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In movimento

Da Brunetta a Monti passando per Martone l'unica ripetitività e ossessione dei governi è la ricetta liberista dei tagli allo stato sociale e della diminuzione dei diritti di chi lavora

Atenei in Rivolta

Ebbene sì. Ci si trova ancora costretti a commentare l’ennesima dichiarazione provocatoria fatta da un membro del governo a danno delle e dei giovani di questo paese. Ci eravamo quasi abituati ai continui e vergognosi attacchi dell’ex ministro Brunetta contro giovani e precari/ie. Poi è arrivato il governo dei tecnici e dei professori che avrebbe dovuto risollevare l’Italia dalla crisi. Un governo che, oltre a proseguire le stesse politiche di tagli e massacro sociale portate avanti dal centrodestra, ora dimostra anche di non differenziarsi dallo stile grossolano, provocatorio e offensivo che il vecchio governo ha sempre utilizzato nei confronti delle fasce più deboli della società.

Dopo le dichiarazioni di Martone volte a deridere gli studenti e le studentesse che non riescono a laurearsi in corso, perché magari costretti/e a lavorare (spesso in nero) per pagare tasse universitarie e affitti esorbitanti, o perché nell’Università controriformata del 3+2, della Gelmini e dei tagli è obiettivamente difficile adeguarsi ai ritmi di studio massacranti imposti da questo modello, arriva l’ennesima aggressione al futuro di noi tutt*. Arriva direttamente dal Presidente del Consiglio Mario Monti (guarda il video). Il sobrio, equilibrato e rispettabile Mario Monti che dichiara che i giovani devono rinunciare all’idea del posto fisso e che, in fondo, la certezza di un impiego fisso e di una stabilità di sostentamento, necessaria per poter vivere e immaginare un futuro, sia “monotona”.

Al di là della provocazione infelice vogliamo riflettere su ciò che questa dichiarazione rappresenta. Cioè un preciso intento politico sostenuto dagli ultimi governi e che ora si vuole portare a compimento sotto la spinta dei diktat imposti dalla BCE, dalle banche e dalle agenzie di rating, e con l’aiuto dell’appoggio bipartisan di cui gode il governo dei tecnici. Lo scopo è quello di abbattere ogni forma di garanzia sul posto di lavoro, privare di ogni certezza il nostro futuro, cancellare ogni diritto, rendere le nuove generazioni nient’altro che una massa dequalificata di precari e precarie, senza difese, senza prospettive, facilmente ricattabili e sfruttabili.
Utilizzando la minaccia del default, del debito e della crisi come arma per zittire ogni dissenso ed eludere ogni parvenza di democrazia, si tenta di attaccare ancora una volta coloro che da sempre sono stati vessati dalle politiche neoliberiste: giovani, lavoratori e lavoratrici, precari e precarie, studenti e studentesse. Vorremmo far notare a Monti che già adesso i giovani non hanno alcun posto fisso, in un paese in cui il tasso di disoccupazione giovanile è arrivato al 31%, in un contesto in cui la disoccupazione globale sfiora il 9% (dati ISTAT, dicembre 2011). Dati che salgono ulteriormente se si contano anche gli scoraggiati, cioè coloro che un lavoro non lo cercano neanche più (secondo i dati della Cgia di Mestre il tasso di disoccupazione reale sarebbe del 38,7%).

Ma oltre alla disoccupazione colpisce il forte tasso di precarietà, soprattuto giovanile, in un paese in cui gli/le occupat* sono in maggior parte sottoposti a contratti atipici: tra il 2005 e il 2010 i dati dell’Istat mostrano come il 71,5% delle già scarse nuove assunzioni sia stata effettuata tramite contratti a tempo determinato (per la maggior parte atipici e precari) e, come se non bastasse, nel terzo trimestre del 2011 continua a crescere il numero dei dipendenti a termine (+7,6 su base annua), un aumento che per circa i due terzi riguarda giovani sotto i 34 anni (dati ISTAT, novembre 2011). Così come, sempre tra il 2005 e il 2010, la causa principale tra le cessazioni dei rapporti lavorativi in essere, incidente per quasi il 50% del totale, risulta essere la scadenza del termine del contratto.

Sono politiche che, nella miglior tradizione del divide et impera, servono anche a mettere in contrasto tra loro le fasce più deboli della popolazione in modo da scaricare la rabbia sociale non verso i veri responsabili della crisi ma verso le categorie meno tutelate, come per esempio i/le migranti (accenniamo soltanto all’ondata razzista, xenofoba e neofascista che sta attraversando questo paese negli ultimi mesi), e a colpire in maniera più pesante quei soggetti che la crisi già la pagano due volte (una prima volta per la loro condizione sociale e una seconda per il loro genere) cioè le donne (sempre per l'Istat l’aumento della disoccupazione riguarda in particolare la componente femminile della popolazione, raggiungendo un picco del 39% tra le giovani donne del Mezzogiorno. Anche l’Ocse sottolinea che la disoccupazione giovanile è più alta tra le donne che tra gli uomini), sottoposte in maggior misura a contratti precari, a termine o part-time, per non ricordare le decine di altre forme di discriminazione cui sono soggette (come le dimissioni firmate in bianco, i licenziamenti per maternità, ecc.) o il terribile dato per cui, nel 40% dei casi di abbandono del posto di lavoro (in un contesto di crisi e tagli ai già scarsi servizi) siano costrette a farlo per stare a casa a prendersi cura della famiglia. Donne che sono anche il soggetto tramite il quale si fa maggiormente leva per livellare verso il basso le già misere condizioni lavorative di questo paese, aumentandone sempre più il grado di sfruttamento e precarietà.

Questi dati dimostrano come in Italia la tanto decantata flessibilità (sia dal punto di vista delle forme contrattuali che da quello delle durate dei rapporti lavorativi), di cui sempre più spesso si invocano i poteri salvifici, sia già fin troppa e come questa, unità alla più generale precarietà (e soprattutto nel contesto di crisi degli ultimi anni), non abbia fatto altro che aumentare il numero dei disoccupati e delle disoccupate (solo nell’ultimo anno il tasso di disoccupazione giovanile è aumentato di ben tre punti, secondo i dati Istat).

In un paese in cui i giovani e le giovani sono costretti/e a barcamenarsi tra call centers, lavori stagionali, tirocini e stages non retribuiti, continuare a precarizzare in nome della flessibilità e a restringere diritti e garanzie (in una squallida gara al ribasso tra chi qualche diritto ancora ce l’ha e chi invece non ha mai potuto goderne) non serve a risolvere alcuna crisi. Serve invece a tutelare i profitti privati e i guadagni delle imprese e a scaricare il pagamento della crisi dalle banche e dai poteri forti dell’economia e della finanza (che questa crisi l'hanno prodotta) a tutt* coloro che invece nessun ruolo hanno giocato nella sua comparsa, a tutt* coloro che da sempre vanno avanti a stento in questa società, a tutt* coloro che di sacrifici finora ne hanno fatti fin troppi, a tutt* coloro i/le quali sono stati ignari/e spettatori/rici durante la creazione di un debito pubblico tanto esorbitante quanto illegittimo!
Monti, l’unica cosa veramente monotona in questo paese è la ricetta di tagli, massacro sociale, privatizzazioni, restrizione dei diritti e della democrazia che ormai da decenni ci propinate sempre uguale e che non intendiamo più accettare!

Siamo il 99% e siamo in credito! Noi il debito non lo paghiamo!

Ateneinrivolta.org – Coordinamento Nazionale dei Collettivi

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Nota quotidiana

L'editoriale del settimanale inglese, The Economist, tradotto in italiano da PressEurope

www.presseurope.eu

In quasi vent'anni di carriera politica, Silvio Berlusconi è sopravvissuto a processi e scandali. Ma a preoccupare gli italiani dovrebbe essere piuttosto il suo totale disinteresse per i problemi economici e strutturali del paese, che continueranno a farsi sentire anche dopo la sua caduta.

Silvio Berlusconi ha ottimi motivi per sorridere. A 74 anni è alla guida di un impero mediatico che lo ha reso l'uomo più ricco d'Italia. Dal 1994 domina la scena politica dello stivale, ed è diventato il primo ministro più longevo dai tempi di Mussolini. È sopravvissuto a un numero impressionante di previsioni di una sua imminente caduta. Tuttavia, nonostante il suo successo personale, è stato un disastro come leader della nazione. In tre modi diversi.

Due di essi sono ben noti. Il primo è la scandalosa saga dei festini sessuali "bunga bunga", uno dei quali ha provocato lo spettacolo poco edificante di un primo ministro processato a Milano con l'accusa di aver avuto rapporti sessuali a pagamento con una minorenne. Il processo Rubygate ha umiliato non soltanto Berlusconi, ma il paese intero.

Per quanto vergognoso sia stato lo scandalo sessuale, il suo impatto sulle decisioni politiche di Berlusconi è però stato abbastanza limitato, per cui questo giornale lo ha ampiamente ignorato. Ma abbiamo a lungo denunciato la sua seconda mancanza: le sue macchinazioni finanziarie. Nel corso degli anni il Cavaliere è stato accusato più di una dozzina di volte di frode, falso in bilancio e corruzione.

I suoi difensori affermano che non è mai stato condannato, ma non è vero. Molti processi hanno prodotto condanne, che sono state accantonate per via di complesse limitazioni – almeno in due casi perché Berlusconi ha personalmente cambiato la legge. Ecco perché nell'aprile 2001 questo giornale aveva sostenuto che egli non era adatto a governare l'Italia.

Non abbiamo trovato motivi per cambiare quella conclusione. Ma ormai è chiaro che né gli scandali sessuali né la sospetta storia finanziaria del presidente del consiglio costituiscono per gli italiani una ragione sufficiente per considerare l'esperienza di Berlusconi un fallimento disastroso, persino malevolo. Il terzo difetto è stato di gran lunga il peggiore: il suo totale disprezzo per le condizioni economiche del suo paese. Forse perché distratto dai problemi legali, in quasi nove anni da primo ministro non è riuscito a trovare un rimedio o almeno a riconoscere la profonda debolezza economica dell'Italia. Di conseguenza lascerà dietro di sé un paese con l'acqua alla gola.

Questa tetra previsione potrebbe sorprendere chi studia la crisi dell'euro. Grazie alla rigorosa politica fiscale del ministro delle finanze Giulio Tremonti, finora l'Italia è riuscita a sfuggire alla furia dei mercati. La "i" dell'acronimo Pigs non sta per Italia ma per Irlanda (insieme a Portogallo, Grecia e Spagna). Il paese ha evitato una bolla immobiliare. Le sue banche non sono fallite. L'impiego ha retto: la disoccupazione è all'8 per cento, mentre in Spagna ha superato il 20 per cento. Nel 2011 il deficit di dell'Italia raggiungerà il 4 per cento del pil, contro il 6 per cento della Francia.

Malattia cronica
E tuttavia questi i numeri rassicuranti sono in realtà ingannevoli. La debolezza economica dell'Italia non è di tipo acuto, ma una malattia cronica che sta corrodendo lentamente la vitalità del paese. Quando l'economia europea si contrae, quella italiana si contrae in misura maggiore. Quando l'economia europea cresce, quella italiana cresce di meno. Solo Zimbabwe e Haiti hanno registrato nell'ultimo decennio una crescita del pil inferiore a quella dell'Italia. In realtà il pil pro capite del paese è calato. La mancanza di crescita ha fatto in modo che, nonostante Tremonti, il debito pubblico sia ancora al 120 per cento del pil, ovvero il terzo più elevato tra i paesi ricchi. Tutto ciò risulta ancora più preoccupante se si tiene conto del fatto che la popolazione italiana sta invecchiando rapidamente.

Il tasso di disoccupazione mediamente basso nasconde alcune acute variazioni. Un quarto dei giovani – e molto di più in alcune zone del depresso sud – non ha un impiego. La partecipazione delle donne alla forza lavoro è del 46 per cento, la più bassa nell'Europa occidentale. Una combinazione di bassa produttività e stipendi alti sta causando un progressivo calo della competitività. L'Italia è all'ottantesimo posto nell'indice "doing business" della Banca mondiale [che attesta la facilità di portare avanti un'attività commerciale], dietro Bielorussia e Mongolia, e al quarantottesimo nella classifica del Forum economico mondiale che certifica il livello di competitività, dietro a Indonesia e Barbados.

Il governatore uscente della Banca d'Italia, Mario Draghi, ha spiegato la situazione in modo chiaro in un esplicito discorso d'addio (prima di prendere le redini della Banca centrale europea). Ha ribadito che l'economia ha un disperato bisogno di importanti riforme strutturali. Ha sottolineato la produttività stagnante e ha attaccato le politiche del governo, che "non riescono a incoraggiare, e spesso ostacolano, lo sviluppo [dell'Italia]".

Tutti questi aspetti stanno cominciando ad avere un effetto sulla giustamente famosa qualità della vita in Italia. Le infrastrutture sono trascurate. I servizi pubblici sono al limite delle possibilità. L'ambiente è minacciato. I redditi reali sono nella migliore delle ipotesi fermi. I giovani più ambiziosi abbandonano il paese in massa, lasciando il potere nelle mani di una élite vecchia e antiquata. Pochi in Europa disprezzano i loro politici viziati quanto gli italiani.

Cambiare è possibile
Quando questo giornale ha denunciato per la prima volta Silvio Belrusconi, molti uomini d'affari italiani hanno risposto che la sua brigantesca insolenza imprenditoriale era l'unica speranza di modernizzare l'economia. Nessuno ne è più convinto. Adesso la scusa è che la colpa non è di Berlusconi ma del paese, impossibile da riformare.

Ma la convinzione che cambiare è impossibile non è solo disfattista, ma anche errata. Alla metà degli anni novanta diversi governi italiani, terrorizzati dall'idea di restare fuori dall'euro, hanno avviato alcune sorprendenti riforme. Persino Berlusconi, tra un processo e l'altro, ha trovato il tempo di adottare alcune liberalizzazioni: nel 2003 la legge Biagi tagliò radicalmente le pastoie del mercato del lavoro, stimolando le assunzioni, e molti economisti hanno lodato le riforme al sistema pensionistico. Se avesse utilizzato il suo enorme potere e la sua vasta popolarità per qualcosa di diverso dalla tutela dei propri interessi, il Cavaliere avrebbe potuto fare molto di più. Gli imprenditori italiani pagheranno cari i comodi di Berlsuconi.

E se i successori dell'attuale presidente del consiglio dovessero dimostrarsi altrettanto negligenti? La crisi dell'euro sta costringendo Grecia, Portogallo e Spagna a portare avanti grandi riforme sfidando la collera delle piazze. Nel breve periodo ci sarà da soffrire, ma a lungo termine le economie periferiche dovrebbero ricavarne nuova energia. Alcuni paesi potrebbero addirittura essere costretti ridurre il fardello del debito attraverso la ristrutturazione. E a quel punto l'Italia, ancora antiquata e stagnante, con un debito pubblico ancorato a quota 120 per cento del pil, si ritroverà a essere la palla al piede dell'euro. Il colpevole? Silvio Berlusconi, che senza dubbio starà ancora ridendo. (
traduzione di Andrea Sparacino)

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Tempi moderni

In ventimila, per svegliare l'Italia dall'illusione che tutto fosse risolto. In ventimila per dire "Sos" e chiedere che parta quello che non è mai cominciato: la ricostruzione. Occupata l'Autostrada al grido di "a Roma, a Roma". Che sarà il prossimo obiettivo della protesta

di Enrico Nardecchia
(da Il Centro)

VENTIMILA. Sos, sta scritto sulla collina di Roio. Sospensione delle tasse, occupazione, sostegno all'economia. Sostegno, appunto. La parola chiave del rugby ci sta bene, oggi che negli 8 e passa chilometri dalla villa fino all'ex Italtel non trovi una bandiera che non sia nera e verde. I colori della città. Un Sos per L'Aquila, al quale aderiscono in ventimila (10mila per la questura). Aquilani di destra e di sinistra. Non era mai successo, dopo un terremoto che prima ha scosso e poi spaccato in due la città. Pro e contro Berlusconi. Pro e contro Bertolaso. Pro e contro Cialente. Pro e contro Chiodi. Le critiche non se le risparmia nessuno, né questi né gli altri. Ma, alla fine, quell'applauso sull'autostrada bloccata e piena piena di aquilani come un Fattori dei vecchi tempi è da brividi. «Abbiamo dimostrato che, uniti, possiamo vincere qualsiasi battaglia», grida il sindaco prima che la commozione vinca lui. Questa stessa gente che pure non gli risparmia critiche («Mezzo sindaco più mezzo commissario uguale zero ricostruzione» e subito dopo: «Dimettiti da vicecommissario») prima lo ascolta in silenzio e poi batte le mani, in questo comizio sull'asfalto bollente che scrive un altro pezzo di storia della città. Già, la storia. Perché dopo la protesta sotto a Montecitorio, dopo la fiaccolata della memoria un anno dopo il sisma, dopo le carriole, nel libro dell'anno primo della città da rifare si scrive un'altra pagina importante. Una pagina di orgoglio aquilano. È il nuovo '71 del capoluogo ferito. Ma qui a volare non sono i sassi. Solo slogan al ritmo di fischietti, campanacci e imitazioni di vuvuzelas. «Diritti e non favori».

L'AUTOSTRADA. «No, il gonfalone no». Il vigile lo porterebbe pure, mica no, ma forse non è il caso. I vessilli restano fuori. E quando il corteo segue i cartelli verdi gli amministratori vanno tutti appresso a Cialente. Non si accoda Antonio Del Corvo (Pdl) che fa la marcia come tutti gli altri ma no, l'A24 la lascia a Stefania Pezzopane, vestita di neroverde, che riconquista così la scena. Due ore di blocco, dalle 19 alle 21. «Così a Roma ci sentiranno». La polizia prima prova a bloccare poi non reagisce al blocco forzato. I sindaci marciano sotto braccio fino a riempire tutta la carreggiata. «Vai Massimo», e se accanto a lui vedi pure Pierluigi Biondi (Pdl), e più indietro Luca Ricciuti eppoi Enzo Lombardi vuol dire che gli steccati, qui, oggi, non esistono più. Un giretto a passo lento con l’obiettivo Autogrill che però non viene raggiunto. Ma che fa? L’importante è starci dentro. «Blocchiamo, blocchiamo». «E se non basta andremo a Roma». Almeno la direzione è quella giusta. Prima Roma, poi Teramo, la città di Chiodi. Che non si fa vedere, ma c’è il gonfalone rosso dell’ente. Non si fa vedere ma manda a dire che «Giovedì (oggi) alle 12 farò il punto sul problema tasse e fondi della ricostruzione ». Lui e Letta, a leggere uno striscione, sono «Ruffiani di Stato contro i terremotati ». Sfila anche Giampaolo Giuliani, l’uomo del radon.

IN TV. «La città è imbestialita, umiliata», dice e ridice il sindaco davanti alle tv e alle telecamere, sperando che i tg nazionali almeno rilancino questa rivolta senz’armi. Ma, a sera, i Tg Rai escluderanno la notizia dai titoli principali. Il Tg5 leggerà un brevissimo lancio di agenzia senza immagini. Viaggia contromano La7, che invece ci apre il telegiornale.

«NON CI FERMIAMO». L’ennesima promessa da zona Cesarini di un governo che tiene sulla corda, da quattordici mesi, una città devastata, non sgonfia affatto le ruote delle carriole (una, simbolo delle macerie da rimuovere, troneggia su una Punto grigia) e neppure sfianca la voglia degli aquilani di esserci. Comunque. In piazza anche i passeggini. C’è quello diChiara Frapiccini che viaggia vuoto. La più giovane manifestante (4 mesi e 7 giorni) preferisce le braccia del papà Stefano. Viaggia sul furgone bianco con le casse a palla, invece, nonna Licia Panella, la pasionaria delle carriole che a 82 anni sta a suo agio in mezzo a tanti giovani. Molti gli anziani, sì, ma pure i giovani, i precari della scuola e della Regione. Aquilani del mondo del volontariato, del sindacato, delle categorie produttive. Negozianti che non hanno riaperto e altri che, invece, oggi hanno chiuso «perché è giusto stare qui». Aquilani col campanaccio come Guido Grecchi che fa l’insegnante e ricorda che «i tagli alla scuola pubblica stanno punendo tantissimi insegnanti rientrati subito all’Aquila per far ripartire le scuole e che, ora, rischiano di prendere 2000 euro lordi, 700 di tagli e 1300 di stipendio. Così la gente scappa».

DOMA’. Se c’è un inno del terremoto, allora questo è il «Doma’» degli aquilani, che se lo cantano a squarciagola in viale della Croce Rossa, quando il corteo registra significative defezioni verso il refrigerio dei locali della movida decentrata. Volano bottigliette d’acqua che non feriscono. Anzi. Qui, però, qualcuno è solidale col corteo chiudendo i battenti, per un giorno. Hanno chiuso anche parecchi edicolanti, che sfilano dicendo «Tra un po’ andremo pe’ cicoria». «Tasse per i cittadini, affari per le cricche », dice un altro striscione. Confusi tra la gente parlamentari come Giovanni Lolli (Pd), Pierluigi Mantini (Udc) e Alfonso Mascitelli (Italia dei Valori). Ma anche gente di sport come il rugbista Maurizio Zaffiri e il vicepresidente del settore tecnico Figc Antonio Papponetti. E il manager Asl Giancarlo Silveri che assicura: «I soldi per l’ospedale sono in cassa».

IL MITRA COI FIORI. «Noi non spariamo a nessuno, voi non sparate le c....te», dice uno striscione rivolto al governo. C’è un’arma, nel corteo. È un piccolo mitra di plastica puntato verso il tramonto. Nella canna solo fiori. «Una mattina/mi son svegliato/ o bella ciao, bella ciao...».

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Tempi moderni

Un importante esponente del Dipartimento della Giustizia statunitense, presente in Italia per commemorare Falcone, gela il provvedimento sulle intercettazioni. E poi gli editori, Montezemolo e anche le testate Mediaset. Il presidente del Consiglio ha con sé solo Bondi, Schifani e Cicchitto

La presa di posizione degli Stati Uniti, forse Berlusconi non se l'aspettava. E invece sul ddl intercettazioni, che ieri è stato approvato in Commissione al Senato, arriva anche l'altolà di Washington. «Le intercettazioni sono strumenti essenziali per le indagini» ha infatti dichiarato l'Assistent Attorney General della Criminal Division di Washington, Lanny A. Breuer, nel corso di un incontro con la stampa presso l'ambasciata degli Stati Uniti a Roma. «La legislazione italiana così come è stata finora è stata molto efficace nella lotta alla criminalità organizzata». «Non vogliamo che succeda qualcosa che impedisca ai magistrati italiani di continuare l'ottimo lavoro svolto finora», ha aggiunto Breuer, che parteciperà il 23 maggio alla cerimonia di commemorazione del giudice Giovanni Falcone a Palermo. Breuer infatti è uno dei maggiori esponenti del Dipartimento alla Giustizia Usa che fu al fianco di Giovanni Falcone nelle sue trasferte americane quando allestire processi alla mafia era un po' più difficile di oggi. «Finora il rapporto di cooperazione tra Italia e Stati Uniti nella lotta al crimine organizzato è stato ottimo», ha proseguito, osservando come l'Italia disponga di ottimi magistrati e investigatori e rappresenti un esempio positivo di lotta alla criminalità organizzata. «In un mondo dove il crimine non conosce limiti, un'efficace collaborazione tra le forze dell'ordine è essenziale per sventare e perseguire la criminalità organizzata», ha sottolineato Breuer. «Così come il crimine organizzato è sempre più sofisticato, anche gli strumenti di indagine devono essere sempre più sofisticati».
Dopo il no degli editori, quello dei principali giornali, compreso il Giornale di Feltri, dopo i malumori che provengono dai finiani della maggioranza, questo è forse il No più pesante che Berlusconi è costretto a incassare e che da maggiore forza ad altre opposizioni "moderate" piovute in giornate. A partire da quella del presidente della Federazione degli editori, la Fieg, che ha parlato di una «ingiustificata pressione sugli editori», i quali sarebbero costretti a pagare sanzioni esagerate (fino a 464.000 euro) in caso di pubblicazione di documenti interdetti. E aiuta anche la presa di posizione di Luca Cordero di Montezemolo, l'imprenditore che sostiene di non voler fare politica ma che di politica preferisce parlare a ogni occasione. «Condivido la linea degli editori e ho visto anche come un editore serio, importante, innovativo come Sky segnali un'anomalia rispetto agli altri paesi europei» ha detto l'attuale presidente della Ferrai. Il quale, da buon studioso del "centrismo" ha cercato ovviamente di offrire una sponda anche alla maggioranza: «da un lato bisogna tutelare la privacy, poichè è veramente una pratica non più accettabile nei confronti dei singoli cittadini, dall'altra però utilizzare lo strumento per qualcosa di fondamentale e importante in tante indagini e processi». Quindi, prima gli Usa, poi gli editori con Montezemolo in testa.
Ma non basta, ci si mettono anche i giornalisti del Cavaliere. «I Cdr di Tg5, News Mediaset, Sport Mediaset, Studio Aperto, Videonews - infatti - aderiscono alla proposta indicata dalla Fnsi di organizzare una mobilitazione permanente e diffusa nel territorio che dovrà sfociare in uno sciopero nazionale dell'intera categoria qualora non vengano apportate significative e positive modifiche ai testi in discussione in parlamento sulle intercettazioni».
Di fronte a tali posizioni vanno quasi in secondo piano le proteste delle varie opposizioni. Dopo l'Italia dei Valori anche il Pd parla ora di «disobbedienza democratica» mentre a Montecitorio è i n corso, dalle 14, un presidio di protesta. Particolarmente mobilitati i quotidiano Repubblica e Il Fatto che stanno raccogliendo le voci indignate dei lettori. La Fnsi, il sindacato dei giornalisti, ha invece convocato per lunedì alle ore 15 i direttori dei principali quotidiani Appuntamento alle 15 nella sede della Fnsi a Roma, e in collegamento con il Circolo della stampa di Milano sotto lo striscione: "Fermiamo il bavaglio". A confrontarsi: Ferruccio De Bortoli, Vittorio Feltri, Mario Calabresi e Gianni Riotta da Milano; Ezio Mauro, Concita De Gregorio e Norma Rangeri, da Roma.

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In movimento

"Rai per una notte", la trasmissione che ha sostituito Annozero fuori dagli schermi Rai è stata un successo pieno. Migliaia e migliaia le persone in piazza, in streeming, davanti alle radio e alle tv che hanno rilanciato l'evento. Tra antiberlusconismo e spettacolo, anche le voci del lavoro. E pure un appello molto applaudito: "ci vorrebbe una rivoluzione"

La rivincita è stata piena e intensamente goduta. Trasudava gioia da tutti i pori Michele Santoro nel trasmettere il suo programma fuori dagli schermi della Rai, dalle regole, dai bilancini chissà quante volte trattati. Fuori dalle mediazioni con il Belpietro o il pidiellino di turno, fuori anche dalle liturgie noiose del Pd. E' stata una manifestazione-spettacolo che nulla aveva a che vedere con Annozero conclusasi con un giuramento ironico al grido di "la faremo ancora fuori dal vaso". L'unica concessione al giornalismo, la trascrizione, con recitazione, delle intercettazioni di Berlusconi, ri-raccontate per chi le avesse perse da Sandro Ruotolo. Per il resto è stata una chiamata di solidarietà generale per affermare il diritto a esserci, il diritto a trasmettere in nome di un pubblico che chiede di essere rappresentato. E che si è manifestato con migliaia e migliaia di persone. Nel PalaDozza ne sono state contate 5700, diverse migliaia erano fuori ad ascoltare su un maxischermo. E poi le venti piazze, tra cui piazza Navona, le 40 emittenti locali, le decine di radio locali e infine i siti - tra cui, modestamente, anche il nostro. Si sono sommati 120 mila contatti unici in contemporanea che sembra sia il più grande risultato mai avuto sul web. Insomma, un successo. Ritmato dagli articoli letti da Marco Travaglio, accolti da veri boati, dal ritorno di Daniele Luttazzi - «l'uso che della Rai fa il Direttore generale Masi è criminoso» ha detto senza però rinunciare alle tradizionali battute al limite del maschilismo - dall'omaggio prestigioso di Roberto Benigni - «sono qui con un milione di persone (piazzetta vuota, ndr) per la Questura, 12 per Verdini» - dalle parodie monarchiche di Elio e le Storie tese. E poi i giornalisti invitati: Gad Lerner, Riccardo Iacona, Norma Rangeri, Floris - imbarazzante, lui che ha istituzionalizzato la "compagnia di giro" fatta sempre delle stesse facce a prescindere dagli argomenti - Milena Gabanelli, intervenuta da fuori e, ancora, Morgan un po' spaesato a parlare di poesia e Dante (dopo essersi fatto conoscere con la poco poetica XFactor).
Insomma, il mondo di Santoro e della sua redazione che, come si ricordavano nelle intercettazioni trasmesse Diego Masi e il commissario dell'Agcom agli ordini di Berlusconi, Innocenzi, è in Rai da venticinque anni (forse un po' meno, ma siamo lì). Un mondo che è fatto di cose mescolate, a volte esaltanti altre irritanti. E' fatto di giornalismo, innanzitutto: i servizi di Annozero, e prima ancora del Raggio Verde o di Samarcanda, sono sempre stati molto belli. Lo stesso Riccardo Iacona, che oggi forse offre il meglio dal punto di vista del reportage giornalistico - ma anche Report non scherza - viene da quella scuola. E' quella cifra giornalistica che permette di trovare nelle seguitissime trasmissioni anche la voce del lavoro, il racconto di una vertenza, una lotta, una fabbrica in agitazione. Ieri sera c'erano le operaie dell'Omsa o i precari dell'Ispra in grado di poter esprimere a un pubblico più ampio la loro lotta. E anche di ascoltare l'invito fatto da Gad Lerner a organizzare trasmissioni di questo tipo con al centro il lavoro e la condizione di chi non ce la fa.
Ma Santoro è soprattutto l'antenato, e quindi il miglior interprete, dell'ormai non più nuova "vague" che attraversa la sinistra, quella che chiede innanzitutto regole, onestà, rispetto della Costituzione. Rispetto di una convivenza democratica di base che in fondo viene continuamente stressata dagli assalti berlusconiani. Un'onda, una corrente molto forte che aveva già costituito la base del movimento dei Girotondi nel 2002, che poi ha trovato in Grillo un interprete efficace, e poi si è riversata nel Popolo viola o ha votato in massa l'Italia dei Valori. Ieri sera si è messa davanti a uno schermo internet oppure ha acceso una radio, una tv satellitare o digitale, ha cercato di esserci approfittando dell'occasione di essere protagonista e non solo spettatore-spettatrice del giovedì sera. Non è un caso se a Bologna si è allestita una sorta di assemblea in piazza. Insomma un'onda indistinta, fatta di molti anonimi, individui o collettivi locali e che si riconosce in nomi noti, soprattutto dell'informazione, come Santoro o Travaglio.
Una corrente che è disposta a raccogliere anche il concetto di "rivoluzione". "Ci vorrebbe una rivoluzione" ha infatti declamato alla telecamera il regista Mario Monicelli, mostro sacro del cinema italiano. E alla "rivoluzione" si sono poi rifatti sul palco Riccardo Iacona e lo stesso Michele Santoro, raccogliendo un applauso convinto, quasi un boato. E in effetti la situazione italiana è riassumbile in questa sintesi e nel suo paradosso. "Ci vorrebbe una rivoluzione" per finirla con la cialtroneria della destra e l'ignavia del centrosinistra; una rivoluzione per restituire dignità a chi lavora, per finirla con l'arroganza dei padroni, con le prebende, i privilegi, le ingiustizie; ci vorrebbe una rivoluzione per riuscire a non soccombere all'intreccio mortale di crisi economica e sociale e crisi democratica. Una rivoluzione, il cui suono rischia di essere ascoltato molto più delle voci disposte a emetterlo.

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Nota quotidiana

Il Pdl dichiara un milione ma non saranno più di 70 mila (vedi foto). La scena è solo per Berlusconi che ripete tutto il repertorio classico ma senza strafare. Poi il giuramento dei candidati presidente. Bossi esibito come unico alleato perché l'altro, Fini, non c'è e non si vede in nessun modo. Gira male?

Salvatore Cannavò

Cominciamo dai numeri. Il coordinatore nazionale del Pdl, Denis Verdini - quello che aiutava l'imprenditore toscano Fusi a fare un po' di affari - annuncia che in piazza ci sono un milione di persone. Solita sparata preparata in anticipo perché in piazza ci saranno circa 70 mila persone (così come la scorsa settimana con il centrosinistra non c'erano più di 30 mila persone). Ad aiutare a fare una valutazione realistica sono le immagini del Corriere con la foto che vedete qui pubblicata.
In ogni caso la manifestazione della destra c'è stata, la gente è venuta e Berlusconi ha avuto l'occasione per lanciare "l'ultimo miglio" e motivare i suoi in vista delle elezioni di domenica prossima. Circa 50 minuti conclusi dalla presentazione e dal "giuramento" dei 13 candidati presidenti sulla formula preparata da Berlusconi stesso e distribuita dal premier ai diligenti suoi vassalli.
Contrariamente alle attese Berlusconisi è mantenuto molto più moderato degli ultimi giorni e più concentrato a ribadire la sua assoluta presa sul Pdl e la sua leadership. E' stata, nei fatti, una vera manifestazione di partito, piuttosto monotona e ripetitiva.
Di attacchi alla magistratura ce ne sono stati ma non particolarmente gridati o esagerati: Berlusconi si scalda solo con il magistrato che ha in ufficio la foto del Che - un altro killeraggio offerto dalla premiata ditta Feltri-IlGiornale - e contro i giudici di Trani che lo hanno «spiato» per mesi e mesi con i soldi pubblici. Nessun riferimento a Napolitano o al Csm o alla Corte costituzionale. Anche sulla lista del Pdl a Roma in realtà c'è stata la presa d'atto della esclusione senza nessun riferimento alla puntigliosa ricostruzione dei fatti.
D'altro lato, l'esibizione di Umberto Bossi, tenuto accanto, sotto braccio mentre ha avuto solo il tempo di dire che lui, da Berlusconi «non ha mai preso una lira», è servita a rappresentare con chiarezza qual è l'unico equilibrio su cui la destra può contare per tenere il governo del Paese. Fini, infatti, nella scenografia, nelle parole, nella simbologia non si è visto proprio. Una figura già fuori dal partito che stasera a San Giovanni era a immagine e somiglianza del capo assoluto.
E in fondo resta lui l'unico collante di una destra slabbrata e piuttosto "cialtrona", inconsistente sul piano delle idee, della cultura politica e della capacità di rappresentarsi. Il comizio è un esempio chiaro dell'impasto che regge l'impresa.
La sintesi "l'amore vince sempre sull'odio" spiegata da Berlusconi appare surreale in una piazza che, se potesse, spazzerebbe via i nemici vari: "Santoro è un fascista", "Famoli viola" "Se vuoi bene al tuo bambino non votare la Bonino" sono gli slogan che si leggono. E quando Alemanno, per ricordare l'attività della sua amministrazione, ricorda lo smantellamento del campo Rom di Casilino 900 si alza un boato.
L'attacco agli immigrati è ormai la questione più rilevante, il collante ideologico più forte: Berlusconi e Bossi si esibiranno in un duetto indecoroso per ricordare che «i clandestini non ci sono più» e che la destra li fermerà sempre.
Ma il tema di fondo, il registro su cui la macchina è tenuta in corsa alla fine è sempre il solito: noi siamo il bene e di là c'è il male. «La sinistra è il peggio che c'è, sa solo dire no e diffonde pessimismo e catastrofismo». «E' la sinistra dell'invidia sociale e dell'odio, che espelle i cattolici moderati». «Hanno provato a truccare le elezioni - noi non lo avremmo mai fatto. ».
Poi va in onda la demagogia più spicciola: le domande retoriche a un pubblico compiacente. «Volete che torni al governo questa sinistra che riporterà l'Ici?». E tutti a gridare in coro: «Nooo!». Volete la tassazione di Bot e Cct? le mani nelle vostre tasche, lo stato di polizia tributaria, le intercettazioni a tappeto? le porte spalancate agli extracomunitari». E tutti ancora: «Nooo!». «Volete le risse e i pollai nella tv pubblica con i vostri soldi?». Etc. etc.. Poi, al contrario, partono le richieste per le regionali: «Volete il piano casa, metà dei tempi di attesa per sanità, aprire un'impresa in un giorno; meno tasse regionali, più verde e piste ciclabili?». Stavolta il coro è «Siii!». Come in un reality show, all'Isola dei Famosi o ai quizzetti di prima serata fatti in tv.
Ovviamente il tutto si regge se c'è l'elenco dei «grandi successi del nostro governo» e la prospettiva per il futuro che si condensa anche qui in poche cose:
la riforma istituzionale con la riduzione parlamentari e l'elezione diretta del premier o del presidente Repubblica (anche qui nessun affondo, molta moderazione); la «grande grande grande riforma della giustizia», l'unica che sta davvero a cuore ma che non si fa mai, la riforma fiscale e, occhio a Bossi, «l'attuazione del federalismo». Addirittura l'impegno a «sconfiggere il cancro» e comunque a mantenere in vita l'unica «religione laica che conosciamo, quella della libertà». Il solito refrain, l'unico che sembra tenere insieme questa gente e che ancora una volta, dopo quindici anni, si ritrova attorno all'unico schema di gioco che Berlusconi conosce: «Una scelta di campo, noi o loro, l'amore contro l'odio». Finale con giuramento dei candidati governatori e poi, a tutto spiano e ripetutamente, l'inno nazionale: «Meno male che Silvio c'è». Stasera Silvio c'era ma forse il suo messaggio era davvero un po' stanco.

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Nota quotidiana

Il Fatto svela le telefonate di Berlusconi con cui il premier ordinava a Minzolini e all'Agcom di "bloccare Santoro e Annozero". L'ennesimo ritratto di un premier con la bava alla bocca e ossessionato dalle critiche in tv e di una debolezza che richiederebbe una spallata. Peccato non esista chi può dargliela

di Salvatore Cannavò

Chissà se in Iran l’Ayatollah Khamenei o il presidente Ahmadinejad utilizzano gli stessi metodi di Silvio Berlusconi. Che poi sono i metodi tradizionali del capo azienda piuttosto autoritario e prepotente. Le telefonate, intercettate casualmente dalla Guardia di Finanza in relazione a un’indagine disposta dalla magistratura di Trani sui tassi di interesse usurai delle carte di credito American Express, sono nette e inequivocabili. Si ascolta un presidente del Consiglio che chiede insistentemente, anzi ordina prepotentemente, al membro dell’Autorità garante delle Comunicazione (Agcom), Giancarlo Innocenzi di sospendere la trasmissione di Santoro, Annozero. Che arriva addirittura a prendersela con “Parla con me” di Serena Dandini per avere invitato in studio nientedimeno che Eugenio Scalfari e Ezio Mauro. Insomma, un vero e proprio Re che chiede la testa degli oppositori, emanda ordini ai propri scherani, si indigna se il proprio nome viene associato a qualsiasi critica. E ovviamente le risposte sono supine, non accennano alla minima obiezione. Anzi, Minzolini si agita per costruire la difesa d’ufficio del Capo e gli preconfeziona un’arringa su misura contro “le balle” di Spatuzza. Chissà quante altre ne sta preparando in questi giorni, dopo la recente “assoluzione di Mills” strillata nei titoli di testa. Innocenzi non fa che cercare di eseguire alla lettera gli ordini e solo il Direttore generale della Rai, Masi, sembra obiettare: “queste cose non succedono nemmeno nello Zimbabwe” (povero Zimbabwe). Uno scatto di dignità che probabilmente gli costerà caro.
Sono parole – pubblicate oggi da Il Fatto quotidiano – che contribuiscono a rafforzare l’immagine che Berlusconi si è costruito in questi anni – arrogante, dispotica e tutto sommato penosa – a dispetto dei ridicoli riferimenti al “partito dell’amore”. Sono parole che allo stesso tempo non stupiscono. Chi poteva avere dei dubbi sull’attitudine servile del direttore del Tg1, miracolato alla guida del più importante telegiornale italiano dopo una vita di giornalismo “da marciapiede”? C’era forse qualcuno che immaginva Minzolini intento a costruire una nuova scuola di giornalismo di inchiesta, di critica mordace al potere e di servizi al vetriolo sulle inefficienze della classe politica?
Chi si stupisce se Giancarlo Innocenzi, ex dirigente Mediaset, poi Sottosegretario per le Comunicazioni e infine membro dell’Autorità garante delle Comunicazioni, non riesce ad articolare niente di più che un “signorsì”. Chi l’ha portato al ruolo che occupa, chi l’ha fatto ingrassare, chi gli ha dato da mangiare? E’ il sistema berlusconiano, lo stesso che sempre più spesso si riscontra in altri ambienti, altri partiti, altri gruppi di potere. E in cui Berlusconi, però, primeggia. Perché è quello che ha più soldi, più potere, più interessi da difendere.Se non fosse indecoroso lo spettacolo offerto dalle nuove intercettazioni fa anche un po' pena. Si, c'è un Berlusconi che passa le serate al telefono, gonfio di bile mentre osserva Annozero intento a strigliare il sottoposto di turno e a gridare "fatelo smettere! fatelo smettere". Un capo di governo che deve passare alla storia, leader del "popolo" della libertà, padrone di un consenso assoluto che si dispera per il divano rosso di Serena Dandini o per le furbate di Michele Santoro.
E allora è vero che tutto sommato dietro la facciata c'è solo fuffa. La vicenda di oggi, i cui sviluppi sono da chiarire perché ravvisano anche l’iscrizione nel registro degli indagati di Berlusconi stesso e dei fidati Minzolini e Innocenzi – non a caso Di Pietro chiede le immediate dimissioni degli ultimi due – conclude un ciclo di sfortune e infortuni che ormai costellano l’intera attività del governo. Le firme di Roma lasciate a guardia del panino di Milioni, il ministro La Russa che si fa riconoscere da tutta la stampa internazionale per il piglio da picchiatore, e ora le intercettazioni di Berlusconi che si fa scoprire anche lui con le mani nel sacco. E’ un fortino assediato, quello in cui è rifugiato il premier, da cui non esce nemmeno fisicamente, che descrive una debolezza organica. Un governo che non ha risolto nemmeno mezzo dei problemi che diceva di saper risolvere. Che ancora deve andare avanti con il ricordo della spazzatura di Napoli o con l’intervento all’Aquila, peraltro già messo ampiamente in discussione. E che assiste alla crisi senza sapere che pesci prendere se non mettere in cassaforte i forzieri degli amici evasori.
A un governo in queste condizioni occorrerebbe dare una spallata. Ma per riuscirci, e non cadere nella trappola delle contrapposizioni urlate, servirebbe una politica sociale ed economica alternative, la capacità di ricostruire una fiducia popolare e tra i lavoratori, una idea di società interessante per chi oggi pensa che non ha più nulla da aspettarsi. Tutto questo non riescono a offrirlo Bersani, Di Pietro o i pezzi sparsi di sinistra che domani, sabato 13 marzo, sfileranno sul palco in piazza del Popolo a Roma. Tutt’al più riusciranno a dire quanto è brutto e cattivo Berlusconi. Ma questo lo vedono ormai tutti. Basta leggere il giornale giusto.

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Nota quotidiana

Il premier lancia la manifestazione del 20 (o 21) marzo, si erge a vittima e attacca "magistrati e comunisti". Ma stavolta sembra in difficoltà, Fini si smarca subito e nel partito i malumori sono evidenti. E quando è ferito il premier diventa più pericoloso (Nel video, La Russa in persona fa il buttafuori contro un giornalista free lance)

di Salvatore Cannavò

Ha convocato una conferenza stampa e incurante dei video, delle foto, delle testimonianze che hanno "beccato" Milioni con il panino in bocca, ha cercato di difendere l'indifendibile. "La lista l'abbiamo presentata in tempo ma ci hanno bloccato i radicali". "E' colpa dei magistrati se ci sono stati tanti cavilli". E così via: il Pdl è immune da qualsiasi errore o malevolenza e l'unica verità è che «ci è stato impedito di presentare le liste. non vi è stata da parte nostra nessuna responsabilità riconducibile a nostri dirigenti». Un po' come quel personaggio di Alberto Sordi che lo aveva «bloccato la malattia«. Se sono qui, ha aggiunto Berlusconi, è «per reagire alla assoluta disinformazione che è stata fatta sulla vicenda delle liste e per dare una ricostruzione fedele di quanto è accaduto». Come se Berlusconi avesse dato mai una ricostruzione fedele. Il punto è che lui lo sa benissimo di mentire e sa benissimo che la maggior parte di quelli che lo hanno ascoltato nella conferenza stampa di stamattina non gli credono anche se non lo danno a vedere (così come non hanno fatto molto per evitare l'aggressione all'improbabile, ma innocuo, giornalista free lance, Carlomagno). E quindi ci troviamo ancora una volta di fronte a una tattica strabusata e stranota: contrattaccare violentemente per uscire dall'angolo, ingiuriare gli avversari per evitare un confronto di merito, ergersi a vittima per non fare la parte del carnefice. E soprattutto, ancora una volta, rinsaldare il proprio popolo, il proprio schieramento, il proprio elettorato imponendogli una chiamata alle armi, una lotta contro il male e contro un nemico che non cambia mai: magistrati e comunisti. Basta guardare in questi giorni la campagna del Giornale di Feltri contro i giudici di Roma e Milano accusati, uno di essere un collaboratore di Radio Radicale e l'altro di avere sulla scrivania la foto di Che Guevara. Poi si scopre che la collaborazione altro non è che la registrazione di un processo presieduto dalla giudice romana e la foto una dimenticanza sotto gli scaffali di un collega che aveva occupato lo stesso ufficio. Ma non è importante - e in particolare per il Giornale non è importante che le notizie siano vere basta che servano ad attaccare gli avversari... - quello che importa è uscire dall'angolo, dare un segnale in controtendenza, mostrare una reazione forte e udibile. Del resto, la concezione intima di Silvio Berlusconi e della sua gente è che "io so io e voi nun siete un cazzo" per citare il Belli (a sua volta citato da Alberto Sordi - ancora! - nel Marchese del Grillo) e quindi l'idea che ci siano delle regole da rispettare, gli orari di un ufficio, una cornice legale non lo sfiora nemmeno. Da qui, il corollario della manifestazione di piazza, la prova di forza. «Dopo tante manifestazioni della sinistra e dintorni ho ceduto anche io alla richiesta di molti deputati, coordinatori regionali e provinciali, di indire una manifestazione in difesa del diritto di voto che presumibilmente si terrà il 20 marzo a Roma», ha detto il premier. «Noi - ha aggiunto - non siamo abituati a protestare, sarà una manifestazione di proposta. Chiameremo i 13 candidati governatori a un patto». Un film già visto, dunque.
Ma stavolta a noi sembra ci sia una novità. Questa reazione è frutto di una debolezza evidente. Il pasticcio delle liste è chiaro a chi abbia occhi per vedere. Certo il Tg1 del fidato Minzolini si darà un sacco da fare per chiudere quegli occhi e tappare le orecchie e così farà la stampa asservita. Ma l'evidenza non sfugge e non sfugge che la destra, e Berlusconi stesso, abbia rimediato una brutta figura. Soprattutto perché a questa figura si somma una politica economica inesistente, una politica sociale dannosa e una gestione del governo che dal 2008 a oggi non ha dato assolutamente nulla a nessuno.
La stessa aggressione a Rocco Carlomagno, che chiedeva chiarimenti sulla presentazione del decreto legge interpretativo, ne è una prova con la scena pietosa - che si può vedere nel video - di La Russa che si erge a ministro della difesa...del premier e che risfodera le abilità maturate negli anni 70 a piazza San Babila per allontanare il malcapitato. E poi l'immediata presa di distanza di Fini dalla manifestazione del 20 - «io non ci sarò, sono il presidente della Camera» - l'ammissione, fatta subito dopo, che comunque si potrà correre lo stesso nel Lazio senza la lista del Pdl e che avrà ripercussioni all'interno del partito. Come se non bastassero errori e tentennamenti ci si è messo anche il mistero della data della manifestazione a peggiorare la situazione. Berlusconi ha annunciato il 20 marzo, poi ha rettificato per il 21 ma il 21 a Roma c'è la maratona. E quindi si è parlato di nuovo del 20 (in concomitanza con la manifestazione dei movimenti per l'acqua pubblica). Ad aggravare il tutto, una situazione sociale che non trova sbocco né sponda nel Palazzo e che vede nel governo una controparte effettiva. Insomma, una crisi che non sembra essere interpretata così dagli avversari, basta guardare alla debolezza con cui la Cgil ha indetto lo sciopero generale del 12 marzo.
Berlusconi ci ha abituato a rimonte impossibili e quasi sempre si è giovato del supporto, diretto e indiretto, dei suoi avversari. Anche stavolta non mancherà visto che la giornata è stata occupata dai distinguo nel Pd sulla manifestazione indetta per sabato prossimo dove il centrosinistra si presenterà compatto - dal Pd a Idv, dal Prc a Sel e addirittura al Pcl di Ferrando - ma sempre con il gusto dello sgambetto reciproco e degli attacchi orizzontali. Vedremo. La sensazione che però ci lascia la conferenza stampa di Berlusconi di oggi non è quella di un premier che dimostra la propria forza ma di un animale ferito che deve fare la faccia feroce per sopravvivere. E, non c'è dubbio, a Berlusconi la faccia feroce viene bene.

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Nota quotidiana

Ormai Gianni Letta è nell'occhio del ciclone. Le intercettazioni su di lui pubblicate oggi, le voci non proprio amiche che circolano in Transatlantico, impensieriscono il premier che da oggi ha una nuova grana pericolosa: il sottosegretario Cosentino si dimette da coordinatore campano e dall'incarico ministeriale

di Salvatore Cannavò

«Non credo ci siano dubbi sul fatto che chi sbaglia e commette dei reati non possa pretendere di restare in nessun movimento politico». Una frase detta da Antonio Di Pietro? No, l'autore è Silvio Berlusconi che in un'intervista concessa a due agenzie è molto netto nel dire come il Pdl debba comportarsi di fronte a chi commette reati. Ma le sentenze debbono essere passate in giudicato? «Dipende da caso a caso: noi abbiamo deciso che le persone che sono sottoposte a indagini o processi in via di principio non debbano venire ricomprese nelle liste elettorali, ma anche che se ci sono dei dubbi sulla loro colpevolezza sarà l'Ufficio di presidenza a decidere caso per caso». Sentito? Neanche la Lega o il Msi ai tempi di Mani pulite. E se invece di inveire contro i giudici, di minacciare sfracelli, di sfidare l'opinione pubblica "giustizialista" - ce li ricordiamo ancora i discorsi dei deputati Pdl che menavano vanto per non correre dietro alla politica degli avvisi di garanzia - se invece di mettersi a urlare contro il mondo intero la propria fiducia sull'onestà degli indagati, Silvio Berlusconi è costretto a utilizzare toni da politico perbene, vuol dire allora che questa inchiesta sulla Protezione Civile fa proprio paura. Paura per i sondaggi che destano più di qualche preoccupazione; paura che l'Aquila si ritorca contro palazzo Chigi dopo essere stata presentata come il simbolo del buongoverno; paura, infine, che l'inchiesta scoperchi, molto di più di quanto fatto finora, il malaffare di cui è intriso il partito del premier. A preoccupare, ovviamente, non è solo la fine che farà Bertolaso, al quale sono stati ridimensionati non poco i poteri e che comunque dovrà ancora attraversare l'indagine su sesso e corruzione, ma anche il coinvolgimento sempre più pesante di Gianni Letta, eminenza grigia del presidente del Consiglio, plenipotenziario con il Vaticano, uomo di collegamento istituzionale, con il Quirinale, e politico, con l'opposizione. Uomo cerniera che, stando alle intercettazioni pubblicate da Repubblica - ma non dal Corriere della Sera! - si interessava non poco all'iter di molti appalti abruzzesi. E sul quale, in Transatlantico, girano voci non proprio amiche, voci che lo hanno spinto, in serata, a dichiarare di sentirsi «turbato e preoccupato». Voci a cui ha cercato di rispondere lo stesso Berlusconi che ha sentito il bisogno, in mattinata, di garantire lui per Letta definendolo «un ottimo candidato per il Quirinale». Un avvertimento a tutti, destra e sinistra, che se si tocca Letta viene giù tutto.
Ma anche in questo caso, a venire allo scoperto è una profonda inquietudine che sta attraversando l'intera compagine governativa. Berlusconi per non sbagliare grida al complotto, a qualche «cabina di regia» che ha come unico scopo quello di affondarlo. E' tornato a chiamare in causa i servizi segreti - «ma come, i Ros indagano su palazzo Chigi e noi non ne sappiamo nulla?», si è chiesto ieri, scatenando la reazione di Achille Passoni membro Pd del Copasir - mentre subito dopo ha fatto riferimento a eventuali aggressioni fisiche: «I professionisti della sicurezza mi invitano ad usare una particolare prudenza. Io, personalmente, non temo per la mia vita, però ricevo inviti pressanti a usare prudenza nelle manifestazioni pubbliche». Inviti che in parte accoglierà facendo presagire un dosaggio di interventi in campagna elettorale.
Quindi, qualche ragione di inquietudine politica esiste veramente. Ieri c'è stato il pranzo con Fini che ha sciolto il nodo dell'alleanza politica in Campania con il via libera all'accordo con l'Udc sul nome di Stefano Caldoro in cambio dell'appoggio al candidato neo-democristiano per la provincia di Caserta, Domenico Zinzi. L'intesa con Fini ha però scatenato una nuova grana politica, dalle implicazioni giudiziarie, in casa berlusconiana con le plateali dimissioni dell'indagato Cosentino sia da coordinatore campano del Pdl che da sottosegretario. Un incarico questo che, dopo la richiesta di arresto da parte della magistratura - respinta dal Parlamento - per i presunti legami con la camorra, il dirigente campano si era tenuto ben stretto. Ora invece lo butta sul tavolo del rancore interno al partito e fa sapere, tramite i suoi amici, che non tornerà indietro, prendendo così le distanze dalla campagna elettorale in Campania. Uno scontro di potere, evidente, ma uno scontro pesante perché mette in gioco rapporti equivoci in Campania e legami di una parte del Pdl con il mondo della camorra che potrebbero rivoltarsi contro lo stesso Silvio Berlusconi.
Insomma, il governo è di nuovo in una difficoltà profonda, frutto delle sue contraddizioni interne e del sistema di potere berlusconiano. Se ne è accorto l'Economist che sul caso Bertolaso ha suonato la grancassa internazionale: il settimanale britannico evidenzia come «l'ultimo scandalo non riguarda Silvio Berlusconi ma può ancora danneggiarlo». Lo scandalo, scrive l'Economist, «sembrerebbe confermare la percezione popolare che la corruzione politica in Italia oggi sia più prevalente che in qualsiasi altro momento dai primi anni '90», cioè dai tempi di Mani Pulite. Di nuovo l'ombra di Tangentopoli, richiamata più volte in questi giorni e scacciata via con rabbia dai principali dirigenti del centrodestra a cominciare da Bossi. Ma è un'ombra pesante che provoca inquietudine. Ne vedremo ancora delle belle.

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Corrispondenze

Berlusconi non ha nulla di nuovo da dire sul “processo di pace” e la sua visita in Israele serve a supportare il governo israeliano messo in difficoltà dopo la guerra contro Gaza ma anche a chiudere affari per le imprese italiane, come Finmeccanica. L'attualità della campagna Bds

di Piero Maestri

Berlusconi finalmente è in Israele, con una delegazione composta da 7 ministri e quasi un centinaio di altri esponenti del mondo dell’economia e delle forze di “sicurezza”.
Inutile segnalare che naturalmente Berlusconi ha salutato “l’amico” Bibi Netanyahu prontamente ricambiato da questo: gli amici di Berlusconi nei governi in ogni parte del pianeta ormai si sprecano…
Importanti le dichiarazioni e le parole pubbliche, ancora più importante il significato politico e diplomatico di questa visita.
Prima del suo viaggio, il presidente del Consiglio Berlusconi ha evidenziato i temi in discussione con i dirigenti israeliani, anche attraverso un’intervista al quotidiano Ha’aretz (http://www.haaretz.com/hasen/spages/1146341.html) – con il quale ovviamente si è anche lamentato della campagna dei media “di cui sono stato vittima per mesi”: rilancio del “processo di pace” con i palestinesi, criticando la “politica degli insediamenti” in Cisgiordania; dialogare con la Siria partendo dalla restituzione delle alture del Golan; rafforzare le sanzioni all'Iran.
Accanto a questo un progetto non nuovo, quello che Berlusconi vede come un “sogno”: l’ingresso di Israele nell'Unione Europea, riconoscendo le comuni “radici giudaico-cristiane”. O, più prosaicamente, perché Israele è “parte dell’occidente e dei suoi valori”.
Interessante riportare per intero le parole di Berlusconi sulle colonie ebraiche in Cisgiordania: “La politica israeliana degli insediamenti potrebbe essere un ostacolo alla pace… proseguire tale politica è un errore. Saluto il coraggio del Primo Ministro Netanyahu per aver annunciato il congelamento di nuove costruzioni per 10 mesi. Non sarà mai possibile convinvcere i palestinesi delle buone intenzioni israeliane mentre Israele continua a costruire in territori che dovrebbero essere restituiti come parte di un accordo di pace. Allo stesso tempo quanto successo a Gaza fa pensare. Non è possibile evacuare comunità e poi vedere sinagoghe bruciate, atti di distruzione e atti di violenza inter-palestinesi e missili sparati verso il territorio israeliano” (il corsivo è nostro). Parole che in fondo non sarà difficile accettare dai governanti israeliani, che sostangono proprio l’impossibilità di “liberare” territori palestinesi perché ne va della “sicurezza nazionale” e per questo hanno costruito il muro dell’Apertheid (che naturalmente non esiste nelle parole e nei pensieri di Berlusconi).
Berlusconi non ha nulla di nuovo da dire sul “processo di pace” e non ha intenzione di dire nulla di nuovo, limitandosi a ripetere formule consuete e innocue, oltre al rilancio di un inutile e depistante “Piano Marshall” e l’offerta della “pittoresca località di Erice” per improbabili negoziati. La sua visita in Israele è però importante – e particolarmente grave politicamente – per due motivi.
In primo luogo Berlusconi visita Israele e i suoi leader mentre questi si trovano in difficoltà diplomatiche internazionali in seguito alla pubblicazione del rapporto dell’inviato Onu Goldstone, che riconosce decine di casi di crimini di guerra durante l’attacco israeliano contro la Striscia di Gaza dello scorso inverno.
Israele naturalmente rifiuta di considerare come valido tale rapporto – come ha sempre fatto con le sentenza internazionali a proprio sfavore, vedi il caso della decisione della Corte dell’Aja che condannava la costruzione del Muro dell’Apartheid. Ma potrebbe avere qualche difficoltà se la cosiddetta comunità internazionale chiedesse i conti e risposte precise in proposito. Il silenzio di Berlusconi e la stretta di mano all’amico Netanyahu in questo contesto danno fiato al governo israeliano e sanciscono la sua pretesa di impunità.
Ma ancora più importanti sono le finalità politico-economico-commerciali della visita, che per questo comprende decine di esponenti del mondo economico, con in prima fila – come sempre – rappresentanti di Finmeccanica, Telecom, Fiat ecc (da questo punto di viste è triste che L’Idv si limiti a polemizzare per l’alto numero di questa delegazione in nome del “rigore”, senza capire il senso della delegazione – lo stesso che praticava Prodi quando Di Pietro era uno dei suoi ministri).
D’altra parte l’Italia è il 5° partner commerciale mondiale di Israele e il terzo europeo.
Secondo il quotidiano online Globes (www.globes-online.com) il ministro israeliano dell’industria e del commercio Benjamin Ben-Eliezer dovrebbe firmare accordi di cooperazione con la delegazione italiana in materia tecnologica, di gestione delle risorsa idriche (ricordiamo che Israele e soprattutto le sue colonie illegali vivono grazie al furto di acqua ai palestinesi), di “formazione lavorativa” (in particolare per l’esperienza in materia di aumento della produttività e di nuovi strumenti teconologici nel settore – decisamente qualcosa di cui preoccuparsi). E, ovviamente, in materia di sicurezza e difesa. In questo senso alcuni giornalisti hanno segnalato l’interesse italiano a fare pressione sul ministro della Difesa Barak (il principale criminale di guerra per il massacro di Gaza) affinché Israele acquisti l’M-346, aereo addestratore militare di fabbricazione italiana Alenia-Aermacchi, al posto del coreano T-50. Affare in sé e per i nuovi mercati che aprirebbe.
Il movimento di solidarità con i palestinesi ha da tempo lanciato la campagna BDS – boicottaggio, disinvestimenti, sanzioni. Questa campagna deve sempre avere chiaro che tra i suoi avversari e obiettivi ci sono anche i complici dell’occupazione israeliana, qualli che la rendono possibile, efficace, impunita. Il presidente Berlusconi e i suoi ministri – con questa visita – comfermano di essere in prima fila in queste complicità.

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