L'assurda morte a Roma di quattro bambini rom e le politiche emergenziali del sindaco di Roma, basate sul razzismo e sui favori ai palazzinari
L'assurda morte dei quattro bambini che abitavano nelle baracche di via Appia Nuova segna ancora una volta la cronaca della città di Roma. E l'unica cosa che sa fare il Primo Cittadino è scagliarsi contro la "burocrazia" e chiedere "poteri straordinari".
Ancora più straordinari? Più della nomina di un Commissario Straordinario all'Emergenza rom, nella persona del Prefetto Pecoraro che ha il potere di spendere 31 (31!) milioni di euro senza rendere conto a nessun organo di controllo o consiglio democraticamente eletto? Più di poter stracciare ogni Convenzione Internazionale, come quando, in questi due anni, ha deciso di "trasferire" decine di famiglie in pieno inverno? E poi vuole poteri per fare cosa? "La Sovraintendenza ci ha impedito di costruire un campo a 6 chilometri da qui". Quindi il tanto sbandierato Piano (?) Nomadi (?) prevede il salto di qualità dalle baracche in legno ai container in lamiera? Eppure 10 giorni fa parte delle 40 famiglie che un anno fa furono "trasferite" in un campeggio a 30 chilometri dal campo di Casilino 900 hanno provato a occupare uno stabile abbandonato per protestare contro le condizioni assurde in cui sono stati messi. La verità è che quello che il governo di questa città sta portando avanti certo non può essere definito un Piano, visto che non parte da un'analisi reale della situazione e non ha prospettive concrete. Ne si rivolge a ipotetici Nomadi, visto che stiamo parlando di residenti a Roma spesso da decenni, molti cittadini italiani o comunque comunitari, come i genitori dei bambini morti ieri, e chi non lo è ha nella stragrande maggioranza dei casi un regolare permesso di soggiorno.
Il Piano Nomadi non è nient'altro che un maldestro tentativo di mantenere le promesse di una campagna elettorale basata sul razzismo. Quello che si sta facendo coi 31 milioni di euro straordinari è semplicemente deportare centinaia di persone da una parte all'altra della città, in un macabro gioco delle carte fatto con persone in carne e ossa, ammassate in container da meno di 30 metri quadri, dentro recinti con guardiani armati all'entrata e lontani dagli occhi degli "Elettori". La realtà dei fatti è che questa città non ha un'"emergenza" rom, ma un'emergenza case che riguarda tutti i suoi abitanti: Ci sono più di 200.000 appartamenti sfitti, il costo di un metro quadro è alle stelle, gli affitti sono insostenibili per uno stipendio medio, figuriamoci per chi lavora a nero nell'edilizia, come molti abitanti dei campi, abusivi o attrezzati che siano.
Già, l'edilizia! Mentre quella popolare è praticamente ferma, quella privata va a gonfie vele! Mentre chi abita la città occupa stabili abbandonati, dorme in rifugi di fortuna, cresce nell'immondizia e muore tra le fiamme, il Governo della città discute solo di abbattere e ricostruire le Torri di Tor Bella Monaca, di fare altri affari con le Olimpiadi dopo il disastro degli appalti dei Mondiali di Nuoto, di "regalare" le caserme dismesse ai palazzinari già padroni di Roma. Il fatto è che l'unico Piano dell'amministrazione Alemanno, in continuità coi suoi predecessori, è di garantire i profitti degli imprenditori edili a scapito della città e dei suoi abitanti.
Stare a 30 metri di altezza su una gru ti può far vedere il mondo da un altro punto di vista. E sulla gru a Brescia non ci sono solo 6 migranti ma migliaia di storie personali fatte di sfruttamento e esclusione. Oggi a Brescia la manifestazione di solidarietà
Stare a 30 metri di altezza su una gru ti può far vedere il mondo da un altro punto di vista. E sulla gru a Brescia non ci sono solo 6 migranti truffati dallo Stato e da padroni senza scrupoli. Ci sono simbolicamente migliaia di storie personali fatte di sfruttamento e esclusione, centinaia di anni trascorsi in Italia nell’invisibilità sociale. Ma non c’è solo questo, che non è poco. Ci sono anche delle contraddizioni laceranti che chiamano tutti in causa: il protagonismo politico dei migranti, le forme del conflitto, i modelli di rappresentanza.
La Lega e la destra, che governano la città e il paese, si affannano a confinare qualsiasi richiesta dei migranti in un problema di ordine pubblico negando persino la legittimità della trattativa. Un muro fatto di razzismo, minacce, interventi repressivi che ha come scopo quello di impedire l’apertura di un qualsiasi “spazio pubblico” in cui i migranti si possano riconoscere. Una sorta di trincea invalicabile per contenere il possibile contagio dei comportamenti e delle forme di lotta. Le Istituzioni e gli apparati dello Stato non sono da meno, cambiano solo le modalità. Agitano in continuazione ammissioni di impotenza ad affrontare il problema per i vincoli legislativi presenti e per le rigide e limitate funzioni che sono costretti a svolgere. Un modo che punta a depotenziare il protagonismo dei migranti visto come un pericolo perché non segue le vie conosciute della concertazione, dello strumentale approccio ai diritti – la commessa del negozio accanto alla gru, l’automobilista che fa shopping, l’anziano che trascorre alcune ore nei vicini giardinetti hanno gli stessi diritti dei migranti che lottano. Ciò che temono è che i migranti si conquistino la capacità di agire socialmente mediante comportamenti politici che eccedono, che mettono in discussione il monopolio della decisione politica. Quindi lanciano ultimatum pubblici “ entro domani mattina dovete scendere dalla gru altrimenti non si tratta” e intanto tessono la ragnatela dei defatiganti contatti informali, senza mai definirne chiaramente i confini e i contenuti, per imbrigliare i migranti. Ma su cosa si dovrebbe trattare ? Sulla truffa della sanatoria ? Su una condizione sociale ? Sul razzismo istituzionale di leggi nazionali e delibere dell’amministrazione locale? Le risposte sono vaghe se non assenti. Diverso è l’atteggiamento della Diocesi e delle gerarchie cattoliche. La vicinanza “ alle persone che soffrono” si traduce in una reale volontà di ricercare una soluzione del conflitto in cui siano riconosciute alcune ragioni dei migranti senza che paghino un prezzo eccessivo per la loro iniziativa. Ma qual è la contropartita? Riportare alla dimensione individuale una condizione collettiva. La pluralità delle storie individuali non può e non deve trovare un forma di azione comune. Come dire ? Invertire il percorso di soggettivazione politica dei migranti espropriandoli della rappresentanza. Non meritano particolari commenti invece le prese di posizione della Cisl e della Uil. La deriva di queste organizzazioni sindacali si è accentuata di fronte a una lotta promossa da soggetti che mostrano autonomia nei comportamenti. Viene invocato il rispetto dei migranti a una fantomatica legalità, peraltro violata mesi fa da circolari a firma del capo della polizia, e si invitano le istituzioni a non trattare. Spostando l’attenzione e guardando il panorama nel centro-sinistra le cose cambiano nella forma, molto meno nella sostanza. E’ fuori dall’orizzonte politico del Partito democratico, ma anche di una parte della sinistra cosiddetta radicale, la ricerca di pratiche democratiche e di conflitto che producano un cambiamento delle forme di rappresentanza. Tutto viene finalizzato alla polemica spicciola contro il berlusconismo e le dichiarazioni razziste di esponenti della Lega nord. Bisogna prima ricomporre una coesione sociale e uno spirito civile, dicono, e poi eventualmente avanzare richieste che non devono però travalicare le caratteristiche di una vertenza sindacale. Pali, paletti e recinti piantati per contenere tutte le forme di autorganizzazione dei migranti. In questi frangenti l’autorganizzazione dei migranti fa paura perché tende a trasformarsi in soggettività sociale e politica che mette in mora tutte le concezioni amministrative della politica e al tempo stesso politicizza una condizione sociale. C’è di cui riflettere per tutta sinistra che si ritiene anticapitalista. Intanto dovrebbe darsi da fare perché crescano tante gru di migranti in molte città.
L'appello per la manifestazione del 6 novembre
Sabato 30 ottobre la Questura, la Prefettura e soprattutto il Comune di Brescia hanno tentato di imporre con la
forza militare la fine della lotta dei migranti che vogliono liberarsi dalla clandestinità. Prima hanno vietato
una pacificamanifestazione dimigranti e antirazzisti, usando come pretesto la concomitanza con l’adunata degli
alpini che in realtà si svolgeva in tutt’altra zona del centro storico. Poi hanno ordinato a polizia e carabinieri di
manganellare in via San Faustino gli oltre mille manifestanti che si erano radunati nonostante numerosi reparti
delle forze dell’ordine da ore stessero ostacolando o impedendo, soprattutto ai migranti, l’accesso al luogo di
ritrovo per il corteo. La violenza di polizia in via San Faustino è costata forti contusioni a numerosi manifestanti,
uno dei quali è stato addirittura arrestato. Contemporaneamente, approfittando delle cariche di polizia in corso
nel centro storico, il vicesindaco Rolfi ha inviato le ruspe a distruggere le strutture del presidio permanente per i
permessi di soggiorno, in quel momento incustodito, nei pressi della Prefettura in via lupi di Toscana. Il presidio
era in corso da più di un mese senza che fosse ancora stata data una risposta.
E’ in conseguenza di tutto questo – della chiusura totale, dell’arroganza, della violenza e dall’incapacità di dare
risposte vere ad un grave problema sociale da parte del Comune e delle altre autorità - che dal pomeriggio dello stesso sabato 30 ottobre alcuni immigrati resistono in condizioni difficilissime in cima alla gru del cantiere della metropolitana in via San Faustino – p.zza Cesare Battisti. Un’azione forte, estrema e disperata perché sia
finalmente ascoltata la richiesta di uscire dalla clandestinità fatta da tanti immigrati che da anni vivono e
lavorano a Brescia senza aver commesso alcun reato.
Sono i migranti la cui domanda di regolarizzazione presentata con la sanatoria del 2009 è stata respinta per colpa delle truffe fatte ai loro danni da datori di lavoro senza scrupoli e anche, di fatto, dal governo, che prima ha raccolto le domande (che sono costate migliaia di € a ciascun richiedente) e poi ha cambiato le condizioni
necessarie per l’ottenimento del permesso di soggiorno.
E’ questo il problema che Paroli e Rolfi, insieme al prefetto e al questore, hanno tentato di eliminare con la
violenza pur di non affrontarlo. Ora la protesta risulta più grande ed evidente di prima, con i migranti ancora più
numerosi e determinati nel chiedere nient’altro che la regolarizzazione, indispensabile per avere dignità e
giustizia. Ma ancora una volta, nonostante le sollecitazioni della stessa Chiesa bresciana, le autorità politiche
non propongono ne’ accettano soluzioni reali e concrete, che sarebbero a portata di mano e che permetterebbero finalmente ai ragazzi di scendere da quella gru. Preferiscono spacciare per aperture false
concessioni e prese in giro, in modo da poter poi minacciare e giustificare nuova repressione.
Sta diventando del tutto chiaro cosa intendono Paroli, Rolfi e i loro complici quando parlano della “sicurezza”
che avevano promesso a tutta la città. Intendono il lavoro garantito negli uffici comunali per i loro parenti. Il
poter magnare a più non posso a spese della collettività grazie alle carte di credito da assessore. Il poter
svendere beni pubblici ai loro amici, o il realizzare “grandi opere” e grandi speculazioni ad impatto ambientale
devastante come a San Polo. E intendono anche il continuare a garantire le proprie carriere politiche e i
propri privilegi assicurando clandestinità e sfruttamento agli immigrati; odio verso gli immigrati e nient’altro ai
cittadini e lavoratori italiani. Una ricetta perfetta per creare rabbia e tensioni sociali destinate ad esplodere.
Con i lavoratori, gli studenti e i cittadini di Brescia, in particolare nel quartiere del Carmine, ci scusiamo
per i disagi che può arrecare la protesta sulla gru e nei dintorni. Ma vi invitiamo a pensare anche a questo:
- La colpa di questa situazione molto difficile è degli amministratori politici che non sanno e non vogliono
dare risposta ai gravi problemi che già conoscono ma che continuano ad ignorare.
- Sono quindi questi amministratori e il Ministro degli interni, non certo i cittadini bresciani, che devono
pagare gli eventuali costi aggiuntivi causati dal blocco del cantiere dellametropolitana (costi aggiuntivi
che peraltro sarebbero una frazione assolutamente minima del costo stratosferico di questa grande
opera, lievitato negli anni non certo per colpa degli immigrati!)
- La libertà di espressione attraverso un presidio o una manifestazione oggi è messa a rischio per i
migranti, ma se non la difendiamo tutti insieme domani può essere negata anche a chiunque altro.
- Non solo per i migranti i diritti, le condizioni di vita e lavoro sono sotto attacco. E’ così anche per le
donne e gli uomini italiani, con i licenziamenti, gli sfratti, i tagli a servizi e beni comuni come la scuola e
gli ospedali: la precarietà crescente rende migranti anche il reddito e il lavoro degli italiani.
In realtà appesi ad una gru ci sono anche le vite e i diritti della grande maggioranza degli italiani.
Con queste motivazioni chiamiamo tutti e tutte sabato 6 novembre - ore 15 piazza della loggia - alla
MANIFESTAZIONE
per i permessi di soggiorno, contro la clandestinità e lo sfruttamento. Per i diritti e la libertà di tutte e
tutti, italiani e immigrati. Contro la precarietà e la miseria, perché la crisi devono pagarsela i banchieri,
gli speculatori e gli industriali.
Presidio sopra e sotto la gru di via San Faustino – P.zza Cesare Battisti
La cronaca della manifestazione di sabato 30 ottobre
Cariche della polizia e carabinieri contro il corteo dei migranti e degli antirazzisti a Brescia per impedire alla manifestazione indetta sabato 30, per il rinnovo del permesso di soggiorno, di raggiungere il luogo dove 9 migranti sono saliti sulla gru del cantiere della metropolitana. La giunta comunale e la questura avevano vietato la manifestazione utilizzando come pretesto una adunata degli alpini che si svolgeva in un’altra zona del centro storico.
E comunque, oltre un migliaio di persone, nonostante una pesantissima militarizzazione dell’intera zona, si sono concentrate vicino a p.zza della Loggia e si sono dirette verso il cantiere dove i migranti erano saliti sulla gru. Un consistente schieramento di carabinieri e polizia ha bloccato la strada: qui sono avvenuti gli scontri, una decina di antirazzisti e migranti sono rimasti contus, un attivista di Sinistra Critica e collaboratore di Radio onda d’urto, è Sauro, è stato arrestato; un migrante del coordinamento immigrati CGIL ha dovuto ricorrere alle cure del pronto soccorso. A Sauro è stato confermato l’arresto ma è stato rilasciato dopo forti pressioni dei manifestanti: sarà processato per direttissima martedì mattina. I 9 migranti sulla gru, rappresentanti delle comunità egiziana, senegalese, indiana, pachistana e marocchina, hanno dichiarato che non scenderanno se non sarà aperta una trattativa a livello nazionale per la regolarizzazione di tutti coloro che hanno fatto domanda di sanatoria colf e badanti e se non sarà consentito il ripristino del presidio permanente; durante le cariche, infatti, il vicesindaco leghista Rolfi ha inviato le ruspe a distruggere proditoriamente il presidio permanente di via Lupi di Toscana davanti all’ufficio della Prefettura; la baracca, i letti, gli effetti personali dei presidianti sono stati completamente distrutti. Da Brescia viene lanciato un appello a livello nazionale per cominciare o rilanciare immediatamente la mobilitazione per sanatoria.
Immediata anche la presa di posizione di Sinistra Critica, l'organizzazione che si è mossa insieme ai migranti, agli attivisti di Radio Onda d'Urto e della sinistra sociale bresciana perché la manifestazione potesse svolgersi.
«I migranti non devono protestare, rivendicare diritti. Se lo fanno vengono perseguiti, caricati da Polizia e Carabinieri» dice un comunicato dell'organizzazione. «Una manifestazione vietata dalla Giunta comunale e dalla Questura con il pieno appoggio della Prefettura, la stessa che non è intervenuta contro i simboli leghisti sulla scuola di Adro, con una motivazione talmente pretestuosa da risultare liberticida, la concomitanza con un’iniziativa degli alpini che si svolgeva da un’altra parte della città».
«Le violente cariche avvenute a Brescia, che hanno portato all’arresto di un compagno di Sinistra Critica – rilasciato dopo poco per la pressione dei manifestanti - e al ferimento di molti partecipanti, non possono essere considerate una questione locale. Giunta comunale, Questura e Prefettura sono in sintonia nella repressione di ogni diritto e protagonismo dei migranti. Dopo 31 giorni il presidio permanente dei migranti di Brescia è stato distrutto, i migranti sono stati picchiati, gli antirazzisti arrestati».
«Non hanno fatto i conti, continua Sinistra Critica - con la determinazione dei migranti che hanno invaso un cantiere della metropolitana di Brescia e sono saliti su una gru – con l’intenzione di rimanerci - calando uno striscione per la sanatoria di tutti i migranti che hanno presentato domanda. Il vergognoso “reato di clandestinità”, che impedisce di accedere al permesso di soggiorno, altro non è che la gestione feroce di un mercato del lavoro precario. Con la crisi economica ogni alibi è caduto, ogni ipocrisia e svanita: i migranti sono diventati per le istituzioni un problema di ordine pubblico. Lavoratori e lavoratrici da reprimere se non accettano la precarietà infinita delle condizioni di lavoro e l’esclusione dai diritti di cittadinanza».
«A Brescia hanno colpito duramente migranti e antirazzisti. Compresa Sinistra Critica, sempre in prima fila nelle mobilitazioni e lotte antirazziste e dei migranti».
Ormai si attende solo l'annuncio ufficiale, ma il fatto che a Verona sorgerà un Centro di Identificazione ed espulsione per migranti è una certezza. Le indiscrezioni che trapelano parlano di una struttura grande, in grado di rinchiudere 350 persone, che verrà situata in uno dei numerosi edifici dismessi dal Ministero della Difesa.
Ormai si attende solo l'annuncio ufficiale, ma il fatto che a Verona sorgerà un Centro di Identificazione ed espulsione per migranti è una certezza. Le indiscrezioni che trapelano parlano di una struttura grande, in grado di rinchiudere 350 persone, che verrà situata in uno dei numerosi edifici dismessi dal Ministero della Difesa. Costo di mantenimento per ogni detenuto, circa 60 euro al giorno.
Il luogo esatto in cui verrà costruirà la struttura non è stato ancora definito. Le voci che si rincorrono lasciano però intendere che grazie alla “dedizione” di Tosi, il Comune di Verona ha superato la concorrenza di altri Comuni della provincia e che il CIE nascerà in un quartiere periferico della città.
Del resto, dal sindaco Tosi (condannato per propaganda razzista) al neopresidente della regione Luca Zaia, tutta la Lega vuole fortemente esibirsi in un ennesimo atto di razzismo istituzionale e la realizzazione di un CIE in territorio veronese sembra essere diventata una tappa imprescindibile, a costo anche di creare malumori e tensioni all'interno della stessa amministrazione comunale. Come accusano senza mezzi termini ben otto assessori del PdL, la Lega che raccoglie i maggiori consensi in provincia si trova infatti a dover “tranquillizzare la sua base in fibrillazione” e quindi a puntare sulla città dove però è il PdL a dover tutelare i suoi elettori. Certamente entrambi i partiti concordano sulla necessità che “ogni regione si doti di un CIE”.
A fronte della drammatica lesione dei diritti e della dignità dei migranti che tale struttura rappresenta, risulta sconcertante la presa di posizione del Partito Democratico, impegnato con i suoi amministratori del nord Italia (con Parma e Padova in testa), in quell'abbraccio mortale con la Lega chiamato “patto per la sicurezza”. La contrarietà del PD, per bocca del suo segretario provinciale, si è infatti espressa a partire dal disagio che il CIE arrecherebbe ai cittadini, dai problemi di sicurezza che esso creerebbe e dalla svalutazione immobiliare che si registrerebbe nelle zone adiacenti, senza dimenticare il fatto che “tra gli ospiti dei Cie, solo un terzo viene espulso. Gli altri, dopo 6 mesi escono e la gran parte si stabilisce in zona”.
Le notizie che saltuariamente escono da questi centri di detenzione raccontano le violenze, gli abusi, gli atti di autolesionismo che certamente sono indegni di uno stato di diritto. E così, mentre la Federazione Sinistra non rinuncia a richiamare “i problemi di ordine pubblico” e la “devastazione” ulteriore che subirebbe il territorio, Sinistra Critica e Attac in una nota congiunta si chiedono provocatoriamente chi gestirà queste “prigioni etniche”, se qualche pia opera cattolica o qualche cooperativa rossa e propongono che le risorse che verranno spese per la costruzione ed il mantenimento del CIE, vengano impiegate per estendere gli ammortizzatori sociali e per evitare la chiusura delle aziende in crisi.
Di nuovo a Verona emerge la necessità di un forte impegno antirazzista e il movimento cittadino inizia ad organizzarsi.
Dopo la deportazione da Rosarno circa duecento immigrati sono a Roma. Abbandonati al loro destino, molti dormono nei pressi della stazione. Una ventina di loro da qualche giorno è ospite di un Centro sociale. La solidarietà di un territorio ha permesso loro di iniziare ad organizzarsi, per essere trattati come persone e lavorare dignitosamente
Il 2010 è iniziato con la rivolta sacrosanta dei lavoratori tra i più sfruttati nel nostro paese. Lavoravano con una paga da fame e dormivano in condizioni disumane in una fabbrica in disuso, nei silos o nelle tende senza acqua potabile né cibo.
Li abbiamo visti poche settimane fa, gli immigrati che lavoravano a Rosarno, li abbiamo visti scendere per le strade di quel paesino della Calabria e manifestare con rabbia contro l'ennesima aggressione subita.
Quasi tutti irregolari o richiedenti asilo, condizione ottima per essere sfruttati nei campi di raccolta della penisola.
Raccoglievano le arance che troviamo sulle nostre tavole. 20-25 cassette al giorno per 20 euro, quando andava bene e quando venivano pagati.
In cambio nessun diritto. Anzi, al ritorno dal lavoro erano costretti a subire ricatti, aggressioni e linciaggi.
Chissà a chi facevano paura questi africani diventati facili bersagli, spesso vittime per strada, per gioco o per interesse di qualcuno, di aggressioni con armi da fuoco, l’ultima delle quali risale allo scorso 7 gennaio quando è scoppiata la rivolta in cui tre di loro sono stati colpiti alle gambe con pallini da caccia.
Dopo quelle giornate l'ordine sconvolto di Rosarno è stato ristabilito dal governo del nostro paese con la solita maestria mediatica: li hanno deportati tutti.
Alcuni di loro li abbiamo visti salire sui pullman che li hanno letteralmente scaricati nel CIE di Bari, altri sono partiti con biglietti di sola andata verso varie destinazioni, abbandonati al loro destino.
In duecento circa si sono ritrovati a Roma senza un tetto, senza un lavoro e senza aiuto. Hanno dormito (e molti ancora dormono) nei pressi della stazione Termini e sono ormai tre settimane che vivono per strada, con temperature che nel mese di gennaio sono oscillate tra gli 0°C e 10°C. Da qualche giorno circa venti di loro, provenienti da paesi come la Costa d'Avorio, il Mali o la Guinea, sono stati accolti nel centro sociale ex-snia sulla Prenestina. Grazie alle diverse realtà che operano sul territorio si è improvvisato un luogo di prima accoglienza nel centro sociale e si è attivata una rete spontanea di solidarietà che nel giro di pochi giorni ha messo in campo tutte le risorse per garantire una risposta immediata ai bisogni primari; e così sono stati raccolti materassi, vestiti, coperte e sono stati garantiti loro sia il supporto legale necessario per il riconoscimento dei permessi di soggiorno sia l'assistenza sanitaria gratuita di Medicina solidale.
I ragazzi senegalesi del quartiere che, a loro volta, lo scorso 5 ottobre avevano subito la caccia al negro da parte della guardia di finanza, con conseguente processo ancora in corso, si sono mostrati subito disponibili e li hanno aiutati con lezioni di italiano e cucinando per loro i piatti tipici della loro terra d'origine.
Piccoli esempi di solidarietà umana, quella a cui non siamo più abituati.
Dopo i primi giorni, in cui la capacità di comunicare dei ragazzi arrivati dalla Calabria è stata difficile perché animata dal sospetto e dalla paura, sono cominciati i racconti, su quello che è successo a Rosarno ma anche sul dopo. E ci hanno raccontato per esempio che gli altri (quelli ancora accampati nei pressi della stazione) non vogliono entrare in luoghi chiusi per paura di essere sorpresi dalla polizia e rinchiusi in qualche lager all'italiana. Tanti dei circa duemila deportati si sono dispersi in alcune città del sud, alcuni sono ritornati in Africa, altri hanno preferito tornare a Rosarno piuttosto che mendicare.
Quello che vogliono tutti, indipendentemente da quello che hanno fatto dopo essere fuggiti da Rosarno, è avere un permesso di soggiorno per lavorare dignitosamente, perchè il loro primo pensiero va alle famiglie lontane a cui nelle attuali condizioni non possono mandare nemmeno quei pochi spiccioli che prima guadagnavano.
Ieri pomeriggio ai venti ragazzi già sistematisi alla ex-snia se ne sono aggiunti molti altri per discutere tra loro ed iniziare ad organizzarsi. E' nata così l'assemblea dei lavoratori africani di Rosarno a Roma. Hanno scritto un comunicato in cui raccontano la loro condizione e parlano di come vivevano e come lavoravano.
Vogliono essere trattati come persone, “human being” come spesso ripetono ai pochi giornalisti che li intervistano. Vogliono che il permesso di soggiorno per motivi umanitari, già concesso agli undici aggrediti a Rosarno, sia esteso a tutti, vogliono che il governo non li abbandoni per strada come ha fatto fino ad ora.
Nei giorni della rivolta chiedevano questo, chiedevano diritti e li chiedono ancora e con la stessa determinazione perchè si sentono “degli attori della vita economica di questo paese”, come del resto loro stessi dicono nel comunicato che hanno scritto: “I mandarini, le olive, le arance non cadono dal cielo. Sono delle mani che li raccolgono”.
L'assemblea nazionale dei migranti e delle associazioni antirazziste lancia un'agenda di iniziative in cui il primo marzo diventa giornata di mobilitazione. Scioperi reali dove questo possibile; in altre zone assemblee e dibattiti. E Per i deportati di Rosarno chiesto il permesso di soggiorno per motivi umanitari
Non mancano argomenti su cui confrontarsi agli oltre 200 migranti e antirazzisti che si sono incontrati oggi a Roma. Convocata già dal mese scorso, la precipitazione degli eventi delle ultime settimane ha chiamato l'assemble nazionale a confrontarsi con urgenza in un quadro totalmente cambiato. «Rosarno parla del futuro non del passato nel nostro paese». Parla del precipitare della crisi e di dove condurrà la crescente disoccupazione e l’imbarbarimento delle relazioni sociali. Ma impone anche un confronto sul che fare. E in quest’ottica le numerose valutazioni rispetto alla giornata del primo marzo si confrontano tra loro. La proposta nata in Francia e rimbalzata in Italia attraverso la rete, come una pallina su un piano inclinato assume velocità, ma non per forza consistenza, senza che i sindacati, le realtà antirazziste e i lavoratori e le lavoratrici migranti riescano a stargli dietro. L’assemblea dunque si conclude con un’agenda fitta di impegni e di appuntamenti, ma dove il primo marzo è segnato come giorno di mobilitazione nazionale contro il razzismo e sulle questioni del lavoro. La giornata di lotta vedrà lo sciopero nelle realtà dove questo è possibile, come nel nord Italia, ed altre iniziative in tutto il resto del paese. Insomma, anche per quanto riguarda la questione dei migranti l’Italia va a diverse velocità. Le realtà lavorative, seppure in crisi, del nord costruiscono comitati per lo sciopero, incalzando anche i sindacati, quelle del sud rispondono con un assemblea da tenersi nei “luoghi della contraddizione”.
La piattaforma è ancora quella del 17 ottobre, che rivendica una sanatoria reale (non truffa come l’ultima) e generalizzata, la chiusura dei Cie, ma nuova centralità acquista la questione del lavoro: la rottura del rapporto tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro è solo uno di questi aspetti. Più volte è stata richiamata la necessità di supportare con la concessione del permesso di soggiorno gli immigrati che dichiarano di lavorare in nero. Uno strumento concreto contro lo sfruttamento, ma anche contro le mafie e il capolarato, che non è solo un fenomeno delle piantagioni del sud Italia.
La centralità delle questioni del lavoro ha posto con una certa insistenza richieste precise al mondo del sindacato presente, sindacati di base, Fiom e CGIL. A fronte dei 900 mila lavoratori migranti iscritti ai sindacati si è riusciti a strappare solo la promessa di sostenere lo sciopero a partire dai luoghi di lavoro dove sarà auto-convocato, e la promessa di uno sciopero generale un giorno che verrà ancora da costruire. Una nota è quella del Comitato migranti che invece convoca per il 24 e il 25 aprile un Congresso dei lavoratori migranti.
Intanto la solidarietà alla lotta dei migranti di Rosarno arriva con un impegno un po’ tardivo per una campagna che chieda il riconoscimento per tutti i profughi della concessione di un permesso di soggiorno per motivi umanitari e non solo ai refertati , come invece proponeva Maroni. Durante l’assemblea si è trovata anche ospitalità a parte dei 100 deportati da Rosarno che ancora dormono alla stazione di Roma Termini.
Infine, una buona notizia: mentre a Roma si parlava… lo Zeta lab a Palermo veniva ri-liberato!
Alcune centinaia i migranti che nella mattinata si sono riuniti sotto il palazzo della prefettura e della questura di Caserta, per la manifestazione promossa dal movimento degli immigrati e dei rifugiati.
19 gennaio 2010. Alcune centinaia i migranti che nella mattinata si sono riuniti sotto palazzo acquaviva, sede della prefettura e della questura di Caserta, per la manifestazione promossa dal movimento degli immigrati e dei rifugiati di Caserta, il centro sociale ex canapificio e l'associazione senegalesi e padri sacramentini. Volevano braccia, sono arrivati uomini si leggeva sui cartelli. Molti dei lavoratori migranti stanziati nel casertano, e più precisamente a Castelvolturno, sono gli stessi che si spostano a ritmo delle”stagioni”, quelle di raccolta, e che costituiscono la forza trainante dell'economia agricola nel meridione.
“Noi siamo lavoratori. Contribuiamo all'economia italiana. Non siamo criminali. Siamo esseri umani. E vogliamo essere riconosciuti. Il permesso di soggiorno non dev'essere solo un foglio di carta, ma essere simbolo dei diritti che ci devono essere riconosciuti.” questo riportavano i vari interventi susseguitesi durante il presidio. Espressione della coscienza di essere parte integrante e necessaria dell'economia di questo paese. Ma ancora più forte emergeva la consapevolezza di costituire una componente, seppur numerosa, circa 4 milioni di persone, invisibile nella società italiana. Per molti di loro regolarizzazione significa maggiori diritti e la possibilità di sfuggire al ricatto del lavoro in nero; possibilità tuttavia remota in un paese in cui il lavoro irregolare costituisce l'unica via d'uscita rispetto in un sistema sempre più in crisi e in cui la disoccupazione è dilagante.
Una delegazione è riuscita ad incontrarsi con il prefetto Ezio Monaco e con il questore Guido Longo e le richieste per la riapertura del canale delle udienze per ottenere date precise per gli incontri di rinnovo dei permessi di soggiorno e di regolarizzazione sono state accettate. In più si richiedeva il riconoscimento del permesso umanitario per i migranti di Rosarno, permesso a cui secondo il ministro Maroni possono accedere quei migranti che hanno riportato ferite e che sono stati accertati in ospedale. Questo non è abbastanza, perché oltre a coloro che sono stati refertati, molti altri in quei giorni sono stati vittime di attacchi e comunque tutti i migranti costretti a fuggire o ad essere deportati dovrebbero ricevere tale permesso.
Molti anche gli interventi in solidarietà ai lavoratori e alle lavoratrici di Rosarno, in cui si palesava l'evidente bisogno di creare un legame tra le lotte di migranti, lavoratori, precari e studenti. In un paese in cui è sempre più forte l'oppressione di governo e istituzioni verso qualunque tipo di rivendicazione sociale, è necessario individuare le cause e i responsabili della crisi economica e sociale, governo, confindustria, creando un'interazione tra le soggettività oppresse e sfuggendo alla così detta “guerra tra poveri”, riversando la rabbia sociale contro chi l'oppressione l'agisce, non la subisce.
Parlando di repressione, anche in questo caso immancabile l'intervento delle forze dell'ordine che hanno fermato tre pullman di linea diretti alla manifestazione che sono stati soggetti a controlli di massa.
Nostro servizio
Che i migranti fossero i primi a pagare la crisi era cosa nota, ma a Rosarno gli si chiede anche il resto. Condizioni di vita disumane, salari da fame non corrisposti, la puliza etnica e la deportazione di massa. L'odio esplode nell'Italia dell'apartheid di Stato
Arriviamo nelle prime ore del giorno e ad accoglierci in lontananza spari, a ricordare, come una minaccia, quell'ordine che per qualche ora è stato sovvertito a Rosarno. Le storie che raccontano quegli uomini corrispondono più o meno alla cronaca di questi giorni, ma la verità puzza di gomme bruciate e di stalla. Il resoconto di quanto accaduto è noto: sei immigrati sono stati colpiti con armi da fuoco mentre tornavano dai campi. Questa non è una novità. Molti di quelli che lavorano qui hanno memoria di episodi del genere negli anni passati, possono farne una lunga lista mentre continuano a chiedere se il colore della pelle può essere un buon motivo per prendersi un colpo di fucile. Ma il razzismo non è solo odio per il colore della pelle, la verità sta nei campi, nei pochi frutti rimasti ormai troppo maturi sugli alberi di una stagione di raccolta ormai agli sgoccioli. Stagione di miseria, di mesi interi in condizioni disumane e rare giornate di lavoro non ancora pagate. È accaduto così anche gli altri anni; le minacce cominciavano alla fine del raccolto, intimorire, mettere in fuga prima che tutte le “giornate” siano riscosse. Valore delle parole e del tempo per un bracciante in nero: “giornata” è un unità di misura non di 24 ore, ma di 25 euro, stagione non è caldo e freddo, piogge e sereno, autunno e primavera. Le stagioni hanno il nome di ciò che si raccoglie, qui a Gioia, si chiama arance e mandarini. Una stagione è composta da diversi mesi di sveglie all'alba a sperare di esser chiamato per faticare e da rari giorni li lavoro effettivo, pagati molto spesso, o non pagati altrettanto,a fine mese. E questa potrebbe anche essere un'usualità nelle terre di 'ndrangheta, dove l'economia gira anche con la paura.
Quest'anno però le cose sono andate diversamente. Le condizioni di vita nettamente peggiorate e le giornate di lavoro nettamente diminuite, un pò per la crisi che affronta anche il settore agricolo, ma anche perché proprio per la crisi quest'anno c'erano molta più forza lavoro disponibile. La maggior parte di questi lavoratori provenivano dalle fabbriche del nord, a Torino Piacenza Padova erano stati i primi a pagare la crisi, e qui a Rosarno gli si chiedeva anche il resto. Ciò che realmente è cambiata quest'anno è la reazione, il furore la rabbia e l'indisponibilità a subire ancora l'ennesima. Queste non sono congetture e ricostruzioni, questa è al verità raccontata, urlata a Rosarno, che solo una sacrosanta esplosione di rabbia ha reso visibile al paese intero. Questa la verità che puzza peggio di una stalla, delle fabbriche dismesse, di persone che dormono stipati fin dentro i silos e le cisterne, senza niente, perfino l'acqua, in cui condizioni igieniche sono termini radical chic, in cui non c'è nulla di umano. Sommato a tutto ciò le condizioni di lavoro, Auschwitz non è un paragone esagerato. È la verità che sbattono in faccia i lavoratori di Rosarno, la stessa di Castelvolturno, San Nicola Varco e dei campi in Puglia.
Abbiamo poi percorso appena trecento metri alla ricerca dell'altra verità, quella che puzza della gomma bruciata al presidio contro gli immigrati, tutta da ricostruire fatta di controllo del territorio, di 'ndirne e inceneritore, che non va urlata, ma praticata con fucili e bastoni dai penultimi sugli ultimi. Vivere nella Piana di Gioia Tauro non è facile per nessuno, dove il diritto è favore e il pane per molti è il sussidio per la disoccupazione nel settore agricolo. Questo l'ordine insovvertibile che questi uomini devono immediatamente ristabilire con una reazione esemplare. Raggiungere fin l'ultimo nero per infliggergli con pallini e bastoni la lezione per tutti, e dimostrare che a Rosarno tutto è calmo, tutto sotto controllo. È così che ci siamo ritrovati a girare per casolari dove vivevano altri immigrati, dove abbiamo assistito alle minacce e le aggressioni che sarebbero continuate finchè l'ultimo africano non avesse lasciato la Piana ed effettivamente gli spari, i pestaggi e gli incendi sono continuati per tutto il giorno.
E dove non arrivano le ronde di pochi Rosarnesi, arriva in grande stile lo Stato con il migliore dispiegamento di forze. Migliaia di immigrati, molti dei quali con regolare permesso di soggiorno e molti altri rifugiati, sono stati condotti i pochissime ore verso Crotone dove qualcuno ha scelto di rimanere nel CPA e altri sono partiti coi treni e altri mezzi di fortuna per una nuova odissea. Decine di autobus, riempiti fino all'ultimo posto da persone la cui totalità degli averi era al massimo uno zainetto. Lo sforzo massimo di mediazione culturale durante l'operazione condotta dalle stesse forze dell'ordine era il continuo “camòn lezgò” di un poliziotto che dava sfoggio delle lingue davnti alle telecamere. Abbiamo visto partire senza meta, scortate, stipate all'inversomile, auto che non avremmo scommesso neanche che potessero partire.
La pulizia etnica e la deportazione di massa fatta coi mezzi della polizia e dei carabinieri è proprio la lezione che Maroni e questo Governo danno a chi per poche ore sovverte l'ordine dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, della totale assenza di diritti per una parte della popolazione, dell'apartheid di Stato.