L'ex viceministro della Difesa Usa, William J. Lynn, nominato responsabile delle attività di Finmeccanica negli Stati Uniti. Il colosso militar-industriale si affida al Pentagono
Finmeccanica, holding a capo del complesso militare industriale nazionale, ha scelto l’ex viceministro della Difesa degli Stati Uniti d’America, William J. Lynn, come nuovo presidente e amministratore delegato della controllata Drs Technologies, società produttrice di sistemi elettronici avanzati con sede in New Jersey. Secondo il general manager di Finmeccanica, Giuseppe Orsi, la nomina di Lynn è “fondamentale” per rafforzare il ruolo del gruppo nel mercato Usa della difesa e della sicurezza e conseguire “un’organizzazione ed una struttura di management più efficienti e competitive”.
A Lynn saranno attribuiti pure i compiti di supervisione delle attività delle altre società di Finmeccanica operanti in nord America (AgustaWestland, Oto Melara, AleniaAermacchi e Selex). Incerto a questo punto il futuro di Drs Technologies. Un anno fa, il consiglio d’amministrazione di Finmeccanica retto da Pier Francesco Guarguaglini era intenzionato a vendere la società e ridurre il deficit della holding valutato intorno ai 4,6 miliardi di euro. Anche il neoamministratore delegato Orsi ha fatto accenno a un piano di ristrutturazione aziendale con la dismissione di comparti “non strategici” per più di un miliardo di euro. Ma con un manager d’eccellenza come mister Lynn, l’azienda statunitense sarebbe tutt’altro che secondaria per i progetti di rilancio di Finmeccanica ed è dunque improbabile una sua cessione a breve termine.
Si è svolta dentro le mura del Pentagono buona parte della vita e della carriera professionale di William J. Lynn. Viceministro di Obama dal febbraio 2009 all’ottobre 2011, egli ha avuto un ruolo chiave nello sviluppo delle nuove concezioni strategiche del Dipartimento della difesa nel settore nucleare, aerospaziale e della cybersicurity. Molto tempo prima (dal 1982 al 1985) Lynn aveva ricoperto il ruolo di direttore esecutivo per i progetti della difesa dell’ultraconservatore Center for Strategic and International Studies – Csis e di ricercatore sulle “forze strategiche nucleari e il controllo delle armi” della National Defense University. Successivamente Lynn passò a fare da consigliere militare del senatore democratico Edward Kennedy, per essere poi nominato dal presidente Bill Clinton, sottosegretario alla Difesa e responsabile dei programmi di analisi e valutazione militari.
A partire dell’agosto 2002, William Lynn scelse di dedicarsi direttamente al più redditizio business delle armi, assumendo l’incarico di vicepresidente della Raytheon Company, colosso statunitense nella produzione di sistemi missilistici e nucleari. Nove anni più tardi la contestata nomina a viceministro della Difesa: senatori repubblicani e alcune associazioni politiche denunciarono la violazione della “regola etica” promulgata da Obama secondo cui, per i nuovi membri dell’amministrazione, dovevano trascorrere almeno due anni di tempo dalla conclusione delle attività di lobbying all’assunzione di un incarico ministeriale nell’ambito dello stesso settore. Lynn, invece, si era dimesso da Raytheon solo alla vigilia di giurare fedeltà alla Costituzione. Perché Obama chiudesse un occhio fu sufficiente che il neo viceministro alienasse il pacchetto di azioni dell’industria militare di cui era entrato in possesso. Per le dimissioni bisognerà attendere la nomina di Leon Panetta a segretario del Dipartimento della difesa.
William J. Lynn sostituirà alla guida di Drs Technology l’anziano Mark Newman, figlio di Leonard Newman, fondatore nel 1968 della società di elettronica. Nel 2008 fu proprio Mark a vendere Drs agli italiani, ricevendo in cambio la cifra record di 5,2 miliardi di dollari e riuscendo pure a mantenerne la presidenza e l’amministrazione. L’acquisizione dell’azienda comportò per Finmeccanica l’assunzione di 1,2 miliardi di dollari di indebitamento netto con tre grandi istituti di credito italiani (Mediobanca, Intesa Sanpaolo e UniCredit) e con la statunitense Goldman Sachs International. Ogni singola azione venne rastrellata meticolosamente a 81 dollari, quando in Borsa era stata quotata un mese prima a 63. Alla spericolata operazione finanziaria, secondo IlSole24 Ore, partecipò come intermediario Lorenzo Cola detto “Lollo”, recentemente condannato a tre anni e quattro mesi per riciclaggio internazionale nell’ambito dell’inchiesta sull’affaire Telecom Sparkle-Fastweb. A incaricare Cola fu l’allora amministratore delegato di Finmeccanica Pier Francesco Guarguaglini. “Fu Cola a rappresentare Finmeccanica nei confronti di Jeffrey Smith, l’avvocato dello studio legale di Washington Arnold& Porter ed ex direttore generale della Cia che si occupò degli aspetti legali dell’acquisizione per contro del gruppo italiano”, ha scritto il giornalista Claudio Gatti. Il 19 marzo del 2009, Guarguaglini e Cola parteciparono congiuntamente al ricevimento ufficiale organizzato dall’ambasciatore italiano a Washington, Giovanni Castellaneta, oggi presidente di Sace S.p.A. e membro del consiglio d’amministrazione di Finmeccanica. Ospite d’onore del sontuoso party diplomatico, l’allora vicesegretario alla difesa William Lynn.
Con oltre diecimila dipendenti e un fatturato annuo che sfiora i tre miliardi di dollari, Drs Technologies è uno dei maggiori fornitori delle forze armate Usa di apparecchiature e programmi di comando, controllo e comunicazione, computer, sistemi d’intelligence e sorveglianza, centri di elaborazione dati “Aegis” per unità navali, componenti varie per carri armati e cacciabombardieri. A fine 2008, Drs Technologies ha venduto sistemi elettronici e di visione “JV-5” per 531 milioni di dollari, destinati ad oltre quaranta tipi di veicoli ruotati e cingolati dell’US Army e dei Marines. Nell’estate del 2009, l’azienda si è invece aggiudicata contratti per il valore complessivo di 143,9 milioni di dollari per la produzione di “addestratori P5” per i caccia F-15 ed -16 dell’aeronautica e della marina militare statunitense, e di 270 rimorchi “M1000” (Heavy Equipment Transporter) per il trasporto su strada e terreni accidentati dei carri armati M1 “Abrams”.
Due importanti contratti sono stati firmati alla fine dello scorso anno, il primo con Lockheed Martin per la fornitura alla Marina militare USA di sistemi di combattimento e sonar per i sottomarini nucleari delle classi “Los Angeles”, “Seawolf” e “Virginia” (valore 400 milioni di dollari circa); il secondo direttamente con US Army per la fornitura di servizi di supporto per l’Improved Bradley Acquisition Subsystem (IBAS) e di rimessa a punto dei sistemi M1200 “Armored Knight” destinati alle unità di artiglieria campale (47,3 milioni di dollari). Anche il 2012 promette bene per DRS Technologies: il 16 gennaio la società ha ottenuto commesse per 63 milioni di dollari relative all’ammodernamento dei sistemi Improved Altitude Hold and Hover Stabilization (IAHHS) della flotta di elicotteri HH-60G “Pave Hawk” dell’US Air Force e alla fornitura di sistemi GEDMS (Gigabit Ethernet Multiples System) e dei servizi di supporto logistico ai velivoli E-6B “Tacamo” di US Navy.
Non altrettanto fortunata l’altra azienda di punta di Finmeccanica, Alenia North America, che potrebbe perdere la multimilionaria fornitura ad US Air Force di 38 aerei per il trasporto tattico C-27J. Il Dipartimento della difesa ha fatto sapere lo scorso 26 gennaio di essere intenzionato a sospenderne l’acquisto in conseguenza dei tagli previsti al bilancio, nonostante l’azienda italiana abbia già consegnato 13 velivoli e stia completando la costruzione di altre unità. L’holding di Giuseppe Orsi spera ancora di ribaltare la decisione del Pentagono e, qualche giorno fa, ha nominato amministratore delegato di Alenia North America, l’ex ad di Ansaldo STS USA, Alan Calegari. Prima di fare il manager industriale, mister Calegari ha prestato servizio come ufficiale aviatore nel Corpo dei marines.
"Debitocrazia": un'accurata analisi su come contestare le politiche di austerity a partire dalle esperienze di contrattazione del debito dei paesi nel Sud del mondo
L'attuale crisi europea, fra i tanti effetti negativi sulla vita di milioni di persone, ha avuto però il merito di sviluppare una nuova letteratura eterodossa e alternativa, in grado di fornire utili strumenti per una analisi e una politica economica non liberista. Un buon esempio in tal senso è costituito al libro collettivo Debitocrazia. Come e perché non pagare il debito pubblico (Edizioni Alegre, pp. 172, euro 15, a cura di D.Millet e E. Toussant, con post-fazione di Salvatore Cannavò). I due autori appartengono al Comitato per l'annullamento del debito al Terzo Mondo (Cadtm), fondato nel 1990 e non sono economisti stretti: il primo è professore di matematica, il secondo è dottore di ricerca in Scienze Politiche. Il non essere economisti di professione, consente loro di affrontare il tema della crisi del debito in modo meno astruso e servile, con una lente più interdisciplinare e non per questo meno rigoroso.
Un audit internazionale
Il testo è una raccolta di brevi saggi molto chiari e comprensibili anche per un pubblico non addetto, per lo più scritti da Eric Toussant, che ripercorrono le tappe della crisi del debito dagli anni Novanta ad oggi, mettendo in luce come questo sia passato dall'essere una prerogativa dei paesi del cosiddetto Terzo Mondo (secondo l'accezione dell'epoca) a una costante dei paesi occidentali (del Nord, secondo un'accezione un po' retrò), dopo il 2007. In questo paradigmatico passaggio di testimone, si sottolineano i cambiamenti giuridico-costituzionali che hanno caratterizzato l'evoluzione in senso democratico di molti paesi dell'America Latina. In particolare risulta interessante il caso dell'Equador: nella costituzione di questo Stato (art. 291-292), adottata a suffragio universale nel settembre 2008, vengono definite le condizioni alle quali le autorità del paese possono contrarre dei prestiti, si consente la non restituzione dei debiti illegittimi (per esempio, quelli costituiti dalla capitalizzazione di interessi in ritardo - anatocismo -, pratica corrente dei creditori membri del Club di Parigi).
Si cominciano così ad introdurre dispositivi giuridici nel diritto internazionale, che vale la pena analizzare, anche perché non sono altro che la riproposizioni di diritti già esistenti, almeno formalmente. Ad esempio, il principio pacta sunt serranda, consacrato nell'art. 26 della Convenzione di Vienna del 1969, non è assoluto e non vale se non per «i debiti contratti nell'interesse della collettività». Questo è il punto chiave. Secondo il diritto internazionale, la valutazione dell'interesse generale e la determinazione del carattere lecito o illecito del debito derivano dalla competenza delle autorità pubbliche. La messa in atto di un audit dei debiti da queste autorità per identificare questi debiti illegittimi non solo è legale ma dovrebbe far parte delle prerogative di un «buon governo democratico». Ne consegue che la richiesta di una ristrutturazione, ripudio o annullamento del debito non avviene al di fuori delle regole imposte dal diritto internazionale, almeno in tre casi, tutti ampliamente riconosciuti non solo dalla Convenzione di Vienna, ma anche da quella dell'Aja del 1930 e dalla Commissione del Diritto dell'Onu: causa di forza maggiore («un avvenimento imprevisto ed esterno da colui che lo invoca, ..., che lo mette nell'incapacità assoluta di rispettare gli obblighi internazionali», Onu, 1978); stato di necessità (che interviene quando il pagamento del debito comporta conseguenze sugli standard di vita dei cittadini considerate eccessive); cambiamento fondamentale delle circostanze (ad esempio la decisione della Federal Reserve di aumentare i tassi d'interesse nel 1979).
Il default del neoliberismo
Tra i debiti illegittimi e i prestiti «odiosi», inoltre, è possibile ravvisare una lunga casistica: si passa dai debiti prodotti da una colonizzazione, a quelli creati dall'acquisto di armi (come per gli F35 comprati dall'Italia), al debito pubblico creato per ripagare i debiti privati (come nel caso dell'intervento statale per far fronte alle falle di bilancio delle istituzioni creditizie dopo la crisi dei subprime del 2007), ai prestiti concessi ad una dittatura, a quelli condizionati dall'aggiustamento strutturale o dettati dalla costruzioni di progetti non redditizi che arrecano danno alle popolazioni e/o all'ambiente.
Partendo da queste considerazioni, nel testo sono raccontati alcuni case-study di debito illegittimo, che, sulla base di un audit pubblico, potrebbero configurare l'opzione della ricontrattazione e il parziale annullamento del debito, verso la pratica di un default controllato. L'attenzione è particolarmente rivolta, oltre al caso dell'Argentina del 2000, alle più recenti situazioni che hanno caratterizzato per un verso Islanda e Irlanda, e per un altro la Grecia. Nel caso delle due isole nordiche, si tratta di due eclatanti esempi del fallimento delle politiche neoliberiste, mentre la Grecia rappresenta un caso da manuale di debito illegittimo e di come le politiche di austerity e rigore siano destinate al fiasco più totale: un monito alle recenti e simili decisioni prese anche da altri governi europei (come Italia, Spagna e Portogallo, e ora, Ungheria) sotto i diktat della speculazione finanziaria.
Il libro si chiude con un ultimo capitolo che riporta una lunga citazione (poco nota) di Marx, tratta da Il Capitale, in cui tra l'altro si afferma: «Il debito pubblico, ..., imprime il suo marchio all'era capitalista». Tale citazione avrebbe potuto essere accompagnata da un'altra citazione di Marx tratta da Indirizzo alla Lega comunista (Londra, marzo 1850): «se i democratici chiedono la regolamentazione del debito dello Stato, i lavoratori devono esigere la bancarotta nazionale».
Nella postfazione di Cannavo, compare infine un utile approfondimento sulla situazione italiana. Un libro sicuramente da leggere.
Dibattito a Torino tra il sociologo Luciano Gallino, autore di Finanzcapitalismo, e Marco Bertorello, coautore di Capitalismo tossico, con proposte radicali che ancora mancano nel dibattito della sinistra italiana
Mercoledì sera si è svolto a Torino la presentazione di due libri più che mai attuali sulla crisi del capitalismo. L'incontro, organizzato da Sinistra Critica e presentato da Franco Turigliatto, è diventato un utile strumento di conoscenza delle cause e dei meccanismi che hanno innescato la crisi economica per tutti coloro che sono impegnati nelle lotte sociali e di resistenza.
A confrontarsi vi erano il prof. Luciano Gallino, tra i sociologi italiani più autorevoli, autore di Finanzcapitalismo, edito da Einaudi, e Marco Bertorello, militante politico e dirigente della Filt-Cgil, coautore assieme a Danilo Corradi di Capitalismo Tossico, edito da Alegre. Da notare che nessuno dei due autori è un economista, segno delle difficoltà in Italia allo sviluppo di un pensiero critico in ambito economico dominato, salvo rare eccezioni, dai bocconiani o dagli esegeti del pensiero liberista.
Nella sua relazione Gallino ha posto l'accento soprattutto sulle cause della crisi. Il sociologo torinese ha individuato 4 cause scatenanti: l'eccessiva creazione di denaro mediante denaro; il proliferare della cosiddetta “finanza ombra”; le scelte politiche degli ultimi anni che hanno contribuito a spalancare le porte al capitalismo finanziario; la crisi va quindi cercata nella regolazione carente dei mercati finanziari e dei loro principali attori. Secondo Gallino alla base della crisi vi è lo sviluppo patologico, a partire dei primi anni 90, della finanza mondiale, che ha generato un gigantesco sistema finanziario ombra, sottratto ad ogni forma di tracciabilità e sorveglianza. Effettivamente, il valore degli attivi finanziari globali, formati da azioni, obbligazioni pubbliche e private, attivi delle banche, è aumentato di 9 volte dal 1980 al 2007, passando da 27 a 241 trilioni di dollari in moneta costante. Nello stesso periodo il Pil del mondo, sempre in termini reali, è appena raddoppiato, da 27 a 54 trilioni. Quindi, mentre nel 1980 gli attivi finanziari globali equivalevano all'incirca al Pil del mondo, nel 2007 essi lo superavano di 4,4 volte. Così come l'ammontare dei derivai è salito in dieci anni di 4,5 volte, passando da 92 a 683 trilioni di dollari, corrispondenti a 12,6 il Pil mondiale. La crescita fisiologica del finanzcaptitalismo non è stato, tuttavia, un incidente di percorso. La sua ascesa, infatti, si è accompagnata alla vittoria dell'ideologia e delle politiche neoliberali che hanno contagiato in Europa la socialdemocrazia e negli Usa i democratici “liberal”. Come ha ricordato Gallino, ad avviare i primi provvedimenti deregolativi sui movimenti di capitali in Europa sono stati i socialisti francesi Mitterand e Delors, mentre negli Stati Uniti Bill Clinton. La crisi ha quindi solide basi strutturali economiche, ma al contempo politiche.
Marco Bertorello ha posto l'accento sulle dimensioni strutturali della crisi, andando oltre le interpretazioni correnti che ne individuano le cause in semplici fattori contingenti e superficiali. Interpretazioni che hanno indotto personaggi come Trichet ad affermare nei mesi precedenti che la crisi fosse in via di soluzione. I tentativi di uscita si sono, in realtà, dimostrati inefficaci; anzi, hanno aggravato la spesa pubblica con l'obiettivo di salvare il sistema finanziario. D'altro canto, secondo Bertorello, illusoria appare la prospettiva tedesca, ossia quella di coloro che puntano a riorientare il proprio apparato produttivo verso l'esportazione. Quale domanda potrebbe, infatti, soddisfare la nuova offerta? Da questo punto di vista, non convince l'idea che l'alternativa possa essere ricercata nelle ricette keynesiane, ossia nell'idea di alimentare gli investimenti pubblici per aumentare la domanda aggregata e attivare così il moltiplicatore e l'acceleratore capaci di far crescere profitti e occupazione. Finiti i "30 anni gloriosi", l'economia reale ha iniziato ad ingolfarsi; si è assistito ad una compenetrazione tra finanzia ed impresa, per cui quest'ultima si è orientata verso il sistema finanziario per accrescere i propri profitti. Accanto a questo processo si è assistito ad un attacco senza precedenti verso le classi subalterne.
Quale alternativa allora? Secondo Gallino è impossibile che il capitalismo scompaia domani, tuttavia è necessaria una riforma strutturale del sistema finanziario e creare un dibattito pubblico perché ciò avvenga. Occorre ridurre drasticamente le dimensioni globali del sistema finanziario e ricondurlo alla sua funzione di mezzo fondamentale di sostegno dell'economia reale; andrebbe vietata o fortemente limitata la cartolarizzazione dei crediti. Certo è difficile che allo stato attuale l'Unione Europea adotti queste riforme, anche se un dibattito si sta sviluppando a tal proposito nel mondo anglosassone. Al contrario, secondo Bertorello, occorre ribaltare le logiche competitive e della crescita capitalistica, come del resto coglie il pensiero ecologista. Occorre ripartire dal protagonismo dei soggetti colpiti dalla crisi a partire dal mondo del lavoro contemporaneo a partire anche dalla costruzioni di luoghi sganciati dalla logica della competizione globale.
Ipotesi diverse, dunque, ma proposte alla luce di uno sguardo critico che purtroppo manca nel dibattito interno alla sinistra italiana.
Il mensile Altreconomia pubblica sul proprio sito il documento sul quale era stato apposto il segreto. Se ne ricava un contratto di totale subordinazione agli interessi della casa farmaceutica
Alla fine eccolo, il contratto. E' nell'allegato che potete scaricare in basso.
Persino la Corte dei Conti aveva lamentato il fatto che la scrittura privata tra il ministero della Salute e la multinazionale farmaceutica Novartis fosse di fatto coperta da segreto. Non solo, sempre la Corte dei Conti aveva parlato di condizioni troppo favorecoli a Novartis, fra i quali l'assenza di penali, l'acquisizione da parte del ministero dei rischi e il risarcimento alla multinazionale per eventuali perdite (vedi allegato).
Oggi possiamo leggere il contenuto di questo contratto, pur se con non pochi omissis.
La scrittura risale al 21 agosto 2009, ed è firmata dal direttore generale del ministero, Fabrizio Oleari, e dall'amministratore delegato di Novartis Vaccines, Francesco Gulli.
Nel testo, si regolamenta l'acquisto diretto di 24 milioni di dosi di vaccino. Costo: 184 milioni di euro, iva inclusa.
Tra i tanti punti dell'accordo, elenchiamo quelli che ci sembrano più salienti:
- art. 1: vengono definiti i cosiddetti "sforzi commercialmente ragionevoli" attorno ai quali ruota l'intero contratto; Novartis è sì obbligata a produrre e a rispettare il contratto ma solo fino a quando ciò sia "ragionevole". Se ci riesce bene; altrimenti lo Stato paga ugualmente: vedi 3.1;
- art. 2.2 e 2.7: Il ministero riconosce di non acquisire alcun diritto sui marchi commerciali e Novartis non concede alcuna licenza sui diritti di proprietà intellettuale; il ministero non è altresì autorizzato ad apportare modifiche alla confezione né a oscurare marchi su di essa;
- art. 3.3: qualora il ministero si trovi nell'impossibilità a ritirare il prodotto Novartis potrà rivenderlo ad altri clienti o fatturare al ministero quanto non ritirato, con la possibilità di rivenderlo comunque dopo 90 giorni;
- art. 4.2, 4.3, 4.5: la responsabilità di Novartis è limitata al difetto di fabbricazione: escluso il danno di altro tipo derivante dalla semplice assunzione del vaccino;
- art. 4.6: il ministero è tenuto a indennizzare Novartis in conseguenza di danni provocati dal vaccino, salvo ove tali danni siano provocati da un difetto di fabbricazione;
- art. 5.2 e 5.5: il prezzo per ciascuna dose di vaccino è pari a 7 euro. Totale: 168 milioni di euro più iva. Il ministero dovrà pagare entro 60 giorni dall'emissione della fattura, su un conto corrente del Monte dei Paschi di Siena;
- art. 8.3: le cause di "forza maggiore" che limitano le responsabilità di Novartis vengono estese a situazioni che dovrebbero invece essere garantite da Novartis, come "epidemie e pandemie", "atti di qualsiasi autorità pubblica", "atti di enti sopranazionali (ivi compreso l'Oms");
- art. 9.3: nel caso in cui il vaccino non sia consegnato per mancato ottenimento dell'autorizzazzione all'immisione al commercio e/o di prove cliniche positive, il ministero riconosce forfettariamente a Novartis a titolo di partecipazione ai costi la cifra (al netto dell'Iva) di 24 milioni di euro;
- art. 10.1: le parti si impegnano a mantenere assoluto riserbo sulle informazioni riservate;
I vertici torinesi a processo per aggiottaggio allo stesso tempo puntano a chiudere gli stabilimenti di Termini Imerese. C'è un rapporto tra i due fatti? Sì, la nuova Fiat è figlia della vecchia (nella foto Marchionne, Grande Stevens e Gabetti)
I finanzieri di fiducia della famiglia Agnelli, Franzo Grande Stevens e Gianluigi Gabetti (dirigenti di Ifil-Exor, la finanziaria di famiglia) sono a processo per aggiotaggio. Qualche anno fa avrebbero speculato sulle azioni Fiat a vantaggio della famiglia e a danno degli azionisti. Era il tempo in cui la Fiat era in crisi catastrofica e a rischio scalata. Poi con l'affidamento del potere assoluto a Marchionne la Fiat è uscita da quella crisi diventando definitivamente una multinazionale intrecciata con Chrysler, che per caso ha qualche stabilimento in Italia. Dei quali uno, Termini Imerese, soggetto a rapida chiusura.
C'è un rapporto tra i due fatti, tra vecchia e nuova Fiat? Si' nel senso che una è figlia dell'altra o meglio del suo fallimento. Il vecchio capitalismo spesso finisce in tribunale e dopo di lui giunge la spregiudicatezza coloniale delle multinazionali. Questa è la sostanza della borghesia italiana.