A un anno dalle elezioni improvvisa scomparsa del marito dell'attuale presidente, pronto a darle di nuovo il cambio alla guida del Paese. Che ora entra in una fase ricca di incertezze
La morte di Kirchner avrà conseguenze sulla vita politica argentina (e continentale) ben superiori a quelle che si potrebbero immaginare per la scomparsa di un semplice ex presidente. Certo, dal 2007 Néstor Kirchner non era più presidente, ma non era diventato solo un “principe consorte”: Cristina Fernández è una donna con una lunga esperienza politica, una buona capacità di comunicare, ma il suo successo elettorale era frutto di una complementarità tra i due, e di una capacità tattica in cui suo marito eccelleva, e che ha continuato a spendere come suo consigliere.
La scelta di alternarsi alla presidenza era stata abile in un momento in cui la destra, nel giugno 2007, aveva avuto un forte successo portando Mauricio Macri (il “Berlusconi argentino”) a una vittoria clamorosa nelle elezioni a governatore della popolosissima provincia di Buenos Aires: a ottobre Cristina – che proveniva come il marito dalla destra peronista, ma aveva saputo dialogare con le Madri di Plaza de Mayo e altri frammenti della sinistra - aveva recuparato clamorosamente terreno e aveva vinto già al primo turno.
Ora tutti davano per scontato che l’anno prossimo si sarebbe ripetuto lo scambio, e che Kirchner avrebbe preso il testimone dalla moglie, la cui statura era stata in parte offuscata nel 2008 dalla sconfitta nel braccio di ferro con produttori ed esportatori di soja, e il passaggio all’opposizione del suo vicepresidente, il radicale Julio Cobos.
Tutti i sondaggi davano in testa Kirchner, con la possibilità di essere eletto al primo turno (in Argentina per questo basta raggiungere il 40% dei voti, o avere un 10% in più del secondo candidato), ma non è automatico che possa esserci un analogo successo per Cristina, che si è creata non pochi nemici nei tre anni della sua presidenza. E ha per giunta moltissimi amici insidiosi, come Daniel Scioli, attuale governatore della provincia di Buenos Aires, e probabile aspirante alla presidenza. Inoltre Néstor Kirchner era presidente del Partido Justicialista (peronista) non solo formalmente: grazie al suo lungo passato politico nell’apparato era più capace di Cristina di trattare con i governatori semifeudali di quella destra peronista da cui egli stesso proveniva.
Inoltre egli avrebbe speso nella campagna elettorale il prestigio ottenuto con la sua recente elezione a segretario generale dell’UNASUR, l’organismo che riunisce le nazioni del Sud America escludendo di fatto l’OSA (organizzazione degli Stati americani) in cui pesano troppo gli Stati Uniti. Un ruolo che non è stato sempre tutto positivo come è stato spesso presentato nella sinistra italiana, ma che indubbiamente lo ha fatto emergere come uno dei principali leader del continente. Ad esempio Kirchner ha fermato le punte estreme del secessionismo boliviano, ma imponendo a Morales di rinunciare alla punizione dei governatori ribelli. Più in generale – pur essendo legato da gratitudine a Chávez, che aveva acquistato una parte considerevole del debito argentino – Kirchner era molto più vicino a Lula e anche alla Bachelet e a Piñera. D’altra parte ripagare con i petrodollari venezuelani il debito accumulato dai generali golpisti e dai presidenti fanaticamente liberisti significava anche rinunciare a una battaglia comune per denunciarlo come iniquo e rifiutarne il pagamento, come proponeva invece Correa nella sua prima fase.
Ma, sia pure con una visuale moderata e moderatrice, il suo ruolo nel tenere insieme i principali Stati del continente era stato apprezzato anche nel suo paese. In ogni caso dato che la carica di segretario dell’UNASUR era stata creata appositamente per lui, non sarà facile trovare chi lo possa sostituire.
Naturalmente le incognite maggiori restano quelle del voto per le presidenziali, che si terrà esattamente tra un anno. È un tempo troppo lungo perché Cristina possa spendere ancora la commozione per la improvvisa scomparsa del marito, accresciuta dalla circostanza casuale che la notizia ha raggiunto tutti gli argentini mentre erano obbligati a restare bloccati in casa, nel giorno in cui si teneva il censimento della popolazione: erano sospese le attività lavorative, chiusi negozi e ristoranti, e quindi c’erano indici altissimi di ascolto di radio e televisioni. Ma un anno è lungo, specialmente se bisogna fronteggiare molti problemi interni e dell’intero continente (anzi del mondo: si pensi a cosa accadrebbe se si riducessero gli acquiti cinesi di grano…). E Cristina deve guidare lo Stato, e contemporaneamente diventare l’organizzatrice di quel partito in cui suo marito si muoveva bene. Un partito che giustamente è stato definito “uno stagno pieno di squali”, un partito che non ha ideologia, programma, principi, ma continua a pesare nella vita politica argentina.
Il successo di Kirchner, che pure non era un gigante della politica, e non era assolutamente di sinistra, era dovuto alle circostanze eccezionali della sua elezione a presidente, in uno stato di mobilitazione permanente delle masse dovuto alla bancarotta dello Stato, che portò alla cacciata di quattro presidenti. Paradossalmente, dato il contesto, Kirchner era riuscito a fare molto più di tutti gli altri presidenti “progressisti” del resto del continente almeno sul piano dell’abrogazione delle leggi sull’impunità garantita agli assassini. In Argentina sono stati fatti molti processi ai torturatori, e Kirchner era riuscito a farlo accettare al grosso dell’apparato statale (anche se ogni tanto ci sono ancora colpi di coda, sparizioni e assassinii di militanti, come quello recentissimo di Mariano Ferreyra). Ci era riuscito grazie al grande spavento provato da tutto il ceto politico di fronte alla rivolta del 2001, che certo egli non aveva voluto né provocato, ma che seppe cavalcare e su cui si appoggiò per imporre la sua candidatura e costringere al ritiro - prima del ballottaggio - il rappresentante più genuino (e più votato) della destra, Carlos Menem.
Alcune delle misure economiche molto apprezzate dalla sinistra italiana come la tassa sui grandi esportatori di soja, o la ristatalizzazione del sistema pensionistico, pur essendo in sé giuste, hanno suscitato un’opposizione molto forte non solo della destra colpita (e anzi sono state osteggiate anche da parte dell’estrema sinistra), per il sospetto che servissero prevalentemente a fare cassa per un ceto politico corrotto.
Comunque le circostanze che avevano reso possibile il successo dei due presidenti non si ci sono più, le proteste delle cacerolas sono lontane e dimenticate, e molte di quelle dei piqueteros sono state addomesticate con elargizioni di aiuti economici, e la complicità degli apparati sindacali. Per l’Argentina si apre dunque un anno davvero difficile e pieno di incertezze.
Uribe, a due settimane dalla fine del suo mandato presidenziale, ha lanciato pesanti accuse al Venezuela, costringendo Hugo Chávez a una drammatizzazione dello scontro. La provocazione di Uribe, oltre a lasciare un fatto compiuto al successore, punta a creare gravi problemi al Venezuela, con l'appoggio degli Stati Uniti.
Uribe, a due settimane dalla fine del suo mandato presidenziale, ha lanciato pesanti accuse al Venezuela, costringendo Hugo Chávez a una drammatizzazione dello scontro: ha interrotto immediatamente le relazioni diplomatiche con la Colombia.
L’accusa mossa da Uribe non è nuova e sicuramente è per lo meno molto esagerata: ci sarebbero migliaia di combattenti delle FARC e anche dell’ELN in Venezuela. In un solo accampamento ci sarebbero addirittura 1.500 guerriglieri. Probabilmente alcuni militanti delle FARC, che hanno conosciuto negli ultimi tempi alcune pesanti sconfitte, si sono rifugiati oltre confine per sfuggire a una politica di accerchiamento e di sterminio.
L’11 luglio ad esempio aerei della Forza Aerea colombiana hanno bombardato prima dell’alba un accampamento delle FARC vicino al municipio di Planadas, nella provincia di Tolima, uccidendo tutti e 12 i guerriglieri, praticamente quanto rimaneva della Colonna mobile “Eroi di Marquetalia”, alla testa della quale era Angie Marin, nome di battaglia Mayerly, una combattente molto vicina all’attuale capo delle FARC, Alfonso Cano. Era l’ultima di 7 comandanti (su 11) uccisi negli ultimi otto mesi. Il governo ha annunciato però che in tutto solo un centinaio di membri delle FARC sono caduti in combattimento (o piuttosto sterminati da bombardamenti aerei molto efficaci, anche perché guidati a volte da consiglieri israeliani).
Solo un centinaio! Un numero irrisorio rispetto a quelli annunciati in un recente passato, che però spacciavano spesso per guerriglieri dei ragazzi catturati a caso e rivestiti con una uniforme prima di assassinarli per intascare i cospicui premi previsti dal governo per questi “successi” (lo scandalo suscitato da mogli e madri coraggiose ha bloccato per ora questa turpe e criminale mistificazione). Un numero che rende però a maggior ragione inverosimile quello denunciato da Uribe.
Per giunta è ben noto che i rapporti tra Chávez e la FARC non erano mai stati molto buoni, ed erano peggiorati quando il presidente venezuelano aveva chiesto loro non solo di rinunciare ai rapimenti e alla cattura di ostaggi, ma anche di deporre le armi (cosa assai rischiosa in un paese in cui ogni accordo con organizzazioni guerrigliere si è concluso con centinaia di assassinii nel giro di pochissimo tempo). Per giunta tanto le FARC che l’ELN sono in lotta dal lontano 1964, quando Chávez era appena un bambino. Queste organizzazioni hanno fatto errori, ma hanno un radicamento reale e non sono mai state manovrate dall’esterno.
Giustamente Chávez si è preoccupato per la falsa accusa di Uribe, e ha mobilitato una parte dell’esercito alla frontiera tra i due paesi. Un esercito, comunque, che non è mai stato molto ben disposto verso le FARC, e che aveva a suo tempo lasciato rapire dai servizi colombiani uno dei dirigenti guerriglieri che si trovava per sondaggi e relazioni pubbliche a Caracas; analogamente l’esercito ecuadoriano aveva avuto un ruolo ambiguo al momento dell’incursione colombiana che aveva ucciso in territorio ecuadoriano (appena a 1800 metri dalla frontiera) Raúl Reyes, “ministro degli esteri” e numero due delle FARC, insieme ad alcuni giornalisti e ricercatori messicani.
Questa crisi è apparsa preoccupante per molte ragioni: prima di tutto è diminuito da tempo il pericolo delle FARC, che resistono e non scompaiono, ma sono in forte difficoltà momentanea; inoltre tutti conoscono le polemiche aperte con le FARC fatte da Chávez ma anche dal presunto suo “cattivo maestro” Fidel Castro.
Nel migliore dei casi, Uribe cerca di mettere in difficoltà Chávez e il PSUV a pochi mesi dalle difficili elezioni di settembre: infatti il Venezuela, dove già si registrano inquietanti aumenti dei prezzi che generano inevitabili malcontenti, dipende dalla Colombia per la maggior parte dei generi alimentari importati. È vero che la Colombia ha a sua volta bisogno del petrolio venezuelano, ma non ha scadenze elettorali imminenti e potrebbe trovare momentaneamente anche altri fornitori, grazie alla protezione degli Stati Uniti.
In sostanza la provocazione di Uribe, oltre a lasciare un fatto compiuto al successore Juan Manuel Santos, che entrerà in carica il 7 agosto, potrebbe servire a creare gravi problemi al Venezuela, anche senza arrivare per ora a incursioni militari concordate con gli Stati Uniti, come temuto da vari esponenti politici di Caracas, che pensano a un aggressione come quella di Israele a Gaza prima dell’insediamento del nuovo presidente.
Particolare sospetto desta poi l’inserimento del Costa Rica nel progetto degli Stati Uniti di estendere ad altri paesi il Plan Colombia col pretesto della “lotta al narcotraffico”. Dal 1° luglio il governo del Costa Rica ha autorizzato l’entrata di 46 navi da guerra e di 7.000 marines sul suo territorio. A caccia di narcotrafficanti con le navi da guerra? Chi può crederci? È evidente che il Venezuela si sente minacciato.
A questo ha risposto efficacemente Noam Chomsky, che nonostante i suoi 81 anni si è recato nella Valle colombiana del Cauca per incontrarsi con la popolazione locale, che ha voluto ribattezzare col nome di Carolina (la moglie di Chomsky, morta di recente) il monte El Bosque. In Colombia molti conoscevano Chomsky anche grazie al lavoro di sua figlia, impegnata nella lotta contro le compagnie minerarie.
Dopo aver espresso nuovamente un severo giudizio su Obama, che considera molto simile a George W. Bush, tranne che per la retorica, il grande linguista e combattente antimperialista ha denunciato che la Colombia detiene oggi, grazie all’interventismo statunitense, il record delle violazioni dei diritti umani, e ha poi detto seccamente che il narcotraffico non è tanto un problema della Colombia, quanto degli Stati Uniti: “immaginatevi che la Colombia decida di fumigare la Carolina del Nord o il Kentucky, dove si coltiva il tabacco, che provoca più morti della cocaina”…, ha concluso col suo solito spirito provocatorio.
Gli Stati Uniti, per il momento, hanno “deplorato” la rottura tra i due paesi (tanto più che formalmente è stato il Venezuela a prendere l’iniziativa), e così ha fatto il presidente dell’Uruguay (ex tupamaro pentito) José “Pepe” Mujica. In ogni caso si sono mossi anche Lula e l’ex presidente argentino Néstor Kirchner, segretario generale dell’UNASUR, l’organizzazione dell’America Latina contrapposta all’OSA, che hanno chiamato Chávez.
Il quale, per ora, continua a sfidare tutti i nemici, aprendo un fronte anche con la Chiesa cattolica con un pesante attacco al cardinale Jorge Urosa Savino, arcivescovo di Caracas, definito troglodita per le sue idee anticomuniste, e di cui ha chiesto l’allontanamento al Nunzio apostolico Pietro Parolin…
Ma sulla scena ci sono anche altri protagonisti, come il vicepresidente eletto a fianco di Santos, Angelino Garzón, che veniva accreditato per il suo passato di sinistra come un possibile negoziatore con le FARC, che ha fatto però solo una blanda dichiarazione genericamente distensiva.
Si sono invece mossi anche esponenti del padronato venezuelano, preoccupati per le conseguenze della rottura tra i due paesi: da quando sono cominciate le tensioni, si sono già persi molti posti di lavoro nelle regioni confinanti, come lo Stato venezuelano di Tachira (25.000) e il dipartimento colombiano Norte de Santander (35.000). Ma più in generale il commercio bilaterale si è ridotto nell’ultimo anno da 7 miliardi di dollari a 1 miliardo e 200 milioni.
Non è difficile immaginare che questa vicenda sarà al centro della campagna elettorale che culminerà il 26 settembre, tra due mesi, con l’elezione dell’Asamblea Nacional.
In Colombia, il successo clamoroso (anche se non sufficiente per essere eletto al primo turno) di Juan Manuel Santos, il più naturale continuatore del presidente Uribe, è un segnale preoccupante per tutto il continente
Il successo clamoroso (anche se non sufficiente per essere eletto al primo turno) di Juan Manuel Santos, il più naturale continuatore del presidente Uribe, è un segnale preoccupante per tutto il continente. Santos, che appartiene a una famiglia che ha fornito diversi presidenti al paese, è stato al fianco di Uribe come ministro della Difesa per tre anni; anche se non è riuscito ad essere eletto al primo turno, è praticamente sicuro di farcela al ballottaggio sia per lo scarto enorme (47% rispetto al 21 % del secondo), sia perché i voti di due altre liste di destra confluiranno sicuramente su di lui e lo dovrebbero portare al 60%. Il principale rivale, il “verde” Antanas Mockus, ex sindaco di Bogotà, presentato in Europa come “candidato della sinistra”, aveva ribadito fino alla noia che non era né di destra né di sinistra. Era noto per aver mostrato il sedere a chi lo contestava quando era rettore dell’Università di Bogotà e per altre stravaganze, ma anche per aver amministrato decentemente la capitale come sindaco; tuttavia il suo programma non era molto diverso da quello di Santos, sia per quanto riguarda il rapporto con le FARC e la ricerca della pace, sia per la collocazione internazionale del paese. Comunque nessuno sa da dove potrebbero venire fuori i voti che gli mancano per vincere il ballottaggio. In ogni caso, Mockus era una falsa alternativa, più di immagine che di sostanza.
I rapporti di Santos con Uribe ultimamente non erano ottimi (Uribe aveva rifiutato di appoggiare esplicitamente il suo ex ministro nella campagna elettorale, in cui avrebbe voluto essere candidato lui per la terza volta, se non ci fosse stato un deciso veto da parte della Corte costituzionale), ma i due rappresentano indubbiamente la stessa politica. È un dato inquietante che ci siano stati tanti consensi per chi ha governato con la violenza, ha subordinato il paese sempre più agli Stati Uniti col pretesto della lotta al narcotraffico, e ha portato a livelli inimmaginabili le sperequazioni sociali: la Colombia si trova al penultimo posto, subito dopo il Paraguay nella classifica basata sul “coefficiente di Gini” che misura la disuguaglianza della distribuzione. Col pretesto della lotta alla guerriglia e ai narcotrafficanti (che non sono la stessa cosa, anche se tutta la grande stampa europea lo ripete) moltissimi contadini sono stati costretti a fuggire dai loro villaggi: 760.000 famiglie solo tra il 1998 e il 2002, secondo la corte costituzionale colombiana. Le terre che hanno lasciato (cinque milioni e mezzo di ettari) sono rimaste abbandonate, o sono finite in mano a vecchi e nuovi latifondisti, spesso ex paramilitari. Molte zone del paese d’altra parte sono isolate: ci sono appena 300 chilometri di strade per milione di abitanti (erano appena 200 pochi anni fa), cioè meno di quante ce ne siano in due paesi simili e poveri come Bolivia e Ecuador.
Le formazioni paramilitari, anche dopo essere state formalmente sciolte, continuano a pesare e a determinare il voto con la violenza o la corruzione, costringendo quel 65% dei contadini sotto la soglia di povertà a votare per i propri affamatori.
Ma una parte notevole dei più poveri ha votato in passato per Uribe e ora per Santos non solo perché costretta, ma perché rassegnata, o addirittura perché grata per i modesti sussidi che Uribe ha distribuito a 2 milioni e novecentomila famiglie per mandare i figli a scuola (nel 2002 erano appena 200.000). Un altro programma assistenziale, Red juntos, assiste un milione di famiglie particolarmente povere. La gratitudine è facilitata dal fatto che la distribuzione dei sussidi è stata gestita direttamente dalla presidenza della repubblica, scavalcando i rappresentanti locali del potere, molto odiati (chiamati i parapoliticos perché nati direttamente dai paramilitares).
Ma va detto che la forza di Uribe, e ora di Santos, dipende anche dal ruolo delle Farc, che attraversano da anni una crisi politica e strategica profonda, e si sono anche ridimensionate numericamente, pur mantenendo ancora un radicamento che non ha confronti con altre guerriglie del passato. Alcune scelte sbagliate tatticamente, e anche seri errori politici, come i rapimenti a scopo di riscatto anche di persone non direttamente coinvolte nella repressione, hanno permesso a Uribe di ottenere un consenso non per il buongoverno, ma come garante di una via militare alla pacificazione. Ovviamente assurda e immorale, ma condivisa da molti, che sono stanchi del protrarsi di una situazione senza via d’uscita.
La corte suprema di giustizia intanto ha indagato su molti quadri politici, e ben 107 parlamentari vicini a Uribe sono sospettati di legami con la”parapolitica”, e anche di assassini di avversari politici, giornalisti, sindacalisti. Alcuni sono già stati condannati, ma Uribe li ha difesi come vittime di una magistratura politicizzata, e li ha tenuti nel governo. È difficile che Santos possa fare diversamente. È stato complice di molti crimini di Uribe. Santos è stato infatti ministro della Difesa al momento dell’operazione militare condotta in territorio ecuadoriano per uccidere il portavoce delle FARC, Raúl Reyes, appoggiata tecnicamente da Stati Uniti e da Israele (da decenni presente in America Latina al fianco dei peggiori regimi), ed ha gestito in prima persona per tre anni l’operazione avviata nel novembre 2005 dal suo predecessore alla Difesa, Camilo Ospina Bernal: lo sterminio dei “falsos positivos”, come sono state chiamate le vittime di una cinica truffa dei militari.
Lo scandalo è scoppiato grazie alla tenacia di molte madri di giovani “desaparecidos”: è risultato che almeno 2.279 ragazzi erano scomparsi mentre cercavano un lavoro. Erano stati attirati con una promessa di assunzione, o presi a caso in un rastrellamento, portati lontano dal loro villaggio o quartiere, e infine rivestiti con un’uniforme da guerrigliero prima di essere uccisi e sepolti in fosse comuni. La ragione era semplice: la “Direttiva numero 29” firmata da Ospina Bernal e gestita poi da Juan Manuel Santos prevedeva lauti compensi per ogni militante delle FARC ucciso: si andava da 1.900 dollari per un soldato semplice, a 2 milioni e mezzo per un generale. Era difficile catturare i veri guerriglieri, ma facile inventarli. Bastava attingere dai fondi del Plan Colombia, 6 miliardi di dollari che dovevano servire per colpire la produzione di coca, e che sono serviti invece soprattutto ad arricchire militari e politici: la Colombia è sempre il primo paese produttore di cocaina, con circa 500 tonnellate all’anno.
La cocaina è sempre stata un pretesto: per fermarne la diffusione, bisognerebbe colpire al centro della distribuzione, negli USA. Il vero scopo del Plan Colombia è stato chiarito dal senatore repubblicano Paul Coverdale, relatore al Congresso degli Stati Uniti nel 1998: “per controllare il Venezuela, è necessario occupare militarmente la Colombia”. Due anni dopo lo stesso Coverdale aveva detto che “anche se molti cittadini temono un altro Vietnam, è necessario, perché il Venezuela ha il petrolio ed è ostile agli USA, e anche l’Ecuador è vitale per noi, e ha indios pericolosi. Quindi “gli Stati Uniti devono intervenire in Colombia per dominare il Venezuela e l’Ecuador […] Se il mio paese sta conducendo una guerra civilizzatrice nel lontano Iraq, sono sicuro che potrà farlo nella vicina Colombia”.
Intanto i miliardi del Plan Colombia, di cui qualcosa è finito non solo ai militari assassini, hanno evidentemente convinto una parte dei diseredati a votare per la continuità, anche se probabilmente almeno le madri dei “falsos positivos” non hanno votato per Santos… Queste elezioni, in cui molti hanno visto il segnale di un nuovo forte impegno degli Stati Uniti (sia pure nell’ombra) per una controffensiva politica nel continente, comunque, sono un segnale di allarme per tutti i paesi vicini. (Si veda anche: http://antoniomoscato.altervista.org/)
La notizia della morte del detenuto politico cubano Orlando Zapata Tamayo dopo 85 giorni di sciopero della fame arriva in un momento molto difficile per Cuba, in cui il dissenso ha raggiunto una dimensione senza precedenti.
La notizia della morte del detenuto politico cubano Orlando Zapata Tamayo dopo 85 giorni di sciopero della fame arriva in un momento molto difficile per Cuba. I dati economici, a cui ho già accennato in diversi articoli inseriti di recente (ad esempio Polemiche a Cuba e Cuba: non solo il bloqueo), sono pesantissimi, e probabilmente per questo gli oppositori hanno intensificato l’attività, dalle carceri, ma anche dalle case o dagli ospedali in cui alcuni di essi erano stati spostati per “gravi malattie”.
Non a caso 50 “prigionieri di coscienza” in gran parte detenuti dal 2003, che hanno potuto essere contattati telefonicamente, hanno firmato nei giorni scorsi un appello al presidente brasiliano Lula, atteso all’Avana dopo il vertice di Cancún, chiedendogli un intervento presso le autorità cubane per far attivare le riforme tanto attese, ma anche per salvare la vita a Zapata Tamayo. Un appello che almeno per questo obiettivo è arrivato troppo tardi: Orlando Zapata Tamayo è morto poche ore prima dell’arrivo di Lula.
Due osservazioni: la prima è l’impegno per un detenuto come Zapata Tamayo, un muratore quarantenne condannato a 28 anni di carcere. Non è un intellettuale come la maggior parte degli altri, da cui è stato separato e che lo conoscono poco, tanto è vero che nella lettera sbagliano il nome e lo chiamano Miguel, ma lo difendono e lo rispettano. Il suo arresto era stato precedente a quello dei 73 del 2003, per “mancanza di rispetto al leader della rivoluzione”, e poi era stato abbinato agli altri arrestati, ma senza riconoscergli lo status di detenuto politico. Il suo sciopero della fame è iniziato proprio per protestare perché gli veniva imposta l’uniforme dei detenuti comuni anziché quella bianca dei politici. Una delle tante vessazioni che la polizia cubana ha imparato a suo tempo dai suoi istruttori sovietici, che negavano così l’esistenza dei prigionieri politici: o erano criminali comuni, o malati mentali…
La seconda è che tra i firmatari della lettera a Lula ci sono anche alcuni condannati che erano stati trasferiti in ospedale o agli arresti domiciliari per ragioni di salute, e che sono passibili quindi di immediato ritorno in carcere per trasgressione delle norme sul trasferimento dal carcere. Aver firmato è un indice di una volontà di lotta e di sfida al regime che in molti di loro non c’era inizialmente (anche se accusati di ogni crimine e di tutte le collusioni possibili col nemico di Miami, i 75 chiedevano solo modeste modifiche al sistema elettorale e blande riforme in agricoltura, sul modello vietnamita).
Un altro sintomo è la ripresa dell’attività pubblica delle Damas de blanco, madri e mogli di detenuti politici, che dall’aprile 2003 compaiono in pubblico ogni domenica vestite di bianco con striscioni che chiedono l’amnistia per i detenuti politici: hanno ottenuto il prestigioso premio Sacharov (che non hanno potuto ritirare, anche questa è una costante del post stalinismo), ma naturalmente da noi e in altri paesi ci sono gli zelanti difensori incondizionati di qualsiasi cosa faccia il gruppo dirigente di Cuba che non esitano a presentarle come “complici di chi ha legittimato i feroci tiranni assassini dei figli delle Madri di Plaza de Mayo" (una frase del genere è stata purtroppo messa in bocca anche a Hebe de Bonafini).
Quella di essere calunniate non è la sorte delle sole Damas de blanco: dei 73 arrestati nel 2003, che non erano, si ricordi, un gruppo politico omogeneo, ma semplicemente la parte più attiva di un certo numero di raggruppamenti politici e sociali, solo quattro o cinque in tutto avevano un atteggiamento effettivamente filoamericano, decisamente rifiutato dalla maggior parte degli altri. Ma ci sono quelli che ripetono a pappagallo che “sono tutti mercenari”.
Già anni fa avevo osservato, in un articolo su Erre (aprile/maggio 2006), che “la ripetitività dei rituali negli anni, per giunta, può essere determinante nel generare sfiducia e spingere alle prime forme organizzate di opposizione. Decimate dagli arresti, demonizzate con l’uso abbondante degli agenti infiltrati, le iniziative sorte intorno al “Progetto Varela” e quindi a un concreto progetto riformista, non assomigliano più alle iniziative di poche decine di dissidenti di dieci o venti anni fa. Gli accusatori possono ironizzare sui “giornalisti” arrestati che non sarebbero stati tali perché non laureati nelle facoltà di giornalismo, o insinuare che alcune delle organizzazioni del dissenso sarebbero state promosse da agenti della Securidad, ma devono fare i conti con un fenomeno nuovo: migliaia di persone si sono aggiunte ai primi 11.000 firmatari della petizione per un diverso metodo elettorale, cosa non facile in presenza di arresti, molestie sotto le case di chi non è stato ancora arrestato, attribuzione a chiunque abbia firmato il “Progetto Varela” di una corresponsabilità con le iniziative insensate di una minoranza di estremisti effettivamente filostatunitensi (definiti provocatori dai principali portavoce del dissenso). Non si delinea ancora un’alternativa credibile, ma il dissenso ha raggiunto una dimensione senza precedenti.” E, aggiungo oggi, una decisione maggiore.
Nel 2003 gli arresti avevano colpito tutti i principali responsabili del “Progetto Varela” meno uno: Oswaldo Payá, il dissidente più noto e principale promotore del Progetto ma molto legato alla gerarchia cattolica dell’isola. Era considerato “l’uomo del Vaticano”. Ha subito a volte Actas de ripudio, le manifestazioni rumorose e oltraggiose sotto casa organizzate mobilitando un plotone di fanatici; sono un’altra eredità del passato staliniano, senz’altro la più stupida, dato che arreca molestie senza osare andare oltre. Ma comunque Payá è rimasto a piede libero (qualcuno a Cuba si è evidentemente domandato “quante divisioni ha il papa?”…).
Il risultato è che, come temevamo, la Chiesa cattolica si è rafforzata sempre più, e punta apertamente ad assumere il ruolo di opposizione legale. Sulle numerose riviste cattoliche appaiono articoli a volte interessanti, da cui si possono ricavare quelle informazioni e quei dati sull’economia che altrove sono introvabili. Come accadeva in Polonia, il pensiero indipendente, un po’ per l’autocensura di chi teme la repressione, un po’ per la censura vera e propria, è delegato di fatto dal regime alla Chiesa, che lo protegge, ma ha i suoi fini su cui è legittimo essere diffidenti. Ne parleremo ancora.
E parleremo ancora anche dei difensori acritici dell’indifendibile, che non esitano a calunniare chiunque cerchi una via diversa da quella ufficiale, che pure da anni ha rivelato la sua inadeguatezza ai compiti attuali.
In Uruguay l’ex guerrigliero tupamaro “Pepe” Mujica è diventato presidente ma la borghesia non sembra molto preoccupata. Eppure l’elezione era stata presentata come una svolta importante, che avrebbe portato l’Uruguay tra i paesi di punta della rivoluzione bolivariana. Era un errore
In Uruguay l’ex guerrigliero tupamaro “Pepe” Mujica è diventato presidente, ma la borghesia non sembra molto preoccupata… Il vento cambia in America Latina non solo per i successi della destra e dei moderati in Cile, Honduras, Panama e Costarica, ma anche per l’ulteriore ammorbidimento di una parte della sinistra.
Il futuro presidente dell’Uruguay José Pepe Mujica (eletto il 29 novembre, ma entrerà in carica solo il 1°marzo) sembra decisamente bene accolto dagli imprenditori locali e stranieri. Forse per le garanzie che offre il suo vicepresidente Danilo Astori, che è stato responsabile della politica economica liberista del governo di Frente Amplio dal 2005 a oggi, e che è considerato l’uomo di fiducia del Banco Mondiale e del BID (Banco Interamericano de Desarrollo). Astori era stato sconfitto da Mujica nelle primarie di giugno, ma i due avevano stabilito subito un accordo di collaborazione che assicura una assoluta continuità con il precedente governo di Tabaré Vázquez, che nello scacchiere latinoamericano si collocava decisamente vicino ai governi del Cile e del Brasile.
Durante la campagna elettorale qualche dichiarazione imprudente di Mujica raccolta in un libro "Pepe Coloquios" curato da un giornalista, aveva suscitato una dura reazione del presidente in carica, che pure aveva avuto modo di conoscere bene l’ex tupamaro, che aveva rivestito l’incarico di ministro dell’agricoltura. Mujica si era impegnato a essere più cauto con le parole, e ha mantenuto l’impegno. D’altra parte le parole erano solo charlas, commenti poco diplomatici su paesi vicini, a partire dall’Argentina, non certo un programma rivoluzionario. Quanto ai fatti, aveva già dimostrato di non essere più un estremista, da quando era approdato a una carica ministeriale …
A meno di un mese dall’assunzione della presidenza, il 10 febbraio Mujica ha partecipato a un incontro-cena con imprenditori uruguayani e latinoamericani, organizzato nell’hotel Conrad-Hilton nella famosa località balneare di Punta del Este, preventivamente ripulita da mendicanti e immigrati in cerca di lavoro. I promotori erano la Camera di Commercio Argentino-uruguaya, l’Unione degli esportatori e altre organizzazioni padronali. Tra i 1480 invitati, oltre a nutrite rappresentanze brasiliane e statunitensi, tutti gli esponenti politici dei partiti che hanno governato (male) l’Uruguay prima dell’emergere della coalizione di Frente Amplio.
La maggior parte dei partecipanti hanno salutato l’evento come un segnale rassicurante: ad esempio Juan Carlos López Mena, il proprietario della catena di trasporti Buquebus, ha assicurato che dopo questo incontro si delinea un clima molto più favorevole che in passato per gli affari e per gli investimenti.
E in effetti Mujica non ha deluso i partecipanti al festoso banchetto, rassicurandoli che sarà il garante della stabilità politico-istituzionale, della prevedibilità economica, del rispetto delle “regole del gioco” del mercato e di un clima favorevole agli investimenti. Non ci saranno espropriazioni né imposte sugli investimenti, e al contrario saranno assicurati sgravi fiscali e incentivi per nuove attività.
L’ex guerrigliero rivestito con i panni del capo di Stato è apparso convincente, tanto che molti l’hanno paragonato a Lula. È piaciuto il suo richiamo alla sicurezza raggiunta dal paese grazie all’inserimento nel governo degli ex rivoluzionari (“oggi anche i ministri possono circolare senza scorta”), e soprattutto l’affermazione che i numerosi problemi del paese possono essere risolti grazie all’impegno comune: “Abbiamo bisogno di un clima che incoraggi gli investimenti”, ha detto. “Storicamente l’Uruguay è stato un disastro, preferivamo portare la moneta all’estero, metterla in qualche banca, invece di investirla qui. Oggi dobbiamo mobilitare tutte le forze nazionali, tutti devono collocare le loro risorse qua, con la garanzia che non te le esproprieranno, né ti piegheranno la schiena sotto un carico di tasse”. E tra gli applausi scroscianti ha concluso ancor più nettamente: “Abbiamo bisogno di aziende che prosperino, e che possano produrre ricchezza. Altrimenti restiamo solo con i sogni e con l’utopia”.
Inoltre ha ripetuto le banalità liberiste sul ruolo dello Stato, che non deve porre ostacoli alla crescita della ricchezza “se no, uccidiamo la gallina dalle uova d’oro”, e deve soprattutto limitarsi a creare infrastrutture: ad esempio lo Stato deve costruire i binari e poi… “appariranno i treni”, ovviamente con i capitali privati. Più che Lula, sembrava il suo predecessore Tabaré Vázquez, che aveva come slogan “più mercato e uno Stato migliore”. Una truffa: il risultato di cinque anni di governo del Frente Amplio, tra le felicitazioni degli organismi finanziari internazionali, è stata la crescita esplosiva del modello agroesportatore di carne, soja e legname, che ha fatto crescere il PIL da 25 miliardi a 32 miliardi di dollari, ma pessimamente distribuiti: i salariati ricevono oggi il 20% del reddito nazionale mentre dieci anni fa ricevevano il 30%, e sia pure in proporzione minore anche i pensionati sono arretrati dall’10% all’8%.
Non è mai andata così bene ai ricchi come ora, ha ammesso Eduardo Bonomi, braccio destro del nuovo presidente. E ancora più concreto è stato Danilo Astori, che ha al suo attivo la politica economica del governo ancora in carica, e ha garantito che in questo secondo mandato si cercherà “un equilibrio tra continuità e cambiamento”, che l’economia sarà “sempre più aperta al mondo”, che si aumenteranno gli incentivi, mentre la stabilità sociale sarà assicurata dalla concertazione tra corporazioni padronali e direzioni sindacali responsabili. Esattamente come è stato finora, ha commentato Ernesto Herrera.
Naturalmente il presidente di Petrobras in Uruguay, Irani Varela, era entusiasta: il discorso di Mujica è stato “quello che ogni imprenditore voleva ascoltare”, un discorso “moderno, sobrio, che punta sul futuro” e che “riconosce che gli imprenditori sono un motore essenziale per il paese”. Molti altri argentini o uruguayani si sono prodigati in lodi, e uno di essi, il presidente della Confindustria argentina, Héctor Méndez, ha detto addirittura che “se perdessimo le speranze in Argentina, dovremmo proprio venire a vivere in Uruguay”. Eppure in Argentina non sembra proprio che stia trionfando il bolscevismo…
Jorge Zabalza, che è stato un dirigente del Movimiento de Liberación Nacional-Tupamaros, ma non ne ha rinnegato le concezioni, ha osservato che la provenienza di Mujica da un movimento guerrigliero non è stato un ostacolo ma piuttosto una garanzia per il suo successo: per alcuni anni col suo prestigio egli può rappresentare un “ammortizzatore” sociale e politico, in grado di far accettare una politica di ulteriori sacrifici alle masse che l’hanno votato.
L’elezione di Mujica era stata presentata in Italia come una svolta importante in America Latina, che avrebbe portato l’Uruguay tra i paesi di punta della rivoluzione bolivariana, verso il “socialismo del XXI secolo”. Era un errore.
L’Uruguay è un paese piccolo per superficie, popolazione e risorse, e ha conosciuto una spietata dittatura militare che ha lasciato tracce profonde e ha ridotto ai minimi termini la sinistra rimasta tale. Due episodi durante l’ultima fase del governo “di sinistra” di Tabaré Vázquez sono illuminanti: in ottobre è fallito un referendum proposto per abrogare una legge infame che assicurava l’impunità ai militari responsabili di crimini (la cosiddetta Ley de caducidad), e in novembre il presidente uscente ha posto il veto a una moderatissima legge che prevedeva la legalizzazione dell’aborto in alcuni casi. Un presidente di sinistra”!
Quanto all’esercito, da sempre sottratto ad ogni possibile punizione dei tanti crimini compiuti durante la lunga dittatura, va detto che è considerato così affidabile dagli Stati Uniti, che gli è stato concesso il posto di secondo comandante nel corpo di occupazione di Haiti (il primo è riservato al Brasile). Da tempo gran parte dei settori chiave dell’economia dell’Uruguay sono controllati da imprese brasiliane, ora si consolida un rapporto privilegiato tra i due paesi anche sul piano militare. Non c’è da stare tranquilli…
La decisione del governo Chavez di chiudere la Tv dell'opposizione Rctv ha inasprito il clima politico in un momento difficile per l’inflazione e la svalutazione del bolivar. Un segnale delle difficoltà in cui si muove il governo di Caracas e delle contraddizioni che esprime. Da http://antoniomoscato.altervista.org/
La decisione del governo venezuelano di chiudere definitivamente il canale televisivo RCTV ha suscitato polemiche e scontri. Indubbiamente era un canale fazioso: nel 2002 aveva esaltato il golpe contro Chávez, e non mancava di attaccare il governo in ogni occasione; nel 2007 non gli era stata rinnovata l’autorizzazione per le trasmissioni in chiaro al momento della sua scadenza; aveva però potuto proseguire le emissioni via cavo. Ora la chiusura è stata motivata dalla CONATEL (Comisión Nacional de Telecomunicaciones) e dal ministro delle Opere Pubbliche Diosdado Cabello con il rifiuto di trasmettere “en cadena” un discorso di Chavez come avevano fatto tutte le altre emittenti. RCTV sosteneva di non essere tenuta a farlo, essendo una tv internazionale con una sede anche a Miami, mentre in realtà più del 70% dei suoi programmi erano prodotti in Venezuela. Il ministro l’accusava anche di non aver trasmesso l’inno nazionale, ma era evidentemente un sottoprodotto dell’altra accusa…
La principale obiezione del presidente della RCTV al provvedimento, è che la legge che ha determinato la chiusura del canale è di dicembre, mentre i calcoli sulla percentuale di emissioni venezuelane e straniere sono stati fatti sugli ultimi quattro mesi. Il canale aveva modificato i palinsesti subito dopo la promulgazione della legge, che quindi non poteva essere applicata in base all’art. 24 della costituzione che stabilisce che “nessuna disposizione legislativa avrà effetto retroattivo”.
Lasciando ai legali la discussione su questi aspetti formali, vorrei sottolineare un aspetto sostanziale.
Questa misura ha inasprito il clima politico in un momento difficile per l’inflazione e la svalutazione del bolivar, provocando manifestazioni di protesta ma anche di sostegno alla decisione governativa, in cui due studenti chavisti sono rimasti uccisi. Era indispensabile prendere questa misura – forse neppure formalmente del tutto regolare – per colpire quella che è solo una delle tante TV ostili al governo? Il ministro Cabello, detestato dalle sinistre bolivariane (ma anche dagli elettori, che non l’hanno rieletto come governatore nello Stato di Miranda) per il suo ostentato arricchimento e il suo autoritarismo, probabilmente non si è reso conto che la misura poteva apparire all’interno come una ritorsione meschina nei confronti di un oppositore fazioso, ma poteva essere bollata a livello internazionale come un passo verso la dittatura…
Diosdado Cabello è stato in molti momenti difficili al fianco di Hugo Chávez, che evidentemente se ne fida totalmente, ma è stato spesso anche un cattivo consigliere. È stato ad esempio uno dei responsabili della pesante burocratizzazione del PSUV, un partito che appena nato, quando non aveva ancora un programma e uno statuto, aveva già una Commissione disciplinare, affidata proprio a Cabello (e chi avrebbe potuto controllare questo "controllore", di cui molti denunciavano il rapidissimo arricchimento?).
Per questo, indebolito e non rafforzato dalle espulsioni di chi osava proporre una visione diversa, il PSUV fece una figura meschina al referendum sulle modifiche alla costituzione del dicembre 2007, in cui non solo perse ben tre milioni degli elettori che appena un anno prima avevano votato per riconfermare Hugo Chávez alla presidenza, ma ebbe addirittura due milioni di voti in meno rispetto al numero di iscritti al partito, suscitando molti dubbi sulla sua vitalità e sul carattere spontaneo del tesseramento.
La situazione è grave, per le minacce esterne che vengono dal consolidarsi di un’area conservatrice e reazionaria dall’Honduras al Cile, passando ovviamente per la Colombia e il Perú, ma soprattutto per le difficoltà interne dovute alla stabilizzazione verso il basso del prezzo del petrolio, e un’inflazione pericolosa che – insieme al razionamento dell’energia elettrica - può generare malcontento. Francamente irrigidire lo scontro con avversari magari molesti, nell’illusione di poter ricompattare i propri sostenitori deviando la loro attenzione dai problemi economici e sociali più scottanti, potrebbe essere un errore pagato caro nelle elezioni di settembre... (a.m. 29/1/2010)
Dopo un anno di lavoro del presidente Obama, possiamo dirlo: Nonostante le parole la strategia politica statunitense nel "cortile di casa" - L'America Latina - non ha prodotto nulla di nuovo.
Una risposta onesta alla domanda del titolo è: niente di nuovo sotto il sole. Infatti la gestione del presidente USA Barack Obama non sembra per ora voler cambiare l'atteggiamento ideologico e le politiche concrete nei riguardi del "cortile di casa" o "patio trasero" (in spagnolo) che è l'America Latina e, in primis, i Caraibi e il Messico. Queste sono storicamente le aree di influenza diretta in cui la potenza americana ha da sempre potuto utilizzare strumenti di hard power (potere duro, militare ed economico) invece di muoversi nell'ambito del solo soft power (potere di influenza ideologica basato sulla creazione del consenso e il convincimento). Amo pensare che i termini hard power e soft power, resi popolari dai testi di geopolitica dello statunitense Joseph Nye, possano nascondere qualche analogia o assonanza con le categorie gramsciane della coercizione e del consenso per la costruzione dell’egemonia, anche se l'ambito di applicazione esula dal tradizionale discorso sulle classi sociali, dirigenti e intellettuali del pensatore italiano per spostarsi verso le relazioni internazionali tra stati, nazioni e blocchi regionali. Credo comunque che la sostanza del discorso non cambi.
Priorità e problemi
Come prevedevano i rapporti pubblicati dalla CIA (Latin America 2020) all'inizio del nuovo millennio riguardanti il futuro dell'America Latina dal peculiare punto di vista delle priorità statunitensi, non sembra che la regione a sud del Rio Bravo, salvo alcune eccezioni che riporterò in seguito, sia diventata un'area particolarmente strategica d'interesse soprattutto se la consideriamo in rapporto all'Europa, alla Cina (o alla "Cindia"), alla Russia o al Medio Oriente. La grave crisi economica di questi ultimi due anni, generata dall'economia USA e dai mutui sub-prime ma anche dal medesimo sistema di vita americano che tanto soft power pareva aver creato nel passato, è la peggiore dopo quella del '29 mentre sul piano interno la riforma del sistema sanitario sta procedendo lentamente anche dopo l'approvazione in Senato e sta consumando una parte dell'enorme capitale politico e delle aspettative riposte dagli americani su Obama.
Quindi sono numerose le questioni di cui si deve occupare il nuovo governo americano e, ancora una volta l'America Latina passa in secondo piano. Ciò non toglie che gli interessi economici e commerciali tradizionali delle multinazionali (non solo americane ma anche europee, giapponesi e cinesi) legate allo sfruttamento delle risorse naturali idriche e del sottosuolo, uniti a quelli dei settori esportatori dell'industria americana in cerca di rivincite nei "suoi mercati" sempre più occupati dalla Cina, dalla Spagna o dallo stesso Brasile, ma soprattutto la corsa per la conquista della biodiversità in Centro e Sudamerica, regioni competitive in questo senso a livello mondiale, siano elementi da tener sott'occhio nel breve e medio periodo.
War games?
Inoltre le due guerre asiatiche ereditate dalla precedente e inquietante amministrazione di George W. Bush hanno spinto Obama tra le braccia di una severa realpolitik: ha dovuto tradire lo spirito di quell'attacco o provocazione di tipo "preventivo" sferrato dall'Accademia Svedese e costituito dall'assegnazione del Premio Nobel per la Pace con l'aumento delle truppe in Afganistan e la stipula del trattato con la Colombia per l'uso decennale di 7 basi dislocate nel paese sudamericano da parte della US Army. Questa decisione del presidente colombiano Alvaro Uribe e del suo omologo nordamericano ha portato negli ultimi mesi a importanti frizioni diplomatiche e ritorsioni del governo venezuelano di Hugo Chavez che si sente direttamente minacciato dall'ingerenza USA e ha recentemente denunciato anche l'Olanda di partecipare ai piani di destabilizzazione di Washington nei suoi confronti attraverso le basi situate sulle isole delle Antille olandesi, Aruba e Curacao, a pochi chilometri dal Venezuela.
Una mossa che era attesa dopo che il presidente dell'Ecuador, Rafael Correa, non aveva più rinnovato la concessione per la base USA di Manta e anche Panama s'era liberata negli ultimi dieci anni delle truppe americane sul suo territorio e nella zona del canale. L'affitto temporaneo o permanente di basi militari da parte delle forze armate statunitensi continua come strategia di controllo territoriale e di minaccia più che come uno strumento di cooperazione per la democrazia e la lotta al narcotraffico, le motivazioni ufficiali sempre propagandate al momento di giustificare questo tipo di accordi. Ecco così che l'enclave di Guantanamo a Cuba compie 103 anni ed è un avamposto inespugnabile e minaccioso di cui ben conosciamo le storie di abusi e violazioni post 11 settembre mentre in Honduras, a Palmerola, è operativa la base Soto Cano che è la sede della "Joint Task force Bravo", una missione finalizzata alla "cooperazione regionale nelle iniziative di sicurezza e sviluppo democratico attraverso operazioni coordinate tra varie agenzie". Stessa missione ha anche la base di El Salvador, presso l'aeroporto internazionale di Comalapa, ed è giudicata da alcuni esperti (per esempio Daniel Eriksson di Dialogo Interamericano) come un'inutile eredità di un passato "anti comunista" e che sarebbe ancora aperta per inerzia ma comunque operativa e funzionante per ogni evenienza.
Vengono invece costantemente smentite le voci e le notizie, per esempio quelle fatte circolare dalla venezuelana Agencia Bolivariana de Noticias (ABN), sulle presunte presenze USA nelle basi di Iquitos e Nanay in Perù, di Liberia in Costa Rica e Estigarribio in Paraguay ma allo stesso tempo non si può negare che esiste una capacità militare che gli Stati Uniti possono impiegare anche in modi diversi rispetto all'obbiettivo della lotta al narcotraffico o al terrorismo.
Sicurezza nazionale
Questi due "gravi problemi di sicurezza nazionale" degli USA sono diventati gli assi del discorso legittimante e interventista dopo la fine della Guerra Fredda, con la caduta del muro di Berlino nel 1989, e il declino della retorica del "pericolo comunista" nel mondo e in America Latina. Questa minaccia sistemica richiedeva l'intervento della CIA (soprattutto nei paesi grandi e lontani, a sud dei Caraibi) o pure dell'esercito (frequentemente impiegato in America Centrale e nelle isole caraibiche) ed era semplicemente rappresentata da qualunque presidente o governo democratico di carattere riformista, spesso non rivoluzionario, che entrasse in conflitto con la superpotenza o con le classi dirigenti nazionali schierate con i settori reazionari o "esterofili" come successe ad Arbenz in Guatemala nei primi anni '50 o ad Allende in Cile quasi vent'anni dopo. Altri grandi retoriche della storia furono l'esportazione della democrazia, utilizzata anche in Iraq, e la lotta al nazi-fascismo e ai totalitarismi negli anni dell'ascesa egemonica statunitense e della Seconda Guerra Mondiale. Peccato che in seguito alcuni regimi di quel tipo siano stati tollerati e a volte direttamente fabbricati fuori dagli scenari bellici e in particolare nell'emisfero occidentale...
Cuba
Tornando al presente o meglio al passato recente, le dichiarazioni di Obama al Vertice delle Americhe di Trinidad e Tobago nell'aprile 2009 in cui promise relazioni basate sul rispetto reciproco non sembrano venire supportate dalle azioni concrete dato che su più fronti la strategia americana non è cambiata rispetto al passato di incomprensioni e indifferenze di G. W. Bush. Nonostante alcuni timidi segnali di ripresa della distensione verso Cuba, particolarmente nel tema migratorio, il processo di avvicinamento s'è fermato e l'embargo continua a incombere sull'isola senza che vi siano ormai ragioni ideologiche fondate, sempre che ve ne siano state in precedenza, per mantenere le sanzioni e malgrado le ripetute condanne internazionali al riguardo.
Honduras, la Ande e il Brasile
Il governo USA ha inoltre riconosciuto le elezioni del 29 novembre in Honduras, paese interessato da un colpo di Stato manu militari nel giugno 2009 in seguito al quale il presidente in carica Manuel Zelaya è stato deportato in Costa Rica e le violazioni ai diritti umani e alle garanzie individuali sono cresciute esponenzialmente, nonostante una buona parte della comunità internazionale e numerosi paesi latino americani, tranne la Colombia, il Costa Rica, Panama, la Repubblica Dominicana, il Perù e il Messico, abbiano dichiarato l'illegittimità della vittoria del candidato Porfirio Lobo.
Scendendo più a sud verso il Brasile, malgrado le dichiarazioni di stima rivolte da Obama al presidente brasiliano Lula che sarebbe il "suo uomo" e "il politico più popolare della terra", la relazione bilaterale tra i due giganti del nord e del sud non è delle migliori dopo le frizioni sull'Honduras (ricordiamo che Zelaya s'è rifugiato proprio nell'ambasciata brasiliana a Tegucigalpa) e sulla questione delle basi americane in Colombia. Quest’ultimo paese è il primo destinatario degli aiuti economici e logistici statunitensi ed è il suo principale alleato nella guerra al narcotraffico nella regione andina così come lo è il Messico in centro e nord America.
Anche in questo caso l’intenzione di favorire politiche di riduzione della domanda interna di stupefacenti non è stata ancora seguita da decisioni effettive in tal senso e quindi si continua con le tipiche misure di repressione e controllo dell’offerta di paesi produttori come la Bolivia, la Colombia, il Messico o il Perù le quali esportano instabilità e violenza verso sud. Un tema molto sensibile per il Messico e il Centro America, ma non solo, è quello dei migranti illegali negli USA il quale è stato trascurato e per ora non vi sono tavoli di negoziazione aperti.
La politica e l’agenda USA per l’America Latina sono ancora guidate dall’inerzia di un moto perenne definito da coordinate già note e volontà residuali lontane anni luce dalla retorica delle promesse. Cosa cambierà?
Haiti, dalla guerra al terrorismo al terremoto
Per concludere solo un commento riguardo alla tragedia che in questi giorni sta vivendo Haiti, paese caraibico di 9 milioni di abitanti confinante con la Repubblica Dominicana, in seguito al devastante terremoto del 12 gennaio scorso che ha provocato decine di migliaia di vittime (forse 200mila) e il collasso fisico e operativo delle sue istituzioni e dei suoi apparati statali. Già da alcuni anni si parlava di Haiti come di un cosiddetto Stato fallito e la presenza stabile dell’ONU e dei caschi blu, la cui missione era comandata dal Brasile fino a pochi giorni fa, era ormai un fatto assodato dopo il tremendo uragano Jeanne e le rivolte popolari del 2004, la cacciata militare dell’ex presidente Jean-Bertrande Aristide, l’arrivo dei marines e l’elezione nel 2006 dell’attuale mandatario in carica Renè Preval. Come segnala il blog di Selvas.org “il presidente Obama ha annunciato lo stanziamento di 100 milioni di dollari per “aiuti” ad Haiti, però non lo ha fatto circondato dai suoi collaboratori in questa materia: aveva al suo lato i più alti dirigenti della difesa La prima cosa da capire è che questi 100 milioni non serviranno per gli “aiuti umanitari” ma per far fronte alle spese di mobilizzazione militare annunciata (10.000 soldati)”. Intanto l’Italia ha annunciato la cancellazione del debito haitiano e la Francia, ex potenza coloniale e madre patria di Haiti, s’appresta a prendere la stessa decisione e a richiederla ai paesi del Club di Parigi per un ammontare di loro pertinenza di quasi 215 milioni di dollari sui totali 1,88 miliardi di debito estero haitiano. Gli aiuti stanno tardando ad arrivare a chi ne ha veramente bisogno e l’opera di coordinamento da realizzare è enorme viste le deficienze o le assenze totali delle istituzioni nazionali per cui sembra che gli USA si stiano incaricando di gestire la situazione e il segretario di Stato Hillary Clinton ha già visitato Porto Principe sabato scorso, il 16 gennaio, ribadendo la sua intenzione di integrare e non soppiantare il governo locale nell’esercizio delle sue funzioni. Di fatto però la polizia e lo Stato quasi non esistono più ad Haiti e sono gli eserciti stranieri, quello americano in primis, a mantenere un ordine minimo e instabile mentre i gruppi di solidarietà formati da civili sono impossibilitati agire. Mentre Stati Uniti (obiettivo 10mila) e ONU (+3.500 unità) decidono di inviare più truppe, centinaia di sciacalli e bande di rapinatori stanno prendendo d'assalto negozi e accampamenti in cerca di cibo.
In questo contesto la Francia e il Brasile, i paesi forse più interessati strategicamente e storicamente a mantenere un controllo e un avamposto sull’isola, hanno già protestato per l’ingerenza statunitense che con la scusa ufficiale degli aiuti umanitari sembra essersi spinto oltre le attese controllando l’aeroporto di Porto Principe (si sono anche verificate alcune frizioni con altri paesi per l’atterraggio di aerei carichi di aiuti) e inviando per ora 2200 marines e 5000 soldati secondo quanto annunciato dal Comando Sud americano con sede a Miami in Florida. Manca ancora un'autorità riconosciuta che gestisca le operazioni di salvataggio, la sicurezza e la distribuziuone razionale degli aiuti umanitari che rischiano di restare bloccati fisicamente o di venire ingurgitati nella spirale burocratica e nelle tasche delle cosiddette "multinazionali della solidarietà". Il presidente venezuelano Hugo Chavez, facendo eco al ministro francese per la cooperazione, Alain Joyandet, ha ribadito che bisogna aiutare Haiti e non occuparla militarmente.
Scenari e sipari calati
Gli scenari che si aprono per Haiti nei prossimi mesi rimandano alla vecchia teoria “dell’imperialismo su invito” che prevede la delega progressiva di funzioni governative e di difesa nazionale, per volontà e necessità, in favore di una potenza straniera occupante o anche di organizzazioni e agenzie ad essa legate. Questa piano piano incomincia a stabilire un protettorato light e a convincere la popolazione locale che non è in grado di autogovernarsi e ha bisogno di un ordine esterno superiore che è il minore dei mali. A quel punto la sovranità è seriamente compromessa e, nonostante eventuali miglioramenti materiali, viene stabilita un’autorità esterna paternalista che controlla il paese per portarlo a nuove elezioni, a una nuova costituzione e, magari, a un referendum sull’annessione o l’associazione, stile Porto Rico, con lo Stato protettore. Resta da valutare la relazione costo – beneficio dell’operazione, i vantaggi strategici e geopolitici per gli USA e i costi nel lungo termine d’una specie di “amministrazione controllata” di un intero paese che, come dimostrano i casi dell’Iraq e dell’Afganistan, non è sempre un’alternativa percorribile e prevedibile oltre al fatto che in questa zona del mondo si potrebbero creare tensioni indebite e sproporzionate con la vecchia potenza francese e l’emergente Brasile. Una parte della popolazione attiva del paese e molti bambini rimasti orfani cercano scampo nell'emigrazione (o nelle adozioni internazionali) tanto nella vicina Repubblica Dominicana come negli USA che hanno fermato il processo di espulsione a carico di 30mila haitiani irregolari. Anche il Senegal ha messo a disposizione terre gratis per questi "figli dell'Africa". Ad ogni modo i Caraibi e la stessa Haiti non sono nuovi a questo tipo di presenza straniera e gli scenari ipotizzati relativi al futuro di Haiti sembrano plausibili in questo momento e potranno definirsi più chiaramente quando l’emergenza sarà rientrata.
In Cile Sebastián Piñera, il candidato di destra, detto anche il “Berlusconi cileno”, ha vinto il ballottaggio. Nessuna sorpresa, in questo: il distacco al primo turno era di ben 14 punti. E la distanza tra i programmi, nessuna
In Cile Sebastián Piñera, il candidato di destra, detto anche il “Berlusconi cileno”, ha vinto il ballottaggio. Nessuna sorpresa, in questo: il distacco al primo turno era di ben 14 punti. E la distanza tra i programmi, nessuna. La vera sorpresa è il forte recupero di voti da parte del candidato della Concertaciòn di centrosinistra, Eduardo Frei, democristiano doc, figlio del presidente che aveva preceduto Allende e aveva strizzato l’occhio a Pinochet al momento del Golpe, pensando che si limitasse a togliere di mezzo un po’ di “estremisti” del MIR, del MAPU e del partito socialista.
Frei, che era stato anche lui presidente del Cile tra il 1994 e il 2000, subito dopo quel Patricio Aylwin che aveva gestito la blandissima transizione dalla dittatura a una democrazia frenata (dalla dictadura alla dictablanda, si diceva) è riuscito a recuperare un po’ di voti dall’astensionismo, e soprattutto buona parte degli elettori che avevano votato l’altro candidato socialista indipendente, Marco Enríquez Ominami, figlio del leader storico del MIR Miguel Enríquez.
Il recupero era stato possibile grazie a due fattori: un deciso cambiamento di tono nella campagna elettorale di Frei (in particolare con la promessa di abolire la Legge sull’Amnistia di cui egli stesso era stato a suo tempo corresponsabile), e soprattutto la decisione di Enríquez Ominami di riversare i suoi voti sul candidato della Concertaciòn, per scongiurare il pericolo di un ritorno del pinochetismo, a differenza di quanto aveva detto di voler fare durante la campagna per il primo turno.
Ma era tardi, soprattutto il guasto era stato fatto a suo tempo escludendo Enríquez Ominami dalle primarie, combattendolo anzi come il pericolo principale. Naturalmente pesava ancor più il ricordo della presidenza di Frei, che non aveva lasciato certo rimpianti a sinistra, e il permanere dell’esclusione del partito comunista cileno dalla Concertaciòn, come se fosse stato davvero un partito estremista come sosteneva l’ottusa destra cilena…
Per giunta Sebastián Piñera si presentava come un “uomo nuovo”, che aveva studiato ad Harvard, e senza troppi legami diretti con Pinochet (anche se suo fratello José è stato ministro del Lavoro al tempo della dittatura). La sua fortuna dipende dall’aver introdotto per primo le carte di credito in Cile (grazie a ovvii appoggi governativi e in questo certamente ha studiato l’esperienza della “discesa in campo” di Berlusconi), e dall’essere stato uno dei primi a investire in una grande televisione commerciale, la Chilevision; Piñera è anche il principale azionista della compagnia aerea di bandiera Lan Chile, e ha una squadra di calcio, una catena di distribuzione, giornali e imprese di costruzioni…
Da Berlusconi Piñera ha imparato un’altra cosa: ha promesso un milione di posti di lavoro, un “Bonus marzo” che dovrebbe aiutare le famiglie numerose, l’aumento delle pensioni minime, la costruzione di nuove case popolari e di ospedali, una riforma della sanità, 10mila poliziotti in più nelle strade… Tutto questo per il programma dei primi cento giorni. Facile dubitare, ovviamente, ma intanto qualcuno ha abboccato.
Il suo successo si deve anche ad altro: Piñera ha promesso di rispettare i provvedimenti di welfare introdotti da Michelle Bachelet, sapendo che la presidente uscente – che non poteva ripresentarsi ora per una norma inserita nella costituzione che vieta due candidature consecutive – conserva un fortissimo consenso personale. Piñera ha garantito inoltre una continuità anche su altri terreni: l’istruzione (ma si capisce, su questo le proposte della Bachelet non erano certo rivoluzionarie, e avevano stimolato una forte protesta studentesca), e anche il riconoscimento delle unioni omosessuali (con viva irritazione delle gerarchie ecclesiastiche e di certi settori della sua stessa coalizione). In questo modo è apparso più nuovo di Frei, che si presentava di fatto come un vecchio residuato democristiano, già sperimentato al palazzo della Moneda…
Ma bisogna aggiungere un’altra riflessione: dopo il primo turno avevo scritto “In Cile la destra vince, ma la sinistra non c’era…”. Devo dire che la minaccia del ritorno del pinochetismo, sia pur ripulito alla meglio, ha casomai fatto il miracolo, rendendo visibile, se non la sinistra, il centrosinistra.
Il voto ha rivelato un sostanziale equilibrio tra le due coalizioni, che anch’esso però non è una novità. Nella sinistra italiana c’è chi si stupisce e pensa che la sconfitta di Eduardo Frei rappresenti una vera e propria svolta a destra, ma non è così. Non solo perché i due blocchi hanno avuto in queste elezioni programmi analoghi, e la vittoria dell’uno o dell’altro non significa molto, ma perché dalla fine della dittatura i presidenti di centrosinistra Aylwin, Frei, Lagos e Bachelet sono stati eletti sempre con percentuali di poco superiori al 50%. In realtà il Cile è sempre rimasto spaccato più o meno a metà, con una percentuale discreta di nostalgici di Pinochet.
Ma per capirlo, bisogna smettere di vedere nel Golpe del 1973 solo il ruolo della CIA: questo è stato determinante, certo, e ha assicurato la regia e la protezione internazionale a Pinochet, che però si appoggiava su una consistente fetta di piccola borghesia reazionaria, che si stringeva intorno all’esercito. È un avvertimento da non dimenticare, soprattutto nei paesi con governi progressisti, e in cui gli eserciti sono rimasti gli stessi, in un momento in cui la grande crisi economica internazionale riduce i margini di manovra del riformismo…
Dopo il caso dei figli di desaparecidos adottati da una delle famiglie più ricche di Argentina, si moltiplicano i casi che riguardano le infamie compiute dalle dittature degli anni 70. Non solo a Buenos Aires ma anche in Cile e nello stesso Brasile dove il governo Lula "si sveglia" solo ora
In Argentina c’è stato un altro caso drammatico di giovani contesi tra i genitori adottivi e le nonne che da oltre trent’anni cercano di trovare le loro tracce sapendo che, quando i militari avevano preso la loro figlia o nuora, questa era incinta.
Le avuelas de Plaza de Mayo (e il gruppo di hijos (figli) che le sostengono in questa difficile battaglia) ne hanno rintracciato quasi duecento attraverso il confronto del loro DNA con quello delle famiglie degli scomparsi, ma spesso si sono trovate di fronte a problemi psicologici complessi, tra cui il frequente rifiuto di sottoporsi al prelievo di sangue per i test, in genere per la paura di scoprire che i “genitori” che li avevano cresciuti e che avevano amato, erano stati responsabili diretti dell’uccisione della loro madre biologica, o avevano partecipato in qualche modo almeno indiretto a quella serie di atrocità.
L’ultimo caso, che ha fatto più rumore, e ha avuto risvolti giudiziari clamorosi, riguarda un ragazzo e una ragazza di 33 anni, fratelli per la legge, ma non biologicamente, che erano stati adottati nel 1976 in circostanze romanzesche (lei sarebbe stata trovata in una scatola davanti alla porta, il fratello offerto da una madre risultata poi inesistente). Un caso come tanti, ma la madre adottiva non era una oscura moglie di un sottufficiale di polizia come in altri casi, ma Ernestina Herrera de Noble, una ricchissima ex ballerina di flamenco che aveva ereditato dal marito la proprietà del principale quotidiano argentino, Clarín. Oggi la famiglia Noble è proprietaria anche di un importante canale TV, di una cartiera e di molte partecipazioni internazionali, insomma è collocata da Forbes al posto numero 147 dell’elenco delle famiglie più ricche del mondo. Un problema in più per i due giovani, preoccupati di perdere tutto; ma anche un problema per i magistrati (il primo a occuparsene nel 2002 fu bruscamente destituito e sottoposto a una campagna di denigrazione spaventosa), che hanno visto la mobilitazione di potenti apparati per evitare che il sangue dei due fosse analizzato nel centro che contiene la più grande banca dati. È stato mandato invece a un laboratorio privato non attrezzato e che non offre la minima garanzia.
Ogni tentativo di arrivare a un controllo effettivo (ad esempio con un prelievo di spazzolini, pettini e indumenti intimi, previsto da un’apposita legge per aggirare il rifiuto di farsi prelevare il sangue) ha suscitato una canea mediatica che definiva “fasciste” l’iniziativa e la legge stessa.
Ma accanto a questo caso pubblicizzato anche in Italia perché al limite della telenovela, in Argentina l’attenzione è concentrata assai più su alcuni processi, tra cui quello all'ex tenente della marina militare Alfredo Astiz e altre 18 persone accusate di diversi delitti, tra i quali l'omicidio di due suore francesi e dello scrittore Rodolfo Walsh.
Astiz, conosciuto come “l’angelo biondo della morte”, riuscì ad infiltrarsi qualche mese dopo il golpe del 1976 in gruppi per la difesa dei diritti umani. E' ritenuto responsabile per le uccisioni, avvenute con i “voli della morte”, delle persone recluse durante il regime nell'Esma (Escuela mecanica de la Armada) di Buenos Aires, torturate e lanciate da aerei in quota nelle acque dell'oceano Atlantico.
Quasi 5000 persone sono state torturate all'Esma e poi uccise, come la fondatrice del movimento delle madri della piazza di maggio, Azucena Villaflor uccisa e sepolta nel 1978 (il suo corpo è stato ritrovato ed identificato nel 2005). Il sequestro, la tortura e l'assassinio di persone straniere, tra cui le suore francesi, ha già portato a varie condanne ad Astiz in Europa, senza che però venisse concessa l’estradizione.
E questo è il punto dolente: la maggior parte dei criminali che hanno insanguinato l’Argentina, il Brasile, il Cile, sono a piede libero, oppure sono comodamente ospitati in ospedali militari nel loro paese. Del Brasile si è parlato tanto sollevando scandalo per il rifiuto di estradare Battisti in nome di una norma che esclude la validità di condanne in contumacia, ma non si è detto che lo stesso ministro della Giustizia Tarso Genro aveva rifiutato l’estradizione per un generale brasiliano condannato in Italia per l’uccisione di alcuni cittadini italiani, senza che ci fosse nessuna protesta.
Durante le due presidenze di Lula per giunta non è stato fatto nessun passo per far cessare l’impunità assicurata ai militari torturatori, e così è stato in Cile durante la presidenza della Bachelet, in Uruguay, nonostante fossero ministri dei militanti ex tupamaros come Pepe Mujica che aveva passato lunghi anni in carcere, ecc.
Negli ultimi giorni di dicembre Lula ha annunciato di voler costituire una "Commissione della Verità", che dovrà far luce sui crimini commessi dalle Forze armate durante la dittatura militare in Brasile, nel ventennio 1964-1984. Secondo la segreteria di Diritti Umani del governo, che sembrerebbe aver superato le resistenze del ministero della Difesa sull'ipotesi Commissione, le persone incarcerate nel corso del ventennio sarebbero intorno a 50.000, 20.000 quelle torturate. Circa 400 le persone assassinate e 87 i desaparecidos.
Se vere, sono cifre relativamente modeste rispetto a quelle dell'Argentina e del Cile, ma il problema è che finora nessuno ha pagato. E difficilmente pagherà, il modello sembra essere quello sudafricano, si discute ma non si punisce.
Comunque anche in Cile, ora che sta per uscire di scena, Michelle Bachelet ha pensato a un gigantesco Museo della Memoria e dei diritti umani, creato con un budget di 19 milioni di dollari ispirandosi, per impostazione e obiettivi, al Museo dell'Olocausto di Washington. Aprirà i battenti il prossimo 11 gennaio, primo «omaggio in pietra» alle 31 mila vittime del regime di Pinochet, uccise, rapite e torturate dal 1973 al 1990. Un omaggio che arriva un po’ tardi, e alla vigilia della possibile elezione di un presidente di destra.
Possiamo domandarci perché i governi di centrosinistra si “svegliano” solo ora? Probabilmente è una risposta, modesta e insufficiente, alla nuova situazione e alla fine delle illusioni riposte in Obama ancora solo un anno fa. In America Latina tira una brutta aria, tra la legittimazione del golpe in Honduras, l’apertura di basi USA in Colombia, la riattivizzazione della VI Flotta nei Caraibi, l’assurda decisione di mettere Cuba - contro ogni logica - in testa alla lista degli “Stati terroristi”. È logico preoccuparsi che – nel quadro di una crisi economica che continua a colpire duro - si delinei una sorda resistenza ai cambiamenti tra le forze armate e gli apparati burocratici, rimasti gli stessi in ciascun paese, anche dopo l’instaurazione di governi riformisti.