Topic “Cgil”

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Nota quotidiana

All'assemblea dei delegati per la piattaforma contrattuale scatta l'intesa tra Landini e Camusso. Resta divergenza sull'accordo del 28 giugno ma la Fiom ora propone la "clausola di raffreddamento" e rilancia il dialogo con le imprese. Scontro con la sinistra interna

Sa.Can.

La Fiom cerca un nuovo passo nella sua azione politica e sindacale e all'assemblea dei delegati di Cervia ha avviato un cambiamento delle posizioni interne. Scontato il dissenso con la Cgil sulla firma dell'accordo del 28 giugno, l'assemblea che si tiene a Cervia ha registrato una intesa nuova con Susanna Camusso sia sull'articolo 8 della manovra economica (quello che stravolge lo Statuto dei lavoratori) che sui contenuti stessi della piattaforma. Che è stata illustrata da Landini e sarà poi approvata dai delegati. Il punto di maggiore frizione con la sinistra interna di Cremaschi e Bellavita - che è intervenuto contro la relazione di Landini - riguarda la «clausola di raffreddamento», cioè l'iniziativa volta a favorire la partecipazione dei lavoratori alle scelte organizzative delle aziende. Landini propone infatti alle imprese di concordare preventivamente con il sindacato, e con le Rsu, le sue iniziative, prima di procedere a eventuali azioni di lotta. Dove le aziende si impegnano a discutere con i sindacati su organizzazione e prospettive, il sindacato si impegnerebbe alla sospensione, per un tempo determinato sufficiente alla discussione, di iniziative unilaterali e quindi, sostanzialmente, di scioperi. La proposta potrebbe arrivare a cambiare significativamente, nella votazione di venerdì 23 settembre, la geografia politica della Fiom, con la minoranza filo-Cgil capeggiata da Fausto Durante che potrebbe sostenere la linea di Landini e la ex Rete28 Aprile su posizioni contrarie o dissenzienti.
Nella sua relazione, comunque, Landini ha posto l'accento sulla necessità di conquistare un contratto nazionale senza deroghe, di rilanciare la lotta alla precarietà - con i contratti atipici pagati di più dei contratti regolari - e con una richiesta di aumento salariale, per il quinto livello, di 206 euro nei tre anni.
Per nulla scontati, e segno della nuova fase appena aperta, gli apprezzamenti ricevuto da Susanna Camusso: «La codeterminazione è una sfida difficile, ma la straordinarietà della crisi chiede di determinare le stagioni del cambiamento» ha detto il segretario Cgil ricevendo anche diversi applausi dalla sala. «Landini - ha detto - ha proposto con nettezza il tema dell'essere nella Cgil, ci deve essere una giusta valorizzazione della dialettica, che però non può diventare un dualismo che indebolisce tutti. Non ci sono più organizzazioni che si guardano, ma una grande organizzazione, che è la Cgil, e che è per forza un'organizzazione plurale. Se l'idea è quella di stare insieme - ha concluso - la Cgil sarà con voi tutti i giorni»

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Cronache dalla crisi

Buona adesione nelle fabbriche e cortei riusciti. Il sindacato di Epifani parla di un milione nelle piazze italiane - ma mancavano Torino, Firenze e Genova - ma al di là dei numeri si tratta di una giornata riuscita. Che risente del clima di Pomigliano ma che la Cgil cercherà di utilizzare per riaprire la concertazione

Salvatore Cannavò

C'è l'eco della battaglia di Pomigliano dietro la riuscita dello sciopero generale della Cgil contro la manovra Tremonti. Lo sciopero infatti è riuscito, le manifestazioni anche con la Cgil che parla di un milione di persone in piazza (anche se credibilmente occorre dividere per tre). Che ci sia Pomigliano a dare una mano al sindacato di Epifani, basta guardare a come ha sfilato la Fiom a Napoli, con i suoi lavoratori di Pomigliano in testa, applauditi dai lati del corteo quasi fossero eroi tornati da una dura guerra. Bene anche a Bologna, con un corteo riuscito, le fabbriche ferme e un comizio finale in cui dalla Camusso i lavoratori si aspettavano un po' di più. A Milano, invece, è sceso in piazza anche il segretario del Pd, Bersani, che prosegue nella strategia dell'attenzione verso gli operai e che batte sul versante del mondo leghista. A Milano si è svolto anche il corteo della Cub - 10 mila secondo gli organizzatori, anche qui è bene dividere per tre - mentre al termine dei vari cortei, su iniziative delle fabbriche in lotta, a cominciare dalla Maflow, si formato un corteo di circa un migliaio di persone che si è diretto fino alla sede dell'Assolombarda. «Un modo per rimarcare in piazza - dice Gigi Malabarba - l'importanza di costruire un movimento autorganizzato e unitario allo stesso tempo».
La Fiom, oltre a punteggiare i vari cortei Cgil ha scelto di dare importanza alla città dell'Aquila, dove ha parlato Maurizio Landini. «La battaglia per la dignità dei lavoratori di Pomigliano è analoga alla richiesta di dignità dei cittadini di questa città» ha detto per poi chiedere alla Cgil, a maggior ragione dopo questo sciopero, una seria battaglia in difesa del contratto nazionale.
La Cgil, che esce rafforzata da questa giornata, utilizzerà molto probabilmente lo sciopero per uscire dall'angolo in cui l'hanno lasciata governo, Confindustria, Cisl e Uil che è la strategia uscita dal congresso. Del resto, sulla manovra la Cgil non ha posizioni particolarmente radicali. Nelle parole d'ordine dello sciopero, ad esempio, la richiesta di ritirare il congelamento degli stipendi pubblici non c'è. La Cgil non nega la necessità di riequilibrare i conti o di fare i sacrifici; solo che chiede che i sacrifici li facciano tutti in egual modo. Per questo Camusso ha oggi rilanciato la tassa delle rendite finanziarie al 20% e l'innalzamento dell'aliquota Irpef di due punti per i redditi superiori ai 150 mila euro. Più netta è la contrarietà sul Collegato lavoro e sulla riforma dello Statuto dei lavoratori.
Ovviamente, dal governo viene una chiusura totale. Il ministero della Funzione pubblica parla di un'adesione allo sciopero pari al 2,28%, cioè al limite del ridicolo. La Cgil proverà a rientrare nel gioco della triangolazione sindacale, spingendo perché si riapra la concertazione ma al momento non trova sponde. Anche dal modo in cui si snoderà la vertenza su Pomigliano si capirà se questa strategia trova interlocutori e sponde o se invece è destinata a naufragare.

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Accade a sinistra

Eletto con la maggioranza congressuale della Fiom e con l'astensione della minoranza che fa riferimento a Epifani. Si iscrive nel solco dell'organizzazione di Sabattini e Rinaldini e promette una battaglia a fondo su contratto, democrazia e rinnovamento generazionale. Il saluto di Rinaldini che lascia dopo otto anni ma che darà vita, insieme alla minoranza Cgil, all'Area programmatica "La Cgil che vogliamo"

Andrea Martini

Il Comitato centrale della Fiom con 124 sì, 1 no, 1 scheda bianca e 40 astenuti ha eletto Maurizio Landini nuovo segretario generale, affidandogli l'arduo compito di sostituire Gianni Rinaldini nella guida della categoria dei metalmeccanici. Nelle sue dichiarazioni programmatiche, segnate da un'evidente emozione, il neosegretario generale si è voluto inserire senza esitazioni nel solco della direzione di marcia tracciata da Rinaldini, proponendo subito che la Fiom organizzi un presidio di massa del parlamento quando il "collegato lavoro" e l'arbitrato torneranno in aula. E ha invitato Guglielmo Epifani, che è poi intervenuto nel dibattito che ha preceduto il voto segreto dei 175 componenti, a fare altrettanto con una mobilitazione decisa di tutta la confederazione.

Ha tenuto poi a ribadire i nodi principali del dissenso tra la maggioranza della Fiom e quella della confederazione: la questione della democrazia su cui la Fiom ha elaborato un progetto di legge di iniziativa popolare su cui sta raccogliendo le firme e la questione del conflitto, che dalla seconda metà degli anni 90, sotto la guida di Claudio Sabattini, è andato via via sostituendo la filosofia della concertazione nell'azione sindacale dei metalmeccanici. Questo, ha detto, è tanto più significativo alla vigilia del confronto che si aprirà nelle prossime settimane sul futuro di Pomigliano, che, a detta di Marchionne e di Sacconi (e, occorre dirlo, anche di Cisl e Uil) dipenderà dall'accettazione dello smantellamento del contratto nazionale attraverso il sistema delle deroghe.
Come ha poi ricordato Rinaldini nel suo intervento, infatti, la Fiat vuole introdurre nello stabilimento campano la sperimentazione di un contratto aziendale che annulla nei fatti quello nazionale, con undici clausole tra cui quelle contro il diritto alla malattia o contro la limitazione agli straordinari obbligatori, per arrivare a quella antisciopero, comprese le sanzioni per gli scioperanti e per i sindacati che indicono l'astensione dal lavoro.
Landini ha voluto, inoltre, sottolineare la necessità di dare voce e rappresentanza alla nuova generazione di lavoratrici e lavoratori metalmeccanici, spesso caratterizzati dalla propria precarietà, attraverso un rinnovamento e un ringiovanimento delle strutture, a partire dalle Rsu. Meno esplicito è stato Landini sul ruolo delle lavoratrici e dei lavoratori metalmeccanici migranti, pure massicciamente presenti nelle fabbriche soprattutto al Nord e in misura considerevole iscritti alla Fiom.

Ha rassicurato la minoranza "epifaniana" capeggiata da Fausto Durante, che comunque si è poi astenuta al momento del voto segreto, sulla complosizione pluralista della nuova segreteria nazionale, dalla quale escono contemporaeamente Rinaldini e Giorgio Cremaschi, i due leader storici dei metalmeccanici.
Cremaschi, nel suo intervento, non ha nascosto che "gli sarebbe piaciuto" fare il segretario generale della Fiom, ma che avrebbe assicurato il suo appoggio sincero, totale e leale a Landini, confidando nel fatto che il nuovo segretario continuerà nella scelta della Fiom di essere un grande sindacato che contratta ma anche una "forza politica sociale e culturale che ha una audience che va oltre le fabbriche".
Dopo Epifani, che ha salutato l'elezione di Landini, ma che ha voluto riconfermare, una per una, tutte le divergenze già registrate nel congresso, continuando a minimizzare le divergenze al contrario sempre più marcate con Cisl e Uil, e che ha concluso il suo intervento con l'affermazione rassicurante ma al contempo inquietante di volersi "occupare di più dei problemi della Fiom", salutato da una vera e propria standing ovation ha concluso i lavori Gianni Rinaldini.

Il segretario ("sono uscente", ha esordito) ha ripercorso rapidamente questi otto anni di direzione della Fiom, ringraziando Cremaschi e gli altri componenti della segreteria nazionale: "sono stati degli splendidi rompipalle". Ha ricordato le parole con cui Sabattini gli propose, chiamandolo da un importante incarico confederale (era segretario generale della potentissima Cgil emiliana), di assumere il posto che stava per lasciare: "Occorre salvaguardare la Fiom, gli disse, perché non si chiuda in maniera negativa la partita della Cgil".
"Questo è quello che ho cercato di fare, dormendo nelle tende con gli operai di Melfi e della Innse" e di tutte le altre vertenze che l'hanno visto impegnato in prima persona ai cancelli delle fabbriche. Ha ricordato come fosse andato, consapevole della drammatica contestazione che lo aspettava, alla manifestazione dopo la tragedia della Thyssen Krupp di Torino.
Di fronte al fatto che per un soggetto politico o sindacale una cosa è definire un'identità democratica e altra cosa è vivere la democrazia pienamente, nei fatti, ha ricordato gli impegni inderogabili in termini di approvazione di piattaforme e di validazione degli accordi.
Ha ricordato anche i momenti divertenti, come quando qualche mese fa con i lavoratori di Eutelia "scoprimmo di aver occupato involontariante Palazzo Chigi".
Ha riaffermato le divergenze del congresso nazionale, come tappa di un percorso critico che non ha reso facili i rapporti tra Cgil e Fiom ("con Epifani in questi 8 anni non ci siamo presi molto" ha detto dal palco proprio in faccia al segretario generale confederale, accigliato e divertito al contempo).
Questo percorso critico continuerà, con l'area programmatica "La CGIL che vogliamo" che si costituirà nei prossimi giorni e di cui Rinaldini (assieme a Cremaschi e ad altri dirigenti di primo piano della Cgil) sarà uno dei leader.
A proposito dell'intenzione di Epifani di andare nel 2013 al tavolo di verifica del modello contrattuale adottato con l'accordo separato del 2009, Rinaldini ha replicato: "Guglielmo, io non so come arriveremo al 2011!".
Rinaldini ha concluso il suo intervento ricordando come ora più che mai c'è bisogno di militanza e di partecipazione volontaria. Non solo per le difficoltà finanziarie della Fiom e della Cgil che impongono di rinunciare a qualche funzionario di troppo, ma anche e soprattutto perché per stare oggi dalla parte dei lavoratori occorrono forti motivazioni. "Meno che mai c'è spazio per sindacalisti di mestiere".

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Accade a sinistra

L'organizzazione dei metalmeccanici vive una fase di travaglio. Per sostituire Rinaldini alla segreteria generale si contrappongono le candidature di Landini e Cremaschi. Ma potrebbe spuntare anche Airaudo, segretario della Fiom piemontese. E a Pisa, la federazione "sconfessa" le Rus in lotta contro la Piaggio di Colaninno

Andrea Martini

Come è noto, la conclusione del 16° Congresso nazionale della Cgil ha sancito di nuovo l'isolamento della Fiom all'interno della confederazione di corso d'Italia.
L'alleanza di Gianni Rinaldini con i segretari generali delle categorie dei lavoratori pubblici e dei bancari è stata spezzata con la vittoria di Epifani e dei suoi all'interno di queste due categorie.
Ora dunque il cerino dell'opposizione alla linea risultata maggioritaria nel congresso ritorna nelle mani di Rinaldini e della Fiom, che devono cercare di trovare il modo di far pesare sulle future scelte quei 310.000 voti raccolti nelle aziende dalla mozione "La CGIL che vogliamo".
Il dibattito tra quelli che hanno sostenuto la mozione di minoranza è vivace, non solo per la complessità delle scelte politiche e organizzative da fare (rimettere a punto la piattaforma, di fronte alla conclusione del congresso e alle stridenti violazioni della democrazia e della pari dignità delle opzioni congressuali, costituirsi o meno in area programmatica, utilizzando le regole e le agibilità consentite dallo statuto) ma anche per l'intreccio con altre delicate scadenze.
Sullo sfondo c'è la sostituzione di Epifani nel ruolo di numero uno della confederazione, programmata per fine settembre, ma, più nell'immediato, c'è il rinnovo della segreteria confederale che è all'ordine del giorno nella seduta del direttivo nazionale preannunciato per il 7, 8 e 9 giugno.
Ma ancor prima, la fase dei rinnovi dei vertici investirà proprio la federazione dei metalmeccanici con una sostanziale sovrapposizione tra le opzioni di posizionamento rispetto alla linea confederale e le scelte sulla ridefinizione del vertice Fiom. Infatti Gianni Rinaldini, che ereditò esattamente otto anni fa la guida di questa categoria da Claudio Sabattini, durante la riunione del Comitato centrale metalmeccanico convocato per il 31 maggio, lascerà l'incarico.
Le candidature alla sostituzione già esplicitatesi sono due: il più quotato Maurizio Landini, in qualche modo indicato dallo stesso Rinaldini, e il più noto Giorgio Cremaschi, leader della Rete 28 aprile e dell'ala fiommina più radicale.
La scelta potrebbe non essere solo sulle preferenze personali, ma sottende anche l'indicazione della direzione di marcia che la categoria dei metalmeccanici assumerà nei confronti del resto della Cgil e, in buona sostanza, anche alle controparti.
Formalmente entrambi i candidati collocano le proprie proposte politiche nel solco di quella che è stata la linea praticata da Rinaldini (e ancor prima da Sabattini) per oltre dieci anni.
Certo, l'elezione di Cremaschi, però, starebbe a significare una maggiore e molto più granitica irriducibilità di questa linea alle pressioni per niente discrete di Epifani e della confederazione perché la Fiom rientri nei ranghi.
A sorpresa, nel corso dei prossimi giorni, potrebbe spuntare una soluzione di mediazione tra i due, con la candidatura di Giorgio Airaudo, l'attuale segretario generale della Fiom piemontese.
Le scelte, come si diceva, non sono solo di vertice, ma si intrecciano anche con la conduzione di importanti vertenze sia già in atto, sia all'orizzonte prossimo venturo.
Ne citiamo due, emblematiche.
Da un lato il destino dei lavoratori Fiat (in particolare quelli di Termini Imerese e di Pomigliano), messi di fronte al piano industriale presentato da Marchionne al ministero dello Sviluppo economico a fine marzo. Finora la Fiom si è sostanzialmente limitata a commentare molto negativamente quel piano, che chiude definitivamente ogni prospettiva per lo stabilimento siciliano e sottopone quello campano a un pesante ricatto sul piano delle turnazioni, dei ritmi e dei diritti, ricatto, sia detto per inciso, che ha trovato immediatamente la scontata complicità di Cisl e Uil e un apprezzamento politico bipartisan. Ma quel ricatto, per non consegnare inermi alle pressioni padronali i dipendenti Fiat e per non consentire la contrapposizione di interessi tra i dipendenti dei vari siti aziendali, richiede la messa in campo di una mobilitazione unificante, massiccia, duratura e capace di far capire alla Fiat i costi produttivi, economici e politici di quel ricatto.
Per ora, nella Fiom, la discussione su quale risposta dare a padron Elkan e al plenipotenziario Marchionne è stata rinviata "causa congresso". Ma il nuovo segretario generale e la nuova segreteria nazionale Fiom che si insedierà nelle prossime settimane sarà chiamata a misurarsi subito con questa questione.
Già da subito, invece, qualche nota stonata è risuonata nella vertenza Piaggio, aperta da Colaninno, che, non contento dell'impennata dei profitti (l'azienda ha chiuso il primo trimestre del 2010 con ricavi per 340,6 milioni di euro, in rialzo dell'11,2% sullo stesso periodo del 2009 e con un utile netto di 2,9 milioni, con una previsione di ulteriori incrementi grazie agli incentivi 2010 per l’acquisto di moto) ha chiesto nei mesi scorsi un'intensificazione della produzione attraverso l'introduzione del lavoro obbligatorio al sabato, subito accettato dalle solite Cisl e Uil.
La Fiom, riconfermata come primo sindacato (con quasi 1000 voti su 2300 votanti, anche se con una leggera flessione rispetto alla precedente tornata) alle recenti elezioni per la Rsu, ha immediatamente proclamato lo sciopero degli straordinari del sabato, per offrire copertura a quei numerosissimi operai che non intendono rinunciare per un pugno di euro ad una giornata di riposo.
Lo sciopero Fiom è stato indetto dai 14 delegati Fiom della Rsu e dalla segreteria provinciale Fiom di Pisa.
Al successo dello sciopero, Colaninno ha replicato con durezza, con minacce dirette di sanzioni contro gli operai che si sono rifiutati di andare a lavorare e ventilando l'ipotesi di ulteriori delocalizzazioni verso i paesi asiatici.
Ma negli ultimi giorni, anche grazie alla connivenza dell'amministrazione di centrosinistra di Pontedera, le minacce di Colaninno hanno cominciato a seminare disorientamento in alcuni settori di lavoratori e, soprattutto, hanno indotto la Camera del Lavoro e la stessa Fiom di Pisa (con un comunicato stampa condiviso da 6 delegati Rsu su 14) a riprendere in esame le forme di lotta, suggerendo l'individuazione di "strumenti e modalità alternative".
In una situazione di scontro aspro come quello in corso alla Piaggio, e in un contesto di complicità incrociate a livello politico e sindacale con il padrone, una così plateale sconfessione della maggioranza della Rsu Fiom non può che indicare l'esistenza di inquietanti indizi di cedimento. Tanto più che il comunicato degli apparati Cgil e Fiom di Pisa sembra sia stato condiviso proprio da Maurizio Landini, responsabile nazionale Fiom per il gruppo Piaggio e, come già detto, candidato più accreditato alla successione di Rinaldini.
La maggioranza della Rsu Fiom della Piaggio, intanto, ha organizzato una consultazione in fabbrica e, sulla base dei risultati ha deciso di riconfermare lo sciopero del sabato.

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Accade a sinistra

Cremaschi attacca il ministro Sacconi accusandolo di volere "la via greca" per i lavoratori italiani. Poi attacca la ritrovata intesa con Cisl e Uil e chiede all'opposizione interna di continuare la propria battaglia di minoranza. Prima di lui, l'ex segretario della Funzione Pubblica ha invece fatto appello all'unità

«Sacconi vuole la via greca all'attacco ai lavoratori» e «si sta preparando un attacco senza precedenti nei nostri confronti». Lo dice il segretario nazionale della Fiom ed esponente della seconda mozione al Congresso Cgil, Giorgio Cremaschi. «Provo un'indignazione per quello che sta avvenendo in questi giorni ai lavoratori e pensionati della Grecia, e penso che non siamo ancora sufficientemente chiari sulla gravità di quanto sta accadendo» e sul pericolo che dopo l'attacco, anche sul lavoro, alla Grecia, ci sia la Spagna e poi anche l'Italia. «Si sta preparando un attacco senza precedenti nei nostri confronti, a partire dalla crisi per la quale non è stato fatto nulla da nessun governo o realtà economica e sociale. La crisi si ripresenta oggi più vorace di prima e noi non abbiamo ancora la consapevolezza piena di quanto sta accadendo» ha detto Cremaschi che ha quindi auspicato per la Cgil «un ruolo di forte opposizione sociale». «E siccome si parla dei rapporti con Cisl e Uil dico che ho apprezzato il coraggio politico di Epifani ma penso di poter dire che non sono d'accordo con lui: la differenza che abbiamo con Cisl e Uil non è quella che hanno cercato di contrabbandarci: c'è una questione di fondo con loro sulla linea da tenere di fronte alla crisi, e cioè cambiamento o adattamento», ha detto ancora Cremaschi, ricordando che «sulla democrazia sindacale, Bonanni ha avuto il pregio di essere chiaro», così come sulla contrattazione: «Ora ci dicono, il modello è questo o aderisci o sei fuori». Senza dimenticare, conclude Cremaschi che «Cgil e Cisl hanno accettato una intesa a danno dei lavoratori» sull'arbitrato. Per questo, conclude, «è diritto-dovere della maggioranza perseguire la sua strada, però in un'organizzazione pluralista la minoranza deve avere il diritto di dire: "non mi avete convinto, continuo la mia battaglia". Per me - conclude Cremaschi - questa battaglia deve andare avanti».
L'AUSPICIO DI PODDA. «L'auspicio è che la Cgil esca dal congresso più unita di quanto vi è entrata. Un risultato che non si può raggiungere con qualche alchimia verbale sui documenti, ma solo se c'è una forte volontà che va in questa direzione. Abbiamo alcune ore di lavoro per farlo, e sarebbe un segnale di unità forte in un paese in cui tutti, invece, tendono a dividersi». E' l'appello che Carlo Podda, ex segretario della Funzione pubblica e firmatario del secondo documento congressuale, lancia alla platea congressuale della Cgil. «Le differenze - ha detto - vanno tenute insieme e devono diventare un valore. Del resto la pluralità è un fattore essenziale della Cgil e il fondamento della sua confederalità».

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Accade a sinistra

Nella relazione introduttiva al congresso dell'organizzazione sindacale, Epifani propone al congresso una ricetta keynesiana per uscire dalla crisi e si dice disposto a sedersi al tavolo del modello contrattuale. La Confindustria apprezza, Sacconi rilancia: la ricetta della Cgil ci porta dritti in Grecia.

Manuele Bonaccorsi

La Cgil presenta la sua ricetta keynesiana per uscire dalla crisi. Al congresso di Rimini, il 16° per la confederazione, Guglielmo Epifani lancia il suo Piano straordinario per il lavoro: un milione di nuovi occupati, grazie al rilancio degli investimenti pubblici (150mila posti di lavoro), a incentivi e sgravi fiscali (300mila posti), alla riconversione ecologica dell'economia (70mila), a un piano di micro opere infrastrutturali (150mila) e alla sospensione dei tagli nel Pubblico impiego e scuola e allo sblocco del turn over nella P.a.(400mila). Un progetto ambizioso, che ricalca l'antica proposta, avanzata negli anni '50 dall'allora segretario della Cgil Giuseppe Di Vittorio, rimasta inascoltata dai governi De Gasperi, tristemente famosi per la repressione dei conflitti e il sostegno alla reazione padronale. L'ambiziosa proposta di Epifani rischia, purtroppo, di fare la stessa fine: “Chiedere 400mila nuovi posti di lavoro nel settore pubblico nei prossimi tre anni è pazzesco, perché comporta uno sforzo economico che non siamo in grado di sostenere; significa che nel 2013 rischiamo di fare la fine della Grecia”, ribatte il ministro Sacconi, presenta all'assise insieme al sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta.
La Grecia appunto. È questo il fantasma che aleggia nell'assise della Cgil, nella relazione di Epifani e nell'intervento del segretario del sindacato europeo John Monks. “Il caso della Grecia, le ondate speculative possono spingere a una convergenza verso politiche restrittive e orientate soltanto sul lato dell'offerta. Nella situazione italiana questa soluzione non è quello di cui il Paese ha bisogno”, ha affermato Epifani nella relazione. Il vero problema, insomma, è il Pil, la crescita, non il debito. Su questo, per Epifani, il governo deve intervenire subito, come hanno fatto tutti i Paesi europei. Una richiesta che il segretario uscente accompagna anche con un'offerta precisa: “di fronte a una disponibilità del governo a muoversi in questa direzione siamo pronti ad armonizzare i rinnovi contrattuali dei settori pubblici e della scuola come una parte dei costi di questa scelta”. Tradotto: se il governo bloccherà i tagli la Cgil potrebbe accontentarsi di rinnovi contrattuali poco onerosi per le casse pubbliche. Ossia, moderazione salariale in cambio di nuove assunzioni. Qualcuno in sala scuote la testa.
Resta intatta, nell'impianto della relazione di Epifani, la grande distanza dalle politiche del governo, che ha caratterizzato negli ultimi due anni la politica del sindacato rosso. Ma il leder della Cgil, dal grande palco rosso del Palacongressi di Rimini, lancia la sua offerta agli avversari di questi anni di conflitto, culminato in due scioperi generali e in una manifestazione nazionale al circo Massimo. A Cisl e Uil Epifani propone di “fermarsi e riflettere sulle divisioni per condividere un percorso che freni la completa lacerazione dei rapporti e per ricostruire un terreno comune”. Nessun attacco a Confindustria, rappresentata a Rimini dalla presidente Emma Marcegaglia, fischiata dai delegati quando lo speaker, prima della relazione, annunciava la sua presenza. Anzi, Epifani dice di condividere le richieste avanzate a Parma dall'associazione datoriale affinché l'esecutivo faccia di più sul contrasto alla crisi: “Il governo rifletta su tutto questo”, dice Epifani, direttamente rivolto al ministro dell'economia Tremoti. Infine all'esecutivo – sotto il palco ascoltano Sacconi e Gianni Letta - Epifani dice: “Provi a spogliarsi di quello spirito che ispira molte dichiarazioni di ministri e che vede nella Cgil non un interlocutore ma un avversario”.
La Cgil, dunque, prova a rientrare nei ranghi. Può vantare la firma unitaria di tutti i contratti di lavoro, escluso quello della minoranza dei metalmeccanici Fiom. Può vantare una netta vittoria della maggioranza che sostiene il segretario (82 per cento dei voti) e su una netta sconfitta della seconda mozione (17 per cento) con una Fiom sempre più isolata. Nel 2013 scadrà il periodo di prova del nuovo modello contrattuale, firmato da Confindustria, Cisl e Uil. Da subito parte il percorso per poter tornare al tavolo, per rientrare nei giochi. Prima tappa, accordo sulla democrazia con Cisl e Uil. Poi, un lento lavoro di ricucitura, corteggiando confindustria nella richiesta di interventi a sostegno delle imprese. Nella speranza che si acuiscano le divisioni interne al governo. Moderata apertura alle proposte della Cgil da parte di Emma Marcegaglia, leader di Confindustria: “Siamo pronti a ridiscutere del modello contrattuale – ha affermato la leader degli industriali - ma possiamo accettare solo piccole modifiche, anche perché con la Cgil abbiamo già firmato molti contratti dopo quell’accordo”. La Cgil, insomma, non minaccia più di mordere. Ma si fa forte dei sui 5,5 milioni di iscritti e della sua radicata identità, che Epifani, applaudito dai delegati, ci tiene a rimarcare: ”La parola uguaglianza non è termine da mettere in disparte, perché parola, e valore, antica”.
Manuele Bonaccorsi

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Accade a sinistra

"Mi candido a segretario della Fiom ma spero non ce ne sia bisogno e che sia l'intera Fiom ad animare un'Area programmatica di opposizione interna. La Cgil ha bisogno di nuove regole e di una effettiva "Democrazia Sindacale". Anche ricorrendo alle primarie per l'elezione del segretario generale".
Intervista al leader della Rete 28 Aprile

di Salvatore Cannavò

“Una candidatura “politica” perché politica è la battaglia che riguarda il futuro non solo della Fiom ma dell’intera Cgil”. Questo è il senso che Giorgio Cremaschi, segretario nazionale uscente della Fiom nonché leader della Rete28Aprile, la piccola componente rimasta a presidiare la sinistra sindacale, dà all’autocandidatura alla segreteria generale del sindacato metalmeccanici. Cremaschi questa proposta l’ha già ufficializzata da diverso tempo. In questa intervista al Megafonoquotidiano la spiega meglio e soprattutto la colloca in una battaglia complessiva che guarda al futuro della Cgil. “Non si tratta di una collocazione individuale, anzi se devo dirla tutta è una candidatura che io spero non sia necessaria, che spero di ritirare perché vorrei che fosse l’intera Fiom a recepire la piattaforma politica che la sottende”. Le notizie di corridoio, non ancora ufficializzate, parlano però di una ipotesi Landini, “rinaldiano” di ferro per il dopo Rinaldini. E quindi? “A me l’ipotesi Landini può andare senza dubbio bene a condizione che ci sia un accordo politico. E non mi si venga a dire che per “il bene dell’organizzazione” il dibattito interno al gruppo dirigente debba rimanere nascosto; per “il bene dell’organizzazione” si sono compiuti dei disastri e quindi stavolta abbiamo bisogno della massima trasparenza e di un dibattito alla luce del sole”.
Vediamoli dunque i punti di fondo che Cremaschi chiede alla “sua” Fiom e che sostanzieranno la propria candidatura alla segreteria. “Il punto – ci dice – è molto semplice: si tratta di decidere se la Fiom cede al “riflusso” post-congressuale, si chiude nella propria categoria o se invece ingaggia una battaglia generale, di opposizione interna alla maggioranza e alla sua linea di rientro nell’alveo della politica sindacale delineata da Cisl e Uil. In altre parole se è d’accordo a mantenere in piedi la “Cgil che vogliamo” come Area programmatica, e quindi di dissenso, con al centro le lotte sociali e con avversario il nuovo sistema contrattuale”. Una prospettiva che secondo Cremaschi è obbligata perché ci sarà da rinnovare il contratto dei metalmeccanici e se la Fiom vuole fare sul serio non può pensare di abbassare i toni in casa Cgil.
“Il punto chiave del congresso – continua Cremaschi – è che ci ha indicato due modi di fare e di essere della Cgil: concepire il no all’accordo contrattuale come un incidente di percorso da recuperare con accordi di categoria che vanno nello stesso senso anche se forniti di qualche foglia di fico, peraltro generalmente apprezzata dalla Confindustria; o se invece dire no a questa linea, rilanciare una Cgil di lotta, con una piattaforma adeguata alla crisi e capace di rimotivare il protagonismo dei lavoratori e instaurare una vera democrazia interna”. Il problema delineato da Cremaschi, ovviamente fa i conti con il risultato congressuale. La seconda mozione ha infatti ottenuto un risultato al di sotto delle aspettative – il 17% circa – anche se consistente in termini “assoluti”, pari cioè a 310 mila voti. Questa situazione ha comportato la perdita della maggioranza nell’altra grande categoria, la Funzione pubblica che, insieme alla Fiom e alla Fisac (bancari) aveva dato vita al documento alternativo. Una sconfitta bruciante che si farà sentire nelle scelte future. Gestire una linea di “minoranza” controllando le due più grandi categoria è una cosa, avere a disposizione solo la Fiom è un’altra. “Va detto però, avverte Cremaschi, che del milione e ottocentomila voti complessivi (1,5 milioni alla maggioranza e 300 mila alla minoranza, ndr) circa 500 mila sono contestati e per questa ragione la minoranza non riconoscerà i dati del congresso. Se guardiamo alla Cgil degli iscritti la mozione 2 conta circa il 30-35%; sulla Cgil delle tessere siamo invece al 17%. Quindi la forza politica dell’opposizione c’è e si basa anche sulla forza dei suoi militanti disponibili a una battaglia politica; a condizione di volerla condurre. Anche perché io penso che l’alternativa a questa scelta sarebbe solo l’andata a casa”. Insomma la “realtà oggettiva” depone a favore di una continuità della lotta e dell’opposizione in contraddizione con “l’inerzia della burocrazia” che invece può tendere a rientrare nei ranghi.
Cremaschi e la Rete28Aprile avanzeranno questa proposta all’assemblea della “Cgil che vogliamo” che si tiene a Roma sabato prossimo: “Divenire Area programmatica per continuare la battaglia politica, tendenzialmente di opposizione e fare in modo che i primi interlocutori siano i propri compagni di viaggio nel senso che le grandi scelte si fanno prima all’interno dell’area e poi si discutono con la maggioranza. In una solidarietà di minoranza che credo sia indispensabile perché casi di discriminazioni, in particolare contro la Rete, si sono verificati qua e là nei congressi provinciali, regionali o di categoria”.
Ma “la Cgil che vogliamo” ha le carte in regola, insiste Cremaschi, per condurre una battaglia di rilancio della Cgil garantendole un’alternativa alla linea suicida di Guglielmo Epifani. “La Cgil è un’organizzazione in piena crisi e l’ipotesi di inseguire la Cisl e la Uil ha come conseguenza di aderire al neocorporativismo di quei sindacati in intesa con la Confindustria e con Sacconi. In questa ipotesi la Cgil si scioglie ma si scioglie anche se rimane in questo guado perenne. In realtà l’unica possibilità di rinascere per la Cgil è quella di rompere con Cisl e Uil e costruire un’altra dimensione di alleanze – con i comitati di lotta, con la partecipazione democratica, il conflitto – e una piattaforma adeguata alla crisi. In cui si parli di questioni dirompenti: la riduzione dell’orario di lavoro a 35/30 ore, un nuovo piano di nazionalizzazioni, un nuovo intervento pubblico, la capacità di forzare i rapporti di forza, quando se ne danno le opportunità, per aumentare i salari”. In questa ipotesi di rinascita della Cgil però un ruolo centrale ce l’ha la questione democratica.
“Il vero collante della seconda mozione, ciò che la qualifica e la può far diventare una prospettiva futura è proprio la questione democratica. Se dovessi scegliere un nome per un’area programmatica sceglierei Democrazia Sindacale, perché sulla ridefinizione delle regole ci giochiamo gran parte della nostra credibilità. Il modello democratico della Cgil non va assolutamente bene, né sul piano interno né per quanto riguarda le grandi consultazioni. E mi spingerei anche a fare una proposta provocatoria: piuttosto che l’attuale sistema occorrerebbero delle primarie per eleggere il segretario generale: primarie con delle regole – un adeguato periodo di “campagna elettorale”, una effettiva “par condicio” il voto solo dove è possibile un controllo democratico – ma primarie. In realtà a Epifani piace vincere facile”.

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Cronache dalla crisi

Uno sciopero generale indetto con modalità discutibili (solo 4 ore di astensione dal lavoro e manifestazioni provinciali), ha raccolto risultati importanti di adesione. Ma la piattaforma su cui lo sciopero è stato convocato mostra tutte le sue inadeguatezze e una vera battaglia è ancora tutta da fare. Anche contro Cisl e Uil

Andrea Martini

Oggi si è svolto lo sciopero generale nazionale della Cgil. Il primo sciopero generale dopo esattamente 15 mesi dall'ultimo, svoltosi il 12 dicembre del 2008. Per tutto il 2009, l'anno della crisi, l'anno della chiusura delle fabbriche, l'anno degli operai sui tetti a manifestare con modalità di lotta inusuali la loro disperazione di fronte alla gestione padronale della recessione, nessuna scadenza di mobilitazione generale è stata indetta dalla Cgil, il sindacato che ancora si vanta (e a ragione, stando alle cifre, perlomeno ufficiali, del tesseramento) di essere il più grande d'Italia e tra i più grandi del mondo.
Questo nonostante a più riprese la minoranza interna “La CGIL che vogliamo” avesse tentato di mettere ai voti nel direttivo nazionale la proposta di indire uno sciopero generale, in particolare al momento della legge finanziaria, proposte tutte bloccate da Epifani e dai suoi. Durante tutto l'anno passato solo due grandi manifestazioni, ad aprile e a novembre, senza sciopero, come pura testimonianza di esistenza in vita, per rivendicare, peraltro senza convinzione, un tavolo di “concertazione”.
Nel frattempo, appunto, la crisi e l’offensiva padronale trituravano i posti di lavoro, centinaia di migliaia di lavoratrici e di lavoratori sono stati ridotti a sopravvivere con misere indennità di cassa integrazione, di mobilità o di disoccupazione, quando non sono stati semplicemente gettati sul lastrico.
I redditi da lavoro o da pensione sono stati falcidiati dalle tasse e dall'aumento dei prezzi, mentre gli evasori grandi e piccoli hanno continuato ad essere premiati con condoni e scudi fiscali. La precarietà si è pesantemente aggravata. Molti precari sono stati licenziati e ora lavorano al nero e ancor più sottopagati.
Le migranti e i migranti, con il ricatto della clandestinità, sono costretti ad accettare qualunque sopraffazione. Il razzismo è giunto all’organizzazione di veri e propri pogrom, con la copertura istituzionale, come a Rosarno.
Nel frattempo, lo stato sociale viene distrutto, con i tagli selvaggi alla sanità, alla scuola, con la privatizzazione di tutto ciò che ancora ha una qualche parvenza di pubblico, come l'acqua.
I diritti conquistati in decenni di lotta vengono annullati. Le nuove generazioni vengono messe a confronto con una società nella quale si afferma brutalmente la legge del più forte. La legge approvata pochi giorni fa dal parlamento, nel silenzio generale, mentre i mass media sono tutti concentrati sulle elezioni regionali e sulla contesa sulle liste, punta a vanificare l'articolo 18 della legge 300 e a imporre contratti individuali, sottratti alla competenza della magistratura e alle regole universali dei contratti collettivi.
In un quadro come questo, che ha poco da invidiare alla drammatica situazione greca, ci si sarebbe aspettati una impennata della conflittualità, ma così non è stato. Questo sciopero generale, indetto con modalità discutibili (solo 4 ore di astensione dal lavoro e manifestazioni provinciali), dalle prime notizie sembra comunque aver raccolto risultati importanti di adesione, seppure molto poco omogenei. Anche le cento manifestazioni sono state discretamente affollate, con alcune centinaia di migliaia di partecipanti.
Le lavoratrici e i lavoratori hanno scioperato e partecipato ai cortei proprio per dare voce alla sofferenza sociale. Ma la piattaforma su cui lo sciopero è stato convocato mostra tutte le sue inadeguatezze, incentrata com’è sulla pura estensione degli ammortizzatori sociali, sulla riduzione della pressione fiscale sui salari e sulle pensioni, oltre che sull’importante rivendicazione dell’abolizione del reato di clandestinità per i migranti “irregolari”.
Non una parola sulle responsabilità della Confindustria, sulla complicità di Cisl e Uil con padroni e governo (peraltro riconfermata in modo provocatorio proprio l’altro ieri con la firma di un “avviso comune” senza la Cgil sull’arbitrato).
Epifani ha rifiutato di estendere la piattaforma alla contestazione della legge sull’arbitrato, limitandosi a fare accenni tardivi e in sordina sul tema, comunque molto preso di mira dai cartelli dei manifestanti.
Dopo questo sciopero i problemi restano tutti e intatti. Ma il successo dell’iniziativa dovrebbe consentire di affrontare le prossime necessarie iniziative con più coraggio.

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Accade a sinistra

La mozione di Epifani si accredita dell'83% dei consensi potendo contare su un'affluenza di votanti straordinaria. Ma l'afflusso si è verificato dove non era presente la seconda mozione. Che ora deve dimostrare di riuscire a rimanere insieme e unita

di Giuliano Garavini
da Rete28aprile

Nel 1967, con un attacco a sorpresa, l’esercito Israeliano occupò il Sinai, la Cisgiordania, Gerusalemme araba e le alture del Golan. Una schiacciante vittoria militare che sbaragliò gli avversari del mondo arabo ma non per questo risolse i problemi del popolo israeliano. Semmai li aggravò e li incancrenì, suscitando tra l’altro un movimento di resistenza sempre più combattivo nei territori occupati.
E così la maggioranza della Cgil, al più importante appuntamento da decenni, quello nel quale si poteva discutere seriamente la strategia per il futuro di un’organizzazione che ha evidentemente commesso errori tali da permettere allo stesso tempo ai salari italiani di piombare al livello più basso fra quelli del mondo occidentale e al precariato di crescere a dismisura, ha messo tutte le sue truppe, la sua burocrazia e la logica creativa dell’apparato al servizio di una vittoria schiacciante della mozione del segretario generale Epifani. Essa viene accredita dell’83 per cento dei consensi dopo i congressi. Vittoriosa, sebbene di stretta misura, anche due categorie, come la Funzione pubblica e i Bancari, i cui segretari generali si erano schierati con la seconda mozione – e che dunque dopo il congresso non guideranno più le loro organizzazioni.
La maggioranza della Cgil ha perfezionato una tecnica di creativa manipolazione dei numeri che già era stata messa in pratica in occasione del disastroso (per la credibilità nei confronti dei precari) protocollo sul Welfare nel 2007: in quella occasione, con l’aiuto di Cisl e Uil che nel referendum non hanno mai creduto, i sindacati avevano dichiarato 5 milioni di sì all’accordo, dei quali almeno la metà inventati. La tecnica prevede numeri bulgari, la delegittimazione dell’avversario che contesta e la conquista di tutti gli spazi di potere. Così facendo, i guai della Cgil nella sua linea israeliana non sono finiti, sono anzi appena iniziati, e la necessità di cambiamenti resta più forte di prima. (...)

Questo si sta rivelando un congresso utile a smascherare tutti i limiti della pratica democratica all’interno della Cgil e la necessità dell’elaborazione di nuove normative interne. Secondo lo stesso presidente della commissione di Garanzia Ghezzi, che ha presentato alla stampa i risultati insieme ad una delle figure chiave della mozione 1 Panini (piuttosto irrituale no?), i votanti sarebbero stati circa 1milione e 800mila, con la mozione 2 presentata nel 50 per cento dei congressi. In pratica ci sarebbero stati in Cgil 600mila votanti in più rispetto al 2001 e 400mila votanti in più che nel 2006: cioè, come ha rimarcato Moccia nella successiva conferenza stampa della mozione 2, in un momento in cui il trend elettorale in tutte le elezioni locali, nazionali ed europee vede un deciso calo della partecipazione al voto, solo in Cgil gli iscritti si sarebbero recati massicciamente e appassionatamente a votare. Partecipazione al voto poi particolarmente massiccia in un congressi in cui la mozione 2 non era presente (circa il 50 per cento), e con incrementi dei votanti soprattutto nelle regioni meridionali e soprattutto in categorie che per loro natura sono più deboli. I numeri attualmente diffusi sui votanti sono totalmente fasulli, soprattutto nelle regioni meridionali dove in realtà il sindacato è tradizionalmente meno radicato e meno visibile. I numeri affidabili sono invece quelli dei congressi in cui erano presenti i rappresentanti di tutte e due le mozioni e in cui la partecipazione al voto è stata tendenzialmente in linea con i precedenti congressi: questi numeri sono attesi con ansia e si spera saranno forniti al più presto dalla commissione di Garanzia.
In conferenza stampa gli esponenti della mozione 2 hanno fatto sapere che ad oggi non hanno convalidato i risultati di congressi per circa un 40 per cento del totale e che, senza una revisione dei conti, i numeri del congresso, per la prima volta nella storia della Cgil, passeranno a maggioranza.
L’utilità di questi primi risultati è stata intanto quella di smentire il mito di una mozione ribelle, creata per brutali motivi di potere. Infatti Podda e Moccia avrebbero potuto con più facilità proseguire nella tradizionale linea moderata e rimanere a capo delle rispettive federazioni. I risultati annunciati sono stati invece accolti con sollievo sia dai giornali della borghesia, sia da autorevoli esponenti del centrodestra come Giuliano Cazzola, vice-presidente Pdl della commissione Lavoro della Camera, che ieri ha acutamente commentato in un articolo di fondo si "il Giorno" che "Con questi risultati la Cgil è più libera". Contento lui...
Adesso è più chiaro che la mozione 2 rappresenta: la critica alla stagione della concertazione, la necessità di ripensare strutturalmente l’alleanza con gli altri sindacati che sono impegnati in una strategia di complicità con Confindustria e il Governo e con i quali non c’è nessuna possibilità di unità d’azione nel medio-lungo periodo, la volontà di incentivare democrazia e partecipazione attraverso referendum su tutti accordi fra gli iscritti e non al sindacato, la priorità di riunificare il mondo del lavoro sfoltendo contratti e forse anche categorie, la battaglia frontale e senza cedimenti contro le regole del nuovo modello contrattuale che alcune categorie che fanno parte della maggioranza, come i chimici, hanno di fatto già incluso nei loro contratti nazionali.
C’è ancora chi, non soddisfatto dell’invenzione dei numeri, grida al “non si può spaccare la Cgil alla vigilia dello sciopero generale”, “non si può spaccare la Cgil in piena crisi economica adesso che è l’unico baluardo contro la Destra”, “la mozione due è insieme per logiche di potere”. In primo luogo bisogna dire che ci sarà sempre un motivo per gridare alla necessità dell’unanimismo tipica delle organizzazioni quando in esse prevale la burocrazia: la Cgil apparirà alle volte troppo debole, e altre magari molto forte e quindi non va indebolita. E le critiche a chi propone una strategia diversa, che mette in discussione pratiche incancrenite, sono sempre state quelle di cavalcare interessi personali. Sono più facili le reazioni difensive che cambiamenti.
A questo punto a coloro che hanno messo insieme la mozione “la cgil che vogliamo”, e che vengono da storia personali profondamente differenti, alcuni dei quali hanno impiegato più tempo di altri a comprendere la deriva concertativa e burocratica che andava prendendo l’organizzazione, spetta l’onere della prova. L’onere della prova sarà quello di non spaccarsi prima, durante o dopo il congresso e di non cambiare casacca. Di mantenere un’alleanza salda fondata su circa 300mila voti comunque presi e certificati e di promuovere per il futuro una riorganizzazione delle regole democratiche all’interno, e allo stesso modo un diverso modo di vedere il sindacato che liquidi una volta per tutte il fallimentare modello concertativo e si ripensi facendo, con ciò stesso, più onore alla storia di lotte e di eguaglianza della Cgil.

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Accade a sinistra

Il portavoce di Lavoro e Solidarietà, Gianpaolo Patta, riferimento dell'area Lavoro e Società in Cgil si sospende dall'organismo unitario. "Attaccate i nostri compagni e siete di fatto schierati contro Epifani". La posizione equilibrista del Prc delude entrambi gli schieramenti e crea una grande confusione interna

imq

La Federazione della Sinistra, nata poco più di un mese fa su iniziativa di Rifondazione comunista, Pdci, Socialismo 2000 di Salvi e Lavoro e Società del sindacalista Gianpaolo Patta, perde un pezzo importante. Esattamente quest’ultimo, tra i quattro “leader” della neonata formazione, che con una lettera a Ferrero, Diliberto e Salvi annuncia la propria sospensione dalla Federazione stessa. Motivo scatenante della decisione, un insieme di fattori tra cui lo svolgimento della Conferenza nazionale dei lavoratori e delle lavoratrici Prc che si è svolta sabato scorso a Torino, un presunto attacco del quotidiano Liberazione all’area sindacale, Lavoro e Società, di cui Patta è il riferimento politico ma anche uno scarso impegno del Prc a promuovere la stessa Federazione.
“Cari compagni – si legge nella lettera che il megafono quotidiano ha potuto visionare - alla conferenza dei lavoratori e delle lavoratrici del PRC tenutasi a Torino sono rimasto molto sorpreso nel constatare l'assenza di qualsiasi riferimento alla Federazione della Sinistra. Non ne erano visibili in sala neanche i simboli nonostante manchino poche settimane a elezioni regionali per noi assolutamente vitali. Tutti i compagni hanno parlato dei problemi del mondo del lavoro, della situazione politica generale come se il progetto della Federazione non fosse in campo”. Insomma, una lamentela per l’assoluta marginalità che questo progetto politico troverebbe nell’agenda di Rifondazione comunista in particolare. Ma il cuore della vicenda è ovviamente un altro e riguarda l’atteggiamento relativo al prossimo congresso Cgil, i cui congressi locali si stanno completando in questi giorni. Dal dibattito che il Prc ha svolto nella propria conferenza, spiega Patta, “in tutta evidenza emerge che il Prc condivide le posizioni della mozione Moccia”. E in effetti, nel dibattito interno al Prc sono emerse anche con forza le posizioni di chi non capisce perché un partito da sempre schierato con le minoranze della Cgil stavolta abbia deciso salomonicamente di non prendere parte alla contesa interna, avallando di fatto la convinta adesione di Lavoro e Società a fianco del segretario generale Epifani. In realtà Patta ha dato un’interpretazione opposta della situazione, imputando al Prc di aver voluto, di fatto, appoggiare il documento alternativo come dimostrerebbe un altro episodio: “Liberazione ha accreditato le posizioni di Carlo Podda circa presunti brogli nel congresso della Cgil; sempre Liberazione riporta gli attacchi del medesimo compagno nei confronti di Nicola Nicolosi senza che di quest'ultimo, da sempre iscritto a Rifondazione Comunista, ne venga riportato per esteso il pensiero. Il compagno Paolo Ferrero, nelle sue conclusioni, fa sue le critiche, ingiuste, alla Cgil di non lottare, mentre si prepara un difficilissimo sciopero generale di questa sola confederazione (chissà quali grandi lotte sta producendo la sinistra), riferisce che il comitato politico nazionale del PRC ha deciso di non pronunciarsi nel
merito delle posizioni interne al congresso della Cgil e che comunque se lui partecipasse al congresso era chiaro a tutti a quale mozione avrebbe dato il proprio voto”.
Il dado è dunque tratto. “La somma dell'attacco di Liberazione nei confronti della Cgil e del coordinatore di Lavoro Società, quanto espresso dal compagno Ferrero chiariscono che, in un congresso che è prevalentemente scontro di gruppi dirigenti per la definizione dei nuovi pluralismi, il PRC darebbe una mano a coloro che vorrebbero ridimensionare o eliminare Lavoro Società”.
Patta, nella sua lettera, si lancia poi in un attacco alle posizioni della minoranza Cgil ricordando che, con il suo appoggio implicito, Rifondazione si pone al fianco di persone come “Carlo Podda il quale da iscritto al Pd ha votato insieme a Paolo Nerozzi e
Sergio Cofferati per Franceschini”, o di Rinaldini, segretario Fiom che, spiega Patta “ha sostenuto decisamente la Bolognina e l'accordo del 23 luglio fino a quando ha terminato di produrre suoi effetti e che oggi non partecipa certo al processo di costituzione della Federazione della Sinistra”.
“È assolutamente evidente – conclude Patta - che in questo quadro non c’è tra noi quel rispetto minimo e quella solidarietà indispensabili per concludere positivamente l'avvio della Federazione della Sinistra”.
Come dicevamo, dunque, un colpo per un progetto, la Federazione, che era partito con grandi difficoltà di rapporti interni e che comunque è individuato come l’ambito in cui affrontare la difficile fase attuale soprattutto dal punto di vista elettorale. Ovviamente a Liberazione respingono le accuse: “Abbiamo fatto un’inchiesta sul congresso Cgil e abbiamo ascoltato tutte le voci” dicono dalla redazione; “Lavoro e Società chiedeva una controreplica e questo non era previsto”. Ma il punto non è certamente il lavoro di un giornale, per quanto organo politico; rompere dei rapporti importanti come quelli costruiti per degli articoli di un organo di informazione, nel 2010, appare se non strumentale piuttosto retrò. Il punto è un altro: alla Conferenza della scorsa settimana a Torino è apparsa chiara una forte propensione a sostenere il documento 2 della Cgil nonostante l’equilibrismo del gruppo dirigente che ha garantito un non schieramento. Eppure questo non è bastato a Lavoro e Società e a Patta che ha dato il benservito sia pure subordinato a un chiarimento interno. E così Rifondazione per non aver voluto scegliere tra i due documenti della Cgil si trova oggi abbandonata dai pasdarn di Epifani senza aver coltivato il consenso e il rapporto con le minoranze.

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