Il corteo del 14 dicembre organizzato dalla Climate Justice Action ha denunciato la condizione dei rifugiati climatici. La "No Border action day" ha voluto ribadire che il cambiamento del clima colpendo la terra, l'aria e l'acqua, colpisce anche le persone.
Migliaia di rifugiati ogni anno sfuggono dalla fame, dalla desertificazione e dalle inondazioni, oltre che dalla guerra. I paesi dell'America Latina e del sud dell'Asia hanno sollevato questa questione già da diverso tempo, solo ora che sta diventando un problema anche per i governi del ricco nord se ne comincia a parlare.
Il corteo del 14 dicembre organizzato dalla Climate Justice Action ha denunciato la condizione dei rifugiati climatici. La "No Border action day" ha voluto ribadire che il cambiamento del clima colpendo la terra, l'aria e l'acqua, colpisce anche le persone. Migliaia di rifugiati ogni anno sfuggono dalla fame, dalla desertificazione e dalle inondazioni, oltre che dalla guerra. I paesi dell'America Latina e del sud dell'Asia hanno sollevato questa questione già da diverso tempo, solo ora che sta diventando un problema anche per i governi del ricco nord se ne comincia a parlare.
Mille persone sono partite da Israel Plads in direzione del Ministero dell'Interno. Il corteo colorato e gioioso era tutelato da cordoni di sicurezza per evitare gli arresti della polizia che comunque si è posizionata a pochi centimetri dai nasi degli incordonati. Soldati a cavallo, sommozzatori e blindati attendevano nella piazza circostante il ministero gli attivisti che in modo pubblico avevano già preannunciato delle azioni pacifiche in favore del diritto di cittadinanza universale. Nella piazza si è dato vita ad un presidio sonoro, ma all'improvviso un enorme pallone aerostatico simboleggiante il mondo con il bollino della conferenza dell'Onu, ha preso il volo cogliendo di sorpresa la polizia. Gli attivisti hanno slegato le corde dell'enorme sfera trascinandola per le vie del centro e mandando letteralmente nel pallone le forze dell'ordine che hanno poi risposto aizzando i cani verso i manifestanti. Questa volta non ci è stato neanche un arresto. Con un'azione creativa e pacifica gli attivisti si sono ripresi il diritto di manifestare. (metti video del 14)
Molto bene è andata anche l' "Agricoltural day of actions" del 15 dicembre. Un corteo colorato e rumoroso è partito da Island Brigge alle 12 arrivando avanti ad un supermercato. Lì i manifestanti sono entrati ed hanno distribuito prodotti biologici. L'azione è servita a segnalare che esistono alternative al sistema agricolo della monocoltura, e dell'agricoltura intensiva responsabile non solo dell'aumento delle emissioni di gas serra, ma anche dell'impoverimento della terra e della povertà di tantissimi piccoli contadini. (foto e video da http://indymedia.dk/)
Nonostante il "police warming": gli arresti preventivi, mirati o di massa, il controvertice va avanti tra dibattiti, cortei ed azioni
"Bisogna avere chiaro chi sono i creditori e chi sono i debitori. I debitori sono gli stati del nord del mondo, i creditori sono i popoli della terra e sopratutto i più poveri" dice Naomi Klein nella sera del 14 dicembre avanti a più di un migliaio di persone da tutto il mondo, sopratutto giovani, nel tendone tirato su a Christiania, lo storico quartiere autogovernato di Copenaghen.
La sala era così gremita che tantissimi non sono riusciti ad entrare. Presenti soprattutto giovani europei, dalla Francia, dall'Italia, dalla Svizzera, dal Belgio e perfino dalla Polonia e dalla Romania. "Al Cop 15 non stanno discutendo di come salvare il pianeta dai cambiamenti climatici, interviene la moderatrice dell'assemblea, discutono di economia! Gli stati e le multinazionali stanno cercando di capire come trarre profitti da questa situazione e rilanciare l'economia in crisi. Un capitalismo verde che lascia intatte le disuguaglianze e non risolve i problemi ambientali del pianeta". Insomma come dice la pubblicità sui muri di Copenaghen "Businesses grow by reducing", gli affari crescono con la riduzione (della Co2). Un'assemblea diversa a quelle alle quali siamo abituati in Italia sia per la brevità degli interventi dei relatori importanti sia per le modalità di discussione. È stato infatti chiesto ai partecipanti all'assemblea di scambiarsi per qualche minuto opinioni su come sarebbe dovuta essere secondo loro la mobilitazione prevista per la giornata "Reclame the power" il 16 dicembre e poi in gruppi la gente è intervenuta all'assemblea.
Al centro del dibattito è stata proprio la giornata del 16 , che vedrà in mattinata un corteo fino al Bella Center, sede della conferenza ufficiale, e che sarà il culmine di tutte le manifestazioni del controvertice. "Reclaim the power! Pushing for a climate justice" è lo slogan del corteo che cercherà di entrare all'interno, mentre alcune delegazioni delle Ong e dei movimenti presenti alla conferenza ufficiale abbandoneranno i lavori all'interno per scendere ed unirsi ai manifestanti. Si dice che a partecipare all'azione di dissenso interno ci saranno anche dei delegati ufficiali di paesi "ribelli". Fuori al Bella Center si dovrebbe svolgere un'assemblea in cui prenderanno la parola tutte le realtà che dal basso propongono alternative concrete alle false soluzioni di mercato dell'economia capitalista, sul clima ma anche sui problemi sociali globali.
Ma l'aria continua ad essere molto tesa. Il 14 sera, verso le 22,30, dopo l'assemblea, ci sono stati dei riot attorno Christiania, in cui erano concentrati molti degli attivisti venuti per l'assemblea e la festa del movimento. La polizia è accorsa immediatamente circondando il quartiere. Nonostante le barricate alzate per chiudere l'accesso al quartiere verso le 23,30 la polizia si è fatta strada a colpi di lacrimogeni "CS", vietati in Italia, occupandolo. I locali a quell'ora, stracolmi di gente, sono stati circondati e la gente all'interno arrestata, ammanettata e sistemata in fila seduta a terra. Un vero rastrellamento in cui sono stati utilizzati anche i cani antisommossa, gli spray al peperoncino e i manganelli.
I fermati, circa 200, moltissimi dei quali italiani, sono stati portati fuori città nelle oramai famose "gabbie dei fermati". Nella mattinata sono stati liberati quasi tutti. Rimane in cella solo Luca Tornatore, attivista triestino, impegnato in prima linea nell'organizzazione del controvertice, accusato dei disordini della notte. Luca, con cui ho scambiato qualche parola durante il fermo, è stato arrestato insieme agli altri 200 a Christiania e come la maggior parte di loro stava semplicemente bevendo una birra in compagnia riposandosi da queste frenetiche giornate di mobilitazione.
La modalità di repressione del dissenso ha già un nome: "police warming" ossia arresti di massa per intimidire i manifestanti, arresti preventivi, sequestri di massa ogni qual volta si esprima un dissenso pubblico in città. Il rastrellamento avvenuto a Christiania tra gente che nulla aveva a che fare con i riot avvenuti da la misura di dove questa logica di arresto preventivo può portare.
"Questa non è democrazia!" ha gridato una attivista di Via Campesina nella conferenza stampa organizzata la mattina del 15, il giorno dopo i rastrellamenti a Christiania. Molti quelli che alzavano cartelli contro il "Police warming" e gli arresti di massa. Tutti hanno poi ribadito l'importanza della giornata del 16. "Ci vogliono intimidire perché hanno paura! È ancora più importante scendere in piazza domani e reclamare il potere!". "Luca libero luca libero!" hanno scandito gli italiani presenti.
Intanto si susseguono i fermi mirati agli organizzatori della manifestazione del 16. Nel pomeriggio del 15 verso le 16,30 due poliziotti sono entrati nella sede del Klimaforum, dove si svolgono i dibattiti ed hanno arrestato due ragazzi. Sempre nel pomeriggio la polizia è entrata nel deposito delle biciclette allestito dal movimento sequestrandole per impedire che il così detto “bike bloc” partecipasse al “reclame the power” del 16.
L'azione del 16 sarà una grande manifestazione assolutamente pacifica e di massa, ma vista la forte repressione messa in campo, sarà difficile anche solo raggiungere i punti di concentramento per il corteo. Intanto negli spazi del movimento si susseguono distese ma determinate le assemblee ed i training. Se volevano metterci paura non ci sono riusciti.
Giornata di tensione a Copenaghen. Due le azioni della giornata represse dalla polizia con arresti di massa, manganellate, spray al peperoncino e persone trattenute ore per terra al freddo.
"Prigionieri politici" secondo l'assemblea della Climate Justice Now.
Si apre una nuova stagione per i movimenti sociali?
Giornata piena di tensione a Copenaghen. Le due mobilitazioni organizzate domenica 13 dalla Climate Justice Action e da Via Campesina contro il Cop 15, sono terminate con la mano dura della polizia. É proprio il caso di dire che c'è del marcio in Danimarca. Marcio è infatti l'impianto repressivo che ha messo in campo il governo Rasmussen. Arresti di massa, fermi preventivi di 6 ore ed anche qualche manganellata. In conferenza stampa i detenuti rilasciati dichiarano di aver subito torture dalla polizia . Con il pretesto del rischio Black bloc, la polizia impedisce qualsiasi azione che renda visibile la contestazione alla conferenza. Un vero blocco della democrazia e della libertà d'espressione contro chi in maniera organizzata propone soluzioni alternative e che ieri con il corteo internazionale di centomila persone ha dimostrato di non essere proprio una sparuta minoranza.
Due le azioni programmate nella mattinata deel 13 e finite nella repressione.
La Via Campesina, organizzazione che riunisce i movimenti contadini dei 4 continenti, ha organizzato un presidio difronte un grande magazzino per protestare contro le multinazionali dell'agricoltura e dell'allevamento: “Per costruire gli allevamenti intensivi ci espropriano ed inquinano la nostra terra riducendoci alla fame” dice un contadino brasiliano durante il presidio. “basta con gli Ogm, basta con l'agricoltura intensiva, basta con l'allevamento intensivo, basta con la soia! L'alternativa è l'agricoltura contadina e la sovranità alimentare, bisogna produrre per le necessità delle persone rispettando i cicli della terra, non per il profitto della McDonald's o altre multinazionali che mentre ci impoveriscono ci avvelenano con i loro prodotti” dice un contadino venuto nella fredda Copenhagen dalla Thailandia.
Dopo il presidio è partito il corteo, un migliaio di persone circa, accompagnata da un allegro complesso di samba che ha raccolto gente nei dintorni della piazza in solidarietà con i contadini. Ma appena hanno iniziato a muoversi sono arrivate le camionette della polizia a sirene spiegate, li hanno circondati impedendo a chiunque di entrare o di uscire. Scortati fino ad una delle entrate nello spazio dei forum la polizia li ha dispersi. Un atto gratuito e vendicativo verso chi aveva colorato e rotto la grigia normalità della città blindata.
Molto peggio è andata ai manifestanti nelle zone del porto riuniti per l'azione di blocco delle compagnie di spedizione per segnalare la responsabilità del commercio internazionale nei cambiamenti climatici. Lo slogan dell'azione era "pensa globale produci locale". Dopo circa mezz'ora la polizia ha bloccato il corteo e fatto un centinaio di arresti. Percosse e spray al peperoncino hanno completato l'opera. La situazione nelle celle predisposte per i fermi è pessima a causa dell'alto numero di fermati e ieri sera la polizia ha lasciato gli arrestati per ore volto a terra e mani dietro la nuca al freddo.
Nelle celle situate in una vecchia fabbrica dismessa della Tuborg fuori città i manifestanti hanno inscenato una protesta rumorosa per il sovrafollamento.
Nel pomeriggio si è tenuta anche l'assemblea della Climate Justice Now. Circa un migliaio di persone hanno gremito la sala dove si sono alternati interventi politici, cortometraggi e monologhi teatrali. Un'assemblea sui generis che ha dato l'idea della forza e dell'ampiezza del movimento. L'assemblea è iniziata con la denuncia della repressione: “Gli arrestati di questi giorni sono dei prigionieri politici e noi dobbiamo esserne coscienti, ha detto la giovane ragazza che ha aperto l'assemblea, 100mila persone alla manifestazione di ieri sono una forza e loro hanno paura”. In molti hanno sottolineato che con la manifestazione di ieri si è data inizio ad una nuova stagione per i movimenti sociali del mondo, sopratutto chi in questi anni ha continuato a resistere nonostante tutto. “Chiediamo il saldo del debito ecologico che i paesi sfruttatori e colonizzatori hanno nei nostri confronti, dice dal palco Miguel Palassin del Perù, vogliamo il riconoscimento giuridico delle popolazioni indigene e dei loro territori”.
“Mi sono chiesta molte volte che ci facciamo noi della Marcia Mondiale delle Donne nel movimento del cambiamento climatico, noi combattiamo contro il patriarcato ed il capitalismo, si interroga Miriam Noble, la risposta è che se il capitalismo colpisce una parte del popolo, tutto il popolo si deve alzare per rispondere” e rilancia con l'agenda di mobilitazioni delle donne contro la militarizzazione in tutto il mondo “perchè siamo stufe di essere bottino di guerra! Perchè l'unica guerra che ci piace è quella contro il sistema!”.
Molto toccante il cortometraggio “women and water” che comparava l'utilizzo dell'acqua nei paesi del sud del mondo e quelli del nord attraverso la vita delle donne.
Insomma una ventata di speranza ed energia che nemmeno la repressione di questi giorni è riuscita a spegnere. Che siamo partiti con il piede giusto è innegabile, uniti e radicali in un processo di allargamento e radicalizzazione del movimento. Certo le differenze permangono e anche le illusioni che basta essere forti e fare pressione sui “grandi” affinché facciano qualcosa, ma sono anche in tanti ad essere convinti che la gente, il popolo, i lavoratori, i popoli originari non possono contare su nessuno se non su loro stessi per fermare il treno del capitalismo, che ci sta portando dritti contro il muro. Per citare uno degli slogan più gettonati al corteo di ieri “Power to the people for a climate justice now, another world is possible and we know how!”
Si è tenuto oggi il dibattito sul ruolo delle sinistre radicali europee nella lotta al capitalismo e alla crisi climatica.
Copenhagen 13 dic 09
Si è tenuto oggi il dibattito sul ruolo delle sinistre radicali europee nella lotta al capitalismo e alla crisi climatica.
"Non è possibile trovare soluzioni alla crisi climatica senza avere una prospettiva anticapitalista", queste le parole d'ordine dei vari interventi che si sono susseguiti nel pomeriggio.
La discussione si è concentrata sul ruolo dei partiti, le relazioni con i movimenti, le prospettive dopo Copenhagen, individuando un passo importante verso la costruzione di un movimento ampio per la giustizia climatica la coordinazione tra partiti, sindacati, organizzazioni ambientaliste, movimenti sociali organizzati. "Dobbiamo riflettere sul ruolo della sinistra anticapitalista nel dibattito sulla sostenibilità ambientale ed i cambiamenti climatici, esordisce Marisa Matias esponente del Bloco de Esquerda portoghese, la crisi ambientale porta con sé drammatiche conseguenze. I nostri sforzi finora non sono ancora sufficienti. I problemi ambientali hanno un carattere estremamente tecnico, ma poiché ricadono immediatamente sulla sfera del sociale bisogna considerarli parte della questione politica”.
Tutti si sono espressi ribadendo la necessità di incentrare l'agenda politica sui bisogni delle popolazioni e non sugli interessi delle multinazionali; ristrutturare il sistema agricolo su una crescita economica che sostenga i coltivatori, le esperienze delle comunità agricole e le aziende locali. Per questo è fondamentale la questione della sovranità e della redistribuzione delle ricchezze, della partecipazione ai processi decisionali da parte dei paesi del sud del mondo, principalmente soggetti alle conseguenze dei cambiamenti climatici. Attuare soluzioni pensate in base alle esigenze di tutta la popolazione mondiale e a quelle di pochi.
È emersa inoltre la questione della guerra e delle spese militari: “Basta con le spese militari bisogna invece spendere tali risorse per politiche ambientali e di sostegno a quei paesi vittime dei cambiamenti climatici”afferma un militante del Socialist Workers Party statunitense. È fondamentale ribadire l'importanza delle esperienze dei movimenti delle donne, il soggetto complessivamente più colpito dai disastri ambientali e dei soggetti LGBTIQ “spesso tagliati fuori dall'accesso alle risorse ed emarginate dalle società” dichiara un'attivista filippina.
Un corteo immenso e colorato. Già all'una il punto di concentramento a Christiansborg era gremito e non si riusciva ad avanzare.
C'erano i cartelli plastificati delle varie organizzazioni, ma anche tantissimi fatti a mano portati dai singoli; "there is not planet B", "climate justice now" dicevano i più gettonati, e l'immancabile "people, not profit" che ricorda la stagione di Seattle.
Lo spezzone più grande del corteo era quello delle due coalizioni principali la Climate Justice Now e la Climate Justice Action dietro lo striscione "System Change Not Climate Change", cambiare il sistema non il clima. All'interno Via Campesina, con le bandiere verdi e le facce bruciate dal sole, “cambiare la produzione agroalimentare” recitava lo striscione. Dal loro camioncino che sparava musica di tutto il mondo lanciavano messaggi ai "grandi" della terra: "noi abbiamo il diritto di andare dove ci pare!" dicevano riferendosi alla questione dei rifugiati climatici, ossia chi scappa dalla desertificazione o dalle alluvioni causate dai cambiamenti climatici. C'erano poi Jublile South dalle Filippine e dalla Thailandia, Attac con un centinaio di attivisti provenienti dalla Francia e dalla Germania dietro la scritta "our clime is not for sale", il nostro clima non è in vendita.
Un grande faccione di Marx ricordava "è l'economia, stupidi!" riferendosi alla crisi, "ridurre la produzione!" era scritto a caratteri cubitali su un grande telone quadrato. Un gruppo travestito da orsi polari ricordava lo scioglimento dei ghiacci artici, e un altro da “signore per bene” gridavano “viva il capitalismo verde!”, “lava di verde il capitalismo! più profitti per noi”.
C'erano poi i danesi contro le centrali a carbone, i lavoratori del sindacato con i caschi da lavoro in testa, decine di collettivi dell'estrema sinistra danese, dagli anarchici ai comunisti, c'era il partito comunista e la sinistra anticapitalista europea con la sinistra rosso-verde, il Bloco de Esquerda e l'NPA francese; inoltre erano presenti numerose persone che esibivano il simbolo antinucleare, con la scritta “don't nuke the climate”.
Dal palco finale avanti a più di 100mila persone nei pressi del Bella Center un oratore sottolinea: “Noi non accetteremo le decisioni che prenderanno in questa conferenza. Noi vogliamo che sia attuata l'agenda dei popoli che stiamo discutendo in questi giorni”.
Nonostante il clima disteso la repressione è arrivata puntuale. La polizia ha isolato un pezzo del corteo, praticamente sequestrandolo, e arrestato chiunque si trovasse all'interno. La possibilità di arresto durante le proteste è molto alta: basta trovarsi in luogo dove la polizia ordina di disperdersi per essere soggetti a fermi. Il pretesto di questo atto repressivo di massa sono state le azioni di alcune decine di persone del “blocco nero”, isolati già dai manifestanti ed arrestati precedentemente.
In questo momento si sta svolgendo un presidio per la liberazione degli arrestati. Alcuni sono già stati rilasciati, ma la maggior parte è ancora in stato di fermo. Tra loro alcuni italiani.
Tutti fuori invece gli italiani fermati nella giornata di ieri.
il video della prima giornata
L'appuntamento è domenica 13 per le azioni al porto: “hit the production”, per segnalare come questo modello di distribuzione e produzione delle merci sia dispendioso e dannoso per l'ambiente; e le azioni di Via Campesina contro l'industria della carne, tra i primi responsabili della produzione di Co2. Nel pomeriggio invece l'assemblea generale della Climate Justice Now per discutere la bozza definitiva della Dichiarazione del KlimaForum09, che sarà portata poi nei prossimi giorni all'interno della conferenza ufficiale. La sinistra anticapitalista europea si da appuntamento nel tardo pomeriggio per discutere di capitalismo e crisi climatica. Saranno presenti la Die Linke (germania), il Bloco de Esquerda (Portogallo), l'Alleanza Rosso verde (Danimarca) e il NPA (Francia).