Topic “craxi”

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Nota quotidiana

Ringraziamo il Presidente della Repubblica per la coerenza e la continuità dei suoi discorsi con i quali ci ricorda la sua storia, la sua collocazione, le idee del suo passato e quelle del presente confermando che non è il Presidente di tutti

di Salvatore Cannavò

Ringraziamo il Presidente della Repubblica per la coerenza, la serietà e la continuità dei suoi discorsi con i quali ci ricorda la sua storia, la sua collocazione, le idee del suo passato e quelle del presente e dell'avvenire dell'Italia. Lo ringraziamo per come svolge diligentemente la sua opera di normalizzazione della vita pubblica, per come mette a disposizione il suo alto ruolo istituzionale - rappresentante dell'intero paese, garante della Costituzione - al servizio di un disegno di stabilizzazione moderata, per certi versi autoritaria, che in fondo al cuore persegue il Popolo delle Libertà con sponde e richiami amichevoli da parte del centrosinistra.
Lo ringraziamo ancora per aver voluto ricordare che non è il Presidente di tutti - opera difficile, certo, ma alla quale serve l'assoluto rispetto del dettato costituzionale. Celebrare Craxi, infatti, è un servizio grato alla famiglia dell'ex leader socialista, ai suoi compagni di ieri e di oggi, a quelli che ora lo osannano e un tempo lo diffamavano (leggi l'intervista a Cicchitto da parte di Minzolini del 1993 http://archivio.lastampa.it/LaStampaArchivio/main/History/tmpl_viewObj.j...). E' un servizio a Berlusconi che di Craxi è l'erede naturale. Ma non è certamente il modo di rappresentare le tante ragioni di chi si reputa offeso dal tentativo di inserire Bettino Craxi nel novero degli statisti italiani. Da parte nostra non nutriamo nessuna passione per il dibattito sulle malefatte dell'ex segretario socialista, abbiamo già scritto su questo giornale che il peggior Craxi fu quello politico non già quello che intascava soldi per il suo partito o per sé. Ci sembra addirittura legittimo che la famiglia tenti di recuperarne il valore politico e di restituire integrità alla sua figura, che altro dovrebbero fare una moglie e dei figli?
Il Presidente della Repubblica, però, non aveva alcun obbligo a intervenire in questa vicenda, lo sa bene lui e lo sanno bene gli osservatori. Se lo ha fatto, certamente è per una "vendetta" postuma nei confronti dei propri ex compagni di partito, per dare una stoccata - lo rileva con precisione oggi Marcello Sorgi, sulla Stampa - a coloro che non seppero innovare quando il vero innovatore del Pci era lui, Giorgio Napolitano, leader dei riformisti o dei miglioristi che guardavano con decisione all'approdo socialdemocratico per sbloccare la lenta e infinita crisi del Partito comunista italiano. Ma il segnale fa il paio anche con il tentativo di offrire continue ciambelle di salvataggio a Berlusconi e al suo schieramento. La riabilitazione di Craxi serve a dare un ulteriore altolà alla magistratura che si vede eretta sul podio del carnefice per la «durezza senza eguali» esercitata contro il segretario socialista. E serve a Napolitano a perseguire il disegno di normalizzare la vita politica italiana rispettandone i rapporti di forza, il predominio della destra e lo sbandamento della sinistra. Sembrerebbe una soluzione saggia, ponderata, ma il Capo dello Stato non può lasciarsi andare a simili valutazioni "politiche" perché il suo dovere è il rispetto della Costituzione. Se davvero ci sono state violazioni allo Stato di diritto da parte della magistratura italiana, allora colui che è anche il Presidente del Consiglio superiore della magistratura convochi una riunione ad hoc, faccia piena luce sul passato e non si limiti a lanciare accuse tramite una lettera rivolta alla famiglia del defunto Craxi.
Ma non ci interessa nemmeno fare qui il richiamo alle regole astratte della politica. Tutti i presidenti della Repubblica hanno seguito un corso politico ed è normale che lo facciano. Tanto più se, nel caso di Napolitano, l'assenza ormai plateale di un'autorevole opposizione e anche la confusione che regna nella maggioranza - dove prosegue la lunga rincorsa per il dopo-Berlusconi, che vede l'asse Pdl-Lega da un lato (Tremonti?) contrapporsi a quello Pdl-Fini-Udc (Fini stesso?) - offrono un ruolo di primo piano all'inquilino del Quirinale come dimostrano tutti i sondaggi di opinione. Napolitano colma il vuoto della politica in crisi, si erge a perno dell'equilibrio politico ma con le sue dichiarazioni, i suoi rimbrotti, i suoi messaggi cerca di favorire quella larga intesa che oggi significherebbe il puntello definitivo a un governo che pure non ha difficoltà di tenuta e la normalizzazione finale del ruolo del centrosinistra. Di Pietro se ne accorge e si dimena, Bersani sembra fare finta di non accorgersene.
Fino a ieri, questo ruolo era rafforzato dalla figura super-partes che Napolitano è stato capace di ritagliarsi con esperienza e sagacia. La difesa unilaterale di Craxi contribuisce a renderlo un po' più interno alla "casta" e al mondo politico dove "sono tutti uguali" e a riconnetterlo alla propria storia politica.
Un po' più fazioso e meno istituzionale.
Per questo lo ringraziamo. Per aver dimostrato che non è davvero il presidente di tutti gli italiani e che, ad esempio, quando interviene con presunzione sul primato delle missioni militari all'estero, è bene e giusto dissentire con lui. Grazie anche per aver confermato, a noi che scriviamo che, quando fu il momento della sua elezione, preferendogli Gino Strada avevamo visto giusto.

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Accade a sinistra

La storia del Psi e quella del Prc sono incomparabili, eppure si tratta di due partiti che in soli quindici anni sono passati dall'altare alla polvere. Come la politica della tattica e della mossa del cavallo ha dissolto un intero gruppo dirigente. Dal libro "La Rifondazione mancata"

di Salvatore Cannavò

(...) Si è corso molto con Rifondazione, di emergenza in emergenza, di elezione in elezione, di svolta in svolta, senza fermarsi mai a guardare chi fosssimo davvero, da dove venissimo, cosa eravamo stati e cosa avremmo voluto diventare. Una politica da bere, un po' come quella Milano degli anni 80 di craxiana memoria. Del resto, sia pure nell'incomparabilità di storie, percorsi e moventi all'agire, il crollo improvviso di Rifondazione e della sinistra radicale assomiglia in modo impressionante al dissolvimento di quell'esperienza. Nessun altro partito in Italia è passato così repentinamente dall'altare alla polvere; nessun gruppo dirigente è caduto così velocemente e irrimediabilmente nell'oblio. Tranne, appunto, il Psi che per primo ha fatto della tattica e della manovra un perno obbligato della propria politica. Forse perché, al netto di differenze nemmeno comparabili, entrambi i progetti politici hanno dovuto fare i conti con un sistema politico dominato da due grandi blocchi, la Dc e il Pci per Craxi, il Polo e l'Ulivo per Rifondazione, dovendo gestire la difficile condizione del vaso di coccio tra i vasi di ferro. Una condizione che ha giustificato, ancora al netto dei contenuti, una politica "corsara", audace, veloce. Bertinotti ha gestito Rifondazione comunista nell'era del bipolarismo italiano dove la forza dei due ex partiti di massa è stata surrogata da una legge elettorale che ha realizzato un finto bipartitismo e che ha costretto il Prc a dover fare i conti con un alleato obbligato, il centrosinistra, l'Ulivo o il Pd, ma comunque scomodo e ingombrante e del tutto innaturale rispetto alla propria storia e vocazione. Da qui, la necessità di una tattica rapida e disorientante, spregiudicata e abile: l'alleanza con il primo Prodi e poi la rottura; la svolta movimentista e poi di nuovo il governo; l'antistalinismo e la non violenza. Un collage di tentativi finalizzati a far uscire quel partito dal minoritarismo e dalla tutela della frazione maggioritaria del Pci che ha dato vita ai Ds e poi al Pd. Così come Craxi aveva bisogno di passare dal 10% del Psi di De Martino ad almeno il 16-18%, percentuale mai raggiunta, così il Prc aveva bisogno del passaggio dal 5-6% storicamente detenuto a una percentuale a due cifre. Anche per questo si spiega il progetto affastellato e confuso dell'Arcobaleno, la coalizione elettorale con cui tutta la sinistra di governo si è presentata alle elezioni politiche del 2008. Un modo per provare a reggere rispetto al bi-partitismo imperfetto cui puntavano, e puntano, Berlusconi e il Pd; una tappa per limitare i danni e provare a reimpostare una strategia vincente. Una necessità vitale che ha alimentato fretta e improvvisazione, politica «acrobatica» a velocità inaudite. L'analogia potrebbe finire qui, avendo già più volte ribadita la non assimilabilità di due fenomeni così diversi. Eppure c'è ancora qualcosa che connette i due fenomeni sia pure in tempi diversi: parliamo del processo di scomposizione del movimento operaio italiano che il processo degenerativo del Partito socialista ha contribuito a avviare e che la vicenda della Rifondazione comunista ha afferrato per coda mancando la presa. Craxi e il Psi agirono con voracità e velocità in un contesto in cui, la sconfitte maturate negli anni 70, dal compromesso storico fino al vero e proprio tradimento dei 35 giorni alla Fiat, modificarono il movimento operaio producendo un arretramento ideologico dal punto di vista marxiano della «classe per sé» e una adesione sbarazzina al liberismo selvaggio che si stava sprigionando sotto le insegne del duo Thatcher-Reagan. Con gli anni 80 si apre la fase del ripiegamento, della diminuzione della forza lavoro concentrata nella grande fabbrica, della esternalizzazione che significa innanzitutto divisione e mancanza di autoriconoscimento, quindi organizzazione, e si comincia ad affermare il fenomeno della precarizzazione e della flessibilità. Il Psi agisce la propria strategia in un contesto in cui l'infiacchirsi della forza operaia e proletaria organizzata permettono ai suoi dirigenti di lanciare la parola d'ordine dell'“arrangiatevi” rivolta a giovani generazioni alle prese con l'università e un mondo del lavoro in rapido mutamento. L'indebolimento, organizzativo e strutturale, e la crisi ideologica complessiva permettono a Craxi di surfare su quel soggetto intervenendo negativamente sulla sua trasformazione oggettiva. Craxi sfrutta e alimenta la disgregazione del movimento operaio italiano per la sua impresa rivelatasi fallimentare. Questa crisi sfocerà poi, in forma molto più imponente, seria e devastante, nella crisi e nel cambiamento di nome del Pci che, dieci anni dopo, assume di fatto le indicazioni del Psi e si lancia nella propria mutazione genetica. Lo fa con lo stile e la boria di un gruppo dirigente cresciuto a “pane e Togliatti”; lo fa con il rito dovuto alla propria vicenda, con le lacrime dal palco e con gli scontri interni sottaciuti. Lo fa per il bene del paese e del partito, lo fa per la democrazia, lo fa meglio di chiunque altro. Ma lo fa. Esattamente come, senza i riti e le pantomime dell'89, aveva fatto più prosaicamente e pragmaticamente Craxi alla fine degli anni 70 con il celebre congresso del Midas o, ancora, nel 1990 cambiando nel corso di una riunione di segreteria nome allo stesso Psi trasformato in Unità socialista. Il Psi è la sentinella di uno smottamento che diverrà valanga nel corso degli anni 90 e nel primo decennio del terzo millennio. La “classe operaia” continua ad arretrare e dividersi, si smarrisce nei suoi ultimi riferimenti ideali, perde il senso di sé e della propria missione. La post-ideologia prende lo spazio della lotta di classe che invece continua dal lato della borghesia che non smette di agire per i propri interessi a colpi di ristrutturazioni, licenziamenti, controriforme pensionistiche e del lavoro, precarietà dilagante. Il soggetto sociale di riferimento nel corso degli anni 90 diventa irriconoscibile, introvabile, non agguantabile. Rifondazione comunista è costretta a subire questo processo di scomposizione restando per molti di quei settori l'ultimo baluardo, l'ultimo vascello, anche se malconcio, in un mare infestato da squali e pirati oltre che da navi nemiche. Ma, ecco che torna l'analogia, il Prc non sa affrontare questa difficoltà, non la mette nemmeno in agenda. Preferisce vivere della rendita elettorale, istituzionale e di apparato che il simbolo comunista le concede, alimentando una piccola schiera di burocrati e istituzionali che non hanno la testa e gli occhi rivolti a quel disastro sociale ma piuttosto al quadro politico, in cui devono cercare di sopravvivere. Se il Psi ha contribuito a produrre le macerie del movimento operaio, agendo al di fuori dei suoi legami, Rifondazione le rimuove o, meglio, inizia a surfarci sopra. Adotta la “mossa del cavallo” invece di dedicarsi alla “lenta impazienza” necessaria a ricostruire davvero. Sceglie tatticismi ed eclettismo per cercare di sopravvivere alla crisi che le consegna il proprio passato. Dà fondo a tutto il proprio patrimonio consumandolo improduttivamente invece di reinvestire nel sociale per cercare di far fruttare una forza nuova. La controprova è il progressivo affievolimento del suo insediamento sociale, la perdita costante di legami con la scoietà, la marginalizzazione all'interno di tutti i sindacati, il rinsecchimento dei propri circoli e della propria vitalità politica, un turnover gigantesco che vedrà centinaia di migliaia di uomini e donne aderire a Rifondazione per poi lasciarla subito dopo. A poco a poco, lo vedremo meglio con il passare degli anni e l'esplosione di contraddizioni e antagonismi interni, Rifondazione comincia a perdere il senso stesso della propria esistenza e della propria sfida, la rifondazione appunto. E diventa l'appendice stanca di una storia giunta al termine, la “gloriosa” storia del Pci italiano che scompare dalla scena lasciando sul terreno un partito all'americana e una manciata di detriti. Ma una soggettività che non riesce a congiungersi con le proprie radici può veleggiare nella politica per molti anni, può anche avere successi parziali ma alla fine soccombe con una rapidità inaspettata e improvvisa. Può sparire da un giorno all'altro e lasciare un vago ricordo di sé.

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Nota quotidiana

In nome della modernizzazione sferra un attacco al movimento operaio, strumentalizza laicità e diritti civili, tiene testa agli Usa ma installa i missili Cruise. E cede al peggior conservatorismo italiano. Un esempio da dimenticare e che invece fa gola a poveri dirigenti Pd

di Salvatore Cannavò

Nella vicenda Craxi, riesplosa in questi giorni, c'è un'insidia maggiore del dedicargli una strada o una piazza a Milano: la presunta, buona, eredità politica di Craxi disgiunta dalle vicende giudiziarie. L'idea, cioè, che ci sia una politica craxiana che abbia fatto «bene» all'Italia come sostiene con comprensibile enfasi la figlia Stefania che si è spinta a scrivere sulla Stampa, replicando a un articolo giudicato infamante della figura del padre: «Il buon governo di Craxi ha portato fra i Grandi della Terra un Paese in ginocchio, è tuttora un esempio non imitato». La tesi non è solo appannaggio di una figura chiaramente di parte ma è difesa, ormai, da molteplici esponenti del Pd, forse anche dal presidente Napolitano. Oltre a Fassino, le ha dato piena legittimità un editoriale su Repubblica di Mario Pirani in cui è sottolineata la bontà della politica economica, sociale e internazionale di Bettino Craxi cui purtroppo seguì il malaffare e la corruzione. E non a caso, anche a sinistra, fa ancora brillare gli occhi il ricordo del caso Sigonella, dell'autonomia italiana rivendicata con forza agli occhi del gigante nordamericano.
Si tratta di giudizi in parte mitici e in parte dettati da una visione faziosa e generalmente classista, come quella che rivendica il taglio dei punti di scala mobile, primo atto antioperaio che cerca di chiudere i conti con gli anni 70. Ma anche le qualità di statista vanno reinterpretate alla luce dei fatti. Prendiamo come primo esempio di una discussione non fondata sui fatti, l'andamento del rapporto Debito pubblico/Pil in Italia durante la stagione craxiana.
Se nel dopoguerra il rapporto Debito/Pil comincia dal 45% e scende fino al 33% del 1964 (effetto del boom economico), la crisi del centrosinistra e i primi segnali di rallentamento del boom, producono un rialzo rapido che porta il debito al 55% del 1973 anno della crisi petrolifera. La crisi non produce rialzi consistenti anche per effetto dell'inflazione: si sale al 63% nel '78 per ridiscendere al 59% del 1980. E qui cominciano i guai. La sequenza è così impressionante che vale la pena riportarla in dettaglio: nel 1980 il rapporto è del 59%; nell'81 del 61%; nell'82 del 66, nel 1983 del 71 (è l'anno in cui Craxi diviene presidente del Consiglio); poi ancora, 77% nel 1984, 84% nel 1985, 88% nell'86, 92% nel 1987, 94% nell'88, 98% nell'89, 100% nel '90, 104% nel '91 e 111% nel '92. Poi salirà ancora, fino al 124% del 1995 ma qui Craxi non c'entra più nulla. Sarà il governo Prodi e del centrosinistra a riportalo al 109% nel 2001.
I dati sono implacabili. Certo, risentono della congiuntura internazionale. Gli Stati Uniti hanno avviato la fase ultraliberista di Reagan che poggerà all'inizio degli anni 80 sull'aumento dei tassi di interesse, deregolamentazione, liberalizzazione dei servizi pubblici, compressione dei salari. Con un colpo tremendo all'equilibrio dei paesi del Sud del mondo che d'ora in avanti verranno strozzati dal loro debito pubblico. A dispetto di una retorica che vuole l'Italia arrivare tra i grandi proprio negli anni 80 - e sul piano della crescita, della ricchezza prodotta, della forza del capitalismo nostrano, il dato è certamente vero - paradossalmente l'Italia vive negli anni 80 la stessa disavventura di gran parte dei paesi Terzi costretti a sottomettersi ai voleri degli Usa, del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale. Alla crescita del debito, infatti, si risponde con tassi di interesse elevati per cercare di non far uscire i capitali, svalutazione della moneta, liberalizzazione, privatizzazione, riduzione dei salari.
Il quadro complessivo in cui collocare la politica craxiana è questa: una politica liberista in ossequio alla congiuntura internazionale e ai dettami del grande capitale combinata con un clientelismo dissennato per reggere in qualche modo una situazione nazionale che altrimenti avrebbe potuto esplodere. Gli anni 70, del resto, sono appena conclusi, la sconfitta operaia alla Fiat ha chiuso un'epoca ma il movimento operaio non è ancora del tutto spossato e il Pci supera ancora il 30%.
Eppure Craxi era stato eletto al Midas di Roma, nel 1976, come un segretario "di transizione" con il compito di portare il Psi fuori dalla crisi e dalla sconfitta elettorale in cui lo lasciava De Martino. Appoggiato da Giacomo Mancini, ottenne il consenso anche delle altre correnti ma ben presto si affermò come un punto di equilibrio saldo e convincente. Non per niente era il "pupillo" di Pietro Nenni.
La stella polare inizia subito a essere semplice quanto ardita: conquistare per il Psi una posizione originale e autonoma rispetto ai due partiti che insieme sommavano oltre il 70% del voto popolare. E' in questa chiave che produce forse la sua iniziativa migliore, la linea per la trattativa durante il rapimento Moro contro la linea dura espressa da Dc e Pci e che sarà sconfitta drammaticamente. Un profilo liberale, attento ai diritti civili la cui strumentalità sarà smascherata platealmente solo un decennio dopo quando sarà proprio Craxi a firmare insieme a Rosa Russo Jervolino la prima legge proibizionista che penalizza l'uso di cannabis e contribuisce a criminalizzare la tossicodipendenza.
Anche il presunto autonomismo del Psi è strumentale. Craxi vuole guadagnare spazi di manovra, e di consenso, sia a destra che a sinistra, per diventare un perno della politica italiana e guadagnare così il potere. Nella fase di crisi latente e irreversibile del Pci l'obiettivo può essere guadagnato solo alleandosi con la Dc verso la quale si rivendica l'alternanza che consiste nella sostituzione della sempiterna guida democristiana dei governi con una direzione socialista.
Nel 1983 il Psi sale all'11,4% dei voti (aveva il 9,8) il Pci scende sotto la soglia del 30% e la Dc si attesta al 33%. Craxi chiede e ottiene la presidenza del Consiglio. E' il primo socialista - da questo punto di vista è ovviamente un fatto storico - che consegue il risultato. Forma un governo "pentapartito", formato da Dc, Psi, Pri, Psdi e Pli e arriva fino alle elezioni del 1987 dove il Psi sale ancora superando il 14%.
Quattro anni di governo, tra i più lunghi della storia italiana. Che ne è stato davvero dell'Italia? Dopo la crisi degli anni 70 e la sconfitta operaia, gli anni 80 vedono una ripresa dei margini di profitto e di accumulazione capitalistica. Craxi accompagna questa dinamica con una politica di contenimento dell'inflazione che viene ridotta drasticamente. Asse di questa politica è il taglio di quattro punti della scala mobile nel febbraio 1984. E' un passaggio cruciale e drammatico, la sconfitta simbolica del 1980 ai cancelli della Fiat viene tradotta sul piano politico e Craxi e la componente riformista della Cgil - non solo la componente socialista guidata da Ottaviano del Turco ma anche quella espressa dal segretario generale Lama - ne costituiscono l'agente determinante. Una politica che può essere ben riassunta nel motto che coniò uno dei più fedeli craxiani dell'epoca, Gianni De Michelis quando si rivolse ai giovani italiani con un bel "arrangiatevi". Contestualmente, come abbiamo visto, la politica del debito pubblico viene utilizzata per compensare, con il vantaggio del controllo centrale, del clientelismo, dell'assistenza alle imprese, dell'elargizione e della corruzione, gli squilibri sociali che in Italia non fanno altro che crescere.
La spregiudicatezza la si legge anche nella stipula del nuovo Concordato con il Vaticano, riattualizzazione dei Patti lateranensi di Benito Mussolini. Il leader laico e socialista, espressione di una storia anticlericale, concede al Vaticano privilegi come l'8 per mille, finanziamenti alla Chiesa cattolica e l'estensione dell'insegnamento della religione cattolica, ad esempio nelle scuole materne, mitigato dalla facoltatività.
Per quanto riguarda la politica estera, vale la pena riportare una frase di Zbigniew Brzezinski, ex Segretario di Stato di Carter, grande conoscitore della schacchiera mondiale che disse di Craxi: «Senza i missili Pershing e Cruise in Europa la guerra fredda non sarebbe stata vinta; senza la decisione di installarli in Italia, quei missili in Europa non ci sarebbero stati; senza il PSI di Craxi la decisione dell’Italia non sarebbe stata presa. Il Partito Socialista italiano è stato dunque un protagonista piccolo, ma assolutamente determinante, in un momento decisivo». Contro i missili Cruise si organizzò un grande movimento per la pace che manifestò in tutta Italia e in particolare a Comiso. Craxi ne era l'avversario principale.
Il cuore della politica estera socialista degli anni 80, ben rappresentato da Gianni De Michelis, è tutto in questa frase: un atlantismo risoluto, fermo sia pure temperato da una strategia dell'attenzione verso il mondo arabo che voleva per l'Italia un ruolo più protagonista nel Mediterraneo. Si pensi all'importanza data alla Cooperazione internazionale - centro di inchieste giudiziarie - all'importanza delle relazioni con Gheddafi, con la Somalia di Siad Barre e con l'Olp di Arafat. E' in questo contesto che si inserisce il caso Sigonella. Una volta attivata la trattativa con i rapitori della Achille Lauro che si consegnano alle autorità egiziane per essere trasportati in Tunisia e dopo il dirottamento in volo a opera dei caccia americani che costringono l'aereo egiziano ad atterrare a Sigonella, si instaura un braccio di ferro tra Italia e Usa sulla sovranità nazionale e sulla legittima competenza a trattenere e giudicare i rapitori (anche se in realtà gli Usa vogliono mettere le mani sul mediatore palestinese Abu Abbas). Craxi regge l'urto con Washington che è costretta a cedere. Riceve il plauso del Pci e rompe con l'ala filoisraeliana del governo rappresentata allora dal repubblicano Spadolini. Conferisce quindi alla politica estera italiana, rappresentata in quel momento da Giulio Andreotti, quel tratto di autonomia mediterranea che gli Usa sono costretti ad accettare fino alla normalizzazione che avverrà negli anni 90. Ma ovviamente le relazioni non vengono incrinate. Nel giro di un mese Reagan inviterà di nuovo Craxi alla Casa Bianca e gli Usa saranno costretti ad ammettere di avere un po' esagerato. Craxi ottiene un successo personale e politico ma certamente non muta il segno della politica estera italiana.
Con la fine del suo governo, nel 1987, dovuto allo scontro con Ciriaco De Mita, esponente della sinistra Dc, Craxi decide di imbarcarsi in un'alleanza organica con le componenti più moderate della Democrazia Cristiana capitanate da Andreotti e Forlani. Insieme a loro forma il Caf, fa nascere due governi Andreotti, liquida De Mita, chiude qualsiasi porta al Pci. Di fatto si isola e la marcescenza della situazione italiana lo travolge in poco tempo. Con il Caf si consegnerà alla vicenda Mani Pulite, alla sconfitta subita nel referendum sulla preferenza unica e poi alle inchieste giudiziarie che lo travolgeranno insieme al Psi. Ma non sono le inchieste a batterlo davvero. E' una politica di manovra e tatticismi votata al potere politico che snatura per sempre l'identità dei socialisti italiani facendoli alleare con la peggior conservazione presente in Italia, il Caf appunto. E' un'idea della politica di potenza, mediatica, di decisionismo apparente - quante mediazioni con molteplici correnti sono state fatte in quegli anni? - e di una modernizzazione inesistente che porta l'Italia alle soglie degli anni 90 al limite del collasso finanziario e monetario e che induce una parte consistente della classe dirigente di questo paese ad appoggiare le inchieste della magistratura per liquidare un ceto politico fallimentare. Quando i craxiani di vario tipo parlano di "complotti" alle loro spalle hanno in parte ragione. Non perché non esistano le malefatte - le condanne definitive sono molte e confermate - ma perché a un certo punto si rompe un patto implicito, e di potere, che aveva visto nell'ipotesi modernista di metà anni 80 un possibile punto di svolta nella "palude italiana" ma che però non porta a risultati concreti per le esigenze di un capitalismo nazionale alle prese con l'unificazione europea, il mercato unico e quindi una concorrenza molto più agguerrita in cui l'agilità e la prontezza dello Stato sarebbero stati elementi decisivi.
Craxi è soprattutto questo, le inchieste sono solo un'appendice che non spiega nulla della storia degli anni 80, del suo farsi puntello di un'offensiva antioperaia decisa e spietata - i cui epigoni tristi sono i vari Brunetta e Sacconi - del suo tentativo di tirarsi fuori dalla storia passata - è il primo ad abolire la falce e martello dal simbolo - del suo portare alla disfatta un partito comunque rilevante nella società italiana. Accompagna il decadimento italiano, il suo spappolamento, l'incrinatura della solidarietà emersa dalle fatiche e dai dolori della guerra, afferma un'astratta modernità che non vuol dire altro il potere del più forte. Prepara il terreno al berlusconismo e ne costituisce quindi, come giustamente rivendica ancora la figlia, un caposaldo.
E fanno pena quelli nel Pd - ce ne sono tanti, inutile fare i nomi - che oggi ne parlano con lo sguardo di chi avrebbe voluto essere come lui e non poté, di chi quel percorso lo avrebbe imboccato volentieri dieci anni prima di Occhetto e però non poteva certo rinunciare a quel 30% di voti che guardavano con fiducia e speranza al Pci e costituiva la propria rendita personale. Di chi una via a Craxi la dedicherebbe pure, sperando di guadagnare sul proprio nome, un giorno futuro, almeno una stradina stretta.

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