medicina per curare la sua malattia. Affrontare entrambe le spese è impossibile.
Manuel G. è un disoccupato di lungo corso che ha nostalgia dei mille euro che guadagnava all'inizio della crisi. Ha perso il lavoro di impiegato tre anni fa, e ormai non gli spetta più il sussidio di disoccupazione. Non potendo tornare a casa dai genitori, vive in una stanza in affitto, frequenta la mensa per i poveri e indossa i vestiti regalati da una ong.
Sono le vittime della crisi, persone che appena cinque anni fa appartenevano alla classe media o medio-bassa e che oggi sono i nuovi poveri. Devono scegliere tra un pasto caldo o il riscaldamento, tra la sopravvivenza e il pagamento dell'ipoteca. Hanno cancellato il concetto di povertà legata ai mendicanti. Oggi, sempre di più, la povertà si associa alla normalità. "I volontari di ieri sono gli assistiti di oggi", spiega Jorge Nuño, segretario generale di Caritas Europa.
Secondo le cifre dell'Unione europea, nei 27 stati membri nel 2009 c'erano 115 milioni di persone a rischio di povertà ed esclusione sociale (23,1 per cento della popolazione), "senza contare i 100-150 milioni sul filo del rasoio, a cui bastano due mesi senza stipendio e un'ipoteca da pagare per finire in miseria", spiega Nuño. Nel 2007 a rischiare la povertà erano appena 85 milioni. Nella lista dei nuovi poveri ci sono cittadini greci, spagnoli e irlandesi, "ma anche francesi, tedeschi e austriaci", sottolinea Nuño.
La dinamica dell'impoverimento è ben delineata: all'indebitamento familiare si aggiunge la crisi di stati un tempo prodighi in sussidi, dove improvvisamente scompaiono milioni di posti di lavoro, come nel settore edilizio in Spagna.
Come si misura l'indigenza? Esistono due tipi di povertà: quella moderata o relativa (individui che guadagnano il 60 per cento del reddito medio del paese) e quella severa (40 per cento). "La maggioranza dei poveri si allontana sempre più da questa soglia. Quelli che erano già poveri sono diventati più poveri, e intanto le mense delle associazioni di volontariato accolgono persone che non le avevano mai frequentate. Il tasso di povertà è cresciuto enormemente tra i bambini – in Spagna uno su quattro vive in condizioni di indigenza – e abbastanza tra gli immigrati e i giovani", spiega Paul Mari-Klose, sociologo del Csic.
"Parliamo di vite di stenti, del non essere in grado di arrivare alla fine del mese o di mangiare carne più di una volta a settimana. In Spagna – come in Grecia, Portogallo e Italia – non è aumentata tanto l'estensione della povertà quanto la severità e la concentrazione in determinati gruppi. Durante gli anni dell'espansione economica molti giovani si sono emancipati precocemente, e ora si trovano in situazioni limite. In Islanda c'è stato uno spettacolare incremento della povertà, soprattutto tra i bambini", aggiunge Mari-Klose.
Secondo i dati Eurostat sulla povertà e l'esclusione sociale, l'aumento della povertà coinvolge paesi come Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna, gli stati dell'Europa dell'est recentemente entrati nell'Ue ma anche segmenti sempre più ampi della popolazione dei paesi più solidi e paradisi dello stato sociale improvvisamente crollati, come l'Islanda dopo la crisi del sistema bancario.
Ad ogni modo la media comunitaria presenta una dispersione elevata. Bulgaria (46,2 per cento) e Romania (43,1 per cento) registrano cifre doppie rispetto alla media. All'estremo opposto troviamo Repubblica Ceca (14 per cento), Paesi Bassi (15,1 per cento) e Svezia (15,9 per cento). La Spagna si posiziona a metà classifica, con il 23,4 per cento, e dunque passa inosservata. Tuttavia la somma tra il rischio strutturale (circa il 20 per cento nel 2007) il deficit di protezione sociale e il tasso di disoccupazione record (22,8 per cento) non lascia presagire niente di buono.
I bambini, gli anziani, le donne e gli immigrati sono tradizionalmente i gruppi più a rischio, perché età, sesso ed etnia sono fattori che incidono pesantemente sulla povertà. Tuttavia negli ultimi tempi a queste categorie si è aggiunta una legione di cittadini medi, in un contesto di tagli alla spesa sociale che amplifica gli effetti della crisi.
Si tratta di "persone con un lavoro altamente precario, che hanno difficoltà ad arrivare alla fine del mese e che non possono godere di alcun aiuto da parte dello stato; sono individui tra i 30 e i 45 anni, con e senza famiglie a carico, senza sussidi perché hanno una minima forma di introito, obbligati a tornare a vivere con i genitori per continuare a pagare un'ipoteca", spiega Joan Subirats, della Universidad Autónoma de Barcelona. "Gli altri settori sono più controllati, ma la classe medio-bassa finora non è stata analizzata a fondo".
Dieci giorni di autonomia
L'indigenza di ampie fasce della società europea non è soltanto un problema sociale, ma influisce anche nel contesto politico, perché aumenta il numero di persone che vivono ai margini del sistema. Nonostante la maggioranza degli esperti resista alla tentazione di considerare i "nuovi poveri" come le uniche vittime della crisi, sottolineando il peggioramento delle condizioni di vita di categorie già in precedenza impoverite, è innegabile che dopo quasi 15 anni di vacche grasse e nuovi ricchi la crisi ha colpito una segmento della popolazione che fino al 2007 non aveva problemi a soddisfare le necessità di base.
Nell'incubo dei nuovi poveri ci sono molti fattori diversi. Nei nuovi stati dell'Ue la zavorra principale è il deficit strutturale ereditario. Nella maggior parte dei casi si tratta di stati ex-comunisti riconvertiti in fretta e furia come Lettonia (37,4 per cento di rischio di povertà ed esclusione sociale), Lituania, Ungheria, Bulgaria e Romania. In Grecia il fantasma della fame si è trasformato in una spaventosa realtà. Pavlópulos, il pensionato di 75 anni, riceve le cure di cui ha bisogno grazie alla ong Medici senza frontiere. Da quando il primo piano di aggiustamento (2010) ha cancellato molte sovvenzioni, la sua pensione si esaurisce in 10 giorni, dopodiché dipende dalle ong.
Intanto il 2010, Anno europeo della lotta alla povertà e all'esclusione sociale, è trascorso nell'indifferenza generale. Si è conclusa mestamente anche la Strategia di Lisbona, che puntava ad avere "un effetto decisivo nello sradicamento della povertà". La crisi ha accantonato i buoni propositi, e l'obiettivo principale della Strategia 2020, ridurre a 20 milioni il numero di poveri in europa, rischia di trasformarsi in carta straccia.
Traduzione di Andrea Sparacino
L'occupazione più dinamica del movimento statunitense lancia lo sciopero generale per il Primo maggio. Un sasso nello stagno del sindacato Usa
Occupy Oakland rilancia. Dopo la giornata del 28 gennaio in cui la polizia ha arrestato 400 persone durante le iniziative per occupare un centro conferenze in disuso appartenente a una società immobiliare, l’assemblea generale di Occupy Oakland ha deciso di impegnarsi nella costruzione dello sciopero generale il prossimo Primo maggio.
Negli Stati Uniti il Primo maggio è un giorno lavorativo come gli altri nonostante faccia riferimento alle lotte e ai massacri della polizia avvenuti a Chicago nel 1886 e al valore non solo simbolico che riveste in molti Paesi. Da alcune settimane il movimento Occupy sta discutendo della possibilità di lanciare uno sciopero generale nazionale il Primo di maggio, costituendo anche dei gruppi di lavoro, com’è il caso di Occupy Wall Street a New York e di Occupy Portland. Il riferimento è soprattutto alla grande mobilitazione del Primo maggio del 2006 che aveva visto nelle piazze di molte città americane milioni di migranti, soprattutto latinos, con lo slogan “Sì, se puede! “. E l’immaginario del movimento americano corre verso la possibilità di un “giorno senza il 99%”. Un obiettivo ambizioso che però si colloca in un percorso che ha visto lo sciopero generale di Oakland, dopo 65 anni, del 2 novembre scorso, il blocco di alcuni porti della West Coast del 12 dicembre ed è in campo la mobilitazione nazionale degli studenti del prossimo primo marzo.
L’assemblea generale di Occupy Oakland, che non si è limitata a lanciare la mobilitazione, ha elaborato una mozione finale in cui si intravvedono alcuni elementi che rompono con una pratica ormai obsoleta e cristallizzata di una certa sinistra americana anche radicale. Non c’è alcuna subordinazione alle organizzazioni sindacali esistenti anzi si mette in risalto come la politica di queste organizzazioni sia completamente autoreferenziale e piegata solo al riconoscimento da parte del governo e delle imprese. E come l’attuale tasso di sindacalizzazione del 12% circa – che vuol dire il 20% nel settore pubblico e il 7% nel settore privato – non comprenda la grande maggioranza del lavoratori, dei precari, dei migranti. Non si tratta di fare una battaglia per estendere la sindacalizzazione dei lavoratori che oggi sono esclusi per portarli all’interno di organizzazioni che hanno più a cuore l’andamento in borsa dei prodotti finanziari su cui hanno investito i fondi pensione che i diritti dei lavoratori. Si deve re-immaginare, per citare la mozione di Occupy Oakland, uno sciopero generale in un’epoca in cui la maggior parte dei lavoratori non appartiene ai sindacati. In cui i processi di soggettivazione individuale e collettiva seguono percorsi non più dettati dall’appartenenza a grandi organizzazioni che fanno della rappresentanza uno strumento per imbrigliare una composizione sociale politica di classe all’interno di una vuota retorica su diritti molto astratti e la riproduzione di gerarchie molto concrete. Re-immaginare lo sciopero generale significa individuare durante lo svolgimento dello stesso le possibili soluzioni, anche con azioni dirette, di una condizione sociale colpita dai pesanti tagli di bilancio e dalla continua repressione della polizia al di là del colore del governo centrale. Uno sciopero che si ponga come obiettivo di incidere sia sulla produzione che sulla circolazione del capitale, che tenga insieme dal momento della proclamazione, alla costruzione e allo svolgimento la radicalità dei contenuti con la radicalità delle forme di democrazia. Non è più tempo di scioperi in cui ci sia una scissione tra soggetti che partecipano e organizzazioni non permeabili che li indicono.
Lo stesso slogan di indizione dello sciopero ribalta una tradizione che ha fatto molti danni nel movimento operaio novecentesco: al posto del “dobbiamo lavorare per vivere” a Oakland si risponde “If we can’t live, we won’t work”, se non possiamo vivere non lavoriamo
Dopo “Marx a Detroit”, titolo di un famoso saggio di Tronti degli anni ’60 del secolo scorso, è arrivato il tempo in cui Marx si aggira tra le parti di Oakland? Le esperienze dei movimenti e una specifica composizione di classe non sono meccanicamente riproducibili in altri contesti tuttavia aprono spazi interessanti di riflessione e sollecitano punti di vista non scontati.
Nel dibattito nazionale sulla riforma del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali un "appello" sul tema del reddito garantito
Invitiamo, tutti coloro che ritengano che in questa fase sia utile ed importante sostenere il tema del reddito garantito ad inviare il proprio contributo o articolo inviando una mail ad info@bin-italia.org con nome cognome (o nome collettivo se scritto a più mani
«Entro il mese di marzo»: questa la scadenza fornita da Mario Monti per riformare il mercato del lavoro e gli ammortizzatori sociali. Nei primi giorni di gennaio 2012 sono partite le consultazioni del ministro del Welfare Elsa Fornero, che poche settimane prima si era dimostrata favorevole all'introduzione di un reddito minimo garantito anche nel nostro Paese. Visto il modo di operare fin qui svolto dall'attuale governo nel comunicare le iniziative politiche e viste le poche informazioni in circolazione al momento, non abbiamo ancora compreso cosa significhi in concreto riformare gli ammortizzatori sociali e quali siano le opzioni realmente in gioco.
Nel frattempo i dati diffusi da enti statistici e centri di previsione economica certificano l'aumento della disoccupazione, una precarizzazione sempre più selvaggia, l'abbassamento dei salari e il conseguente, generale, scivolamento verso il basso dei diritti dei lavoratori e dei cittadini, giovani e vecchi, precari o garantiti che siano. In tutto questo, le politiche di austerity creano pressioni inedite su quelle forme di "welfare familistico" a cui per anni e fino ad ora, è stato delegato di risolvere le storture del welfare pubblico italiano e fornire una sorta di compensazione per l'assenza di una qualsivoglia misura universalistica di sostegno al reddito.
Per questo oggi il tema del reddito garantito diviene centrale, ineludibile, urgente. L'urgenza è data non solo dal peggioramento spaventoso della condizioni sociali, ma anche dall'emergere di una nuova aspettativa da una parte sempre più viva e larga di popolazione, che vede nel reddito garantito una concreta opportunità di garanzia e tutele. È testimonianza di ciò la straordinario risultato della legge regionale del Lazio in tema di reddito garantito, che ha portato nel 2009 all'emersione di oltre 120.000 domande di sostegno, totalmente inattese e largamente superiori alle previsioni, da parte di coloro che non arrivano a 8000 euro l'anno.
In questo periodo che ci porterà alla riforma del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali, la parola d'ordine del reddito garantito può e deve diventare al più presto occasione di confronto per tutti i soggetti sociali che subiscono la crisi in maniera oppressiva. Far emergere la necessità del diritto al reddito significa ridare corpo e voce a quella "folla solitaria" in cerca di opportunità di lavoro e di sopravvivenza. Una folla solitaria fatta di milioni di pensionati o anziani, cassaintegrati senza più cassa, precari di prima generazione (quelli tra i 35/50 anni), di seconda generazione (tra i 20/35 anni), componenti della generazione Neet (tra i 16/25 anni), donne, famiglie con un solo stipendio, immigrati, figure operaie ormai in dismissione, lavoratori over 50 non più spendibili sul mercato, working poors diffusi anche tra il lavoro autonomo e la lista potrebbe allungarsi.
Sul tema del reddito si possono unire tutte le singolarità che subiscono, spesso in silenzio, nuove forme di povertà, per ricostruire una solidarietà intra-generazionale, tra chi ha perso un lavoro e non riesce a ricollocarsi, e chi, un po' più giovane, è costretto a svolgere un lavoretto precario cui non riesce a dire di no, pur di racimolare qualche soldo a fine mese. Sul tema del reddito si possono unire coloro che pensano sia necessario coltivare forme di autonomia, di autodeterminazione, di libertà di scelta, anche della vita professionale, senza per questo dover continuamente sottostare ai ricatti del lavoro purché sia. Sul tema del reddito si possono unire studenti, giovani, ai quali non piace il futuro che si offre loro perché subiscono un presente senza diritti. Sul tema del reddito possono e debbono prendere parola tutti i cittadini di questo Paese convinti che al centro delle politiche di contrasto alla crisi debba esserci una misura di distribuzione delle ricchezze.
Auspichiamo insomma una presa di parola capace di unire, di definire un obiettivo comune, indipendente dalla miriade di storie private ed individuali, che in verità ormai raccontano una storia unica fatta di povertà, ricatti e privazioni. Una presa di parola sul reddito garantito per tornare a guardare con fiducia al "futuro" a partire dal presente, per immaginare un orizzonte oltre la crisi, con maggiore giustizia sociale, in cui sia possibile una distribuzione delle ricchezze, in cui non sia più accettabile che alcuni percepiscano compensi superiori di oltre 500 volte quelli di un lavoratore medio. Occorre una presa di parola per dare visibilità al rischio di "default sociale" che stiamo vivendo e far si che intorno al tema del reddito garantito prendano parola i senza diritti insieme a chi i diritti rischia di perderli quotidianamente.
Insomma, in questa fase così strategica ci sembra necessaria una presa di parola larga, in grado di unire la frammentazione sociale, per lanciare una proposta politica concreta nel pieno del dibattito sulla riforma degli ammortizzatori sociali, affinché il tema del reddito garantito venga preso in considerazione in maniera seria, forte, concreta, urgente come nuovo diritto fondamentale per la realizzazione di vite degne.
Auspichiamo che a questa richiesta di presa di parola sul tema del reddito ne seguano altre di singoli cittadini e soggetti collettivi, personalità scientifiche e culturali, esponenti della politica locale e nazionale; di tutti coloro che insomma ritengano non sia più possibile rimandare un tema così importante per la coesione sociale, la libertà e dignità delle persone. Con la convinzione che questa presa di parola individuale e collettiva possa trasformare l'attuale frammentazione, solitudine e disagio sociale, in una massa critica verso l'obiettivo comune del reddito garantito.
Basic Income Network - Italia
(http://www.bin-italia.org)
"Debitocrazia": un'accurata analisi su come contestare le politiche di austerity a partire dalle esperienze di contrattazione del debito dei paesi nel Sud del mondo
L'attuale crisi europea, fra i tanti effetti negativi sulla vita di milioni di persone, ha avuto però il merito di sviluppare una nuova letteratura eterodossa e alternativa, in grado di fornire utili strumenti per una analisi e una politica economica non liberista. Un buon esempio in tal senso è costituito al libro collettivo Debitocrazia. Come e perché non pagare il debito pubblico (Edizioni Alegre, pp. 172, euro 15, a cura di D.Millet e E. Toussant, con post-fazione di Salvatore Cannavò). I due autori appartengono al Comitato per l'annullamento del debito al Terzo Mondo (Cadtm), fondato nel 1990 e non sono economisti stretti: il primo è professore di matematica, il secondo è dottore di ricerca in Scienze Politiche. Il non essere economisti di professione, consente loro di affrontare il tema della crisi del debito in modo meno astruso e servile, con una lente più interdisciplinare e non per questo meno rigoroso.
Un audit internazionale
Il testo è una raccolta di brevi saggi molto chiari e comprensibili anche per un pubblico non addetto, per lo più scritti da Eric Toussant, che ripercorrono le tappe della crisi del debito dagli anni Novanta ad oggi, mettendo in luce come questo sia passato dall'essere una prerogativa dei paesi del cosiddetto Terzo Mondo (secondo l'accezione dell'epoca) a una costante dei paesi occidentali (del Nord, secondo un'accezione un po' retrò), dopo il 2007. In questo paradigmatico passaggio di testimone, si sottolineano i cambiamenti giuridico-costituzionali che hanno caratterizzato l'evoluzione in senso democratico di molti paesi dell'America Latina. In particolare risulta interessante il caso dell'Equador: nella costituzione di questo Stato (art. 291-292), adottata a suffragio universale nel settembre 2008, vengono definite le condizioni alle quali le autorità del paese possono contrarre dei prestiti, si consente la non restituzione dei debiti illegittimi (per esempio, quelli costituiti dalla capitalizzazione di interessi in ritardo - anatocismo -, pratica corrente dei creditori membri del Club di Parigi).
Si cominciano così ad introdurre dispositivi giuridici nel diritto internazionale, che vale la pena analizzare, anche perché non sono altro che la riproposizioni di diritti già esistenti, almeno formalmente. Ad esempio, il principio pacta sunt serranda, consacrato nell'art. 26 della Convenzione di Vienna del 1969, non è assoluto e non vale se non per «i debiti contratti nell'interesse della collettività». Questo è il punto chiave. Secondo il diritto internazionale, la valutazione dell'interesse generale e la determinazione del carattere lecito o illecito del debito derivano dalla competenza delle autorità pubbliche. La messa in atto di un audit dei debiti da queste autorità per identificare questi debiti illegittimi non solo è legale ma dovrebbe far parte delle prerogative di un «buon governo democratico». Ne consegue che la richiesta di una ristrutturazione, ripudio o annullamento del debito non avviene al di fuori delle regole imposte dal diritto internazionale, almeno in tre casi, tutti ampliamente riconosciuti non solo dalla Convenzione di Vienna, ma anche da quella dell'Aja del 1930 e dalla Commissione del Diritto dell'Onu: causa di forza maggiore («un avvenimento imprevisto ed esterno da colui che lo invoca, ..., che lo mette nell'incapacità assoluta di rispettare gli obblighi internazionali», Onu, 1978); stato di necessità (che interviene quando il pagamento del debito comporta conseguenze sugli standard di vita dei cittadini considerate eccessive); cambiamento fondamentale delle circostanze (ad esempio la decisione della Federal Reserve di aumentare i tassi d'interesse nel 1979).
Il default del neoliberismo
Tra i debiti illegittimi e i prestiti «odiosi», inoltre, è possibile ravvisare una lunga casistica: si passa dai debiti prodotti da una colonizzazione, a quelli creati dall'acquisto di armi (come per gli F35 comprati dall'Italia), al debito pubblico creato per ripagare i debiti privati (come nel caso dell'intervento statale per far fronte alle falle di bilancio delle istituzioni creditizie dopo la crisi dei subprime del 2007), ai prestiti concessi ad una dittatura, a quelli condizionati dall'aggiustamento strutturale o dettati dalla costruzioni di progetti non redditizi che arrecano danno alle popolazioni e/o all'ambiente.
Partendo da queste considerazioni, nel testo sono raccontati alcuni case-study di debito illegittimo, che, sulla base di un audit pubblico, potrebbero configurare l'opzione della ricontrattazione e il parziale annullamento del debito, verso la pratica di un default controllato. L'attenzione è particolarmente rivolta, oltre al caso dell'Argentina del 2000, alle più recenti situazioni che hanno caratterizzato per un verso Islanda e Irlanda, e per un altro la Grecia. Nel caso delle due isole nordiche, si tratta di due eclatanti esempi del fallimento delle politiche neoliberiste, mentre la Grecia rappresenta un caso da manuale di debito illegittimo e di come le politiche di austerity e rigore siano destinate al fiasco più totale: un monito alle recenti e simili decisioni prese anche da altri governi europei (come Italia, Spagna e Portogallo, e ora, Ungheria) sotto i diktat della speculazione finanziaria.
Il libro si chiude con un ultimo capitolo che riporta una lunga citazione (poco nota) di Marx, tratta da Il Capitale, in cui tra l'altro si afferma: «Il debito pubblico, ..., imprime il suo marchio all'era capitalista». Tale citazione avrebbe potuto essere accompagnata da un'altra citazione di Marx tratta da Indirizzo alla Lega comunista (Londra, marzo 1850): «se i democratici chiedono la regolamentazione del debito dello Stato, i lavoratori devono esigere la bancarotta nazionale».
Nella postfazione di Cannavo, compare infine un utile approfondimento sulla situazione italiana. Un libro sicuramente da leggere.
L'uscita dalla crisi tramite la terapia choc è soltanto disastrosa. E nasconde una realtà in cui la Bce finanzia le banche all'1 per cento consentendo loro di acquistare titoli fino al 6 per cento. La soluzione alternativa: banche pubbliche e audit del debito
Quello che servirebbe per sbloccare la situazione oggi lo si comprende meglio: monetizzare i deficit pubblici. Vuol dire, in pratica, che la Bce, o le banche centrali di ogni paese, devono poter acquisire i titoli del debito emessi dagli Stati per finanziare i deficit di bilancio. E' in effetti il solo modo che hanno a disposizione gli Stati per fare a meno di mercati finanziari che domandano loro tassi di interesse stravaganti.
L'obiezione è nota: non è possibile perché i trattati in vigore lo impediscono. Meglio, piuttosto, "rassicurare" i mercati mostrando loro la volontà di applicare un'austerità forsennata. Ma si tratta di un'impasse, come dimostra l'esempio greco. Da almeno due anni, i governi che si sono succeduti hanno messo in atto politiche di austerità distruttrici e inefficaci. All'inizio della crisi, il debito greco rappresentava il 120 per cento del Pil. Oggi è arrivato al 160 per cento. Se davvero l'obiettivo era quello di ridurre questo rapporto, è chiaro che non poteva essere raggiunto tramite misure che hanno ridotto le entrate fiscali più velocemente di quanto non siano state tagliate le spese.
La Bce rifiuta di finanziare gli Stati ma, nello scorso dicembre, ha fornito alle banche 489 miliardi di euro sotto forma di prestiti a tre anni a un tasso di interesse dell'1 per cento cioè un tasso negativo tenuto conto dell'inflazione.
Con questa liquidità, le banche potrebbero facilmente finanziare i deficit pubblici ma a tassi molto più elevati, dal 3 al 6 per cento per la maggior parte dei paesi. Questo meccanismo funziona peraltro dall'inizio della crisi e illustra l'assurdità della situazione . E' chiaro che qualsiasi debito acquistato a queste condizioni è illegittimo poiché la Bce potrebbe prestare direttamente agli Stati, come fa la Banca centrale negli Usa o in Gran Bretagna. La discussione tecnica sul modo di giungere a questo risultato rispettando in ogni caso i Trattati è in fondo secondaria e la vera domanda è un'altra: perché una tale ostinazione a perseguire una politica chiaramente catastrofica?
La risposta è complessa: c'è la sottomissione dei governi alla finanza e il rifiuto della pur minima rottura. Ma c'è anche una volontà politica sempre più manifesta di approfittare della crisi per gestire una terapia di choc e realizzare le "riforme" che le resistenze sociali hanno finora impedito di portare a compimento.
Si fa fatica a vedere come, ad esempio, una più grande flessibilità del mercato del lavoro in Spagna o la riduzione del salario minimo che la "troika" chiede alla Grecia, possano contribuire a riassorbire i deficit di bilancio. La finanza impone la difesa dei suoi interessi ai governi quando non piazza direttamente i propri incaricati di affari. Le multinazionali fanno così un calcolo pericoloso: quello che perderanno con la recessione in Europa lo recupereranno sugli altri mercati grazie a un supplemento di competitività.
Rispetto a questa fuga in avanti, l'idea che l'uscita dall'euro possa permettere di recuperare la sovranità perduta è un'illusione. Tornare all'antica moneta, "il franco o la dracma", non permetterebbe in nessun modo di allentare la morsa dei mercati finanziari. Al contrario, il debito dei non residenti sarebbe aumentato in proporzione alla svalutazione, e il "nuovo" denaro sarebbe esposto senza protezione alla speculazione. Ancora una volta, l'unica misura immediata, che deve essere presa unilateralmente proponendo la sua estensione, è quella di finanziare il deficit solo tramite le emissioni sui mercati finanziari. Non risolve tutto. Due misure più radicali sono necessarie: innanzitutto la socializzazione delle banche, perché è l'unico modo per cancellare una volta per tutte l'accumulo di debiti mescolati tra loro e che i cittadini non hanno ragione di avallare. Un audit pubblico deve poi identificare il debito illegittimo e definire le modalità del suo annullamento, insieme a una riforma che colpisca i "regali" fiscali accumulati da molti e molti anni.
La prospettiva generale è dunque quella di una rifondazione della costruzione europea. Il che presuppone di rinunciare alla "preferenza per la finanza" per dare all'Europa i mezzi della sua coesione attraverso l'ampliamento del bilancio europeo, l'armonizzazione (verso l'alto) della fiscalità sul capitale e la messa in atto di investimenti socialmente utili ed ecologicamente sostenibili.
Il governo costretto alla marcia indietro anche dall'impegno di Raed Arafat (nella foto), il medico palestinese che ha fondato il Servizio pubblico di Pronto soccorso rumeno
Articolo tratto da www.presseurop.eu
Se Raed Arafat è sempre stato popolare fra i romeni è perché essi si sentono vicini a questo palestinese originario della Siria, che ha fondato il Servizio mobile di soccorso, rianimazione ed estrazione di persone incidentate (Smurd).
Nato a Damasco nel 1964, Raed ha scoperto a 14 anni una passione per il pronto soccorso. Al liceo ha creato la prima équipe con alcuni compagni di scuola. La medicina, all'inizio una semplice passione, sarebbe ben presto diventata una professione. Suo padre voleva che facesse il Politecnico, ma Raed aveva deciso di "diventare medico o spazzino".
A 16 anni è arrivato in Romania, perché "era il paese che ha risposto più rapidamente alla mia domanda di ammissione all'università [il governo comunista di Nicolae Ceauşescu aveva organizzato un sistema che permetteva ai cittadini dei paesi arabi di studiare in Romania]. "Più tardi ho scoperto che ero stato ammesso anche in Grecia e negli Stati Uniti, ma i miei genitori non mi hanno parlato della proposta americana per paura che non tornassi più". Nel 1989, dopo aver ottenuto la sua laurea, Raed ha avuto la possibilità di andare in Francia. Ma a causa della rivoluzione scoppiata in Romania, il rilascio dei visti si è bloccato e Raed è rimasto a Bucarest.
Venti anni dopo aver fondato lo Smurd, nel 1991, Raed ritiene che in Romania il sistema di pronto soccorso sia cambiato. "Oggi i pompieri svolgono un ruolo fondamentale negli interventi urgenti. È lo stesso sistema adottato nella maggior parte dei paesi dell'Ue. I pompieri e la loro mentalità militare hanno avuto un ruolo importante nell'evoluzione del sistema romeno". La sua prima équipe di pronto soccorso utilizzava la sua auto privata. Qualche tempo dopo un'ex collega di facoltà, che esercitava in Germania, ha aiutato Raed raccogliendo fondi per comprare una vecchia ambulanza. In seguito sono arrivati i doni della Croce rossa norvegese.
Raed continua a fare i suoi turni di guardia sull'elicottero. Spesso ha sentito alle sue spalle commenti del genere: "Ecco l'arabo che è venuto a insegnarci la medicina!", ma come dice lui stesso: "Questo arabo ha imparato la medicina in Romania ed è un puro prodotto romeno!"
Il 12 gennaio Raed, che era stato nominato sottosegretario alla sanità nel 2007, si è trasformato in un "nemico della riforma sanitaria", come lo ha definito il presidente della repubblica Traian Băsescu intervenendo in una trasmissione televisiva. Raed aveva criticato la riforma del suo servizio e la privatizzazione degli ospedali pubblici. Immediatamente dopo la telefonata di Băsescu, Raed si è dimesso dalla sua carica [anche se poi è tornato sulla sua decisione ed è rientrato al ministero].
Un affare miliardario
La privatizzazione della sanità vale circa 4,5 miliardi di euro, più un miliardo e mezzo proveniente dalle assicurazioni private e dalla vendita del patrimonio pubblico. La maggior parte dei romeni teme che si arrivi a una situazione in cui le cure mediche non saranno più un obbligo per lo stato, abbandonando al loro destino le persone più povere e senza assicurazione. Altri ritengono che la privatizzazione degli ospedali e l'introduzione delle assicurazioni private darà vita a un grande mercato di cui approfitteranno gli imprenditori e i politici.
Băsescu ha finito per chiedere al governo di Emil Boc di ritirare il suo progetto di riforma sanitaria, affermando che "all'interno del sistema nessuno vuole un cambiamento. E anche all'esterno sono troppo pochi a volerlo: gli ospedali non vogliono cambiamenti, i medici di famiglia non vogliono cambiamenti, il sistema di pronto soccorso non vuole cambiamenti".
Forse Raed non è quel cavaliere senza macchia e senza paura descritto dalla stampa, ma gode della fiducia dei romeni. Al contrario di Băsescu, che preferisce affidare la sua salute a medici austriaci. Ma il vero colpo all'immagine di Băsescu viene proprio da persone che dovrebbero essergli vicine, come il suo sottosegretario.
Come sottolinea Alina Mungiu-Pippidi, presidente della Società accademica di Romania, "la riforma della sanità è stata concepita in modo antidemocratico e poco professionale. Lo stato dovrebbe promuovere le persone capaci come Raed Arafat invece di allontanarle".
Traduzione di Andrea De Ritis
Recensione del quarto numero dei "Quaderni viola"
Che la crisi in corso sia un mostro mai visto prima, ormai lo capiamo in tanti. Che nel suo svolgersi travolga in misura differenziata soggetti e figure sociali, anche. Ma l'attenzione con cui le donne colgono lati nascosti di questa crisi diventa un aiuto in più per chi - volente o nolente - ci sta dentro e ha necessità di trovare vie d'uscita. Collettive, naturalmente. L'agile libretto dei Quaderni Viola "Sebben che siamo donne. Femminismo e lotta sindacale nella crisi" (Edizioni Alegre, appena 5 euro) parte col piede giusto. Il contributo di Lidia Cirillo e Giovanna Vertova, infatti, individua nella crisi la più classica delle "occasioni" con cui il capitalismo si trova ciclicamente a dover reagire al sempre possibile "crollo". E fin qui lo ha fatto distruggendo alla grande il "capitale in eccesso" derivante dalla sovrapproduzione: capitale finanziario, industriale, mercantile, umano. La guerra, dunque, come ripristino delle condizioni di penuria, riscrittura delle gerarchie globali e occasione di rimessa in moto dell'accumulazione. Fin qui siamo nel noto. Il passo avanti teorico, anche se ancora appena accennato, sta nel vedere all'opera in questa crisi meccanismi che la rendono «endemica e di lunga durata»; in cui la distruzione di capitale agisce fin da subito per vie nuove. E l'impoverimento generale delle popolazioni, la demolizione programmata del "modello sociale europeo", ne fanno parte a pieno titolo. Al pari e forse più delle guerre vere e proprie condotte però contro paesi «a bassa intensità di capitale», che quindi - pur distrutti - non possono ri-attivare un'accumulazione globale in contrazione. Il grosso del contributo, come si diceva, è però il ruolo delle donne nella lotta sindacale. Non siamo più al tempo delle mondine, che commuovevano perché in fondo poche e "diverse" dalla condizione femminile canonizzata. Oggi le donne, ancorché sottopagate rispetto agli uomini e con un tasso di occupazione inferiore, costituiscono un quota molto rilevante del lavoro salariato: quasi il 40%, in Italia. Ed anche qui l'impostazione di questo gruppo di ricercatrici e protagoniste dell'azione sindacale muove un passo originale rispetto ad altre posizioni storiche nel movimento femminista. Non c'è infatti una ricerca finalizzata alla costruzione di una «piattaforma delle donne», ma a una comune «per il lavoro femminile e maschile, in cui sia presente la dimensione di genere». Lavori in corso, naturalmente, intorno a grandi gruppi problematici al momento racchiusi sotto i titoli «Diritti uguali o differenti», «salario sociale o reddito di esistenza?», «il lavoro di riproduzione e di cura». Lavori in corso perché le differenze teoriche sono in via di limatura, ma - ad esempio sul "salario sociale" - le pratiche rivendicative non hanno ancora prodotto risultati consistenti e bisogna pur sempre contemperare la definizione degli obiettivi con l'inesistenza - nella storia italiana - persino di un reddito di disoccupazione quantitativamente accettabile per durata e dimensioni. Stimolante.
La proposta della commissione rilanciata in Italia da Loretta Napoleoni, Fausto Bertinotti, Guido Viale, Massimo Carlotto, Giorgio Cremaschi, Gianni Vattimo e molti altri.
L'appello promosso da rivoltaildebito comincia a raccogliere le prime, significative, adesioni. Val su RiD per firmarlo.
Un Audit pubblico dei cittadini sul debito pubblico. Questa è la proposta che ha raccolto decine di migliaia di adesioni in Francia (tra i promotori Susan George, François Chesnais, Etienne Balibar, http://www.audit-citoyen.org) e che, rilanciata in Italia dalla campagna Rivolta il Debito (www.rivoltaildebito.org) ha ottenuto adesioni importanti tra cui: Marco Bersani, Fausto Bertinotti, Piero Bevilacqua, Maria Grazia Campari, Salvatore Cannavò, Massimo Carlotto, Giulietto Chiesa, Giorgio Cremaschi, Andrea Fumagalli, Francesco Gesualdi, Christian Marazzi, Loretta Napoleoni, Giovanni Russo Spena, Gianni Vattimo, Guido Viale
La proposta è finalizzata a creare una commissione in grado di visionare il debito, come è stato contratto, a favore di chi e di quali interessi.
"Noi vogliamo fare nostra questa proposta - si legge nell'appello italiano - per rivedere in profondità l'entità del debito pubblico italiano accumulato nel tempo per favorire rendite, profitti, interessi di casta e di una ristretta elite e non certo per favorire le spese sociali, l'istruzione, la cultura, il lavoro. Una proposta che serve per impostare un'altra politica economica, del tutto alternativa a quella avanzata in questi anni dai vari governi che si sono succeduti e improntata alla redistribuzione della ricchezza, alla valorizzazione dei beni comuni, del lavoro, del welfare, dell'ambiente contro gli interessi del profitto e della speculazione finanziaria.
Una politica economica per il 99% contro l'1% del pianeta.*
L'appello per "Un Audit dei cittadini sul debito pubblico" ha già oltrepassato le 40 mila adesioni in Francia. In Italia ha raggiunto le mille circa ma è solo all'inizio.
L'appello francese
APPELLO PER UN AUDIT DEI CITTADINI SUL DEBITO PUBBLICO *
Scuole, ospedali, alloggi d’urgenza…Pensioni, disoccupazione, cultura, ambiente…viviamo quotidianamente l’austerità finanziaria e il peggio deve venire. “Noi viviamo al di sopra dei nostri mezzi”, questo è il ritornello che ci viene ripetuto dai grandi media. Ora “occorre rimborsare il debito” ci si ripete mattina e sera. “Non abbiamo scelte, occorre rassicurare i mercati finanziari, salvare la buona reputazione, la tripla A”. Non accettiamo questi discorsi colpevolizzanti. Non vogliamo assistere da spettatori alla rimessa in discussione di tutto ciò che ha reso ancora vivibile le nostre società, anche in Europa. Abbiamo speso troppo per la scuola e la sanità oppure i benefici fiscali e sociali dopo venti anni hanno prosciugato i bilanci? Questo debito è stato contratto nell’interesse generale oppure può essere considerato in parte come illegittimo? Chi possiede questi titoli e approfitta dell’austerità? Perché gli Stati devono essere obbligati a indebitarsi presso i mercati finanziari e le banche mentre queste possono farsi concedere prestiti direttamente e a un costo più basso dalla Banca centrale europea? Non accettiamo che queste questioni siano eluse o affrontate alle nostre spalle da esperti ufficiali sotto l’influenza delle lobbies economiche e finanziarie. Vogliamo dire la nostra nel quadro di un ampio dibattito democratico che deciderà del nostro avvenire comune. In fine dei conti, siamo dei giocattoli nelle mani degli azionisti, degli speculatori e dei creditori oppure cittadini, capaci di deliberare insieme sul nostro avvenire? Noi ci mobiliteremo nelle nostre città, nei quartieri, nei villaggi, nei nostri luoghi di lavoro, lanciando l’idea di un grande audit del debito pubblici. Vogliamo creare sul piano nazionale e locale dei collettivi per un audit dei cittadini con i nostri sindacati e associazioni, con esperti indipendenti, con i nostri colleghi, i vicini, i concittadini. Prenderemo in mano i nostri destini perché la democrazia riviva.
Marie-Laurence Bertrand (CGT); Jean-Claude Chailley (Résistance sociale); Annick Coupé (Union syndicale Solidaires); Thomas Coutrot (Attac); Pascal Franchet (CADTM); Laurent Gathier (Union SNUI-Sud Trésor Solidaires); Bernadette Groison (FSU); Pierre Khalfa (Fondation Copernic); Jean-François Largillière (Sud BPCE); Philippe Légé (Économistes atterrés); Alain Marcu (Agir contre le Chômage!); Gus Massiah (Aitec); Franck Pupunat (Utopia); Michel Rousseau (Marches européenne); Maya Surduts (Collectif national pour les droits des femmes); Pierre Tartakowsky (Ligue des droits de l'homme); Patricia Tejas (Fédération des Finances CGT); Bernard Teper (Réseau Education Populaire); Patrick Viveret (Collectif Richesse) ; Philippe Askénazy, économiste; Geneviève Azam, économiste; Étienne Balibar, philosophe; Frédéric Boccara, économiste; Alain Caillé, sociologue; François Chesnais, économiste; Benjamin Coriat, économiste; Cédric Durand, économiste; David Flacher, économiste; Susan George, écrivain; Jean-Marie Harribey, économiste; Michel Husson, économiste; Stéphane Hessel, écrivain; Esther Jeffers, économiste; Jean-Louis Laville, sociologue; Frédéric Lordon, économiste; Marc Mangenot, économiste; Dominique Méda, sociologue; Ariane Mnouchkine, artiste; André Orléan, économiste; Dominique Plihon, économiste; Christophe Ramaux, économiste; Denis Sieffert, journaliste; Henri Sterdyniak, économiste.