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Tempi moderni

Grazie alle ordinanze di Protezione civile, si è aperta la strada a un team di affaristi con un piede nei paradisi fiscali. Pronti a speculare sulla ricostruzione de L’Aquila

Manuele Bonaccorsi (Da Left)

Dalle macerie dell’Aquila alla finanziarie del Lussemburgo la distanza non è poi così grande. E anche i ghiacciai del Gran Sasso e le spiagge caraibiche nel paradiso (fiscale) delle isole Cayman sono più vicine di quando possa sembrare. Se in mezzo ci sono fondi immobiliari e finanzieri navigati anche questo è possibile: speculare sulle macerie che ancora invadono la città colpita dal sisma del 6 aprile 2009. In mezzo le solite ordinanze della Protezione civile, una lettera a Silvio Berlusconi, il via libera di Tremonti ai miliardi dei fondi pensionistici e un ignoto uomo d’affari abruzzese, dal nome assai impegnativo: Antonio Napoleone.

Il finanziere emigrante
Ne ha fatta di strada, con quel nome, il nostro businessman. Da bambino insegnava l’inglese agli operai emigrati in Australia. Poi il ritorno in patria, a Sulmona, dove si laurea in Architettura col professore Pierluigi Properzi, aquilano, oggi vicepresidente dell’Istituto nazionale di urbanistica, molto impegnato nella progettazione della ricostruzione abruzzese. Alunno e docente iniziano a lavorare insieme, ma - racconta Napoleone - «alla fine degli anni ’70 senza appoggi politici si poteva fare ben poco». E quindi un nuovo viaggio, alla ricerca della sua vera ispirazione: la finanza immobiliare. Prima in Arabia Saudita, poi nell’Est Europa, dove la caduta del muro apre insperati spazi agli affari, in Albania, Russia, Romania. Il suo mestiere è quello del developer, lo sviluppatore, un privato che raccoglie fondi pubblici e privati per realizzare progetti immobiliari. Un finanziere che agisce nella zona grigia dove politica ed economia vanno a braccetto. In questo periodo Napoleone conosce un gruppo di imprenditori veneti, e con loro apre una società tutta sua, la Bpd propetry developpement, che continua a lavorare oltrecortina anche con finanziamenti della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo. Ma il vero salto avviene nel 2000, quando la Bdp trova un socio di eccezione: la Doughty Hanson & Co, multinazionale della finanza con un portafogli miliardario. Dall’incontro nasce la Europa Risorse Ips. Che nel 2009 fonda la Europa risorse Sgr, una società di gestione del risparmio. Che tramite un fondo immobiliare ha acquistato, nella città colpita dal sisma, 500 appartamenti da affittare agli sfollati. Grazie al prezioso sostegno delle ordinanze di Guido Bertolaso, allora commissario all’emergenza aquilana. Case preziosissime, nel desolante panorama del dopo terremoto, che Napoleone - presidente e ad della Sgr - si impegna a vendere solo dopo tre anni, ricavandone una rendita “equa”, del 3,5 per cento.

Ordinanze ad personam
«Dopo il sisma raggiunsi subito L’Aquila, per capire come dare una mano a quella terra a cui sentivo di dovere tutto e a cui ora potevo restituire qualcosa», racconta Napoleone. Nella città in emergenza il finanziere si dà da fare: «Ho scritto al premier Silvio Berlusconi e sto bussando a tutti gli operatori immobiliari», racconta Napoleone. «Mi candido a developer e anche advisor della Protezione civile», aggiunge su Tempi, giornale vicino a Comunione e Liberazione, il 18 maggio 2009. I diretti interessati aprono subito la porta: il commissario Bertolaso e l’allora prefetto di L’Aquila Franco Gabrielli (che oggi ha sostituito l’”uomo delle emergenze” al comando della Protezione civile) con una serie di ordinanze in deroga, fanno entrare il finanziere nel giro di quelli che contano. Nel capoluogo, preda negli ultimi anni di una febbre edilizia, ci sono migliaia di appartamenti sfitti. E troppi sfollati per lasciare le case vuote. La Protezione civile dichiara con l’ordinanza 3769 (15 maggio 2009) l’obiettivo di reperire «alloggi ad uso abitativo non utilizzati». Si immagina l’uso del potere di requisire gli immobili privati, misura giustificabile dinanzi all’emergenza. Ma i costruttori nella città pesano molto. Si preferisce stanziare un indennizzo per le imprese edili pari a 30mila euro per ogni casa in costruzione (ordinanza 3789, 9 luglio 2009) purché gli immobili vengano affittati agli sfollati. Poi, a settembre, il beneficio viene concesso anche a «fondi comuni di investimento immobiliare costituiti per l’acquisto di unità residenziali da adibire alla locazione per 18 mesi rinnovabili fino a 36». Per Napoleone c’è la copertura del contributo pubblico. E la fiducia di Bertolaso e Gabrielli è tale che, il 21 settembre 2009, l’ordinanza 3810 assegna proprio a Europa Risorse il compito di affiancare la Protezione civile nella ricerca di immobili da requisire: «Per lo svolgimento delle attività di supporto alle requisizioni di immobili il commissario è autorizzato ad avvalersi (…) della società di gestione del risparmio del fondo immobiliare costituito per il reperimento di nuove costruzioni da destinare alla locazione». In poche parole, il fondo immobiliare che cerca case vuote da acquistare aiuterà i tecnici della Protezione civile nella ricerca di case vuote da requisire. Che la società indicata nell’ordinanza fosse proprio quella di Antonio Napoleone lo specifica il giorno dopo, in un articolo sul quotidiano Il Centro, lo stesso Gabrielli: «I proprietari saranno convocati e se non si presenteranno la squadra composta da forza pubblica, Agenzia del Territorio ed Europa risorse, società che gestisce questi immobili in nome e nel conto del Comune, entrerà lo stesso». Nonostante il tono poliziesco di Gabrielli, come prevedibile, le requisizioni pubbliche non partono. In compenso Europa risorse riesce a costituire un primo portafoglio di appartamenti. Il 23 dicembre 2009, in un comunicato ufficiale, l’Sgr annuncia «la consegna, alla presenza del dr. Guido Bertolaso, delle prime abitazioni realizzate dal fondo Aq», gestito da Europa risorse. Oggi, secondo i dati della Protezione civile, gli inquilini di Aq sono 804, molto meno dei duemila prospettati dal finanziere. Ma Napoleone è riuscito nell’obiettivo: guadagnare la fiducia di chi gestisce denaro e potere a L’Aquila. Eppure per l’emigrante abruzzese si tratta solo del primo passo.

L’affarista smemorato
Che Napoleone faccia sul serio lo si può capire dalla composizione azionaria del fondo, forte di un capitale da investire di 100 milioni di euro. Su 1,5 milioni di euro di azioni la Bpd di Napoleone controlla 1.432.500 euro. La parte restante, 67.500 euro, viene acquisita dalla Carispaq, la banca aquilana diretta da Rinaldo Tordera che ha concesso al fondo anche un finanziamento pari al 60 per cento dell’investimento a un tasso stracciato, lo 0,4 per cento. La parte restante viene dalla Fimit (Fondi immobiliari italiani sgr) il cui ad è un uomo noto alle cronache finanziarie: Massimo Caputi. L’ultima sua disavventura fa ancora ridere i più traghettati uomini di borsa italiana: il 7 maggio 2008 Caputi dimentica in un albergo, a Milano, una busta contenete 45mila euro in contanti. Troppi per le spese personali, anche per gli amanti del lusso. Il commesso che li trova si spaventa e chiama la polizia. Gli inquirenti mettono sotto controllo il telefono di Caputi. Bastano pochi ascolti per capire che gli argomenti sono molto interessanti. Il 24 luglio del 2009 Caputi viene ufficialmente indagato dai magistrati di Milano. Le accuse sono pesanti: riciclaggio, aggiotaggio e ostacolo all’attività di controllo di Consob e Bankitalia. Sotto la lente finisce proprio la gestione della Fimit sgr che investe in fondi immobiliari ingentissime somme di denaro per conto delle casse pensionistiche Enasarco (medici), Inarcassa (ingegneri e architetti), Enpals (lavoratori dello spettacolo) e Inpdap (dipendenti pubblici). Una società così forte da mirare all’acquisizione di un colosso del settore, come la Pirelli Re, che Tronchetti Provera sembrerebbe pronto a dismettere. Caputi è uomo che conosce bene la politica. Nel suo curriculum figura anche la carica di ad di Sviluppo Italia, la holding pubblica creata dal governo D’Alema per attrarre investimenti nel Belpaese e la gestione della Grandi Stazioni Spa, incaricata della valorizzazione dei beni immobiliari di Fs insieme a colossi come Benetton, Caltagirone e Pirelli. Il rapporto con Caltagirone, d’altronde, è così stretto che Caputi rappresenta nel cda di Montepaschi il milionario romano durante il buio periodo delle scalate bancarie alla Bnl. Carica a cui l’affarista, anche’egli di origini abruzzesi, ha affiancato fino all’aprile 2010 quella di consigliere di Antonveneta. I cronisti riconoscono Caputi anche tra gli invitati d’onore al matrimonio tra Azzurra Caltagirone, la figlia dell’editore del Messaggero, e il leader dell’Udc Pierferdinando Casini. Come manager pubblico di Sviluppo Italia nel 2005 Caputi si occupa anche della vendita di Turismo Italia, che viene acquisita dal presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, insieme alla Mita Resort. La stessa società che ha acquisito a prezzo di saldo il controllo dell’Arsenale della Maddalena, l’albergo che avrebbe dovuto ospitare il G8 poi trasferito a L’Aquila, costruito dal duo Anemone-Balducci grazie alle ordinanze di Guido Bertolaso. Della stessa Mita Resort, Caputi è stato consigliere dal 2005 al 2010 e nel 2007 anche vice presidente, grazie al controllo di metà delle quote. Non solo: secondo L’Espresso la Mita Resort nel 2007 acquista dalla Lehman Brother un complesso turistico a Pula, nei pressi di Cagliari, chiamato Forte Village. E la Mita a chi cede, per 210 milioni, il gioiellino appena acquistato? Ai fondi immobiliari della Fimit. Il cui ad è lo stesso Caputi. Tra le innumerevoli operazioni immobiliari milionarie gestite dal finanziere ce n’è una che salta all’occhio. Nel 2006 un gruppo di attivisti di Action occupano in Via Cavour, a Roma, un immobile sfitto, denunciando un progetto di speculazione. In un’interrogazione parlamentare del 2007 emerge che il Fondo Beta della Fimit di Caputi ha acquistato l’immobile nel 2005 per 62 milioni. L’anno seguente lo rivende a 63,7 milioni a una nuova società, la Via Cavour srl, con sede a Milano. La società risulta di proprietà per il 51 per cento dello stesso fondo Beta della Fimit e per il 49 per cento della Doughty Hanson & Co. Nel cda della società, tra il 2007 e il 2008, siede proprio il proprietario della Bpd, l’inventore del fondo Aq di Europa Risorse sgr, Antonio Napoleone, lo sviluppatore.

Da Vicenza al Lussemburgo
Caputi e Napoleone si conoscono, forse, in quella occasione. Il primo ha rapporti con la politica e miliardi da investire. Il secondo porta in dote la Doughty Hanson, e la sua grandissima liquidità. La Doughty conosce bene l’Italia. Oltre a possedere una filiale a Milano, ha spesso investito nelle dismissioni dell’industria, in particolare con Fiat (Fl Selenia e Avio). La sua sede milanese rimanda a una società schermata, la Brac1 company, con sede alla Grand Cayman, George Town Mary street 87. La Dh controlla il 50 per cento del pacchetto azionario di Europa Risorse. L’altra metà è nelle mani della Bpd, la società fondata da Napoleone insieme ad alcune finanziarie venete: sono la Itaca Srl e la Tolfin srl di Conegliano (Tv), la Fiuminvest srl di Asiago (Vi), la I&M investments srl di Vittorio Veneto (Tv). Tutte impegnate nel settore finanziario e immobiliare. Un settore nel quale conviene avere le spalle coperte. Così il 14 febbraio 2007 i soci di Napoleone costituiscono in Lussemburgo una società anonima, la Box. I, con sede al 17 di rue Beaumont. Impresa che il 17 agosto 2010 viene assorbita da un’altra società anonima, la Tegola International, controllata dalla Tegola canadese, azienda di costruzioni con sede a Vittorio Veneto e con uno stabilimento in Russia.

La new L’Aquila
Che bisogno c’è di scomodare il principato di Lussemburgo per pochi appartamenti da affittare agli sfollati aquilani? Nessuno, se non fosse che Napoleone mira molto più in alto. Il finanziere abruzzese non nasconde i suoi progetti sulle aree più preziose dell’Aquila. Anche perché, come ha dichiarato in un recente convegno, alla presenza del sindaco Massimo Cialente e del responsabile della struttura tecnica di missione Gaetano Fontana «servono soldi dei privati. Fondi pubblici non ce n’è, inutile discutere». Il progetto è già pronto. E Napoleone l’ha rivelato nelle pagine di un libro, (Il diritto pubblico dell’emergenza e della ricostruzione in Abruzzo, editore Cedem) scritto insieme all’architetto dell’Inu Pierluigi Properzi e al parlamentare Udc Pierluigi Mantini, un ricco avvocato milanese originario dell’Abruzzo. Qui Napoleone si dice pronto a varare un nuovo fondo immobiliare, chiamato Aq1, per avviare progetti nel Corso Federico II, in pieno centro «dove l’edificio Ex- Standa è già stato opzionato da Europa Risorse». Poi propone la costruzione di villette, spazi commerciali, persino di un centro anziani, in uno degli insediamenti del piano C.a.s.e., probabilmente quello di Bazzano, il più popoloso. Infine sotto la lente del finanziere cadono due tra le zone più pregiate del territorio comunale: il campus Reiss Romoli, sede di un centro di formazione di Telecom chiuso dopo il sisma, e attualmente sede di aule universitarie, dove Napoleone propone di costruire 1500 residenze per studenti, un auditorium e spazi commerciali; e l’area di Collemaggio, a due passi da una delle più belle basiliche aquilane, dove aveva sede un ospedale psichiatrico, proprietà tutt’ora dell’Asl, che si è detta pronta a cedere l’area per ripianare il buco della sanità abruzzese. L’area, inoltre, ospita dall’autunno del 2009 lo spazio sociale Casematte, dove ha sede il comitato 3e32, uno dei più attivi nella città nel promuovere iniziative culturali, concerti e dibattiti pubblici. E sono proprio gli attivisti del 3e32 i primi ad aver indagato Europa Risorse e i suoi intrecci. Per i suoi nuovi progetti Napoleone immagina investimenti pari a 220 milioni di euro, con plusvalenze meno etiche rispetto al primo fondo: il 10-12 per cento.

Tremonti docet
Dalla parte di Napoleone c’è non solo la sua rete di rapporti con personaggi chiave. Ma anche una scelta del ministro dell’Economia Tremonti, che esercita la vigilanza sui fondi assicurativi e previdenziali pubblici e che controlla le azioni di una società chiave nella ricostruzione immaginata dal governo: la Fintecna SpA. Il decreto Abruzzo assegna la possibilità alla spa, proprietà del Tesoro, di acquisire la proprietà di immobili distrutti dal terremoto su cui sono aperti dei mutui, e di rivenderli dopo tre anni. Fintecna, con un’ordinanza di Protezione civile (la 3817) viene anche autorizzata ad acquisire azioni di Europa risorse Sgr. Il piano per la valorizzazione sembra già scritto, senza neppure interpellare Comune e cittadini, un contratto senza intermediari tra ministero dell’Economia e privati. Non solo. Un’altra ordinanza di Protezione civile (la 3820 del 12 novembre 2009) impone agli enti previdenziali pubblici «per il periodo 2009-2012» di destinare «in modo da garantirne la redditività - il 7 per cento degli stessi fondi ad investimenti immobiliari in via indiretta», ossia tramite fondi immobiliari. Una montagna di soldi pubblici per la ricostruzione che dovranno essere messi a profitto proprio dai privati. Solo dall’Inail potrebbero giungere a L’Aquila 1,7 miliardi di euro. Ma neppure un euro andrà ai risarcimenti degli sfollati. Napoleone, i finanzieri caraibici della Doughty Hanson e i loro soci veneti domiciliati in Lussemburgo sanno già cosa farne.

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Tempi moderni

Ecco come il governo ha derogato le leggi per gestire e non risolvere l’emergenza monnezza. Il caso del mezzo collaudo dell’inceneritore di Acerra. I nomi dei responsabili e degli uomini fidati di Bertolaso

Manuele Bonaccorsi (Da Left)

La discarica di cava Vitiello è contenuta in una legge dello Stato», ripetono il governo, Guido Bertolaso, i dirigenti delle forze dell’ordine che la scorsa settimana hanno imposto con la violenza il passaggio degli autocompattatori diretti alla discarica Sari di Terzigno. E la legge, dicono, va fatta rispettare. La legge in questione è la 123 del 2008, ossia la conversione del decreto 90 del 2008 recante “Misure straordinarie per fronteggiare l’emergenza nel settore dello smaltimento dei rifiuti nella regione Campania e ulteriori disposizioni di protezione civile”. È il decreto varato nel primo Consiglio dei ministri dell’attuale governo Berlusconi, che nomina Guido Bertolaso commissario straordinario. Ed è un decreto la cui sostanza. è un lasciapassare alla violazione della legge. Ha permesso per due anni – e permette tuttora secondo il governo - alla Protezione civile di sospendere l’applicazione di molte importanti leggi dello Stato. A rileggerlo, alla luce di quanto avvenuto in questi giorni, si ha la sensazione di trovarsi in un mondo al contrario, dove chi protesta contro lo Stato chiede solo e semplicemente il rispetto della legge, e le forze dell’ordine arrivano sul territorio come fossero scagnozzi armati di un boss, per permettere allo Stato di versare rifiuti dove e come li versava in questi territori la camorra. È la stessa logica che la Protezione civile ha applicato in questi anni nei grandi eventi, quelli della “cricca” smascherata dalla magistratura, o sul terremoto de L’Aquila. Leggi sospese e superpoteri all’uomo della provvidenza. Che incurante di inchieste giudiziarie e ombre, torna in Campania come salvatore della patria. Portando con sé anche alcuni uomini che furono al suo fianco nei più “chiacchierati” affari della Protezione civile: le new town de L’Aquila e il G8 della Maddalena. Solo che in questo caso si rischia di avvelenare un’intera regione, un parco naturale, zone densamente abitate. Lo Stato avvelena come faceva la camorra. Lo Stato sospende l’applicazione delle leggi, proprio come ha sempre fatto l’antistato della criminalità organizzata. Chi a Boscoreale, la scorsa settimana, ha bruciato una bandiera italiana suscitando lo sdegno dei telegiornali di regime, non ha fatto altro che dare sostanza a quanto avviene da anni in Campania.

DEROGHE
Il decreto 90 del 2008, all’articolo 18, contiene un lungo elenco di 43 leggi e decreti regionali e nazionali la cui applicazione è sospesa. Elenco che vale - dice il decreto - «in via non esclusiva». Poiché «il Sottosegretario di Stato (cioè Bertolaso, ndr) e i capi missione sono autorizzati a derogare alle specifiche disposizioni in materia ambientale, igienico sanitaria, prevenzione incendi, sicurezza sul lavoro, urbanistica, paesaggio e beni culturali». Nel lungo elenco saltano la legge Bucalossi sull’edificabilità dei suoli; i poteri assegnati nel lontano 1977 agli enti locali (dpr 6161/1977); la legge Galasso, che nel 1985 introduce nell’ordinamento italiano i vincoli paesaggistici e include tra questi «i parchi e le riserve nazionali o regionali». Buona parte delle dieci discariche previste dal decreto 90 si trovano infatti in zone sottoposte a vincoli naturalistici. Il decreto quindi si premura di tagliare con un colpo d’accetta buona parte della legge quadro sulle aree protette (394/1991) compreso l’articolo 3 che vieta «qualsiasi mutamento dell’utilizzazione dei terreni e quant’altro possa incidere sulla morfologia del territorio, sugli equilibri ecologici, idraulici e idrogeotermici e sulle finalità istitutive delle aree protette». Vengono sospesi i regolamenti degli Enti parchi con tutte le loro prescrizioni e l’obbligo di chiedere loro i nulla osta per ogni intervento. Salta anche la legge quadro sulle aree protette, del 1991, e il dpr del 5 giugno 1995 che istituisce il Parco nazionale del Vesuvio, il quale all’articolo 4 vieta «l’apertura di nuove miniere e discariche per rifiuti solidi urbani ed inerti». Poi viene cancellato ogni controllo sulle decisioni del supercommissario: con la deroga alla legge 481 del 1995 s’imbavagliano le authority che sorvegliano i servizi di pubblica utilità. Viene sospesa la legge sulla trasparenza (n. 241/90) che sancisce il diritto di accesso agli atti della pubblica amministrazione. Sospensione che si somma con l’apposizione del marchio di «sito di interesse strategico militare» in tutte le discariche e sull’inceneritore di Acerra. Ai siti non possono accedere neanche i sindaci. Cancellate con un colpo di penna le più importanti norme in tema di salute e ambiente, gran parte delle quali nascono come applicazione di precise direttive dell’Unione europea. Il decreto legislativo del 13 gennaio 2003, n. 36, applicativo della legge Ronchi sui rifiuti, ad esempio. Compreso l’articolo 7, il quale recita: «I rifiuti possono essere collocati in discarica solo dopo trattamento (…). Nelle discariche per rifiuti non pericolosi possono essere ammessi i seguenti tipi di rifiuti: rifiuti urbani, rifiuti non pericolosi che soddisfino i criteri di ammissione previsti dalla normativa vigente». Cancellato anche il decreto del ministero dell’Ambiente del 3 agosto 2005 recante «criteri di ammissibilità dei rifiuti in discarica», compreso l’obbligo per i gestori della discarica stessa di «sottoporre ogni carico di rifiuti a ispezione prima e dopo lo scarico e controllare la documentazione attestante che il rifiuto è conforme ai criteri di ammissibilità» (articolo 4); e l’articolo 6 che impone, per i rifiuti conferiti in discarica, «una concentrazione di sostanza secca non inferiore al 25 per cento».
E ancora, spariscono le «norme in materia ambientale» (decreto legislativo 152/2006), compreso l’articolo 178 («i rifiuti devono essere recuperati o smaltiti senza pericolo per la salute dell’uomo e senza usare procedimenti o metodi che potrebbero recare pregiudizio all’ambiente»); il 182 («lo smaltimento dei rifiuti è effettuato in condizioni di sicurezza e costituisce la fase residuale della gestione dei rifiuti») e il 208 che impone l’autorizzazione della Regione per la costruzione di nuove discariche.
Saltano poi il Codice dei beni culturali e del paesaggio, compreso l’articolo 20, il quale prevede che «i beni culturali non possono essere distrutti, deteriorati o danneggiati», e il decreto 81 del 2008 su salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, nella parte che specifica gli «obblighi dei datori di lavoro». Nelle dieci discariche previste dal decreto, inoltre, è indicato «alla stregua delle previsioni derogatorie» che si possano smaltire rifiuti caratterizzati da alcuni codici europei di identificazione dei rifiuti. Val la pena controllarli sul formulario: tra quelli non pericolosi ci sono: 19.12.12 (altri rifiuti derivanti dal trattamento meccanico), 19.05.01 (parte di rifiuti urbani e simili non compostata), 19.05.03 (compost fuori specifica), 20.03.01 (rifiuti urbani non differenziati), 19.01.12 (ceneri pesanti e scorie), 19.01.14 (ceneri leggere), 19.02.06 (fanghi prodotti da trattamenti chimico- fisici). Poi quelli “pericolosi”: 19.01.11 (ceneri pesanti e scorie, contenenti sostanze pericolose), 19.01.13 (ceneri leggere, contenenti sostanze pericolose), 19.02.05 (fanghi prodotti da trattamenti chimico-fisici, contenenti sostanze pericolose), 19.12.11 (altri rifiuti compresi materiali misti prodotti dal trattamento meccanico dei rifiuti, contenenti sostanze pericolose).I rifiuti 19.01.12 sono tra quelli prodotti dai camini dell’inceneritore di Acerra. Voi, se abitaste a Terzigno o a Boscoreale, o a Savignano Irpino, a Santa Maria La Fossa, a Serre, davanti agli splendidi panorami di valle della Masseria o Macchia Soprana, vi sentireste sicuri?

COLLAUDI
Quanto rende avvelenare un’intera regione, producendo 6 milioni di finte ecoballe da oltre una tonnellata l’una e da anni “provvisoriamente” stoccate in 40mila metri quadri di territorio inquinato, contenenti spazzatura “tal quale” pressata a forma di cubo? Quanto vale costruire un inceneritore pieno di difetti e carente di numerosissimi strumenti di controllo? Trecentocinquantacinque milioni di euro. Come prevede la legge (il decreto 195, proprio quello che istituiva la Protezione civile spa, poi stralciata), lo Stato li verserà nelle casse della Impresilo, società del gruppo Impregilo, come pagamento della costruzione dell’inceneritore di Acerra. La multinazionale (proprietà dei gruppi Gavio, Benetton e Ligresti) li ha già messi in bilancio. Si legge nella semestrale del gruppo che «in relazione alla valorizzazione del termovalorizzatore di Acerra, esso è determinato in euro 355 milioni. Il trasferimento della proprietà dell’impianto di Acerra dal gruppo Impresilo alla Regione Campania (o alla Presidenza del consiglio dipartimento di Protezione civile o a soggetto privato) dovrà avvenire entro il 31 dicembre 2011. Fino a tale momento, all’ex affidatario, competerà un canone di affitto determinato in euro 2,5 milioni al mese per una durata di 15 anni». Continua la relazione di Impregilo: «Merita opportuna evidenza il positivo collaudo definitivo del termovalorizzatore di Acerra, datato 15 luglio 2010». Impregilo è sotto processo al Tribunale di Napoli, insieme con Antonio Bassolino. L’ex governatore campano nel 2002 firmò il contrattocapestro che assegnava al colosso delle costruzioni l’intero ciclo dei rifiuti (due termovalorizzatori e sette impianti di produzione di combustibile derivato dai rifiuti, il cosiddetto cdr). Il cdr doveva essere ricavato solo dal 32 per cento della spazzatura, la parte con maggiore potere calorifero e non inquinante. Ma siccome quelle balle erano, per la società privata, vero e proprio oro, una specie di conto in banca - bruciarle permette di intascare i contributi ecologici Cip6 - Impregilo preferì metterci dentro di tutto, anche i rifiuti “tal quale”. A causa della decisione di costruire l’inceneritore in una delle aree più inquinate al mondo, ad Acerra, i lavori del termovalorizzatore ritardano e tra il 2006 e il 2008 il sistema va in tilt. Gli impianti di cdr fanno milioni di finte ecoballe di “tal quale”, che vanno a finire in depositi temporanei mentre la spazzatura si accumula nelle strade. Nel 2008 arriva Bertolaso e con la bacchetta magica risolve il problema. Mette, in deroga alla legge, in funzione l’inceneritore, nonostante l’assenza di un collaudo definivo.
E nello stesso decreto 90 scrive: «È autorizzato presso il termovalorizzatore di Acerra il conferimento ed il trattamento dei rifiuti aventi i seguenti codici: 19.05.01 parte di rifiuti urbani e simili non compostata; 19.05.03 compost fuori specifica; 19.12.10 rifiuti combustibili (Cdr: combustibile derivato da rifiuti); 19.12.12 altri rifiuti (compresi materiali misti) prodotti dal trattamento meccanico dei rifiuti, non contenenti sostanze pericolose; 20.03.01 rifiuti urbani non differenziati; 20.03.99 rifiuti urbani non specificati altrimenti». Tutto ciò in deroga alla Via, Valutazione di impatto ambientale, del 2005 che imponeva di bruciare solo il “vero” cdr. La gestione del termovalorizzatore viene affidata alla Partenope ambiente, controllata dalla lombarda A2a. Spiega il sindaco di Acerra, Tommaso Esposito: «L’impianto nasce per bruciare il cdr e nel corso degli anni con le ordinanze in deroga del presidente del Consiglio finisce per bruciare un’altra cosa: brucia tritovagliato, spazzatura con due o tre giorni di vita. È come mettere il diesel in una macchina a benzina». Succede che il motore si rompe. E se ne accorgono anche i fidati collaudatori nominati da Bertolaso per dare il via libera definitivo all’impianto e sbloccare così i fondi di Impregilo. Nella relazione di collaudo del 16 luglio 2010 si legge che «l’originario sistema di evacuazione scorie si è rivelato inadeguato ad assicurare la continuità di funzionamento del forno (…) per la presenza di percentuali di ferro a volte di notevole dimensione», a causa del fatto che il progetto originario prevedeva di bruciare «cdr senza contenuti ferrosi». Nei verbali di marzo la commissione rileva che il sistema di monitoraggio delle emissioni, in particolare «il valore relativo alla portata di fumi al camino», non funziona correttamente. A maggio, durante una verifica dei collaudatori salta la rete elettrica, bloccando il ventilatore di estrazione dei fumi. A febbraio del 2010 i commissari notano che «in alcuni conferimenti il rifiuto risultava visibilmente bagnato» e chiedono alla Protezione civile di «conferire all’impianto un rifiuto con minore umidità». Poi, il 4 febbraio 2010, il gestore della rete elettrica, Terna, sospende l’acquisizione di energia dal termovalorizzatore: le reti ad alta tensione non reggono e il guaio si ripete anche il 6 e il 7 febbraio. Nel gennaio 2010 invece, salta una guarnizione sulle linee del vapore, bloccando l’impianto. Nel corso del collaudo i problemi si sprecano: capita persino «la foratura» di alcuni tubi dei surriscaldatori. Eppure, nella relazione conclusiva i collaudatori danno il via libera all’impianto. Ma sono costretti ad ammettere che «l’attività della commissione non può contemplare verifiche di durabilità di lungo termine». E che alcuni degli obblighi imposti nel 2005 dalla commissione Via non sono stati espletati dall’impresa: tra questi, «l’installazione di un portale di rilevamento radioattività», la «duplicazione del sistema di monitoraggio fumi al camino», l’«installazione di un sistema di monitoraggio in continuo del mercurio» e di un «sistema di prelievo in continuo dei microinquinanti organici». Questioni che, scrivono i tecnici, «saranno oggetto di collaudo separato». Un mezzo collaudo, dunque. La faccenda ha convinto Tommaso Sodano, consigliere provinciale del Prc-Fds, a presentare un esposto alla magistratura. Denuncia il mancato rispetto di molte prescrizioni, i frequenti blocchi degli impianti (gli ultimi risalenti a poche settimane fa) e chiede il sequestro dell’inceneritore. Ma chi sono gli uomini che hanno dato il via libera all’impianto? C’è il presidente, Gennaro Volpicelli, responsabile dell’Arpac, l’Azienda ambientale regionale che dovrebbe monitorare ordinariamente l’impianto. Scelta che, secondo il geologo Franco Ortolani, dimostra un evidente conflitto di interessi. Se Volpicelli, come capo dell’Arpac, notasse irregolarità non rilevate dal collaudo, dovrebbe quindi sanzionare se stesso. Ci sono poi uomini fidati della Protezione civile: Gian Michele Calvi è il capo del consorzio For case, il costruttore delle new town aquilane. Indagato dalla Procura della Repubblica aquilana per il mancato allarme della commissione Grandi rischi del 30 marzo 2009, è stato - dopo la promozione del re della cricca Angelo Balducci a presidente del Consiglio superiore delle opere pubbliche - mandato sui cantieri del G8 alla Maddalena a controllare che tutto fosse a posto. Presidente della fondazione Eucentre di Pavia, Calvi è un esperto non di rifiuti ma di ingegneria sismica. Tra i collaudatori c’è anche Marcello Fiori, dirigente della Protezione civile, ex commissario nominato da Bertolaso alla gestione dei beni archeologici di Napoli e Pompei, su cui ha aperto un fascicolo di indagini la Procura di Torre Annunziata in seguito a un esposto della Uil. Fiori è laureato in lettere. Ha invece la laurea in giurisprudenza un altro funzionario della Protezione civile inviato al collaudo di Acerra, Isabella Annibaldi, capo dell’ufficio del contenzioso. Tre dipendenti del commissario che ha fatto edificare l’inceneritore, Guido Bertolaso. Cui fanno da contraltare solo altri due esperti, Carlo Botti, ingegnere dell’emiliana Hera, e Giuseppe Viviano, collaboratore dell’Istituto superiore di sanità. Anche il segretario della commissione, un geologo, Roberto Pizzi, ha spesso lavorato con la Protezione civile, ad esempio a L’Aquila nell’emergenza del fiume Aterno. «Dobbiamo essere vigili, perché quando l’inceneritore andrà a pieno regime potrebbero crearsi nuovi problemi», conferma il sindaco di Acerra, Esposito. Il quale deve sopportare sul suo territorio, a pochi passi dall’inceneritore, anche un deposito di ecoballe. «Ci avevano promesso 3 milioni all’anno di compensazioni e la bonifica dell’area. Lo prevede un verbale di intesa con la Protezione civile. Non abbiamo visto un euro. Pacta sunt servanda, dicevano gli antichi». Ma i romani, inventori del diritto, come potevano immaginare l’arrivo, duemila anni dopo, del messia Guido Bertolaso?

Cricca economy

Dall'Aquila alla B2, gli affari del capitalismo dei disastri
di:
Manuele Bonaccorsi
Daniele Nalbone
Angelo Venti
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Tempi moderni

Gabrielli, Prefetto de L'Aquila, dopo aver dato dei "cialtroni" al popolo delle carriole, annuncia querela e denuncia penale nei confronti del settimanale Left e dei giornalisti Manuele Bonaccorsi e Angelo Venti, rei di un articolo sulle sue mosse per succedere a Bertolaso. Un pesante avvertimento a chi per primo, anche con il libro Potere assoluto, ha denunciato il funzionamento della Protezione civile

Giulio Calella

Franco Gabrielli, ex poliziotto, ex capo del Sisde, diventato il Prefetto de L’Aquila dal 6 aprile del 2009 per lavorare fianco a fianco con Bertolaso nell’emergenza e ricostruzione del capoluogo abruzzese, è su tutte le furie dopo aver letto un articolo del settimanale Left a firma Manuele Bonaccorsi e Angelo Venti.
Un prefetto successore, titola l’articolo, alludendo alle voci che lo danno alla successione di Bertolaso a Capo della Protezione civile, e comunque in attesa di divenire a breve il suo vice, come riportato da molti organi di stampa nei giorni scorsi.
E in fondo è proprio questo articolo a dare l’occasione a Gabrielli di svestire per un giorno i panni del poliziotto, e mettere quelli del politico. In una Conferenza stampa – fatto insolito per un poliziotto – annuncia una querela per i due giornalisti e per il direttore responsabile della rivista dichiarando di voler agire anche in sede penale per ottenere un ristoro commisurato al danno d'immagine subito.
L’articolo incriminato [che pubblichiamo di seguito] sottolineava come il controllore (Gabrielli) di colui che dirigeva i lavori per l’emergenza e la ricostruzione a L’Aquila (roba da circa un miliardo di euro) ha non solo accettato di buon grado che le sue funzioni di controllo fossero in gran parte esautorate, ma si è attivato più per denunciare i giornalisti che riportavano notizie inquietanti sulle ditte in appalto che le ditte stesse. Fino al caso di una ditta prima difesa a gran voce da Gabrielli a cui poi egli stesso ha dovuto ritirare il certificato antimafia.
Del resto anche subito dopo la notizia dell’inchiesta sugli appalti della Protezione civile, Gabrielli si è affrettato a dichiarare: «Con Bertolaso ho passato dieci mesi di intenso lavoro e ho apprezzato la sua integrità».
Per il rappresentante del Governo dell'Aquila l'articolo sarebbe il concentrato di «sommatorie, falsità, non conoscenza della legge, di preconcetti», volto a sostenere in termini diffamatori che il Prefetto avrebbe sottaciuto per conseguire un vantaggio di carriera, succedere a Guido Bertolaso.
Nella denuncia, ha detto Gabrielli, «prendiamo in esame tutte queste falsità, marchiane ignoranze della legge», sostenendo che la legge non riferisce al Prefetto «nessun compito nella gestione delle emergenze se non nella fase immediatamente precedente alla nomina del Commissario», e che è falso che dall’Ordinanza di Protezione civile sia disceso un allentamento dei controlli.
Gabrielli è stato nelle cronache nelle scorse settimane anche per aver cercato di impedire durante la campagna elettorale la manifestazione del “popolo delle cariole” – il movimento che denuncia la mancata ricostruzione del centro de L’Aquila – e per averli definiti per le loro contestazioni durante le commemorazioni ad un anno del terremoto «quattro cialtroni». Questo concetto ci tiene in effetti a ribadirlo anche nella Conferenza di oggi: «non mi pento assolutamente e lo ribadisco che chi dileggia un'assemblea elettiva e le più alte cariche dello Stato in un'assemblea convocata per commemorare delle persone morte, è un cialtrone». Invece chi chiede “massaggi” in cambio di appalti è da apprezzare per la propria integrità.
Non è forse un caso che Gabrielli si scagli con tale veemenza verso un piccolo settimanale come Left. Proprio Manuele Bonaccorsi su quella rivista è stato il primo a denunciare – ben prima dell’inchiesta sulla Protezione civile – l’enorme concentrazione di poteri del capo della Protezione civile, fino a scrivere – nel novembre 2009 – il libro da noi edito Potere assoluto, per lungo tempo unica voce critica verso l’operato di Bertolaso. Una querela insomma che sa tanto di avvertimento verso giornalisti che provano a raccontare la verità, e verso un movimento che denuncia i reali bisogni della popolazione aquilana.
A Left, al suo direttore responsabile, ad Angelo Venti, e naturalmente al “nostro” Manuele Bonaccorsi, va la nostra piena solidarietà.

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Tempi moderni

Le inchieste su Br e terrorismo. Il comando dei servizi segreti. Poi il governo lo manda a l’Aquila. Dove dovrebbe controllare gli appalti. Ma si scaglia contro le carriole. Biografia non autorizzata di Franco Gabrielli, il poliziotto che succederà a Bertolaso come capo della Protezione civile

Manuele Bonaccorsi
Angelo Venti [da Left]

Sono legati a doppio filo. Da quella mattina del 6 aprile, la frenetica riunione di governo che ha tracciato il futuro de L’Aquila. Guido Bertolaso, capo della Protezione, nominato commissario straordinario all’emergenza terremoto in Abruzzo; Franco Gabrielli, ex poliziotto, ex capo del Sisde, prefetto del capoluogo colpito dal sisma. Da allora hanno lavorato fianco a fianco. Rendendo indistingubili i loro ruoli. Gabrielli ha fatto tutto il possibile affinché controlli troppo indiscreti non rallentassero i lavori delle new town. Ha difeso il commissario quando le indagini della Procura di Firenze ne infagavano l’immacolata figura. Ha duramente definito «cialtroni» i carriolanti aquilani e ha minacciato di usare la forza contro di loro. Pedissequamente la Digos ha ubbidito, sequestrando tre pericolosi mezzi arrugginiti, guidati da altrettanti sfollati, denunciati. Dall’antiterrorismo all’ambiente intricato delle spie italiane, Gabrielli approda al sequestro delle carriole. «Farò tutto quello che il governo mi chiederà di fare, come succede da 24 anni», ha dichiarato recentemente il prefetto. Anche in questo uguale a Bertolaso: incorruttibile servitore dello Stato.

Ora arriva la giusta ricompensa, come affermano rumor sempre più insistenti e mai smentiti. Qualche mese da vicecapo del potentissimo dipartimento di Bertolaso, da apprendista stregone dei poteri d’ordinanza, quelli che permettono di derogare alle leggi ordinarie, paradosso dei paradossi per un poliziotto come lui. Poi, la nomina a successore di Superguido alla Protezione civile. Il cui compito dovrebbe essere «prevenzione e previsione delle calamità naturali». Materie sulle quali Gabrielli non è certo ferrato. Come dimostra la sua biografia.

Entrato in polizia nel 1985, si fa le ossa in provincia, nella noiosissima Digos di Imperia. Poi a Roma, dove sul campo dimostra grandi capacità: lavora, con ottimi risultati, sulle stragi mafiose del 1993. È lui a smantellare le nuove Br, catturando gli assassini di Massimo D’Antona, il giuslavorista ucciso nel 1999, e del poliziotto Emanuele Petri, nel 2003. Uno così lo Stato non può lasciarselo scappare. Ed ecco la nomina a capo del servizio centrale antiterrorismo, negli anni bui dello spauracchio al Queda. Anche qui, per i criminali non c’è scampo: nel 2005 Gabrielli può festeggiare l’arresto di uno dei terroristi dell’attentato alla metropolitana di Londra, Hamdi Adus Isaac. Ogni incarico un successo. Prodi se ne accorge, e nel 2006 lo nomina a capo del Sisde, nel difficile periodo della riforma dei servizi segreti. Col nuovo governo Berlusconi, però, finisce subito male. Gabrielli litiga con Maroni e il leghista non perdona: lo caccia via su due piedi, nel maggio 2008. Un anno in sordina e poi, il 6 aprile del 2009, la nomina che lo rilancia, anche grazie all’interessamento di Gianni Letta: prefetto dell’Aquila distrutta dal terremoto. In questo anno difficile, Bertolaso e Gabrielli lavorano fianco a fianco. Il primo dirige tutte le operazioni e gli appalti della prima emergenza e del Progetto C.a.s.e., le new town di Berlusconi. Roba da un miliardo di euro. Il secondo, come prefetto, dovrebbe vigilare sugli atti del commissario. Ma il prefetto viene dimezzato nelle sue funzioni dalla Dicomac, la nebulosa “Divisione di comando e controllo” creata dal dipartimento (e mai normata in nessuna legge) che esautora Gabrielli di buona parte dei suoi poteri di coordinamento. L’ex 007 non se ne lamenta. Con spirito di abnegazione si dedica alle poche funzioni che restano di sua competenza. In particolare il controllo sugli appalti e il coordinamento delle forze dell’ordine. Insomma, il prefetto Gabrielli è il controllore e Bertolaso il controllato. Ora il controllore sostituirà il controllato nel suo ruolo.

Tra i due, d’altronde, c’è molta simpatia. Gabrielli, quando si scopre che la Procura di Firenze indaga anche su Bertolaso per un giro di tangenti e appalti pilotati nella gestione del G8 della Maddalena, dice senza peli sulla lingua: «Con Bertolaso ho passato dieci mesi di intenso lavoro e ho apprezzato la sua integrità. Ci sono stati frangenti in cui, se solo avesse voluto, avrebbe potuto indirizzarmi verso una certa strada. Invece...»
Eppure per chi ha seguito le vicende aquilane, episodi poco chiari non mancano. A fine giugno sulla stampa esce la notizia che il movimento terra nel cantiere simbolo della ricostruzione, quello di Bazzano, era stato affidato a una ditta il cui titolare risultava socio anche di personaggi arrestati o coinvolti in indagini di mafia. Il prefetto Gabrielli interviene immediatamente: con piglio da poliziotto convoca una conferenza stampa per smentire gli articoli e difendere la ditta. Settanta giorni dopo, il prefetto si vede costretto a ritirare il certificato antimafia all’impresa, la Di Marco srl. A settembre altro colpo di scena: le forze dell’ordine rilevano in due soli cantieri la presenza di 132 ditte sospettate di “subappalto non autorizzato”. Il prefetto si mete subito in moto: emette un duro comunicato stampa. Ma non contro la Protezione civile, contro il giornalista che rende nota la notizia. Poi, a novembre, la Protezione civile emana un’ordinanza con la quale elimina retroattivamente il reato: in deroga alla legge, ogni subappalto di ritiene autorizzato automaticamente. La polizia se ne fa una ragione e smette di girare nei cantieri. Se nella questura Gabrielli ha fama di lavoratore infaticabile, da prefetto aquilano decide di prendersela comoda. Il decreto Abruzzo prevede strigenti controlli sugli appalti, per evitare infiltrazioni mafiose. Ma tutto rimane sulla carta. Lo stesso Gabrielli, a dicembre, ammette che gran parte di queste misure non vengono applicate. A dicembre, a cantieri quasi chiusi, manca ancora un decreto sulla «tracciabilità dei flussi finanziari» mentre solo l’11 novembre si riunisce per la prima volta la «Sezione specializzata del «Comitato di coordinamento per l’alta sorveglianza delle grandi opere», che dovrebbe aiutare il prefetto nel controllo sui cantieri.
Dinanzi agli allarmi del pool antimafia al lavoro in Abruzzo, infine, il prefetto da commissario si trasforma in pompiere. Quando a gennaio il pm Olga Capasso, lamentando la scarsezza di uomini e mezzi, dichiara che «sono tantissime le aziende in odore di criminalità che hanno operato in questa fase», Gabrielli ribatte: «Non si può parlare di un allarme generalizzato né di un sacco della città compiuto dalla criminalità organizzata. Il numero circoscritto dei casi finora emersi dimostra come alcuni sbarramenti posti dal legislatore abbiano sortito un primo effetto deterrente».

Un occhio chiuso sugli appalti gestiti da Bertolaso, uno bene aperto su chi ha il coraggio di lamentarsi. Il 26 marzo Gabrielli dichiara a Repubblica: «Nel giorno delle lezioni non possiamo consentire» la manifestazione del popolo delle carriole. «Si tratta di un’iniziativa politica». E aggiunge: «Saremo nostro malgrado costretti a far rispettare la legge con tutti i mezzi a disposizione. Anche con la forza». Per la cronaca, la giornata finisce con tre carriole sequestrate. Non male, come retata. Non contento, Gabrielli mette i panni del politico. Il 6 aprile, dinanzi ai fischi degli aquilani rivolti al messagio di Berlusconi, dichiara: «Sono solo quattro cialtroni». A giugno del 2009, in un incontro coi comitati dei cittadini, Gabrielli promette di rendere accessibili i campi, per svolgere assemblee e volantinaggi, vietati dal Dicomac. Ma la promessa rimane disattesa. Le tende rimangono simili a campi militari. «Anche in questo Gabrielli è del tutto vicino a Bertolaso. Continuerà nel percorso che ha reso la Protezione civile uno strumento di comando e controllo, militarizzazione e repressione», commenta Mattia Lolli, attivista aquilano del comitato 3e32.

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Tempi moderni

1000 chiavi per riprendersi la città. La protesta aquilana è molto di più di uno sfogo ma il primo segnale di una mobilitazione che sta per allargarsi. Segno che il tempo delle bugie sta finendo

di Stefano Frezza

Un migliaio di cittadini hanno varcato anche la scorsa domenica mattina la zona rossa a L’Aquila al grido:”Riapriamo la città!” Le proteste per i ritardi nell’inizio dei lavori di ricostruzione si fanno sempre più palesi e con il passare delle settimane cresce anche la consapevolezza dei cittadini verso la gravità della situazione e le gravi responsabilità di chi ha gestito l’emergenza nel “cratere”.
La manifestazione di domenica mattina – 1000 chiavi per riaprire la città” - è stata molto partecipata e centinaia di chiavi, insieme a decine di cartelli, sono state legate dai partecipanti alle transenne che impedivano l’accesso alla zona rossa.
Le forze dell’ordine, presenti in gran numero, non hanno nemmeno cercato di impedire ai manifestanti di oltrepassare gli sbarramenti e raggiungere Piazza Palazzo – una delle piazze più frequentate dagli aquilani prima della tragedia del 6 aprile.
Durante gli interventi aperti a tutti i manifestanti è spuntato anche il Sindaco dell’Aquila Massimo Cialente apertamente contestato dalla stragrande maggioranza dei presenti. Al Sindaco, oggi Vice-commissario alla ricostruzione, viene imputata non solo la condivisione del Piano C.A.S.E. ma anche lo straordinario accanimento burocratico che rallenta ogni opera, oltre al totale immobilismo verso l’immane opera di smaltimento delle macerie che ancora oggi – ad 11 mesi dal sisma – ingombrano tutte le strade cittadine.
E proprio questo sarà il tema della manifestazione già convocata dai comitati cittadini per domenica prossima: “Ripuliamo la città dalle macerie”. Muniti di secchi, carriuole e quant’altro si lavorerà per rimuovere le macerie dal centro storico. Sarà soltanto un’ennesima provocazione ma i cittadini stanno dimostrando di avere tutte le intenzioni di non voler cedere sulla strada della ricostruzione e della riappropriazione dei propri luoghi.

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Nota quotidiana

Il capo della Protezione civile scrive ai suoi per dire di essere "vittima" della campagna mediatica ma non nega possibili omissioni ed errori. Sopra la sua testa si gioca un riassetto interno al Pdl (Letta, Fini, Tremonti) guardato con interesse dall'industria e dalla finanza italiane. In attesa delle regionali

di Salvatore Cannavò

Si sente come un «alluvionato» costretto a patire «sofferenza, rimpianti, strazianti ricordi», e adesso, in una accorata lettera aperta «alle donne e agli uomini della Protezione Civile», ritiene sia proprio il momento di dire: «basta fango». Lui, è Bertolaso, oggetto di un'indagine giudiziaria, al centro di un caso politico, uomo immagine del "governo del fare" che un po' alla volta si scopre "governo dell'affare" e che cerca rapidamente di porre qualche rimedio. Berlusconi ha smesso di esporsi contro i giudici man mano che le intercettazioni hanno dato solidità a un'inchiesta che sempre più si incunea nel perimetro del Popolo delle Libertà. E Bertolaso non colleziona solidarietà di ferro. Da qui l'iniziativa autonoma.
«Da oltre una settimana - scrive Bertolaso nella lettera - sono diventato oggetto di due diverse iniziative giudiziarie. La prima, dei giudici del Tribunale di Firenze, che stanno indagando su di me per capire se sono corrotto, corruttore, amico di corrotti e corruttori ed anche se, grazie al mio ruolo, in questa veste di amico, conoscente, sodale con persone disoneste io ne abbia favorite alcune in cambio di denari, servizi e prestazioni sessuali. Fin qui la magistratura. Nulla da eccepire a che la magistratura indaghi su tutti e chiunque, me compreso, perchè è il suo lavoro, perchè il controllo della magistratura è importante in un sistema democratico, perchè è giusto che chi commette reati venga indagato, poi se del caso imputato, giudicato e condannato o assolto». «Discuto, invece, come tutti coloro che si sono trovati nella situazione nella quale ora mi trovo, sul sostanziale silenzio che sembra generale consenso che copre la diffusione di carte, registrazioni, documentazione raccolta dai magistrati a fini processuali, ancora ovviamente tutta da verificare, che arriva alla stampa e ai media. Su questo fronte -aggiunge il Capo della Protezione civile nella lettera aperta al personale- si apre la seconda iniziativa giudiziaria di cui sono oggetto». Insomma, Bertolaso si sente vittima di una giustizia sommaria, a colpi di «fango gettato nelle pale del ventilatore»: «Ho provato, in questi giorni, l'angoscia, il senso di ingiustizia, di devastazione, di perdita totale e senza eccezione delle tante persone che abbiamo soccorso dopo che le loro case erano state invase da fiumi di fango».
Insomma, dal sottosegretario in predicato di divenire ministro continua l'offensiva per risalire la china: dopo il colpo a effetto della presenza a Ballarò - in cui si è presentato a schiena dritta senza però subire un contrasto troppo marcato da parte degli ospiti presente, compreso Antonio Di Pietro - la lettera «agli uomini e alle donne» della Protezione civile. Basterà per farlo rientrare «nei ranghi della normalità» come auspica e prevede nella missiva? La sensazione, in realtà, è che Bertolaso abbia avuto un colpo di immagine, e una perdita di poteri, significativa sia per il clamore mediatico suscitato dalla vicenda - che non cesserà tanto facilmente - sia per l'abolizione dell'articolo 16 del Decreto legge, quello che istituiva la Protezione civile Spa. Va detto, però, come ha sottolineato oggi per tutta la durata del dibattito parlamentare l'opposizione di centrosinistra, che nel Decreto restano molti di quei "poteri assoluti" che spettano comunque al capo della Protezione civile nonché l'affidamento dei cosiddetti Grandi eventi. La partita quindi non è chiusa e dipenderà in gran parte dal risultato delle regionali, dall'andamento della popolarità di Silvio Berlusconi e da come uscirà dalla caduta di consensi che lo scandalo in corso ha provocato. Ma anche da come usciranno definiti i rapporti interni al Pdl, vero oggetto di scontro.
Oggi il Corriere della Sera ha messo in evidenza come l'affaire Bertolaso incida negativamente soprattutto sull'immagine e il ruolo di Gianni Letta, che del capo della Protezione civile è stato un grande sostenitore, con vantaggio degli altri due competitor alla successione del Cavaliere: Fini e Tremonti. Due che non hanno fatto mistero della volontà di affossare l'istituzione della nuova Spa. Se il Corriere si lancia in un tale retroscena - mostrando un'inquietudine "milanese" per le vicende di governo romano - il Sole 24 Ore, per penna del suo notista politico Stefano Folli, evidenzia invece «il sospetto che intorno al Pdl si sia creato un vischioso sistema affaristico sufficiente a appannare l'immagine del capo». Anche qui, una presa di distanza mitigata dal solito invito a osare «il colpo d'ala» per risalire la china. Insomma, i "poteri forti" avrebbero voglia di cambiare aria e di smuovere il quadro politico. Una nuova Tangentopoli sarebbe utile a questo disegno anche se Confindustria è l'ultima a poter parlare in tema di intrecci politico-affaristici. Che dire del contratto che Marcegaglia ha stipulato con lo Stato proprio per la gestione dell'impianto congressistico della Maddalena? E che dire dei comportamenti di grandi imprenditori e del loro rapporto con l'attuale governo? Eppure, almeno a leggere la stampa padronale, si respira aria di insoddisfazione e voglia di ridisegnare i rapporti di forza. Anche perché siamo in periodo di riassetti complessivi di importanti gangli di potere (Generali, Telecom, Rcs, ma di questo ci occuperemo in un prossimo articolo).
Bertolaso, in breve tempo potrebbe essere stato solo un pretesto o al contrario un errore giudiziario. Oltre che dalla consistenza delle indagini e dalle nuove notizie che emergeranno, la sua sorte dipenderà anche da questa partita di potere tutt'ora in corso, dagli equilibri che disegnerà e dagli sbocchi futuri che si darà. Sempre che, nel frattempo, le inchieste non arrivino fin dentro le stanze più segrete della ex Casa delle libertà.

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Tempi moderni

Da San Fratello e gli altri paesi aggrappati alle pendici dei Nebrodi, a Maierato nel vibonese, dove una cinepresa ha registrato la discesa inesorabile della montagna. E poi Scaletta Marina, Giampilieri, Briga e Scaletta Zanclea. E' l'emergenza abbandonata per la quale servirebbe una politica radicalmente alternativa

di Antonio Moscato

Purtroppo lo scandalo indecente della Protezione Civile arriva alla maggior parte degli italiani solo attraverso le discussioni sulle prestazioni sessuali offerte al capo.
Si parla dei preservativi, di cui potremmo anche infischiarcene, per sorvolare ad esempio sull’Italia che frana: ci sono San Fratello e gli altri paesi aggrappati alle pendici dei Nebrodi, c’è Maierato nel vibonese, dove una cinepresa ha registrato la discesa inesorabile della montagna, ci sono i paesi del messinese, Scaletta Marina, Giampilieri, Briga e Scaletta Zanclea, abbandonati senza aiuto dall’inizio di ottobre.
E ci sono le ferite non rimarginate di tante altre tragedie, come quella di Sarno, sempre in pericolo a ogni pioggia, tutte o in gran parte nel sud, abbandonato e beffato. Negli ultimi due decenni ci sono state 5.000 alluvioni, con migliaia di morti e danni incalcolabili.
Dopo l’emergere dello scandalo Bertolaso, c’è stata finalmente – anche se è stata occultata da quasi tutti i TG - una prima reazione degli abitanti dell’Aquila, che si sono indignati scoprendo che proprio tra gli uomini vicini al grande mago della Protezione Civile c’era chi rideva sulla loro disgrazia. Soprattutto hanno verificato che nulla si è cominciato a fare di quel che era necessario per ricostruire quella città stupenda. Sarebbe costato probabilmente di meno, ma politicamente rendeva di più ostentare quella specie di “villaggi Potiomkin” che davano l’illusione di un’efficienza che non c’era (e che per giunta spesso erano anche il frutto di un impegno non del governo ma di un’amministrazione locale come la Provincia di Trento).
Pochi hanno detto che il vero scandalo non sono le ballerine brasiliane, ma lo sperpero di miliardi in grandi opere inutili, spesso in rovina prima o subito dopo l’inaugurazione, dagli stadi del nuoto ai megaimpianti della Maddalena; conseguenza inevitabile dell’assurdità di una struttura prevista per le emergenze naturali, e impegnata a programmare “eventi” di ogni genere e di nessuna utilità come la beatificazione di padre Pio o i pellegrinaggi a Loreto, ovviamente con annesse tangenti, variamente distribuite. Non a caso, sempre con metodi sbrigativi, che ricordano quelli usati per occultare le mastodontiche spese militari. E tutto questo mentre l’Italia frana, si chiudono fabbriche, si riducono le scuole pubbliche in quelle condizioni vergognose di abbandono che sono state documentate nella rigorosa inchiesta televisiva di Riccardo Icona a “Linea diretta”
Sulla vergogna della Protezione Civile, per fortuna, già prima che emergesse lo scandalo, c’era stato il bel libro di Manuele Bonaccorsi (http://www.ilmegafonoquotidiano.it/libri/potere-assoluto), ma quanti lo hanno saputo e soprattutto letto?
E comunque il discorso va allargato. Non si tratta solo di quel che non va nel sistema della Protezione Civile così come si è strutturato in Italia sotto un bel numero di ministeri di segno diverso (cosa che spiega perché la cosiddetta “opposizione” taccia o si limiti ad aspettare che Fini e perfino Bossi le assegnino un’improbabile “vittoria”), ma di riprendere un discorso semplicissimo che faceva parte un tempo del repertorio essenziale della sinistra: invece di aspettare i disastri, per poi rappezzare alla meglio, e con una spesa molto maggiore, il territorio disastrato, sarebbe necessaria una prevenzione costante e sistematica.
Piantare alberi sui costoni franosi come quello che abbiamo visto in movimento a Maierato; ricostruire e alzare gli argini; sgomberare i corsi d’acqua da tutto quello che sistematicamente ostruisce e ritarda il deflusso delle acque; ripulire i boschi dalle sterpaglie secche che facilitano gli incendi anche senza che ci sia dolo; demolire le case costruite (anche se con tanto di autorizzazione comunale…) sui greti dei torrenti, e che li trasformano in fiumare devastanti e incontrollabili alla prima pioggia prolungata, come abbiamo visto a Giampilieri; viceversa offrire contributi per avviare opere di risanamento strutturale di un patrimonio abitativo abbandonato e fatiscente, che a volte viene giù anche senza una scossa di settimo grado…
Già solo facendo questo si potrebbe dare lavoro ad alcune centinaia di migliaia di persone, in lavori utili e con un risparmio netto rispetto agli interventi di emergenza dopo le catastrofi.
Invece si programmano opere faraoniche, inutili e dannose: che se ne farebbero a Giampilieri del ponte sullo Stretto? Uso il condizionale, perché sono convinto che il ponte non si farà mai: per arricchire ulteriormente i soliti noti basteranno le percentuali previste per la mancata realizzazione, e i rimborsi per studi di attuazione fatti anche alla buona e quindi a costo zero, sapendo che non si porterà mai a termine un’opera così costosa e insicura in una zona sismica e franosa…
E non parliamo delle centrali nucleari, di cui non si conoscono i costi reali (se negli Stati Uniti hanno smesso di costruirle da trent’anni, è perché farle sicure è possibile, ma a un costo esorbitante…), e di cui semplicemente si ignorano i costi di smaltimento: magari si pensa di utilizzare il metodo usato da Lucchini e dal padre della Marcegaglia, affidandone la gestione alle mafie. A parte la scandalosa clausola che sottrae alle regioni perfino la possibilità di pronunciarsi, si è annunciato che i siti (tenuti nascosti in periodo elettorale) saranno scelti dai privati che li costruiranno. Inutile aggiungere che, anche senza pensare ai prevedibili pericoli, ci si deve opporre perché non creerebbero un numero significativo di posti di lavoro, e succhierebbero altre preziose risorse dello Stato per arricchire le solite gang in colletto bianco. Basta con la fiducia nel privato, seminata anche dalla sedicente sinistra: è sinonimo di rapina!

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