Topic “carcere”

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Tempi moderni

La lettera di Stefano, la cui esistenza è stata anticipata da ilmegafonoquotidiano il 12 gennaio scorso, l'ha consegnata l’altro ieri il Ceis alla famiglia. Ma chi ha scritto l’indirizzo e chi ha spedito la lettera? Perché la comunità ha impiegato così tanto tempo per metterne a conoscenza la famiglia?

di Checchino Antonini

La lettera di Stefano esiste ma porta con sé altri misteri. Ed è stranissimo che, due mesi dopo la riesumazione della salma - proprio per fare una tac - non siano ancora stati depositati in Procura i dischetti con le immagini attese dai legali della famiglia.
Ecco la lettera: «Caro Francesco sono al Sandro Pertini, in stato d’arresto. Scusa se stasera sono di poche parole ma sono giù di morale e posso muovermi poco. Volevo sapere se potevi fare qualcosa per me. Adesso ti saluto, a te e agli altri operatori. Ps per favore rispondimi». Francesco è un operatore del Ceis, la comunità terapeutica di don Picchi.
La lettera di Stefano, la cui esistenza è stata anticipata da ilmegafonoquotidiano il 12 gennaio scorso l'ha consegnata l’altroieri il Ceis alla famiglia. Cucchi la scrisse la sera del 21 ottobre, dopo quattro giorni di rifiuto di cibo, acqua e di quasi tutte le cure. Gesti estremi finalizzati a incontrare un avvocato. Fuori dal “repartino”, ogni giorno, la famiglia sbatteva al muro di gomma delle amministrazioni che non consentivano né un colloquio, come d’uopo visto che il loro parente era detenuto, ma neppure un incontro coi medici per sapere come stava il geometra trentunenne arrestato la sera del 16 ottobre per possesso di pochi grammi di “fumo”. Primo mistero: perché la lettera è datata 20 ottobre? Forse Stefano, stravolto dalla durezza delle sue condizioni - era paralizzato a letto da quanto è dato sapere - sbagliò a contare i giorni. Forse. Ma un altro mistero è ancora più inquietante: la lettera fu spedita probabilmente dal Pertini, il 26 ottobre, lunedì. Cucchi era già morto all’alba del 22 ottobre e domenica 25 la vicenda era stata narrata per la prima volta sulla prima pagina di Liberazione. Questo recita il timbro sulla busta dove l’indirizzo, è stato compilato da una mano diversa da quella della calligrafia affaticata della lettera, ennesimo tentativo di far arrivare la sua voce all’esterno del sistema carcerario che lo aveva seppellito vivo, vistosamente segnato dal “contatto” con gli uomini in uniforme che ne avrebbero dovuto garantire l’incolumità durante la detenzione. Una frettolosa e distratta udienza di convalida gli aveva negato i domiciliari con la stranissima motivazione della mancanza di una fissa dimora sebbene la notte dell’arresto i carabinieri gli perquisirono la camera nell’appartamento di famiglia.
Ma chi ha scritto l’indirizzo e chi ha spedito la lettera? E ancora: perché la comunità ha impiegato così tanto tempo per metterne a conoscenza la famiglia? Don Mario Picchi, fondatore del Ceis, racconta di come, nei giorni in cui Cucchi era in carcere, fosse travolto da un doppio lutto. «Poi i miei collaboratori mi hanno fatto presente di quella lettera e allora ho detto che l’avremmo consegnata quando ce ne sarebbe stato chiesto conto». Tutto ciò è accaduto il pomeriggio di venerdì scorso mentre alcuni giornali ricamavano da alcune ore su presunte fratture antiche che smentirebbero le responsabilità di un ipotetico pestaggio nella morte di Cucchi. «Ma quali fratture - sbotta Fabio Anselmo, il legale della famiglia - si tratterebbe di ernie. Due mesi dopo la riesumazione della salma non sono stati depositati in Procura, e non abbiamo ancora avuto, i dischetti con la documentazione delle fratture, quella consegnata finora contiene solo immagini che nulla hanno a che fare con le lesioni alla colonna vertebrale.

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Tempi moderni

Dov’è finita la lettera che Stefano scrisse la sera prima di morire? E che cosa c’era scritto? Una capoposto del reparto penitenziario del Pertini gli fornì busta e foglio. E lo vide scrivere. Ma quella lettera non è mai arrivata.

di Checchino Antonini

Dov’è finita la lettera che Stefano scrisse la sera prima di morire? E che cosa c’era scritto? Perché quella lettera c’è, o almeno, c’è stata. Ilaria, sua sorella, non si dà pace da quando, spulciando il resoconto della scrupolosa indagine interna del Dap, s’è imbattuta in una testimonianza cruciale. Quella della capoposto del reparto penitenziario del Pertini che fornì busta e foglio al detenuto. E lo vide scrivere. Stefano Cucchi scrisse una lettera al Ceis, la comunità di recupero dove lo conoscevano, avendola frequentata per un paio d’anni. Ma quella lettera non è mai arrivata.
Ilaria, ieri in conferenza stampa con Manconi e con l’avvocato Anselmo, rivela un altro particolare, fornito da fonte autorevole che per ora non cita: ci sarebbe un verbale che annota quella busta da lettera nella lista di effetti personali appartenenti a suo fratello. Ce voluto un po’ di saliscendi ma, qualche settimana fa, quella scatola finalmente l’ha avuta indietro. Ma nel verbale di Regina Coeli, stavolta, nessuna traccia della lettera. E’ l’ennesimo mistero del caso Cucchi, è l’ennesima smentita della teoria del suo autoisolamento, specifica Fabio Anselmo. Anche le indiscrezioni sulla perizia ancora in corso potrebbero essere annnotate al capitolo “Misteri & depistaggi”. Scrivevano il giorno prima alcuni giornali che un ausiliario dei periti del pm ritiene ”antiche” le fratture delle vertebre ossia la causa che tenne inchiodato al letto del Pertini il giovane pugile, cateterizzato, che uscì in carrozzina dalla cella per sprofondare nell’orrore del “repartino”. Antiche e non mortali. «E chi ha detto che fossero mortali? Qui non si discute se quelle lesioni siano state mortali o meno: lo sono diventate per colpa medica. Ma se si muore per lesioni dolose a causa di incuria medica i responsabili di quelle lesioni, anche se non mortali, devono rispondere comunque di omicidio preterintenzionale», controbatte il legale, lo stesso del caso Aldrovandi. Ilaria lo rintracciò su internet non appena venne a sapere della fine di Stefano. Di pestaggio parlano tanti altri segni sul corpo martoriato di Cucchi, dai lividi alla paralisi della vescica, e ne fanno cenno alcuni testimoni che tirano in balo divise di agenti carcerari e di carabinieri. Ma Fabio Anselmo insiste: «Le fratture sono il risultato del pestaggio e lo dimostreremo, al di là di questo, trovo grottesco come si possa affermare che le guardie carcerarie non sarebbero responsabili della sua morte. Stefano è stato ricoverato non perchè voleva fare un intervento di chirurgia estetica ma in conseguenza delle lesioni subite da un pestaggio. Stefano Cucchi è morto a causa di negligenza medica grave in seguito a una collutazione violenta con le guardie carcerarie: al momento è questa la ricostruzione della Procura di Roma». Al momento, infatti, sono indagati tre agenti di polizia penitenziaria per omicidio preterintenzionale e sei medici del
Pertini per omicidio colposo. «Da parte mia ho sfatto svolgere un inchiesta amministrativa che allo stato attuale non ha dimostrato responsabilità della polizia penitenziaria - fa sapere il capo del Dap, Franco Ionta, udito ieri da Marino nell’ambito della commissione sugli errori del servizio sanitario - in ogni caso credo che il caso Cucchi dimostri come più amministrazioni che hanno avuto ruolo in questa vicenda abbiano tenuto un atteggiamento sostanzialmente burocratico rispetto al problema. Io mi prendo la responsabilità e spero che l’autorità giudiziaria sia in grado di stabilire realmente come sono accadute le cose». Delle amministrazioni restate fuori dalle indagini, per ora, resta fuori solo quella di Viale Romania, sede del comando generale dei carabinieri. Il rischio di manipolazioni esiste, ne è convinto Luigi Manconi, e la procura starebbe indagando sulle falsificazioni delle cartelle cliniche.
Era il 21 ottobre e il trentunenne romano, leggerissimo pugile, si trovava nel “repartino” del Pertini, l’ospedale per i detenuti. Era stato arrestato cinque giorni prima dai carabinieri di Capannelle che lo avevano trovato in possesso di una ventina di grammi di hashish e di qualche pasticca che forse era il suo antiepilettico salvavita. Quella notte sua madre lo vide l’ultima volta, verso l’una, quando arrivò con i militari per la perquisizione della sua cameretta. Stefano passò una notte in guardina in una caserma di Tor Sapienza. Notte tormentata se dovette arrivare l’ambulanza. Ma l’infermiere intravide solo i suoi occhi nel sotterraneo buio. Stefano, a quanto si sa, era avvolto tra due coperte. Il giorno appresso ci fu l’udienza di convalida. Quel giorno suo padre lo vide per l’ultima volta. Era contrariato per non aver trovato il suo avvocato di fiducia. Era stravolto dall’ordinanza che gli negava i domiciliari perché senza fissa dimora. Era gonfio di botte. Così malandato - ne resta traccia nelle foto della matricola - che quando lo vide il medico di Regina Coeli lo spedì al Pronto soccorso del Fatebenefratelli senza nemmeno fargli la visita psicologica. Ma da quell’ospedale firmò - vi sembra normale? - per tornare in galera verso mezzanotte. Quella notte i suoi compagni di cella lo videro per la prima e ultima volta. Non si reggeva in piedi, non ce la fece manco a fumare. Andò via in carrozzella, di nuovo verso il Fatebenefratelli che lo dirottò, mancanza di piantoni, alla struttura del Pertini, dove morirà cinque giorni dopo, sepolto vivo, rifiutando cibo, acqua e cure finché non avesse parlato col suo avvocato. Che non vide mai, che nessuno avvertì.

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Tempi moderni

La madre di "Marcellino" legge per la prima volta che suo figlio prima di morire parlava «con tono di voce elevato e le condizioni psichiche non appaiono scadute come era stato ventilato». Quando la verità?

di Checchino Antonini

Caso Lonzi, arriva la perizia e tutto fa pensare a un altro caso Cucchi. E allora si capisce perché il pm non l’aveva consegnata al legale di Maria Ciuffi prima della manifestazione dello scorso 16 gennaio a Livorno.
Maria è la madre del detenuto arrestato nel marzo del 2003, condannato a nove mesi per tentato furto. Ucciso dalla galera alle Sughere di Livorno nel luglio del 2003. Cause naturali, disse la procura sebbene i buchi alla testa e le otto costole rotte, sul corpo del ventinovenne, raccontassero ben altro. Maria è andata avanti opponendosi all’archiviazione e mostrando tutta la sua perplessità sulle iscrizioni al registro degli indagati: due guardie per omessa custodia e il compagno di cella per omicidio colposo. Proprio lui che allertò i soccorsi. Lui che era amico di Lonzi e che quando fu preso chiese di stare in cella con Marcellino. Lo chiamavano così. Ieri Maria Ciuffi ha potuto finalmente leggere la perizia che, entro pochi giorni, dovrebbe fornire al gip la base definitiva per il rinvio a giudizio o l’archiviazione. I periti asseriscono di avere ragionevole certezza che la morte di Lonzi sia dovuta a «morte aritmica su base funzionale nel più ampio contesto della morte cadiaca improvvisa». Lonzi era cardiopatico e il suo cuore l’avrebbe ucciso. Le tre lesioni sul volto sarebbero così compatibili «con un unico impatto con un corpo dotato di margine smusso quale il secchio e i frammenti dello stesso secchio rotto sotto l’urto del corpo, sebbene il solo accasciarsi al suolo di un corpo non sembri sufficiente a rompere strutture rigide specialmente se si verifica in un ambiente come la cella». «Ma davvero è morto in quella cella?», continua a chiedersi Maria Ciuffi, da quando i Ris di Roma, la scientifica dei carabinieri, le hanno escluso la presenza di una sola goccia di sangue. Le celle dell’isolamento delle Sughere sarebbero restate fuori dalle indagini. Le fratture esterno costali possono ritenersi, tornando alla perizia, «secondarie alle manovre su Lonzi da parte di sanitari e guardie». 29 anni, 1.85 per 80 chili: come si possono rompere otto costole a un uomo così? L’ultima perizia sembra una pietra tombale sulla battaglia di verità e giustizia: Marcello sarebbe morto per collasso cardiaco determinato dalla sua cardiopatia coronarica. Ricapitolando: quando le coronarie sono scoppiate, cadendo, ha sbattuto al termosifone o al secchio. Ma il diario clinico, allegato alla documentazione della perizia, rivela che, giunto il 3 marzo 2003 Lonzi «riferisce percosse, plurime escoriazioni e lividi a cosce e gambe... dolore all’ emitorace, si necessita radiografia (l’avrà poi fatta?, ndr), si trascina sulla gamba destra perché la sinistra riferisce che è contusa. Nonostante l’aspetto fisico parla con tono di voce elevato e le condizioni psichiche non appaiono scadute come era stato ventilato».
«In sette anni è la prima volta che viene fuori. E’ la prima volta che lo leggo», dice ancora la signora Lonzi che ora vuole sapere se davvero suo figlio sia stato pestato dalla polizia al momento dell’arresto.

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Corteo a Livorno in risposta all'appello di Maria, la madre di Marcello Lonzi. Le storie di tanti e tante i cui figli non sono tornati a casa uccisi dallo Stato

da Livorno
Checchino Antonini

Livorno - nostro inviato
Una città mezza vuota, pareva Livorno, al passaggio del corteo delle madri, donne con una rosa in una mano e l’altra a tenere lo striscione con le foto dei loro figli, «uccisi dallo Stato». Qualcuno ha “consigliato” i bottegai a restare chiusi. Qualcuno le ha osservate passare, chiuse tra cordoni di polizie, dall’alto di un marciapiede. «Anche noi fino a ieri eravamo sul marciapiede», dirà Ornella, ferita da quella distanza. Ornella è la madre di Niki Aprile Gatti, un ventiseienne di Avezzano arrestato per truffa informatica e quattro giorni dopo trovato morto in una cella di Sollicciano. Poche ore prima aveva dichiarato di voler collaborare alle indagini. Era il 28 giugno di due anni fa. Ornella si batte contro l’archiviazione. Si batte da sola. Tutte le madri alla testa delle mille persone in corteo possono raccontare una solitudine che le assedia da quando sono state costrette a scendere quel marciapiede. Maria è “scesa” dal 25 luglio 2008, da quando il suo Manuel Eliantonio è stato ucciso dalla detenzione a Marassi. Manuel aveva scritto a casa, alle sue «bamboline», che lo stavano ammazzando di botte e riempiendo di psicofarmaci. Doveva uscire pochi giorni dopo ma l’hanno trovato morto – inalazione da butano, si dice, ma il corpo è irriconoscibile - e il giudice giura di non riuscire a decifrare la scrittura di Manuel. Così Maria gliel’ha copiata quella lettera a caratteri cubitali. Anche in questo caso Maria ha resistito già a due tentativi di archiviazione.
Il corteo si snoda con le Reti meno invisibili (Haidi Giuliani, la mamma di Carlo e Maria Iannucci, la sorella di Iaio) lontane dalla testa e le Madri per Roma Città Aperta nate su impulso di Stefania Zuccari, la mamma di Renato Biagetti. E poi centri sociali, antiproibizionisti pisani, antifascisti che chiedono la libertà dei sette arrestati senza prove a Pistoia, anarchici, gente di Rifondazione e di Sinistra critica. Micropolemica per un simbolo del Prc su uno striscione: s’era detto di non portare bandiere e di non gradire passerelle di politici ma a molti è sembrata ghettizzante questa paura della politica. Haidi spiegherà dal microfono che non bisogna aver paura di organizzarsi e di incontrare altre forze organizzate.
La famiglia di Bledar Vukai lotta da sette anni contro l’idea che il loro ragazzo, 21 anni, talento del football americano, si sia suicidato buttandosi giù da un ponte di 18 metri vicino Cremona. Anche i loro conti non tornano: il corpo non s’è sfracellato ma è pieno di lividi strani, come se li avesse causati – sostengono – una pistola elettrica. E’ morto dopo un’agonia di quattr’ore senza che un medico, dicono i genitori, gli si avvicinasse. Era uscito dal salumificio in cui lavorava e s’era trovato in mezzo a un incidente stradale di poco conto. Forse era stato inseguito dall’altra vettura, i verbali dei carabinieri non convincono. Claudio e Ida sono fratello e sorella di Stefano Frapporti, vengono da Rovereto assieme a parecchi manifestanti. Stefano aveva 49 anni, 32 dei quali passati in cantiere. Quella sera tornava in bici dal lavoro. E’ passato col rosso, pare, e i carabinieri in borghese l’hanno fermato. Stefano non ha niente addosso. Ma un verbale dice che avrebbe invitato l’Arma a casa per sequestrare due canne che aveva. Una strana perquisizione, «accurata» ma che non ha lasciato nulla fuori posto, scoverà cento grammi suppergiù di hashish, un po’ in una scarpiera, un po’ in qualche cassetto. I cento euro che aveva in tasca sarebbero, per i carabinieri il provento dello spaccio. Lo scontrino di un bancomat li smentisce. Alle 19 il fermo, alle 20 la convalida dell’arresto, alle 21.30 entra in carcere. Poco prima di mezzanotte è già morto. Per il pm è tutto normale, avrebbe avuto un’indole da suicida. Anche questa storia continua contro l’archiviazione.
La ginnastica deviata di certi apparati dello Stato è denunciata dagli striscioni e dai volantini che ciascuno ha portato a Livorno rispondendo all’appello di Maria, la madre di Marcellino Lonzi. A sette anni quasi da quell’undici luglio che ha stravolto la sua vita, Maria si batte ancora perché un processo pubblico spieghi cosa c’entra quel corpo massacrato in carcere con le cause naturali spacciate dalla versione ufficiale. C’è l’ultima perizia ma il pm non gliel’ha voluta dare prima del corteo.
Qualcuno ha dalla sua una vicenda giudiziaria più normale: a 80 anni Duilio Rasman marcia col bastone. Suo figlio, in cura al dipartimento di salute mentale da quando era tornato dal servizio militare, morì soffocato nell’irruzione in casa di quattro agenti. Era l’ottobre 2007. Più tardi un processo condannerà in primo grado i quattro a sei mesi per omicidio colposo. Duilio lo sa che non è finita qui, a marzo si va in appello. E se gli chiedi se sei mesi non gli sembrino pochi ti dice che «la risposta più grande è aver superato l’insabbiamento». Però nessuno mai gli ha chiesto scusa. Il sindaco di Trieste, la sua città, gli disse: «Ma cosa vuole, che venga a piangere sulla tomba di suo figlio?». Sua moglie da allora «piange ad alta voce, giorno e notte, che si lamentano i vicini». Anche loro sono ancora su quel marciapiedi. Mario Comuzzi anche arriva da Trieste. Suo figlio Giulio, 24 anni, pianista, perito informatico, in cura al Dsm, precipita da un tetto il 28 febbraio del 2007: «Una morte bianca insabbiata dal Dsm», dice lui e sul suo sito denuncia un sistema che in città punterebbe all’interdizione di migliaia di cittadini.
«Sono problemi di tutti - dice al microfono un militante del circolo operaio di Rovereto - non si può far finta di nulla». Ma la gente resta quasi tutta sul marciapiede. Le madri cercheranno insieme di capire perché.

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Tempi moderni

Si tratta di due cittadini albanesi, arrestati la stessa notte. Stasera il mondiale Wbc di pesi medi potrebbe essere dedicato al ragazzo romano. Intanto nel carcere di Teramo muore un senegalese di 23 anni mentre a Trento è archiviato il "suicido" di Stefano Frapporti

Checchino Antonini

Spuntano altri due testi che additano i carabinieri. Si tratta di due cittadini albanesi, arrestati la stessa notte, il 15 ottobre, passati per la caserma di Capannelle come lui, giunti a Piazzale Clodio nello stesso convoglio d’auto dopo una nottata in diverse caserme dei carabinieri. Quella mattina non si reggeva in piedi. I tre erano nella stessa camera di sicurezza nel sotterraneo della Città giudiziaria. «Che ti è successo?». «Mi hanno picchiato i carabinieri», sarebbe stata la risposta di Stefano. «E perché non lo dici?». «Perché sennò mi fanno le carte per dieci anni». La stessa paura, forse, che impedì a Cucchi di lasciarsi visitare poche ore prima quando l’ambulanza del 118 arrivò a Tor Sapienza dove i portantini videro solo i suoi occhi arrossati sotto le coperte in cui era avvolto e immobile. La stessa paura che lo attanagliò quando la giudice gli negò i domiciliari con la motivazione incredibile che fosse un senza fissa dimora quando i carabinieri avevano perquisito la sua stanza la notte prima. Prima di entrare nella camera di sicurezza stava bene, lo vide sua madre. Poi si sa che il padre, la mattina appresso in tribunale, notò la faccia gonfia per le botte. Un dettaglio che sfuggì al legale d’ufficio e alla giudice. Forse aveva già la schiena rotta. L’autopsia spiegherà meglio, forse. Uno dei testi, il cittadino gambiano che vide Stefano trascinato dalle guardie penitenziarie nel sotterraneo del tribunale, è stato condannato oggi a due anni per detenzione e spaccio. Ha patteggiato e già domani potrebbe lasciare l’Italia ma ha già deposto in sede di incidente probatorio.
E domani sera, sabato, la “Ruspa”, Emanuele Della Rosa sfiderà, di fronte a ventimila appassionati in Pomerania Anteriore, il tedesco Sebastian Zbik per il mondiale Wbc dei pesi medi. Stefano era molto più mingherlino ma era amico della Ruspa e parlavano volentieri di boxe. Avrebbe tifato per Emanuele e, se stasera vincerà, il mondiale sarà dedicato a Cucchi.
Tutto ciò nel giorno in cui da Trento arriva la notizia dell’archiviazione dello strano suicidio di Stefano Frapporti, cui s’è giunti senza nemmeno ascoltare i testimoni dell’arresto da parte dei carabinieri. E da Teramo, dal carcere famoso per la registrazione del capo delle guardie che “raccomandava” ai suoi di pestare i detenuti lontano da occhi indiscreti, giunge la notizia dell’ennesima morte. Era un ragazzo di 23 anni, veniva dal Senegal. Era stato portato in ospedale per via di forti dolori addominali. La versione ufficiale è la solita: morte naturale. La stessa adoperata per giustificare la morte di Aldo Bianzino morto a Capanne, carcere di Perugia, nell’ottobre 2007. Fu trovato con addosso solo una maglietta non sua, rannicchiato, con la finestra aperta, il fegato spappolato. Fece le indagini lo stesso magistrato che lo arrestò. Due giorni fa l’archiviazione definitiva per tutti meno che per il comitato che si batte per verità e giustizia.

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Tempi moderni

Aldo Bianzino non sarebbe stato ucciso dal mix proibizionismo-carcere ma sarebbe morto per cause naturali: aneurisma cerebrale. A giugno un processo a un agente penitenziario per omessa custodia e falso

di Checchino Antonini

Aneurisma cerebrale: il gip di Perugia è sicuro. Aldo Bianzino non sarebbe stato ucciso dal mix proibizionismo-carcere ma sarebbe morto per cause naturali. E le lesioni al fegato non sarebbero che le conseguenze delle manovre di rianimazione. Così, l'opposizione dei familiari all'archiviazione dell'inchiesta per omicidio è stata respinta per la seconda volta dal tribunale di Perugia città dove il falegname quarantatreenne era detenuto da un paio di giorni per colpa di poche piante di canapa indiana che coltivava per il consumo personale. L'uomo era stato arrestato il 12 ottobre del 2007 assieme alla moglie, Roberta Radici, scomparsa da pochi mesi. Sul cadavere, oltre alle lesioni al fegato erano state riscontrate lesioni agli organi interni, presenza di sangue nell’addome e nella pelvi, lacerazione epatica, lesioni all encefalo, a fronte di un aspetto esterno indenne da segni di traumi. E resta senza nome l'uomo in mimetica immortalato da un video mentre esce dalla cella di Bianzino. Ma il gip non nutre «margini di dubbio» e parla di «insussistenza» di elementi con i quali affermare che la morte di Bianzino «fosse dipesa da azioni violente compiute in carcere». Però, alcuni detenuti della stessa sezione dichiarano che nel corso della notte del 14 ottobre Aldo avrebbe invocato ripetutamente assistenza medica ma senza alcun esito. Unico indagato, dunque, un agente di polizia penitenziaria, in servizio in carcere durante quella notte, che è stato rinviato a giudizio il prossimo 28 giugno per omissione di soccorso e falsificazione dei registri, con riferimento a quanto sarebbe accaduto nella cella di Bianzino. Un rinvio a giudizio «estremamente significativo - ha detto Patti Cirino del Comitato Verità per Aldo - dal momento che il sistema penitenziario è una sorta di regime dell'omissione di soccorso, dell’assenza di cure, dell’abbandono terapeutico. Un regime della trascuratezza programmata e della carenza sistematica, dove la terapia più semplice e il farmaco più comune rappresentano una meta irraggiungibile per la gran parte dei reclusi; e dove qualunque infermità può diventare cronica, qualunque malattia trasformarsi in minaccia letale, qualunque patologia degenerare. Pertanto, l’omissione di soccorso che contribuisce alla morte di Bianzino svolge un ruolo essenziale nella debilitazione e nella sofferenza di migliaia di detenuti, nell’aggravamento del loro stato di salute, nell'accelerarne la decadenza psichica e fisica».
«Oggi Aldo Bianzino è stato ucciso una seconda volta - dice Italo Di Sabato dell'Osservatorio contro la repressione del Prc - sembra quasi che stia (ri)nascendo una zona d'ombra nella nostra democrazia, generata dall'intreccio tra retoriche securitarie e piano simbolico, tra guerra al povero e disprezzo per la diversità. Ormai, sembra che la nostra società non sia più in grado di metabolizzare i fenomeni che l'attraversano, e che stia delegando all'apparato repressivo la risoluzione di tutte le sue contraddizioni. Quello che è certo è che questa deriva va contrastata a fondo, senza cedimenti, e dopo archiviazione del caso Bianzino è difficile credere ancora nella giustizia. Per questo rivolgo un'appello per organizzare al più presto, in una modalità tale da permettere la massima convergenza di tutte le forze che ritengono utile impegnarsi in questo senso, un grande appuntamento nazionale contro le leggi emergenzialiste e per un nuovo garantismo sociale, perché un paese intollerante è tutto tranne che un paese sicuro». Anche i Radicali ricordano gli «esiti discordanti delle due autopsie che furono fatte immediatamente dopo il decesso» il primo esame autoptico escluse patologie cardiache pregresse e mise invece in evidenza lesioni agli organi interni, un secondo esame autoptico, del novembre 2007, accreditò la tesi della rottura di un aneurisma cerebrale. «Le conseguenze di questo decesso in carcere - hanno sostenuto Bonino, Pannella e Bernardini - sono state per la famiglia di Aldo Bianzino drammatiche: pochi mesi dopo la suocera di Aldo morì e da pochi mesi è morta di dolore anche la compagna Roberta. Il figlio Rudra, minorenne, rimasto solo con lo zio Ernesto, si trova ora senza nonna e genitori. Ci sorprende questa decisione del Tribunale di Perugia, cercheremo di capire cosa ha spinto i magistrati a questa decisione dell'archiviazione che era già stata proposta in altre due occasioni». Sul prossimo numero di Erre un'inchiesta sui decessi in carcere.

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